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Arte egizia. Parte II

Antico Regno: piramidi, statua, mastaba e canone menfita

 

 

 

 

Con l’Antico Regno l’arte egizia raggiunge una forma monumentale compiuta. Le esperienze dell’età thinita vengono trasferite in un sistema più vasto, governato da Menfi, dalla corte, dall’amministrazione centrale e dai grandi complessi funerari della regione menfita. La pietra assume un ruolo dominante. L’immagine regale acquista una stabilità assoluta. La tomba privata diventa spazio di memoria sociale, economica e rituale. La statua definisce il corpo come presenza durevole.

La cronologia tradizionale colloca l’Antico Regno tra III e VI dinastia, con oscillazioni nei sistemi di datazione. La sua immagine storica resta legata alle piramidi, ma la civiltà figurativa del periodo comprende anche mastabe, rilievi, pitture, statue, vasi in pietra, oggetti di legno, rame, alabastro, iscrizioni e architetture cultuali. La piramide domina il paesaggio; la mastaba racconta il funzionamento della società; la statua trattiene la persona; il rilievo rende attiva la vita del defunto.

1. Menfi e la nascita della classicità egizia

La centralità di Menfi determina il carattere dell’Antico Regno. La capitale raccoglie risorse, artigiani, scribi, funzionari, materiali e competenze. Attorno alla corte si forma una cultura visiva compatta, riconoscibile per precisione geometrica, controllo proporzionale, riduzione degli accidenti, potenza silenziosa dei corpi.

L’arte menfita può essere definita classica in senso egizio: una classicità costruita su durata, misura, esattezza, rapporto tra corpo e funzione. La figura umana viene stabilizzata in pose durevoli: il re seduto in trono, il sovrano stante con gamba avanzata, lo scriba seduto, il funzionario eretto, il gruppo familiare, il servitore in atto di lavorare. Ogni postura possiede un significato. Stare, sedere, avanzare, scrivere, macinare, offrire, pescare, cacciare: il gesto definisce ruolo e permanenza.

L’Enciclopedia coglie bene questo passaggio quando descrive l’Antico Regno come età nella quale le tombe dei re-dei generano i monumenti più imponenti dell’architettura in pietra, mentre statue e pitture parietali servono al culto dei defunti e insieme esprimono una concezione del mondo considerata stabile e duratura. Questa formula conserva validità. Va però arricchita con ciò che la ricerca più recente ha reso visibile: il monumento egizio è anche cantiere, logistica, calcolo, trasporto, tempo amministrato, manodopera specializzata, rete di villaggi, porti, cave, squadre, registrazioni.

L’Antico Regno non è soltanto una fase di forme perfette. È una civiltà dell’organizzazione.

2. Djoser a Saqqara: dalla mastaba alla piramide

Il complesso funerario di Djoser a Saqqara, attribuito alla III dinastia e legato al nome di Imhotep, segna un salto architettonico. La piramide a gradoni nasce da una progressiva trasformazione della mastaba. La tomba si innalza, assume una struttura sovrapposta, domina un recinto sacro. Il complesso comprende cortili, cappelle, edifici fittizi, passaggi, sale colonnate, facciate nicchiate, elementi che traducono in pietra forme precedentemente realizzate in mattoni crudi, legno, canne, stuoie.

La pietra conserva memoria di materiali più fragili. Le colonne imitano fasci vegetali; le pareti rievocano strutture di palazzo; le facciate a nicchie richiamano il recinto regale; le porte fittizie moltiplicano soglie rituali. Il complesso di Djoser è quindi architettura funeraria, città simbolica, palazzo pietrificato, apparato del sed, spazio di rigenerazione regale.

La piramide a gradoni risponde a una nuova esigenza: dare al sovrano un monumento verticale, visibile, stabile, capace di organizzare un paesaggio sacro. Il corpo del re viene collocato sotto terra, ma l’edificio sale verso il cielo. Il rapporto fra profondità sepolcrale e elevazione monumentale diventa uno dei nuclei dell’architettura regale egizia.

