Il Vetro - breve introduzione

 

 

Giorgio Catania

 

 

 



Storia del Vetro
La nascita del vetro viene fatta risalire, nella "Storia Naturale" di Plinio il Vecchio, a parecchi millenni prima della nascita di Cristo, quando dei mercanti fenici, sbarcati su una spiaggia sabbiosa, avrebbero acceso il fuoco su dei pani di natron (
carbonato idrato di sodio - utilizzato, per la sua proprietà di assorbire l'acqua, nell'imbalsamazione), che facevano parte del carico delle loro navi. Dalla fusione del natron e della sabbia (contenente l'anidride silicea), si produsse una materia densa e viscosa, che raffreddando, diventava brillante alla luce del sole. Nel processo, la silice è la materia prima, mentre il carbonato di sodio è il fondente, cioè abbassa il punto di fusione della silice permettendole di liquefare a 1200° C anziché a 2000.

 

 

Manufatto Fenicio in pasta di vetro. Cagliari, Museo Archeologico

 

 

Verità o leggenda, dal racconto di Plinio si evince che i Fenici, da navigatori e mercanti quali furono, hanno giocato un qualche ruolo, se non nella scoperta, almeno nella divulgazione di questa meravigliosa materia. In ogni caso, già dal VI° millennio a.C., l'uomo utilizzava un materiale vetroso naturale, l'ossidiana - una roccia silicea di origine vulcanica - dalla cui lavorazione si ottenevano oggetti molto resistenti e taglienti.
I più antichi manufatti di vetro giunti a noi, sono delle perline colorate prodotte in Mesopotamia (Siria e Iraq), intorno al 3000/4000 a.C., e altre egiziane di poco posteriori (in Egitto già veniva utilizzata la tecnica dell'invetriatura), alle quali fecero seguito ricche e raffinate produzioni in pasta di vetro, lavorate per fusione a stampo.
Gli egiziani vi realizzavano monili, amuleti, ornamenti funerari, statuine colorate, spesso imitando l'azzurro turchese. I primi vasi in vetro colorato, ottenuti sempre mediante procedimenti di modellazione e di fusione, risalgono al 1500 a.C.

Una grande svolta si ebbe verso il I° secolo a.C., con l'invenzione della canna da soffio, in area siro-palestinese,  che permise una produzione meno laboriosa, dando l'avvio ad una divulgazione di massa dei manufatti in vetro. Dalla Siria e dall'Egitto, già prima del III° secolo a.C., l'arte di produrre il vetro si espande in Grecia, a Roma, in Francia, in Spagna, fino all'Inghilterra, per arrivare in Russia, e persino in India.  Nei secoli successivi, vennero scoperti molti degli effetti decorativi che si usano ancora al giorno d'oggi.
In Europa, la principale fonte di alcali a cenere vegetale, chiamata "cenere siriana", "polverino" o "rocchetta del Levante", verrà utilizzata fino alla fine del Settecento, quando il chimico francese Nicolas Leblanc riuscirà a produrre il carbonato di sodio in laboratorio.
In Germania e nel Nord Europa, al posto del carbonato di sodio, veniva utilizzato il carbonato di potassio, estratto soprattutto dalle ceneri del faggio - in Francia dalle ceneri di felce. Gli Arabi, produssero vasi in vetro smaltato, decorati con figure di animali stilizzati, mentre a Venezia, già dopo l'anno Mille, vengono realizzate delle vetrate a mosaico per le chiese, e viene citato nel 1090 un certo Petrus Flabianicus, maestro vetraio, fabbricante di fiale e bottiglie. Nel 1268, poco più di un decennio dopo la costituzione della "Corporazione" a Venezia, si ha il trasferimento delle fornaci dalla città alla vicina isola di Murano, alla cui produzione s'ispireranno per secoli tutti i concorrenti europei. Intorno al 1460, Angelo Barovier di Murano, inventa un vetro alla soda, più brillante e trasparente, chiamato "vetro cristallino".
Da questo periodo, si ha una emigrazione di maestri vetrai muranesi, che attratti da munifici produttori europei, vanno a impiantare fornaci in Francia, Germania, Inghilterra, ecc..
In Boemia,  dal 1667, si sviluppa un procedimento calcico-potassico, mai usato nel vetro veneziano; nasce il Cristallo, che presto verrà intagliato alla ruota in mille sfacettature. In Inghilterra, negli stessi anni, viene prodotto un vetro piombico, chiamato flint glass, composto da silice, potassa, piombo (al 30%), con l'aggiunta di carbonato di sodio, molto lucente e incolore. Nell'Ottocento i produttori di vetro europei riusciranno a ridurre il contenuto di piombo (al 20%), dando vita a un semicristallo.



