La caduta dell’Antico Regno muta il centro di gravità dell’arte egizia. Menfi conserva memoria e prestigio, ma la forza produttiva si distribuisce nelle province, lungo il Medio e l’Alto Egitto. Le tombe di Beni Hasan, Asyut, Meir, Deir el-Bersha, Qaw el-Kebir, Gebelein, El-Mo‘alla e Aswan documentano una cultura figurativa meno uniforme rispetto al canone menfita, attraversata da accenti locali, soluzioni architettoniche autonome, maggiore visibilità dei governatori provinciali e delle élites territoriali.
Il passaggio va letto con attenzione. La tradizione dell’Antico Regno prosegue nelle formule funerarie, nella falsa porta, nelle scene di offerta, nelle liste di beni, nella figura del defunto in scala gerarchica. La perdita del centro produce però nuove condizioni. Gli artisti locali lavorano su repertori ereditati, li semplificano, li irrigidiscono, talvolta li rendono più immediati, più narrativi, più aspri. In queste forme provinciali si prepara una parte importante del Medio Regno.
Il Primo Periodo Intermedio è stato a lungo descritto come età di crisi. Oggi appare più produttivo leggerlo anche come fase di redistribuzione culturale. La crisi della corte menfita favorisce l’emergere dei nomarchi, governatori locali che controllano territori, risorse, eserciti, tombe, memorie familiari. La tomba rupestre provinciale diventa il nuovo luogo dell’autorappresentazione.
Ad Asyut, nel Medio Egitto, le grandi tombe dei nomarchi del Primo Periodo Intermedio e del Medio Regno sono oggi oggetto di un lungo progetto di documentazione e interpretazione. Testi, decorazioni, architettura e graffiti successivi mostrano che questi monumenti ebbero una fortuna duratura anche nella memoria degli Egizi posteriori. Asyut fu luogo politico, militare e culturale, non semplice periferia. Le sue iscrizioni conservano informazioni preziose sulla guerra fra Heracleopolis e Tebe, sulla fedeltà ai sovrani settentrionali, sulle carriere dei governatori e sulla costruzione di una memoria locale.
El-Mo‘alla, con la tomba di Ankhtifi, introduce un altro registro. Le iscrizioni celebrano il governatore come capo capace di nutrire, difendere, guidare, intervenire in un paese segnato da difficoltà. La figura del potente provinciale assume tratti quasi regali sul piano sociale, pur entro un sistema politico frammentato. L’immagine funeraria registra questa nuova autorità: il corpo del nomarca, le scene di caccia, le processioni, gli animali, i testi autobiografici costruiscono una figura pubblica, dotata di memoria e responsabilità.
La provincia non produce soltanto forme “minori”. Produce un diverso rapporto fra immagine, territorio e persona. Il defunto non è più soltanto funzionario entro un sistema menfita; è signore locale, capo militare, amministratore di risorse, mediatore fra comunità e potere superiore. La tomba diventa manifesto di radicamento territoriale.
Le decorazioni provinciali della Prima età intermedia presentano spesso figure più rigide, proporzioni meno controllate, contorni più marcati, colori vivaci, impaginazioni meno disciplinate rispetto alla tradizione menfita. Questo dato veniva un tempo letto come impoverimento. Una lettura più attenta riconosce in queste opere una diversa energia visiva. Il gesto può farsi più diretto, il racconto più serrato, la superficie più libera, la figura meno assorbita dalla norma di corte.
Le tombe di Gebelein, El-Mo‘alla e Asyut restituiscono scene di combattimento, caccia, navigazione, agricoltura, allevamento, vita militare. In alcune immagini il corpo appare più contratto, il movimento più schematico, l’occhio più grande, il profilo più duro. Il mondo raffigurato comunica tensione sociale e competizione politica. L’arte provinciale non cerca la calma menfita; organizza memoria e autorità in un ambiente instabile.
La comparsa di colori come rosa, grigio e porpora, ricordata anche dalla tradizione enciclopedica, indica un allargamento della gamma decorativa. La pittura assume un ruolo maggiore rispetto al rilievo. La superficie rupestre, meno adatta alla finezza del calcare menfita, orienta scelte tecniche diverse. L’artista lavora con pareti più difficili, supporti irregolari, risorse locali, programmi più concentrati sull’identità del proprietario.