Nel complesso di Djoser si forma anche un principio destinato a lunga fortuna: la tomba reale non coincide con un singolo edificio. È sistema. Piramide, tempio funerario, cortili, cappelle, magazzini, recinti, passaggi, vie cerimoniali e sepolture satelliti costruiscono una macchina rituale. La morte del re viene trasformata in permanenza politica e cosmica.

3. Snefru e la sperimentazione della forma piramidale

La IV dinastia porta la piramide a piena definizione. Snefru occupa una posizione decisiva. A Meidum, Dahshur e nelle piramidi Bent e Rossa si vede un’intensa fase di sperimentazione tecnica e formale. L’edificio a gradoni viene trasformato in piramide a facce lisce; l’inclinazione viene corretta; camere e corridoi vengono riorganizzati; il rapporto con tempio a valle, rampa processionale e tempio funerario acquista maggiore coerenza.

La piramide Bent di Dahshur, con il suo cambio di inclinazione, conserva nella forma stessa la memoria di una difficoltà tecnica. La piramide Rossa propone una soluzione più stabile e compiuta. Questi edifici mostrano che la perfezione apparente di Giza nasce da tentativi, calcoli, errori corretti, osservazioni pratiche. Il canone menfita non cade dall’alto; si costruisce attraverso esperienza di cantiere.

Le scoperte di Ahmed Fakhry presso il complesso di Snefru a Dahshur, ricordate anche nell’aggiornamento enciclopedico, hanno restituito frammenti di rilievi parietali e statue regali di inizio IV dinastia. Questo materiale è prezioso perché appartiene a un momento in cui la grande forma piramidale e la rappresentazione regale stanno assumendo disciplina nuova. Nel passaggio da Djoser a Snefru, il “pathos” ancora arcaico del segno viene assorbito in una sorveglianza più geometrica e matematica della forma.

Qui l’arte egizia cambia passo. Il corpo del sovrano, la parete istoriata e la massa della piramide tendono verso un medesimo obiettivo: la riduzione del contingente a ordine.

4. Giza: paesaggio regale, geometria e potere

Giza costituisce il vertice monumentale dell’Antico Regno. Le piramidi di Khufu, Khafra e Menkaura organizzano un altopiano in forma di paesaggio dinastico. Ogni complesso comprende piramide, tempio funerario, rampa, tempio a valle, piramidi secondarie, tombe dei familiari, cimiteri di funzionari e strutture connesse al culto. L’immagine della regalità si estende nello spazio. La necropoli diventa città dei morti e insieme rappresentazione della corte.

La Grande Piramide di Khufu è il caso più imponente. La precisione dell’orientamento, la massa dei blocchi, la struttura interna, la Camera del Re, la Grande Galleria, i sistemi di scarico, i rivestimenti di calcare fine, la relazione con il tempio e con la rampa compongono un monumento in cui la forma geometrica diventa espressione di potere amministrativo. La piramide è un solido astratto e insieme un prodotto concreto di cave, trasporti, villaggi, squadre, porti e calendari.

I papiri di Wadi el-Jarf, in particolare il diario di Merer, hanno introdotto una svolta nella lettura di Khufu. I logbook attestano il trasporto di calcare da Tura verso Akhet Khufu, l’orizzonte di Khufu, e mostrano una gestione del tempo, delle squadre e delle consegne estremamente ordinata. Il monumento si lega così a un’amministrazione documentabile. L’immagine grandiosa della piramide trova un contrappunto nei registri quotidiani di un funzionario impegnato nel movimento dei materiali.

Anche le indagini ScanPyramids hanno modificato il quadro. La muografia ha individuato il cosiddetto Big Void sopra la Grande Galleria e, successivamente, un corridoio presso la faccia nord della piramide. Il significato architettonico di questi spazi resta oggetto di studio; il dato metodologico è già acquisito. La piramide, per lungo tempo studiata attraverso rilievo, scavo, misurazione e ipotesi statiche, oggi viene indagata con tecniche non invasive derivate dalla fisica delle particelle. La ricerca egittologica lavora quindi su un doppio registro: testo antico e tecnologia contemporanea.

