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Roberto Kusterle
Biografia
critica

Roberto Kusterle,
2009. Foto Michele Catania
Dati
essenziali
Roberto
Kusterle
nasce
a
Gorizia
nel
1948,
città
nella
quale
vive
e
lavora.
Attivo
dagli
anni
Settanta,
avvia
il
proprio
percorso
nell’ambito
della
pittura,
dell’installazione
e
della
ricerca
sulla
materia,
sviluppando
progressivamente
un
linguaggio
fondato
sul
rapporto
tra
corpo,
natura,
oggetto
e
spazio.
La
fotografia
diventa
in
seguito
il
mezzo
centrale
della
sua
opera:
uno
strumento
di
costruzione
dell’immagine,
di
trasformazione
della
figura
e
di
fissazione
di
scene
preparate
attraverso
materiali,
posture,
innesti,
interventi
manuali
e
procedimenti
tecnici
complessi.
Nel
corso
degli
anni
la
sua
ricerca
si
estende
anche
al
video,
al
cortometraggio
e
al
libro
d’artista,
mantenendo
una
forte
coerenza
poetica
intorno
ad
alcuni
nuclei
ricorrenti:
metamorfosi,
continuità
tra
umano,
animale,
vegetale
e
minerale,
ambiguità
della
visione,
ritualità
del
corpo,
rapporto
tra
traccia
e
presenza.
Dai
primi
lavori
materici
alle
grandi
serie
fotografiche,
fino
ai
progetti
editoriali
più
recenti,
Kusterle
costruisce
un’opera
riconoscibile
per
densità
formale,
lentezza
elaborativa
e
attenzione
alla
natura
come
luogo
di
trasformazione
dell’identità.