La riunificazione dell’Egitto sotto Mentuhotep II segna il passaggio verso il Medio Regno. Il suo complesso funerario a Deir el-Bahari rappresenta una delle opere più importanti dell’XI dinastia. Collocato contro la parete rocciosa della montagna tebana, unisce cortile, portici, terrazze, asse centrale, tomba rupestre e tempio. La montagna entra nella composizione architettonica. Il monumento regale non ripete semplicemente il modello piramidale menfita; costruisce una nuova relazione fra tomba, paesaggio, culto e potere tebano.
Deir el-Bahari diventa un luogo fondativo. La scelta del sito, la vicinanza alla montagna occidentale, il rapporto con Hathor, con Amon e con la regalità riunificatrice producono un nuovo paesaggio sacro. La tradizione delle tombe principesche tebane viene assorbita in un progetto regale. La tomba rupestre, il cortile e il portico assumono dignità monumentale.
Le ricerche del Middle Kingdom Theban Project hanno restituito centralità a questa fase. Le tombe di alti funzionari attorno al complesso di Mentuhotep II — Henenu, Ipi, Dagi, Djari e altri — mostrano come la necropoli tebana sia stata organizzata secondo gerarchie di corte, prossimità al sovrano, prestigio amministrativo e partecipazione alla nuova costruzione dello Stato. La topografia funeraria diventa una mappa politica della riunificazione.
Con la XII dinastia il potere si sposta verso nord, nella nuova capitale di Itj-tawy, nell’area di el-Lisht. Questa scelta ricompone il rapporto tra Tebe, Menfi, Fayum e Medio Egitto. La monarchia medio-regia lavora su due piani: recupera la memoria dell’Antico Regno e consolida un nuovo apparato amministrativo.
Le piramidi tornano a essere forma regale, ma la loro struttura materiale cambia. I nuclei in mattoni crudi rivestiti di pietra, le camere interne, i templi funerari e le rampe processionali indicano un diverso equilibrio tra monumentalità e tecnica. La piramide medio-regia conserva la forma simbolica antica; la costruzione risponde a condizioni economiche, materiali e amministrative mutate.
La XII dinastia sviluppa anche una nuova cultura dell’élite. Funzionari, governatori, scribi e membri della corte producono statue, steli, sarcofagi, gioielli, oggetti funerari, modelli, testi. L’immagine privata diventa più complessa. Il defunto non si limita a ricevere offerte; attraversa formule, cosmologie, protezioni, percorsi dell’aldilà. Il sarcofago, la stele e il corredo assumono una densità testuale e figurativa nuova.
Beni Hasan è uno dei grandi capitoli dell’arte medio-regia. Le tombe rupestri dei governatori dell’Oryx nome, scavate nella parete orientale del Nilo, presentano facciate con portici, sale colonnate, pilastri, cappelle e programmi decorativi articolati. L’architettura interna simula spazi costruiti: colonne scanalate, soffitti, architravi, navate, nicchie. La roccia viene trasformata in palazzo funerario.
Le pitture di Beni Hasan sono celebri per la varietà dei soggetti: lotta, ginnastica, caccia, pesca, artigiani, tessitori, metallurghi, allevamento, viaggi, soldati, processioni di stranieri, giochi, danze. Il celebre gruppo degli Asiatici nella tomba di Khnumhotep II offre una testimonianza visiva di contatti levantini, abiti, strumenti musicali, animali e mobilità delle genti. La provincia medio-regia appare aperta a traffici e presenze esterne.
La scena di lotta, ripetuta in sequenze numerose, rivela una concezione quasi analitica del movimento. I corpi vengono mostrati in prese, torsioni, cadute, agganci, contrappesi. La tomba non conserva soltanto memoria rituale; registra conoscenze corporee, tecniche, attività addestrative. Il proprietario domina un mondo in cui lavoro, corpo e ordine sociale sono organizzati in immagini.
Deir el-Bersha, con la tomba di Djehutynakht, conserva uno dei ritrovamenti più importanti del Medio Regno: il complesso funerario oggi al Museum of Fine Arts di Boston, con sarcofagi, modelli lignei, testa mummificata, oggetti e materiali di straordinario interesse. I modelli lignei medio-regi — barche, granai, birrifici, macellerie, soldati, lavoratori — portano nella tomba una rappresentazione tridimensionale dell’economia dell’aldilà. Ciò che nell’Antico Regno era spesso scolpito o dipinto sulle pareti può ora assumere forma di piccolo mondo mobile, deposto nel corredo.