5. La barca di Khufu: legno, rito e ingegneria

La scoperta della grande barca di Khufu nel 1954 presso il lato sud della piramide ha aggiunto un documento eccezionale alla storia dell’Antico Regno. Il manufatto, smontato e deposto in una fossa sigillata, era realizzato in legno di cedro e conservava elementi strutturali di notevole complessità. La sua ricomposizione ha permesso di comprendere tecniche di carpenteria navale, sistemi di legatura, forme di scafo, timoni, remi, alzate di prua e poppa.

Il valore della barca sta nella sua doppia natura. È oggetto tecnico, capace di rivelare conoscenze costruttive raffinate; è oggetto rituale, connesso al viaggio del sovrano, al sole, alla navigazione sacra, al passaggio nell’aldilà. La barca reale raccoglie il motivo della navigazione già presente nel Predinastico e lo colloca nel cuore del sistema funerario regale.

La sua attuale musealizzazione presso il Grand Egyptian Museum, con il progetto dedicato alle barche di Khufu, trasferisce il manufatto in un nuovo contesto di conservazione e fruizione. Il monumento funerario, il reperto ligneo e il museo contemporaneo formano oggi una sequenza storica: rito antico, scoperta archeologica, restauro, esposizione, identità nazionale.

6. Khafra, Menkaura e la statua regale

La scultura regale della IV dinastia raggiunge una densità straordinaria. La statua di Khafra in diorite, oggi al Museo Egizio del Cairo, è una delle formulazioni più alte della regalità egizia. Il sovrano siede in trono; il falco Horus protegge il capo da dietro; il corpo è compatto, simmetrico, chiuso in una calma assoluta. La pietra scura e durissima accentua la sensazione di invulnerabilità. Il re appare come presenza stabilizzata, più che come individuo colto in un momento.

Il trono reca simboli dell’unificazione delle Due Terre. La struttura della statua rende visibile il patto tra corpo regale, potere divino e ordine politico. Horus non è semplice attributo; è forza incorporata nella regalità. La visione frontale restituisce l’immagine piena del re; la vista laterale rivela il blocco, la compattezza, la continuità tra figura e supporto.

Le triadi di Menkaura in grauwacke o scisto, provenienti dal tempio a valle, aprono un altro livello. Il sovrano appare accompagnato dalla dea Hathor e da personificazioni dei nomoi. Questi gruppi non presentano il re come corpo isolato, ma come centro di una geografia sacralizzata. Le province, rese in forma divina o femminile, vengono ordinate attorno al sovrano. La statua diventa mappa politica e rituale.

In queste opere la qualità del modellato unisce fermezza e morbidezza controllata. I corpi femminili sono aderenti, luminosi, semplificati in piani continui; il corpo del re mantiene frontalità e vigore. La triade non racconta un episodio. Costruisce una relazione: re, dea, territorio.

7. La statua privata: presenza, nome, funzione

Accanto alla scultura regale, l’Antico Regno sviluppa una produzione privata di grande forza. Statue di funzionari, scribi, coppie, gruppi familiari, servitori e figure lignee conservano la memoria di una società articolata. La statua privata agisce nel culto funerario. Accoglie offerte, riceve il nome, garantisce continuità alla persona.

Il celebre Scriba seduto del Louvre mostra una diversa idea del corpo. Il personaggio siede a gambe incrociate, con papiro disteso, occhi intarsiati, torso morbido, ventre evidente, attenzione concentrata. La figura è meno idealizzata della statua regale e più legata a una funzione sociale specifica. Lo scriba non domina; registra. La sua autorità nasce dalla scrittura, dalla competenza amministrativa, dal controllo dei segni.

Lo Sheikh el-Beled, statua lignea di Kaaper conservata al Cairo, restituisce invece una presenza fisica immediata: corpo robusto, passo fermo, bastone, occhi vividi. Il legno permette un modellato caldo, meno severo della pietra dura. L’effetto di presenza è intenso. Questa statua mostra quanto l’arte menfita sappia variare materia e tono secondo funzione e rango.