Roberto Kusterle
nel suo studio, 2009 - ©
Foto Michele Catania
Roberto
Kusterle
costruisce
immagini
che
nascono
da
una
lunga
preparazione
materiale
e
mentale.
La
fotografia,
nella
sua
opera,
è
il
punto
di
arrivo
di
un
processo
più
ampio,
nel
quale
entrano
pittura,
installazione,
corpo,
oggetto,
scenografia,
luce,
intervento
manuale
e
trasformazione
della
materia.
Ogni
immagine
presuppone
una
scena
preparata:
la
scelta
del
modello,
l’ambientazione,
la
postura,
il
trucco,
i
materiali
applicati
al
corpo,
la
disposizione
degli
elementi
naturali
o
artificiali,
il
rapporto
tra
figura
e
spazio.
L’artista
lavora
come
costruttore
di
apparizioni,
con
una
pazienza
operativa
che
appartiene
tanto
all’officina
quanto
al
teatro,
tanto
alla
scultura
quanto
alla
camera
oscura.
Al
centro
della
sua
ricerca
vi
è
il
corpo
umano,
sottoposto
a
innesti,
coperture,
alterazioni,
mascheramenti,
contatti
con
sostanze
organiche,
animali,
vegetali
o
minerali.
Terra,
argilla,
pietra,
rami,
foglie,
fiori,
gusci,
spine,
piume,
squame,
reperti
e
materiali
raccolti
dalla
natura
entrano
nell’immagine
come
parti
attive
della
figura.
Il
corpo
perde
la
propria
stabilità
ordinaria
e
diviene
luogo
di
passaggio:
superficie
di
iscrizione,
soglia
tra
umano
e
animale,
tra
pelle
e
corteccia,
tra
volto
e
maschera,
tra
presenza
viva
e
traccia.
Da
questa
tensione
nasce
una
delle
qualità
più
riconoscibili
dell’opera
di
Kusterle:
la
capacità
di
rendere
visibile
una
metamorfosi
senza
dissolvere
la
concretezza
dei
materiali.
La
macchina
fotografica
interviene
quando
la
scena
ha
già
raggiunto
una
forma
compiuta.
Lo
scatto
fissa
un
equilibrio
fragile,
spesso
preparato
attraverso
prove,
attese,
correzioni
e
successive
rielaborazioni.
Nella
stagione
analogica,
il
lavoro
proseguiva
poi
in
camera
oscura,
attraverso
procedimenti
di
stampa,
viraggi,
sbiancamenti,
interventi
tonali
e
ulteriori
passaggi
tecnici.
L’immagine
finale
conserva
così
la
memoria
di
un
processo
lungo:
come
deposito
di
gesti,
manipolazioni,
tempi
e
decisioni
formali.
Questa
complessità
spiega
la
particolare
forza
delle
sue
fotografie.
Le
figure
di
Kusterle
sono
corpi
reali,
trasformati
attraverso
materiali
reali,
inseriti
in
luoghi
e
situazioni
costruite
con
rigore.
L’effetto
visionario
nasce
dalla
precisione
del
procedimento.
L’ambiguità
è
affidata
alla
coesistenza
di
elementi
concreti
che,
una
volta
accostati,
producono
un’immagine
inattesa:
un
volto
che
si
chiude
allo
sguardo,
una
pelle
che
si
fa
crosta,
un
corpo
che
sembra
trattenere
una
memoria
animale
o
vegetale,
una
figura
umana
ricondotta
a
una
condizione
più
arcaica
e
terrestre.
Entro
il
2010,
anno
dell’ultimo
aggiornamento
della
precedente
biografia
pubblicata
su
Arte
Ricerca,
il
percorso
di
Kusterle
risultava
già
ampiamente
riconoscibile
anche
sul
piano
espositivo.
Tra
le
mostre
di
maggiore
rilievo
di
quella
fase
si
ricordano
Lo
specchio
del
corpo,
Galerija
Tir,
Nova
Gorica,
2008;
Lo
zoo
dell’anima,
ArtMbassy,
Berlino,
2008;
Una
mutazione
silente,
Wook
+
Lattuada
Gallery,
New
York,
2009;
Senza
tempo
né
luogo,
Weber
&
Weber,
Torino,
2010;
e
Mutabiles
nymphae,
Mestna
Galerija,
Nova
Gorica,
2010.
Quest’ultimo
ciclo,
al
quale
Arte
Ricerca
aveva
dedicato
una
specifica
pagina
di
approfondimento,
segna
già
uno
dei
momenti
più
intensi
della
sua
riflessione
sulla
metamorfosi,
sul
corpo
acquatico
e
sulla
continuità
tra
figura
umana
e
forme
organiche.
____________
Gli
inizi:
materia,
pittura,
installazione
Gli
esordi
di
Roberto
Kusterle
si
collocano
negli
anni
Settanta,
in
un
territorio
di
ricerca
nel
quale
pittura,
installazione,
materia
e
spazio
fisico
procedono
insieme.
Prima
che
la
fotografia
diventi
il
mezzo
centrale
della
sua
opera,
l’artista
lavora
su
superfici,
oggetti,
materiali
poveri,
elementi
organici
e
presenze
ambientali.
È
una
fase
ancora
poco
documentata
sul
piano
pubblico
e
digitale,
ma
decisiva
per
comprendere
la
struttura
profonda
del
suo
linguaggio
successivo:
molte
immagini
fotografiche
mature
conservano
infatti
la
memoria
di
questa
origine
manuale,
materica,
installativa.
In
quegli
anni
Kusterle
si
muove
entro
un
clima
nel
quale
l’esperienza
dell’Informale
e
alcune
suggestioni
dell’Arte
Povera
offrono
strumenti
adatti
a
una
ricerca
fondata
sul
contatto
diretto
con
la
materia.
La
superficie
pittorica
non
viene
trattata
come
luogo
di
pressione,
deposito,
lacerazione,
impronta.
Colori
scuri,
materiali
di
scarto,
addensamenti,
graffi,
elementi
naturali
o
poveri
trasformano
il
supporto
in
un
campo
fisico,
quasi
in
un
organismo.
Il
gesto
pittorico
tende
già
a
superare
il
quadro,
a
cercare
volume,
ambiente,
durata.
Questa
inclinazione
porta
l’artista
verso
opere
installative
e
interventi
di
carattere
temporaneo,
nei
quali
la
materia
viene
esposta
a
processi
di
mutamento,
consumo,
deperimento.
Terra,
legno,
pietra,
residui
vegetali,
oggetti
raccolti,
frammenti
sottratti
al
paesaggio
o
alla
vita
quotidiana
entrano
nel
lavoro
come
elementi
attivi.
Non
sono
semplici
accessori
formali:
impongono
tempi,
pesi,
odori,
reazioni,
limiti.
La
futura
fotografia
di
Kusterle
nasce
anche
da
qui,
da
una
familiarità
concreta
con
ciò
che
si
altera,
si
consuma,
si
deposita,
resiste
o
scompare.
Il
rapporto
con
la
natura
si
definisce
dunque
prima
dell’immagine
fotografica
compiuta.
Il
Carso,
l’Isonzo,
le
zone
marginali
del
territorio
goriziano,
gli
scarti
organici
e
minerali
agiscono
come
riserva
di
forme,
materiali
e
tensioni.
In
questa
fase
si
prepara
uno
dei
nuclei
più
persistenti
della
sua
poetica:
la
continuità
tra
corpo
e
mondo
naturale.
Prima
ancora
degli
innesti
fotografici,
delle
figure
ibride
e
delle
metamorfosi
più
riconoscibili,
esiste
già
un’attenzione
al
passaggio
tra
organismo
e
materia,
tra
superficie
viva
e
superficie
inerte,
tra
traccia
umana
e
residuo
naturale.
La
fotografia
entra
progressivamente
dentro
questo
processo.
All’inizio
può
servire
anche
a
documentare
opere
effimere,
installazioni
e
situazioni
destinate
a
modificarsi
o
a
scomparire.
Ma
proprio
questa
funzione
di
fissazione
apre
una
possibilità
nuova.
L’immagine
fotografica
permette
di
trattenere
ciò
che
la
materia,
da
sola,
tende
a
disperdere;
consente
di
concentrare
in
una
forma
stabile
un
lavoro
costruito
attraverso
oggetti,
corpi,
materiali
e
spazi.
Da
strumento
di
registrazione,
la
fotografia
diviene
sempre
più
il
luogo
in
cui
l’intero
processo
può
essere
ricomposto,
controllato
e
portato
a
una
maggiore
densità
simbolica.
La
fase
degli
inizi
va
quindi
letta
come
il
laboratorio
nel
quale
si
formano
le
condizioni
dell’opera
successiva.
La
pittura
gli
consegna
il
senso
della
superficie;
l’installazione,
il
rapporto
con
lo
spazio
e
con
il
corpo;
la
materia,
il
principio
della
trasformazione;
la
fotografia,
infine,
la
possibilità
di
fissare
un
equilibrio
instabile
nel
momento
della
sua
massima
evidenza.
I
cicli
maturi
di
Kusterle
—
dai
Riti
del
corpo
ad
Anakronos,
da
Una
mutazione
silente
a
Mutabiles
nymphae
e
Segni
di
pietra
—
nascono
come
sviluppo
di
una
lunga
educazione
dello
sguardo
e
della
mano,
avviata
dentro
la
fisicità
dei
materiali.
La
sequenza
di
opere
pubblicata
nella
prima
versione
della
biografia
di
Arte
Ricerca
documenta
una
fase
decisiva
della
ricerca
di
Kusterle,
tra
il
2002
e
il
2010.
Sono
immagini
nelle
quali
la
costruzione
dell’opera
avviene
prima
dello
scatto:
il
terreno
viene
preparato,
il
corpo
collocato
in
una
precisa
condizione
scenica,
gli
oggetti
fissati
o
messi
in
tensione,
l’acqua,
il
fango,
la
vegetazione
e
gli
elementi
animali
entrano
nella
composizione
come
materiali
reali.
La
fotografia
raccoglie
il
risultato
di
queste
azioni
e
lo
concentra
in
una
forma
visiva
apparentemente
naturale,
spesso
sospesa
tra
evidenza
concreta
e
impossibilità.