Meir, Qaw el-Kebir e Aswan sviluppano varianti locali. Le tombe dei principi di Elefantina, come quelle di Sarenput I e Sarenput II, conservano un rapporto potente con il paesaggio nilotico meridionale. Scale, cortili, facciate, pilastri e nicchie definiscono un’architettura rupestre scenografica. La tomba è visibile dalla valle, collegata al fiume, integrata nella montagna. La memoria del governatore si inscrive nella geografia.
Nel Medio Regno la nicchia della statua acquista un ruolo centrale. In molte tombe rupestri essa sostituisce o ridimensiona la falsa porta come fulcro del culto. Il defunto appare come statua, presenza visibile, punto terminale dell’asse architettonico. Lo spazio funerario non guida soltanto verso una parete simbolica; conduce verso un’immagine tridimensionale della persona.
Uno dei cambiamenti decisivi del Medio Regno riguarda la testualità funeraria. I Coffin Texts, o Testi dei Sarcofagi, derivano in parte dai Testi delle Piramidi e vengono iscritti su sarcofagi lignei, pareti tombali e oggetti funerari di élite. Essi ampliano l’accesso a formule, mappe, protezioni e itinerari dell’aldilà. Il defunto entra in un universo testuale più complesso, popolato da porte, guardiani, acque, cieli, trasformazioni, pericoli, divinità.
La vecchia formula della “democratizzazione dell’aldilà” ha avuto grande fortuna. Oggi richiede uso misurato. I testi funerari si diffondono oltre la sfera regale, ma restano legati a gruppi sociali capaci di sostenere costi, scribi, sarcofagi decorati, rituali e competenze. Il fenomeno indica un ampliamento della cultura funeraria d’élite, una nuova articolazione del destino postumo e una crescente interiorizzazione del viaggio ultraterreno.
Il sarcofago medio-regio diventa architettura in miniatura. All’esterno può presentare occhi udjat, porte finte, iscrizioni, formule di offerta; all’interno accoglie mappe cosmologiche, elenchi di offerte, testi, immagini protettive. Il corpo è circondato da parole. La cassa non contiene soltanto il defunto; organizza il suo passaggio.
La stele del Medio Regno è uno dei supporti più eloquenti della cultura figurativa egizia. Può essere funeraria, votiva, commemorativa, cultuale. Presenta il defunto davanti alla tavola d’offerta, familiari, servitori, formule, titoli, parentela, invocazioni a Osiride, Anubi, divinità locali. Le stele di Abydos, in particolare, documentano il legame crescente con il culto osiriaco.
Abydos diventa luogo di memoria nazionale e personale. Essere ricordati presso il luogo di Osiride significa partecipare a un circuito sacro di morte e rigenerazione. Molti funzionari vi erigono stele, cappelle, cenotafi simbolici. La memoria funeraria si sposta anche fuori dalla tomba effettiva. L’immagine del defunto può agire a distanza, in un luogo più carico di prestigio religioso.
La stele medio-regia rende visibile la rete familiare. Moglie, figli, fratelli, madre, padre, servitori, colleghi compaiono secondo ordine gerarchico. I titoli diventano parte dell’identità figurativa. L’immagine della persona è fatta di corpo, nome, ufficio, parentela, culto e formula.
La scultura regale del Medio Regno raggiunge il suo vertice con Sesostri III. Il volto del sovrano cambia radicalmente rispetto all’immagine giovanile e intatta dell’Antico Regno. Gli occhi sporgono sotto palpebre pesanti; gli zigomi emergono; la bocca si tende verso il basso; il volto appare scavato da vigilanza e fatica. Questa immagine non va letta come ritratto psicologico moderno in senso stretto. È una costruzione politica della regalità.
Il re medio-regio appare come sovrano che ha visto il peso del governo. La letteratura del tempo, dai testi sapienziali ai componimenti regali, rafforza questa lettura. Il faraone protegge, sorveglia, estende confini, affronta il disordine, conosce ingratitudine e precarietà. La sua immagine assume quindi una qualità etica. Il volto non celebra soltanto potenza; mostra coscienza del compito.