Le statue di Rahotep e Nofret, provenienti da Meidum, presentano un’altra soluzione: coppia seduta, colori ancora vivi, occhi intarsiati, differenza cromatica tra incarnato maschile e femminile, abiti e ornamenti distinti. Il gruppo familiare diventa immagine di status e continuità domestica.

Nel serdab, camera chiusa della mastaba, la statua era collocata in uno spazio protetto, talvolta collegato alla cappella da fessure o aperture. Non era destinata a una visione continua. La sua efficacia dipendeva dalla presenza rituale, dal nome, dall’offerta, dalla relazione con il ka. Questo dato cambia il nostro modo di guardarla: il museo espone ciò che la tomba custodiva in condizioni di accesso limitato.

8. Mastaba: architettura della memoria privata

La mastaba è la forma funeraria privata più caratteristica dell’Antico Regno. La sua struttura comprende una soprastruttura rettangolare, una cappella accessibile per il culto, una falsa porta, un pozzo funerario, una camera sepolcrale, eventuali magazzini, statue nel serdab. L’esterno può apparire compatto; l’interno sviluppa un programma complesso di immagini, iscrizioni e percorsi.

La falsa porta è uno degli elementi decisivi. Essa rappresenta il punto di passaggio tra mondo dei vivi e mondo del defunto. Attraverso la falsa porta il ka riceve offerte, il nome viene pronunciato, la memoria viene attivata. Tavola d’offerta, liste di cibi, formule funerarie, figure del defunto seduto davanti alle offerte costruiscono un’economia rituale dell’immagine.

Le mastabe di Saqqara e Giza conservano una documentazione straordinaria sulla vita materiale dell’Antico Regno. Mereruka, Ti, Ptahhotep, Kagemni e molti altri funzionari affidano alle pareti scene di agricoltura, pesca, allevamento, scribi, macellazione, falegnami, scultori, orefici, tessitrici, danzatori, musicisti, imbarcazioni, uccelli, ippopotami, mercati, offerte. La tomba privata diventa archivio figurativo della società.

Questo mondo non va letto come semplice descrizione quotidiana. Le scene funzionano nel culto funerario. Il pane, la birra, il bestiame, i campi, gli artigiani e gli animali garantiscono al defunto un universo produttivo eterno. La rappresentazione rende disponibile ciò che raffigura. La tomba è uno spazio di produzione simbolica, dove la vita economica viene ordinata a favore della sopravvivenza.

9. Rilievo e pittura nelle mastabe: ordine del mondo e dettaglio del vivo

Il rilievo dell’Antico Regno unisce canone e osservazione. La figura principale del defunto segue regole di proporzione, frontalità composta, scala gerarchica. Attorno a lui, servi, animali, barche, artigiani e prodotti agricoli sono spesso resi con vivacità sorprendente. La differenza non è casuale. Chi “è” qualcuno viene rappresentato secondo stabilità; chi “fa” qualcosa viene definito attraverso il gesto.

L’Enciclopedia, nel trattare la scultura e le scene menfite, coglie bene questa distinzione tra figure identificate dal nome e figure identificate dall’azione. I portatori, i rematori, i macellai, gli scribi minori, i contadini, i pescatori e i servitori acquistano riconoscibilità attraverso il loro lavoro. Questo elemento permette alla tomba di diventare una macchina visiva estremamente concreta.

Nella mastaba di Ti, i rilievi della caccia nelle paludi, delle barche e degli animali mostrano una capacità altissima di osservazione. Uccelli, pesci, ippopotami, papiri, acque, imbarcazioni e uomini in movimento costruiscono un ambiente denso, attraversato da vita. Il defunto, più grande, stabile, domina la scena. Attorno a lui il mondo si muove, produce, si rinnova.

La pittura interviene spesso a completare il rilievo. Colori minerali, contorni netti, campiture, convenzioni cromatiche distinguono generi, materiali e ruoli. L’incarnato maschile tende al rosso-bruno, quello femminile a tonalità più chiare; i capelli, gli occhi, gli abiti, gli animali e le piante seguono codici riconoscibili. Il colore non copre soltanto; classifica.