©
Roberto Kusterle.
Alla festa, 2002

©
Roberto Kusterle. L'inganno di Narciso,
2004
Nella
tradizione
mitologica
greca
Narciso
è
il
giovane
che
si
innamora
della
propria
immagine
riflessa
nell’acqua,
fino
a
restarne
prigioniero.
Kusterle
riprende
il
tema
dello
specchiamento
e
lo
conduce
in
un
luogo
fisico,
povero,
quasi
primario:
una
cava
di
Cormons,
legata
alla
lavorazione
dell’argilla
e
alla
produzione
di
mattoni.
Qui
l’artista
costruisce
la
scena
scavando
tre
conche
nel
terreno
e
riempiendole
d’acqua.
La
superficie
centrale
accoglie
l’immagine
del
volto;
le
altre
due
trattengono
nel
fango
le
impronte
delle
mani,
ottenute
premendo
il
palmo
nell’argilla
bagnata.
L'artista
racconta
di
aver
realizzato
lo
scatto
in
un
giorno
festivo,
quando
la
cava
era
inattiva,
portando
con
sé
due
taniche
d’acqua
da
venti
litri.
Poiché
un
riflesso
reale,
in
quelle
condizioni,
avrebbe
restituito
un’immagine
scura,
non
leggibile,
l’artista
ricorse
a
uno
stratagemma:
fotografò
prima
la
testa
del
soggetto,
scelto
per
la
delicatezza
dei
lineamenti
femminili,
ne
ritagliò
la
sagoma
e
la
dispose
sulla
superficie
dell’acqua
intorbidita.
Il
risultato
mantiene
l’apparenza
dello
specchio
naturale,
ma
nasce
da
un
intervento
manuale,
controllato,
quasi
illusionistico.
Il
mito
viene
così
ricondotto
al
corpo,
al
suolo,
alla
ripetizione
del
gesto.
Lo
specchio
è
acqua
torbida,
terreno
inciso,
argilla
manipolata,
impronta.
Ciò
che
sembra
riflesso
è
una
presenza
composta,
ciò
che
sembra
natura
è
scenriesci
ad
estrapolare
i
concetti
di
Kusterle
dal
un
lavoro
concreto
sulla
materia.