Il catalogo Met Ancient Egypt Transformed collega queste trasformazioni a mutamenti più ampi: letteratura, pratiche funerarie, amministrazione, oggetti personali e nuove idee sulla condizione umana e sul ruolo del faraone. Sesostri III conduce campagne in Nubia, costruisce o rinnova fortezze, dispone di complessi funerari a Dahshur e Abydos. Il suo volto appartiene a questa geografia militare, amministrativa e religiosa.
Amenemhat III prosegue e rielabora il tipo regale inaugurato da Sesostri III. Le sue immagini mantengono pieghe, palpebre pesanti, struttura ossea marcata, ma con una maggiore fusione dei tratti. La durezza si fa più compatta. In molte teste di pietra scura la superficie lucida accentua la profondità degli occhi e il controllo della bocca. La pietra diventa parte della costruzione psicologica e politica.
Le sfingi con volto di Amenemhat III, provenienti da Tanis e da altri contesti, uniscono maschera regale e corpo leonino. Qui il volto umano appare applicato a una potenza animale. Il sovrano è intelligenza e forza, vigilanza e corpo predatorio, forma umana e energia regale. La sfinge medio-regia rielabora un tipo antico con una nuova tensione.
Il complesso funerario di Hawara, ricordato dalle fonti classiche come Labirinto, appartiene alla politica monumentale di Amenemhat III nel Fayum. Il Fayum stesso acquista importanza agricola, economica e simbolica. La regalità medio-regia si lega così a gestione delle acque, bonifica, confini meridionali, miniere, cave, fortificazioni, produzione di oggetti di lusso. L’immagine del re maturo riflette un mondo amministrato con intensità.
Il Medio Regno ha restituito gioielli di qualità altissima, soprattutto dai corredi delle principesse e delle donne regali. I pettorali di Sithathoryunet, Mereret e di altre figure femminili della XII dinastia mostrano una tecnica raffinata: oro, corniola, lapislazzuli, turchese, faïence, pasta vitrea, intarsi minuti. Scarabei, falchi, cartigli, piume, segni ankh, simboli di stabilità e potere costruiscono piccoli sistemi iconografici.
Questi oggetti condensano arte e scrittura. Il nome regale, la protezione divina, la luce dei materiali, il colore e la simmetria trasformano il gioiello in immagine portatile del potere. L’oro richiama carne divina e luce solare; il blu e il verde evocano rigenerazione, cielo, acqua, vegetazione. L’ornamento del corpo è anche dispositivo rituale.
I corredi femminili medio-regi documentano il ruolo delle donne di corte nella circolazione di prestigio e nella costruzione della memoria dinastica. Le principesse non sono figure marginali nel sistema degli oggetti. Attraverso di loro si conservano alcuni dei vertici dell’oreficeria faraonica.
Il Medio Regno divenne presto età esemplare per la cultura egizia successiva. La lingua medio-egizia assunse valore classico; la letteratura del periodo fu copiata e studiata; le immagini regali di Sesostri III e Amenemhat III restarono modelli di una regalità severa e responsabile. In età tarda, soprattutto con i sovrani kushiti e saiti, l’arte egizia guarderà di nuovo all’Antico Regno e al Medio Regno come a un patrimonio autorevole.
La sua importanza nasce proprio dalla capacità di fondere tradizione e innovazione. L’Antico Regno aveva fissato la forma monumentale del potere; il Medio Regno aggiunge un nuovo spessore morale, provinciale e funerario. Le tombe rupestri trasformano il paesaggio in architettura della memoria. I sarcofagi rendono il testo parte del corpo. Le stele moltiplicano la presenza del defunto. Il ritratto regale introduce un’immagine del sovrano segnata dal peso della funzione.
La storia dell’arte egizia trova qui uno dei suoi momenti più alti. Non per rottura spettacolare, ma per intensità interna. La provincia diventa laboratorio; il re diventa volto pensante; il defunto entra in un aldilà più scritto, più articolato, più rischioso; l’immagine conserva ancora la sua funzione primaria: dare durata alla persona, al nome, al potere, al rito.
Continua: Arte egizia. Parte IV - Secondo Periodo Intermedio e Hyksos.
[1] Per la base canonica della periodizzazione, delle tombe provinciali e del ruolo di Beni Hasan, Asyut, Meir, Deir el-Bersha, Qaw el-Kebir e Aswan, si veda la voce “Egitto antico” dell’Enciclopedia Universale dell’Arte, vol. IV.