10. Canone della figura e griglia proporzionale

Nell’Antico Regno si stabilizzano regole della figura destinate a lunga durata. Il corpo viene rappresentato secondo una combinazione di vedute: testa di profilo, occhio frontale, spalle frontali, busto ruotato, gambe di profilo. Questa convenzione offre una rappresentazione concettuale del corpo, organizzata per parti significative. Ogni elemento viene mostrato nella sua forma più riconoscibile.

La griglia proporzionale consente di mantenere rapporti costanti tra le parti del corpo. La figura egizia è costruita attraverso misura e schema. Il canone permette uniformità, trasmissione, controllo di bottega. In un sistema dove l’immagine deve durare e funzionare, la coerenza formale ha valore rituale e politico.

La differenza di scala esprime gerarchia. Il faraone è più grande dei nemici; il defunto domina i servitori; il proprietario della mastaba sovrasta il mondo produttivo che lo circonda. La scala non registra distanza ottica. Registra importanza ontologica e sociale.

La frontalità, nella statua, risponde allo stesso principio. La figura stante avanza con una gamba, ma resta ferma. Il movimento è potenziale, trattenuto. Il corpo può agire eternamente perché non appartiene a un istante fuggevole. La scultura egizia traduce il tempo in posa.

11. Arti minori e materiali: pietra, legno, rame, faïence

L’Antico Regno sviluppa una produzione di oggetti di alta qualità: vasi in pietra dura, recipienti in alabastro, rame lavorato, oggetti lignei, modelli, gioielli, amuleti, strumenti, elementi d’arredo. Il termine “arti minori” va usato con prudenza, perché molti di questi manufatti possiedono valore tecnico e simbolico altissimo.

I vasi in pietra testimoniano capacità di lavorazione notevoli. Alabastro, diorite, basalto, calcite e altre pietre vengono scavati, levigati, lucidati in forme pure. La superficie liscia e il volume compatto dialogano con la scultura monumentale. Anche l’oggetto d’uso funerario partecipa alla stessa cultura della durata.

Il legno, spesso importato, è prezioso. La barca di Khufu lo dimostra in scala eccezionale. Nei mobili, nei cofani, nelle statue e nei modelli, il legno consente articolazione, policromia, montaggio. La sua conservazione dipende da condizioni particolari; proprio per questo ogni reperto ligneo dell’Antico Regno ha grande valore documentario.

La faïence egizia, con il suo azzurro-verde brillante, richiama acqua, rigenerazione, luce, vegetazione, mondo solare. Amuleti, perline, piastrelle e piccoli oggetti rendono accessibile una materia luminosa, quasi minerale e acquatica insieme.

12. Abusir, V dinastia e culto solare

Con la V dinastia il baricentro dei complessi regali si sposta anche ad Abusir. Le piramidi si riducono rispetto a Giza, ma i templi funerari e i programmi decorativi acquistano particolare importanza. Il culto solare di Ra assume visibilità crescente. I templi solari, come quello di Niuserra ad Abu Ghurab, introducono forme architettoniche legate all’obelisco, all’altare solare, al rito della luce.

La V dinastia arricchisce il linguaggio del rilievo. Processioni di offerte, scene agricole, navigazioni, feste, animali, tributi, cerimonie e immagini del re con le divinità creano cicli più estesi. Il rilievo non serve soltanto a decorare. Registra e attiva un ordine cosmico e produttivo.

La provincia comincia a ricevere e trasformare modelli menfiti. L’arte della capitale si diffonde attraverso funzionari, amministrazione, artigiani, stile di corte. Questa diffusione prepara la pluralità della VI dinastia e il successivo indebolimento del centro.

13. VI dinastia: espansione delle élites e testi delle piramidi

La VI dinastia mostra una crescita della documentazione privata e una progressiva articolazione del potere locale. Le mastabe diventano sempre più importanti. I funzionari affermano ruoli, carriere, titoli, reti familiari. L’immagine funeraria registra una società amministrativa complessa.