© Roberto Kusterle. Lettere dalla Terra, 2004
In
Lettere
dalla
Terra
corpi
e
suolo
diventano
una
pagina
comune.
Kusterle
interviene
su
un
terreno
crepato,
argilloso,
tracciando
simboli,
numeri
e
lettere
appartenenti
a
cinque
alfabeti,
in
gran
parte
arcaici.
La
scrittura
occupa
la
superficie
del
suolo
e
prosegue
sui
corpi:
le
figure
emergono
dalla
terra
già
segnate
da
codici,
come
presenze
nate
da
luoghi
diversi,
ciascuna
legata
a
una
possibile
origine
culturale.
Il
titolo
orienta
verso
l’idea
di
una
comunicazione
proveniente
dalla
materia.
La
terra
come
supporto
inciso,
pelle
secca,
archivio
primario.
Le
crepe
del
terreno
diventano
fratture
e
linee
di
lettura;
i
segni
disegnati
dall’artista
si
innestano
nella
trama
già
esistente
della
superficie,
facendo
coincidere
geologia,
corpo
e
linguaggio.
La
costruzione
dell’immagine
richiese
un
intervento
tecnico
preciso.
Il
luogo,
nel
greto
del
Versa,
lungo
la
strada
verso
Cormons,
presentava
un
terreno
argilloso
segnato
da
fenditure
profonde,
in
una
condizione
provvisoria
dovuta
anche
ai
lavori
sugli
argini
e
al
diverso
corso
dell’acqua.
L’opera
concentra
così
uno
dei
motivi
ricorrenti
della
ricerca
di
Kusterle:
la
nascita
del
corpo
dalla
materia.
Qui
però
il
corpo
nasce
già
iscritto,
porta
addosso
lettere,
numeri,
alfabeti,
frammenti
di
una
lingua
remota.
La
terra
diventa
matrice
e
pagina;
il
corpo,
superficie
vivente
di
una
scrittura
che
sembra
precederlo.

©
Roberto Kusterle.
Il fuoco della saggezza, 2004
In
Il
fuoco
della
saggezza
la
figura
umana
emerge
da
un
terreno
chiaro
e
spoglio,
quasi
fosse
stata
dissepolta
o
trattenuta
dalla
materia.
Il
corpo
appare
parzialmente
interrato;
affiorano
il
capo,
le
mani
raccolte
vicino
al
volto
e
una
lunga
massa
scura
che
scende
in
avanti,
assumendo
l’andamento
sinuoso
di
una
traccia,
di
una
barba,
di
una
radice
combustibile.
Il
fuoco
corre
lungo
questa
forma
a
“S”,
trasformandola
in
segno
acceso,
destinato
a
consumarsi.
Kusterle
riconduce
l’immagine
a
un
lavoro
concreto
sul
luogo
e
sui
materiali.
La
massa
vegetale
filamentosa
nasce
dal
recupero
di
radici
e
grumi
trascinati
dalle
piene,
raccolti
lungo
l’Isonzo,
capaci
di
assumere
l’aspetto
di
una
barba
lunga,
di
un
residuo
organico.
La
figura
venne
interrata
in
un
terreno
sabbioso,
su
un
piccolo
pendio:
poiché
non
era
possibile
scavare
in
profondità,
l’artista
preparò
uno
scavo
in
orizzontale,
sufficiente
a
collocare
il
corpo,
ricoprendone
accuratamente
le
gambe.
Il
fuoco
fu
acceso
realmente
sul
posto,
con
non
poco
timore
da
parte
del
soggetto.
La
lunga
traccia
scura
funziona
come
prolungamento
del
corpo
e
insieme
come
segno
autonomo;
collega
la
figura
al
suolo,
conduce
lo
sguardo
verso
il
primo
piano,
introduce
nell’immagine
un
movimento
lento,
quasi
rituale.
Anche
qui
l’apparizione
nasce
da
un
dispositivo
costruito.
Kusterle
organizza
il
terreno,
adatta
lo
scavo,
dispone
il
corpo,
utilizza
materiali
recuperati
e
controlla
l’azione
del
fuoco.
La
fotografia
conserva
la
severità
di
una
visione
arcaica.

©
Roberto Kusterle.
Scuola di volo, 2004
In
Scuola
di
volo
Kusterle
mette
in
scena
un’improbabile
esercitazione
al
decollo.
In
un
prato
inclinato,
alcune
figure
umane
provviste
di
grandi
ali
scure
sono
disposte
a
diverse
distanze:
una
occupa
il
primo
piano,
distesa
orizzontalmente
con
le
ali
completamente
aperte;
altre,
più
arretrate,
sembrano
prepararsi
o
tentare
il
sollevamento.
Il
titolo
chiarisce
la
natura
della
scena:
il
volo
come
apprendistato,
la
prova
fisica,
il
momento
ancora
incerto
in
cui
il
corpo
cerca
di
sottrarsi
alla
gravità.
L’immagine
nasce
da
un
impianto
tecnico
complesso.
Le
grandi
ali
furono
costruite
artigianalmente,
con
l’aiuto
di
un
collaboratore
che
aveva
già
realizzato
strutture
fantastiche
e
animali
immaginari.
Il
set
richiese
il
trasporto
di
materiali
ingombranti
in
ambiente
naturale
e
l’intervento
di
più
persone
—
l’artista
ricorda
un
gruppo
di
circa
sette-otto
partecipanti
—
necessarie
per
portare
gli
elementi
sul
posto,
collocare
le
figure
e
sostenere
la
costruzione
della
scena.
Kusterle
intervenne
anche
nella
foto
sulla
leggibilità
del
paesaggio,
schiarendo
alcune
parti
del
bosco
e
servendosi
di
colpi
di
luce
per
far
emergere
i
corpi
alati
dal
fondo.
Le
ali
rimandano
anche
alla
memoria
dei
disegni
leonardeschi,
in
particolare
alle
strutture
derivate
dall’osservazione
del
pipistrello.
La
fotografia
mantiene
così
una
tensione
precisa:
da
una
parte
l’immagine
visionaria,
quasi
mitica;
dall’altra
la
fatica
concreta
della
sua
realizzazione,
fatta
di
costruzione,
trasporto,
prove,
postura
dei
corpi
e
controllo
della
luce.