[2] Per la rivalutazione delle necropoli provinciali e di Asyut: Jochem Kahl, Mahmoud El-Khadragy, Ursula Verhoeven e collaboratori, pubblicazioni del Asyut Project.
[3] Sulla tomba di Ankhtifi e sulla cultura provinciale del Primo Periodo Intermedio: Jacques Vandier, Mo‘alla. La tombe d’Ankhtifi et la tombe de Sébekhotep, Institut français d’archéologie orientale, Le Caire, 1950.
[4] Per Deir el-Bahari e il contesto funerario di Mentuhotep II: Middle Kingdom Theban Project, Universidad de Alcalá, documentazione e rapporti di ricerca.
[5] Sulla cultura artistica del Medio Regno: Adela Oppenheim, Dorothea Arnold, Dieter Arnold, Kei Yamamoto, a cura di, Ancient Egypt Transformed: The Middle Kingdom, The Metropolitan Museum of Art / Yale University Press, New York-New Haven, 2015.
[6] Sulla trasformazione del volto regale di Sesostri III e Amenemhat III, oltre al catalogo Met, resta utile la voce “Ritratto” dell’Enciclopedia Universale dell’Arte, dove il Medio Regno viene riconosciuto come momento raro e altissimo della ritrattistica egizia.
[7] Per i Testi dei Sarcofagi: Adriaan de Buck, The Egyptian Coffin Texts, University of Chicago Press, Chicago, 1935-1961; James P. Allen, The Ancient Egyptian Coffin Texts, SBL Press, Atlanta, 2024.
[8] Per il problema della cosiddetta democratizzazione dell’aldilà: Harold M. Hays, “The Death of the Democratisation of the Afterlife”, in Old Kingdom, New Perspectives, Oxbow Books, Oxford, 2009.
[9] Per il Medio Regno come mondo amministrativo, sociale e materiale: Gianluca Miniaci, Wolfram Grajetzki, a cura di, The World of Middle Kingdom Egypt (2000-1550 BC), Golden House Publications, London, 2015.
[10] Per amministrazione provinciale e nomarchi: Harco Willems, “Nomarchs and Local Potentates: The Provincial Administration in the Middle Kingdom”, in Juan Carlos Moreno García, a cura di, Ancient Egyptian Administration, Brill, Leiden-Boston, 2013.
Adela Oppenheim, Dorothea Arnold, Dieter Arnold, Kei Yamamoto, a cura di, Ancient Egypt Transformed: The Middle Kingdom, The Metropolitan Museum of Art / Yale University Press, New York-New Haven, 2015.
Gianluca Miniaci, Wolfram Grajetzki, a cura di, The World of Middle Kingdom Egypt (2000-1550 BC). Contributions on Archaeology, Art, Religion, and Written Sources, Golden House Publications, London, 2015.
Jochem Kahl, Mahmoud El-Khadragy, Ursula Verhoeven, The Asyut Project: Fieldwork Reports and Studies, varie pubblicazioni, Mainz-Berlin-Sohag, 2003 ss.
Jochem Kahl, Asyut and The Asyut Project, Harrassowitz, Wiesbaden, 2012.
Jacques Vandier, Mo‘alla. La tombe d’Ankhtifi et la tombe de Sébekhotep, Institut français d’archéologie orientale, Le Caire, 1950.
Harco Willems, Chests of Life: A Study of the Typology and Conceptual Development of Middle Kingdom Standard Class Coffins, Ex Oriente Lux, Leiden, 1988.
Harco Willems, “Nomarchs and Local Potentates: The Provincial Administration in the Middle Kingdom”, in Juan Carlos Moreno García, a cura di, Ancient Egyptian Administration, Brill, Leiden-Boston, 2013.
Adriaan de Buck, The Egyptian Coffin Texts, University of Chicago Press, Chicago, 1935-1961.
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Harold M. Hays, “The Death of the Democratisation of the Afterlife”, in Nigel Strudwick, Helen Strudwick, a cura di, Old Kingdom, New Perspectives, Oxbow Books, Oxford, 2009.
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Wolfram Grajetzki, The Middle Kingdom of Ancient Egypt: History, Archaeology and Society, Duckworth, London, 2006.
Barry J. Kemp, Ancient Egypt: Anatomy of a Civilization, Routledge, London-New York, edizione aggiornata 2018.