Nello stesso periodo compaiono i Testi delle Piramidi, incisi nelle camere funerarie dei sovrani a partire da Unas e poi sviluppati nelle piramidi di Teti, Pepi I, Merenra, Pepi II e delle regine. Questi testi trasformano l’interno della piramide in spazio scritto. Le formule assicurano ascesa celeste, protezione, rigenerazione, identificazione con divinità e stelle. La parola incisa diventa architettura rituale.

La presenza dei Testi delle Piramidi segna un passaggio essenziale: l’immagine monumentale della piramide si accompagna a un’intensa testualizzazione dello spazio sepolcrale. Il corpo del re è circondato da formule. La parete diventa campo di parola efficace. Il geroglifico agisce come immagine e come suono rituale.

14. Crisi del centro e lascito dell’Antico Regno

Alla fine della VI dinastia il sistema centrale mostra segni di indebolimento. Lunga durata del regno di Pepi II, crescita dei poteri provinciali, mutamenti climatici e tensioni amministrative sono elementi spesso discussi dalla ricerca. Sul piano artistico il lascito dell’Antico Regno resta enorme. Anche quando il potere menfita si frammenta, il suo linguaggio continua a funzionare come modello.

Il Primo Periodo Intermedio svilupperà varianti provinciali, talvolta più aspre, semplificate, locali. Il Medio Regno guarderà all’Antico Regno come a un repertorio di autorità, da riprendere e trasformare. La statua regale medio-regia, la tomba monumentale, la falsa porta, il rilievo funerario e la proporzione del corpo nascono dentro il patrimonio menfita.

L’Antico Regno offre dunque all’arte egizia la sua grammatica più stabile: piramide come orizzonte del re, mastaba come archivio del defunto, statua come corpo durevole, rilievo come ordine operativo del mondo, scrittura come presenza efficace. Da questo momento l’immagine egizia possiede una struttura capace di attraversare secoli di mutamento.

 

 

 

Continua: Arte egizia. Parte III - Primo Periodo Intermedio e Medio Regno.

 

 

Note

[1] Per l’impianto canonico dell’Antico Regno resta utile la voce “Egitto antico” dell’Enciclopedia Universale dell’Arte, vol. IV, sezione “Antico Regno”, con particolare attenzione a Menfi, Saqqara, Giza, Abusir, Dahshur, Meidum, mastabe e scultura.

[2] Sull’età menfita e sulle piramidi, l’aggiornamento dell’Enciclopedia Universale dell’Arte ricorda il contributo di Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi, L’architettura delle piramidi menfite, importante per rilievi, misure, planimetrie e analisi tecnica.

[3] Mark Lehner, The Complete Pyramids, Thames & Hudson, London, 1997.

[4] Dieter Arnold, Building in Egypt: Pharaonic Stone Masonry, Oxford University Press, New York-Oxford, 1991.

[5] Pierre Tallet, Les papyrus de la mer Rouge I. Le “journal de Merer”, Institut français d’archéologie orientale, Le Caire, 2017.

[6] Sébastien Procureur et al., “Precise characterization of a corridor-shaped structure in Khufu’s Pyramid by observation of cosmic-ray muons”, Nature Communications, 14, London, 2023.

[7] Kunihiro Morishima et al., “Discovery of a big void in Khufu’s Pyramid by observation of cosmic-ray muons”, Nature, 552, London, 2017.

[8] Peter Der Manuelian, Mastabas of Nucleus Cemetery G 2100, Giza Mastabas, Museum of Fine Arts, Boston, 2009.

[9] Nigel Strudwick, The Administration of Egypt in the Old Kingdom, KPI, London-New York, 1985.

[10] Miroslav Bárta, a cura di, Abusir and Saqqara in the Year 2000, Academy of Sciences of the Czech Republic, Prague, 2000.

[11] Vassil Dobrev, studi sulle piramidi e sulle necropoli dell’Antico Regno a Saqqara e Abusir.

[12] Alessandro Roccati, La letteratura egizia antica, Paideia, Brescia, 1982; utile per una prima contestualizzazione dei Testi delle Piramidi in lingua italiana.

Bibliografia essenziale

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