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Giuseppe Bernardino Bison (Palmanova 1762 – Milano 1844)
Giuseppe Bernardino
Bison
nacque a Palmanova il 16 giugno
1762: i genitori (il padre era nativo
di Castelfranco Veneto, la madre veneziana) si trasferirono
successivamente a Brescia, dove,
accortisi delle capacità del
figlio, lo misero a studiare disegno presso il pittore Gerolamo
Romani. La famiglia
passò poi a Venezia, dove Anton Maria Zanetti il giovane, “lo venne per
vero utile di lui, raccomandando a Costantino Sedini [Cedini]
professor di figura. Questi gli schiuse tosto l’adito ai liberali e
tanto vantaggiosi esercizi dell’Accademia. [...] Appena egli si fe’
conoscere per alcuni ornamenti nelle camere, che i piccoli pittori si
valsero di lui, mandandolo qua e là ad aggiungere ai loro lavori qualche
accessorio sia d’ucellami, sia d’arabeschi misti. Quindi non andò
guari che incominciarono le ordinazioni di vario carattere, e gli inviti a
diversi luoghi. [...] Ne’ primi suoi anni, e poi per moltissimi, decorò
appartamenti; a buon ora e per gran tempo della lunga e infaticata sua
vita, e fin quasi agli estremi aneliti, dipinse massimamente quadri, senza
non tornare a quando a quando, e a seconda dei casi al primiero genere
decorativo” (Rossi 1845).
A Venezia strinse amicizia con
l’architetto Selva, tanto da seguirlo nel 1787 a Ferrara, dove, quest’ultimo,
era stato chiamato per dei rimaneggiamenti a palazzo Bottoni. Nello stesso
anno Bison è documentato anche a Padova al seguito dello scenografo
Antonio Mauro, che partecipava al concorso per l’ornato del Teatro
Nuovo. Nel 1790 lavorò nel castello del Catajo presso Padova e dopo il
1791 fu operativo nel trevigiano dove eseguì decorazioni di notevole
ampiezza nella villa Tivaroni-Zanini a Lancenigo e nella villa Spineda a
Breda di Piave.
Al legame con Giannantonio Selva si devono anche i
successivi spostamenti di Bison, “che troviamo impegnato con la schiera
di ornatisti in Palazzo Manin a Venezia, poco prima del 1800, dove Selva
si era occupato dell’intera ristrutturazione a partire dal 1794, ed è
ipotizzabile che il maestro si recasse a Trieste quando l’architetto nel
1798 ricevette il prestigioso incarico di progettare il Teatro Nuovo.
L’idea di entrare nell’impresa avrebbe aperto a Bison un nuovo fronte
in cui prestare la propria opera come decoratore, ma il progetto
presentato da Selva venne bocciato, per essere affidato nel marzo 1779 a
Matteo Pertsch e anche il palmarino rimase fuori dalla partita.
In questo momento cruciale per Bison, si scopre la complessità
dei rapporti professionali che dovettero legarlo subito al giovane
architetto Pertsch, formatosi nell’aggiornato ambiente dell’Accademia
milanese e parmense, e allo scultore Antonio Bosa presente a Trieste sin
dal 1801. Insieme i tre dovettero collaborare in palazzo Carciotti e nel
palazzo della Borsa, i principali episodi di edilizia neoclassica
triestina, anche se in quest’ultimo caso al progetto di Pertsch venne
preferito quello di Antonio Mollari. [...] Bison trovò a Trieste la
personale dimensione d’artista, conseguendo una posizione che non tardò
a tradursi anche in un successo di mercato. Dopo i circoscritti interventi
in città di Canal, Borsato e dell’eclettico Basoli, con le sue
invenzioni d’interni consistenti in finti, avvolgenti tendaggi, ed in
scorci paesaggistici visti attraverso colonne doriche di severa classicità,
Bison detenne il campo dell’ornato [...]. Ma anche nella pittura da
cavalletto il maestro moltiplicò la produzione, dando vita a molti
generi. Il mercato collezionistico triestino mostrava apprezzamento per i
paesaggi, i capricci, dove Bison metteva a frutto le sue indubbie doti di
scenografo, i soggetti mitologici, trovando una quantità di temi,
facilmente abbordabili per il prezzo non elevato giustificato anche dal
piccolo formato delle opere" (Magani 1993). Nel 1831, a sessantanove anni, Bison decise di trasferirsi a Milano, riprendendo inspiegabilmente il suo giovanile vagabondare, "lasciando il prestigio con cui aveva dominato l’ambiente artistico triestino e che certo non poteva venire oscurato da un modesto decoratore come Giuseppe Gatteri, che peraltro sulle orme del maggiore maestro aveva mosso i primi passi anche se a partire dalla metà degli anni venti cominciava a ricevere non poche commissioni pubbliche (Rotonda Pancera, Ridotto del Teatro Nuovo)” (Magani 1993). Nel capoluogo lombardo l'artista rinunciò a cimentarsi in grandi imprese decorative e curò particolarmente i dipinti di piccole dimensioni senza però riscuotere grande successo, se è vero che, nonostante l’indefessa attività, morì povero nel 1844.
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