©
Roberto Kusterle.
Lo schermitore solitario, 2004
In
Lo
schermitore
solitario
Kusterle
costruisce
una
scena
acquatica
sospesa
tra
esercizio
rituale,
metamorfosi
e
mascheramento
animale.
Le
figure
emergono
dall’acqua
con
teste
di
pesce
spada,
trasformate
in
presenze
ibride,
insieme
umane
e
marine.
La
figura
in
primo
piano,
isolata
rispetto
al
gruppo
retrostante,
assume
il
ruolo
indicato
dal
titolo:
uno
schermitore
solitario,
fermo
nell’acqua,
con
il
rostro
del
pesce
spada
proiettato
in
avanti
come
arma,
maschera
e
prolungamento
del
volto.
La
costruzione
dell’immagine
richiese
un
lavoro
fisico
complesso.
Kusterle
utilizzò
tre
teste
di
pesce
spada
reali,
recuperate
e
conservate
in
pescheria,
poi
adattate
per
essere
indossate.
Alcune
risultavano
troppo
grandi
o
troppo
piccole;
una,
non
entrando
nel
frigorifero,
venne
modificata
con
un
innesto,
forata
e
ricomposta
con
tasselli
di
legno.
Le
teste
furono
anche
svuotate
internamente,
alleggerendo
le
ossature
per
renderle
praticabili
durante
la
posa.
Nell’immagine
compaiono
più
persone
immerse
nell’acqua,
tra
cui
due
figure
femminili
sulla
sinistra,
coinvolte
in
una
scena
che
richiedeva
disponibilità
fisica,
resistenza
e
coordinamento.
La
ripresa
dipendeva
anche
dalla
luce.
Kusterle
preparava
la
scena
prima,
poi
attendeva
il
momento
in
cui
il
sole
calava
e
le
ombre
perdevano
durezza.
La
finestra
utile
durava
venti,
trenta
minuti,
affinché
l’acqua,
i
corpi
e
le
maschere
trovassero
un
equilibrio
tonale.
In
seguito
l’artista
intervenne
anche
sul
cielo,
inserendo
nuvole
più
cariche
per
dare
alla
scena
l’energia
naturale
che
l’immagine
richiedeva.
Il
risultato
conserva
una
forza
arcaica
e
straniante.

© Roberto Kusterle.
Riserva di pesca, 2005
Riserva di pesca, 2005
In Riserva di pesca l'artista costruisce una situazione volutamente incongrua: un pescatore sembra catturare un tonnetto in una piccola pozza d’acqua. L’immagine si regge su uno scarto elementare, quasi da racconto assurdo: l’azione della pesca conserva la sua serietà fisica — la canna tesa, il corpo impegnato nello sforzo, l’acqua increspata — mentre il luogo appare insufficiente, sproporzionato rispetto alla preda.
La
scena
nasce
da
una
preparazione
materiale
molto
accurata:
testa
e
coda
del
pesce
vengono
collocati
nella
pozza
e
fissati
al
terreno
con
picchetti
di
ferro,
mentre
un
filo,
legato
alla
bocca,
permette
di
mettere
in
tensione
la
canna
e
di
far
assumere
al
pescatore
la
postura
dello
sforzo.
Kusterle
prepara
anche
la
canna,
ricavandola
da
un
lungo
bambù
trovato
sul
posto,
poi
tagliato
e
pulito.
Dopo
le
prime
prove
si
accorge
che
all’immagine
manca
un
dettaglio
decisivo:
il
movimento
dell’acqua.
I
cerchi
concentrici
vengono
allora
prodotti
lanciando
sassi
nella
pozza,
con
attenzione
alla
direzione
e
al
tempo
dello
scatto.
Anche
il
cielo
carico
di
nuvole
contribuisce
alla
tensione
della
scena,
dando
all’episodio
un’energia
più
ampia,
atmosferica.
L’opera
mostra
bene
la
componente
artigianale
e
scenografica
del
lavoro
di
Kusterle.
Il
paradosso
visivo
funziona
perché
ogni
elemento
viene
reso
fisicamente
credibile:
il
pesce
trattenuto,
il
filo
teso,
la
canna
lunga,
l’acqua
mossa,
il
corpo
del
pescatore
chiamato
a
simulare
una
fatica
reale.