I Forni per la produzione del Vetro

La fusione del vetro avviene ad una temperatura che varia dagli 800 ai 1500° C, a seconda dei suoi componenti, quindi sia il forno che i crogioli atti a contenere la miscela incandescente, devono essere realizzati con materiale refrattario in grado di resistere a queste elevate temperature. Agli inizi, essi consistevano in un piccolo crogiolo riscaldato dal basso con fuoco di legna aerato forzatamente con mantici.
Già nel VII° secolo a.C., in Siria, si hanno notizie di un forno "a riverbero", le cui pareti e soffitto a cupola dirigevano il calore del fuoco direttamente sul crogiolo. Successivamente vennero realizzati forni con una camera separata, riscaldata a temperatura inferiore, dove i manufatti potevano raffreddarsi lentamente.
Con la crescente richiesta di prodotti di vetro, sia i forni che i crogioli divennero sempre più sofisticati e ampi.
Dal Seicento, l'uso della legna come combustibile venne affiancato dal carbone - successivamente verranno utilizzati l'olio e l'elettricità - ai giorni nostri la nafta e il metano.


 

 

Il vetro soffiato e gli stampi
Come già precedentemente accennato, intorno al 60 a.C., viene inventata la canna da soffio. Le prime canne erano lunghe dai 50 ai 90 centimetri e avevano un diametro che poteva raggiungere 15 mm., con l'imboccatura per soffiare spesso isolata con del legno.
Al fine di poter manipolare masse considerevoli di vetro fuso, la lunghezza della canna fu aumentata nel tempo, fino a 150 cm. Già nel I° secolo a.C., un gran numero di vasi venne prodotto per soffiatura entro stampi realizzati in terracotta e in legno, successivamente in ghisa, tramandati gelosamente di padre in figlio, insieme ai segreti della lavorazione.
Per produrre manufatti più complessi, si costruirono stampi a più sezioni incernierate tra di loro.

Nel 1828, Deming Jarves, brevettò una macchina per lo stampaggio del vetro, dando il via alla produzione di massa. Il vetro usato era quello al piombo; in seguito la percentuale di questo metallo venne diminuita e si introdusse il bario che solidificava più rapidamente, abbassando ulteriormente i tempi di produzione.

 


Il vetro colorato
Il vetro nell'antichità fu quasi sempre colorato o opaco. Ottenerlo incolore era molto difficile sia per la presenza delle impurità  contenute nelle sabbie poco raffinate, sia per la temperatura dei forni che raggiungendo al massimo i 1100° C non riuscivano a distruggerle. Con la colorazione, ottenuta aggiungendo alla massa vitrea ossidi o sali metallici durante la fusione, si riuscivano a correggere le tonalità ritenute poco piacevoli.
Per molto tempo la tecnica approssimativa di colorazione non ha consentito una costanza del risultato finale, e talvolta risultati di grande pregio non potevano essere duplicati.
Solo dopo la metà del Seicento vengono riprodotte sistematicamente alcune colorazioni come il blu, ottenuto con ossido di cobalto (già saltuariamente utilizzato dagli Egizi), e il rosso rubino dorato.
I coloranti per il vetro si raffinano considerevolmente nell'Ottocento, con l'utilizzo di solfuri di cadmio e di selenio, raggiungendo livelli qualitativi eccellenti e dalle tonalità brillanti.

 

 

 


Giorgio Catania




 


BIBLIOGRAFIA:

Glassway, Il vetro: fragilità attraverso il tempo, Palermo 2004


D. F. Grose, Early ancient Glass, The Toledo Museum of Art, New York 1989


D. B. Harden, Catalogue of Greek and Roman Glass in the British Museum, vol. I, London 1981


F. Nicoletti, Il Commercio Preistorico dell'ossidiana nel Mediterraneo..., in S. Tusa (ed.) Prima Sicilia, Ediprint 1997


C. Piccioli, F. Sogliani, (a cura di) Il vetro in Italia meridionale e insulare, Napoli 1999


M. Sternini, La fenice di sabbia, Bari 1995


H. Tait (a cura di), Cinquemila anni di vetro, Silvana Editoriale, Milano 1991


AA.VV., Il vetro dall'antichità all'età contemporanea: aspetti tecnologici, funzionali e commerciali, in "Atti Due Giornate Nazionali di Studio AIHV" - Comitato Nazionale Italiano, 14-15 dicembre 1996, Milano 1998

 

 

 

 

 

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