©
Roberto Kusterle.
Stile libero, 2005
Stile libero, 2005
In Stile libero Kusterle trasferisce il gesto del nuoto in un ambiente ruvido, quasi asciutto. La figura è immersa nella ghiaia, con le braccia aperte e i piedi in movimento, come se stesse nuotando a stile libero in una corsia scavata nel greto. Il titolo conserva il riferimento atletico; lo spazio, però, sposta l’azione in una condizione fisica dove il corpo compie il movimento del nuotatore dentro una materia solida, tra sassi, fango e ristagni d’acqua.
La
scena
fu
preparata
direttamente
sul
posto.
Kusterle
scavò
nella
ghiaia
un
solco
ulteriore
a
quello
destinato
ad
accogliere
il
modello,
quale
traccia
del
nuoto.
Il
corpo
venne
collocato
senza
protezioni,
dentro
la
ghiaia.
L’artista
ricorda
inoltre
che
la
fotografia
fu
realizzata
nella
zona
prima
di
Cormons
e
ripresa
in
formato
6x6,
con
un
50
mm
leggermente
grandangolare.
L’opera
concentra
bene
il
metodo
di
Kusterle:
l’immagine
nasce
da
un
intervento
fisico
sul
luogo,
attraverso
scavo,
acqua,
postura
del
corpo
e
disponibilità
del
modello.
Il
nuoto
diventa
un
gesto
trattenuto,
faticoso,
terrestre.

©
Roberto Kusterle.
Il bambino e il suo bosco 3, 2005
Il bambino e il suo bosco 3, 2005
In Il bambino e il suo bosco 3 la scena assume la forma di un esame della vista applicato al mondo vegetale. Il ragazzo, posto al centro dello spazio boschivo, tiene in mano una bacchetta e si rivolge all’albero come farebbe un ottico davanti a una tavola optometrica. Alla sua destra compare un cartellone con sagome di alberi, disposto come strumento di verifica; alla sinistra, nel tronco, si apre un grande occhio. Il bosco diventa così un luogo di osservazione reciproca: il ragazzo misura, indica, interroga; l’albero guarda.
L’immagine
nasce
da
una
costruzione
accurata.
Kusterle
prepara
l’occhio
in
polistirolo,
lo
dipinge
in
modo
realistico
e
lavora
sulle
luci
per
dargli
presenza.
L’elemento
artificiale
viene
poi
inserito
nel
tronco
attraverso
un
raccordo
di
cortecce,
scelte
e
adattate
per
accompagnare
l’occhio
dentro
la
materia
dell’albero,
fino
a
farlo
apparire
come
parte
organica
della
pianta.
La
pupilla,
secondo
il
ricordo
dell’artista,
poteva
misurare
circa
trentacinque-quaranta
centimetri.
Anche
il
cartellone
viene
predisposto
come
elemento
di
scena;
l’artista
parla
di
prove
ripetute
e
di
un
intervento
tecnico
complesso
sulla
luce,
necessario
per
far
emergere
l’occhio
e
la
base
degli
alberi
senza
disperdere
l’immagine
nelle
alte
luci
del
bosco.
Il
lavoro
gioca
su
un
paradosso
sottile.
Il
ragazzo
sembra
sottoporre
l’albero
a
una
prova
visiva,
come
se
la
natura
dovesse
dimostrare
la
propria
capacità
di
vedere.
L’occhio
nel
tronco
sposta
però
l’equilibrio
della
scena:
il
bosco
acquista
una
facoltà
percettiva,
diventa
presenza
che
osserva
a
sua
volta.
La
dimensione
fiabesca
passa
attraverso
un
dispositivo
concreto:
polistirolo,
pittura,
cortecce,
cartellone,
bacchetta,
posa
del
corpo,
controllo
della
luce.
Come
spesso
accade
in
Kusterle,
l’apparizione
fantastica
nasce
da
una
procedura
manuale
precisa,
quasi
ingegneristica
nella
sua
messa
in
scena,
visionaria
nel
risultato.

©
Roberto Kusterle.
Il sogno delle Erinni, 2006
Il sogno delle Erinni, 2006
Le Erinni, nella mitologia greca, sono divinità arcaiche della vendetta e della persecuzione del colpevole, legate ai delitti di sangue, alla colpa familiare, alla memoria dell’offesa. Kusterle trattiene di questo mito la pressione interiore, il vincolo oscuro, la persistenza di una forza che agisce nel corpo prima ancora che nel racconto.
La
fotografia
concentra
tre
figure
in
uno
spazio
serrato,
quasi
privo
di
ambiente.
I
volti
hanno
gli
occhi
chiusi,
le
teste
sono
accostate,
le
mani
sostengono
e
stringono
il
capo
centrale.
La
composizione
assume
una
forma
compatta,
triangolare,
costruita
su
un
equilibrio
di
pesi,
contatti
e
inclinazioni.
Ogni
gesto
riconduce
verso
il
volto
al
centro,
trattenuto
fra
le
mani
come
un
pensiero,
una
visione
interna.
Il
sogno
evocato
dal
titolo
apre
una
zona
sospesa.
Le
Erinni
appaiono
qui
come
presenze
raccolte,
assopite,
immerse
in
una
calma
densa.
La
loro
violenza
mitica
si
deposita
nei
segni
più
lievi:
le
palpebre
abbassate,
la
materia
chiara
sul
volto,
la
pressione
delle
dita,
la
vicinanza
dei
corpi.
Kusterle
porta
il
mito
dentro
una
dimensione
tattile
e
psichica,
dove
la
persecuzione
diventa
prossimità,
contatto,
impossibilità
di
separarsi.
L’immagine
vive
soprattutto
nella
relazione
fra
protezione
e
costrizione.
Le
mani
che
sorreggono
il
volto
centrale
sembrano
custodirlo,
guidarlo,
trattenerlo.
I
tre
corpi
formano
un’unica
struttura,
una
piccola
architettura
chiusa,
quasi
una
mente
a
più
volti.
Il
sogno
delle
Erinni
assume
così
la
forma
di
una
presenza
interiore:
un
gruppo
compatto,
silenzioso,
arcaico,
nel
quale
il
mito
della
colpa
si
trasforma
in
immobilità,
ascolto
e
pressione
fisica.

©
Roberto Kusterle.
Denise, 2010

©
Roberto Kusterle.
Eva, 2010

©
Roberto Kusterle.
Elisa, 2010
Le opere Denise, Eva ed Elisa, del 2010, aprono verso l’universo di Mutabiles nymphae. Il corpo femminile entra in rapporto con l’acqua, con l’elemento organico, con appendici e presenze che suggeriscono una trasformazione lenta, quasi biologica. La figura non è più soltanto collocata in un ambiente naturale: sembra appartenere a una condizione fluida, anfibia, sospesa tra pelle, materia e metamorfosi. È in questo passaggio che il tema della ninfa perde ogni grazia decorativa e assume una consistenza più ambigua, corporea, terrestre.
Giorgio
Catania
Nota
editoriale
Il
presente
testo
rielabora
e
aggiorna
la
biografia
di
Roberto
Kusterle
pubblicata
su
Arte
Ricerca
nel
2006
e
successivamente
integrata
nel
2010.
La
nuova
versione,
predisposta
nel
2026,
mantiene
l’impianto
originario
della
pagina
e
il
suo
valore
documentario,
ma
lo
amplia
alla
luce
dei
materiali
critici,
espositivi
e
bibliografici
emersi
negli
anni
successivi,
includendo
una
più
attenta
ricostruzione
degli
esordi,
della
fase
pittorico-installativa,
del
progressivo
affermarsi
della
fotografia
e
degli
sviluppi
dell’opera
fino
alle
più
recenti
ricognizioni
antologiche.
Testi
e
descrizioni
sono
stati
elaborati
da
Giorgio
Catania
su
documenti
e
colloqui
diretti
con
Roberto
Kusterle,
con
revisione
dell’artista.
Mostre personali
1988
Fotografie, Galleria
fotografica comunale, Fogliano Redipuglia
1992
Caffè Trieste, Ronchi dei
Legionari
1993
Fotografie, Galleria
regionale d'arte contemporanea Luigi Spazzapan, Gradisca d'Isonzo
1994
Hic et Nunc, Palazzo
Cecchini, Cordovado Fotografie, Rotencalfe, Marburg (D)
1995
Fotografie, Galleria Acta
International, Roma
1996
Museo della fotografia,
Brescia
Galleria della libreria
Dante, Palermo
Spazio espositivo De
Pellegrin, Riva del Garda
1997
Fotografia, 3 punti di
vista, Galleria Sagittaria, Pordenone
Top Gallery, Mariano
Libreria Galileo, Mestre
1998
Angelica Arcangelica,
Centro Civico, Lucinico
Samaed, Libreria
Equilibri, Gorizia
Opere fotografiche,
Centro d'Arte Grigoletti, Podenone
1999
Metamorphisme, Teatro
Miela, Trieste
Fotografie, Artestudio
Clocchiatti, Udine
Transustanziazioni,
Pilonova galerija, Aidussina
2000
Phoptografien,
Arbeitsgerichtsverein, Marburg
Ipogeios, Villa Manin di
Passariano, Udine
Fotografie, Teatro
Comunale, Cormòns
Fotografie, Studio O,
Treviglio
2001
La Sacra Tovaglia
Fotoinstallazione, Studio Tommaseo, Trieste
2002
Nella natura in posa,
Olim, Bergamo
2003
Da un luogo lontano,
Lattuada Studio, Il Diaframma, Milano
Reliquie animali, Ironici
inferni , Spazio Antonino Paraggi, Treviso
Una fisiognomica altra,
Fotogalerie des Rathauses, Graz
Roberto Kusterele. Riti
del corpo, Galleria regionale d'arte contemporanea Luigi Spazzapan, Gradisca
d'Isonzo
Riti del corpo, Circolo
fotografico Tina Modotti, Bolzano
Riti del corpo, Sala
Fenice, Trieste
2005
Le ali di questo mondo,
ASAV, palazzo Comunale, Sala Espositiva Virgilio Carbonari Seriate, Bergamo
Fuori dal tempo, Mestna
Galerija, Lubiana
(in) contemporanea,
Teatro Verdi, Gorizia
Fuori dal tempo, Pilonova
galerija, Aidussina (Slovenia)
2006
Fuori dal tempo, Lattuada
Studio Arte contemporanea, Milano
Fra Mito e Fiaba,
Galleria Luxuryline, Como
Lo specchio del corpo,
Casa Morassi, Gorizia
Premio per la migliore
mostra fotografica in Slovenia al Mesecfotografije, Lubiana
Mostre Collettive
1990
Fotografi per
un'esposizione 2, Galleria Sagittaria, Pordenone
1991
5 x Alpe Adria, Casa
Veneta, Muggia
1994
Presenze, Sala mostre
cinema Vittoria, Gorizia
1995
Galleria Exit, Gorizia
Foto Padova, Padova
Cinque fotografi
giuliani, Solighetto
1996
Galleria Il Diaframma,
Milano
L'abito come metafora,
Istituto Italiano di Cultura, Amburgo
1997
Friulimmagina, Palazzo
Orgnani Martina, Buttrio
Arte in Contemporanea,
Centro Polifunzionale, Latisana
Hic et Nunc, Museo
d'artista ex convento dei servi di Maria, Valvasone
Scambi di coppia, Ex
essicatoio Bozzoli, San Vito al Tagliamento
Proiettili d'autore,
Udine
1998
Opere fotografiche,
Artestudio Clocchiatti, Udine
Contemporanea -Sodobna
umetnost 98, Avventure d'arte lungo il confine, Monfalcone
2000
Identità differente,
Consorzio Cooperative Culturali Friuli Venezia Giulia, Cormòns
2001
L'Arte salverà il mondo?,
Centro Polifunzionale, Latisana
Indagine sul presente,
Fotomesiac, Bratislava, Museo d'arte contemporanea di Zilina, Slovacchia
Premio Federico Vender,
Arco
Fotoincontro, Kulturni
Dom, Gorizia
2002
Cogito ergo sum, Marghera
Fotografia, Marghera - Venezia
Cogito ergo sum, Le
Barche, Mestre
2003
Immagini d'autore.
Espressioni della contemporaneità, Villa De Brandis, San Giovanni al
Natisone
Kunstatelier Galerie
Kontraste, Horn
Presenze fotografiche,
Galleria Teardo, Pordenone
Mogliano fotografia, 3°
edizione, Mogliano Veneto
2004
Il profumo del corpo,
Marghera fotografia, Marghera
2005
Galerie Altes Rathaus,
Inzlingen (Germania)
Perdere la testa,
Lattuada Studio Arte contemporanea, Milano
2006
In hoc signo, il tesoro
delle croci, Pordenone
Fotografijafotografia
icit, Sempeter, Slovenia
Castrumfoto, Pilonova
Galerija, Aidovscina, Slovenia
BIBLIOGRAFIA:
-Ali di serpente.
Dentro il corpo libero di un muro pubblico, Biblioteca statale Isontina,
Gorizia 2001
-Laura Safred,
Transustanziazioni. Corpo e immagine nell'opera di Roberto Kusterle,
catalogo nella mostra, Pilonova Galerija, Aidussina, 1999
-Franca Marri (a cura
di), Roberto Kusterle, Riti del corpo, catalogo della mostra (teti di
Franca Marri e Guido Cecere), Gradisca d'Isonzo, 2003
-Olivia del Pilar -
Rivero De la Ganza, Instantineas 0602, a cura di Claudio Granaroli,
Signum edizioni d'arte, Milano 2003
-Ex Border - I confini
della memoria, a cura di Alberto Princis, Ass. Iniziative Europee,
Gorizia 2005
-Aleksandre Bassin,
Fuori dal tempo, catalogo della mostra, (testi di Aleksandre Bassin e
Guido Cecere, Mestna galerija, Lubiana 2005
-Roberto Mutti, Roberto
Kusterle. Le ali di questo mondo, catalogo della mostra, Seriate,
2005
Su Roberto Kusterle: Roberto Kusterle prima della fotografia. Tra pittura, materia e installazione, (2026)
Roberto Kusterle - Gli inizi, (2026)
Roberto Kusterle - Intervista, (2010)
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