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Jacopo Amigoni - Biografia

Daniele D'Anza

Jacopo Amigoni ritrae Joseph Effner 

Peter O. Krückmann

 

 

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Jacopo Amigoni (Venezia? 1682 - Madrid 1752) - lo stile pittorico

 

 

 

 

“Bel pittore fu il nostro Amigoni, facile molto nell’operare, fecondo di lieti pensamenti; onde le di lui pitture fanno sentire insieme col diletto una certa nobile allegrezza. Tenero molto e pastoso fu il suo dipingere; lasciando in una gustosa dubbiezza i contorni, cui non si curava di purgare affatto e decidere” (Zanetti 1771).
Egli operò sul piano di un Ricci e di un Pellegrini “ma con una voce diversa, un atteggiamento più languido, più morbido e più frivolo, che lo distingue nettamente dalle altre due personalità, tanto che il Voss (1918) ha creduto di ravvisare in lui l’iniziatore del rococò veneziano” (Pallucchini 1960). “La scala cromatica di Amigoni fin dall’inizio si muove in una settecentesca successione tenue di toni chiari. È anzi in gran parte da attribuire a lui, se il gusto per questa pittura di chiari-su-chiari ha riscosso un consenso sempre maggiore; questo perché le sue innovative e graziose composizioni di blu chiari e differenziati, di toni rosso-lacca, di sfumature di leggerissimi verdi, viola e bianco-giallognoli, con la loro originalissima dolcezza hanno fatto scuola a Venezia e fuori. Una cosa analoga vale per l’impianto pittorico-compositivo delle sue opere, costruito con complessi elementi chiaroscurali dalle mille tonalità e dai contorni dolcemente ondulati” (Voss 1918).      
“Il problema della formazione amigoniana è complesso: nella pala di San Stae a Venezia con i «Santi Andrea e Caterina», che lo Zanetti dice eseguita «prima di partirsi d’Italia», cioè anteriore al ‘17 (o allo stesso ‘11, se si accetta la citazione della Fraglia come valida per un viaggio fuori d’Italia), l’Arslan (1936) scorge l’«influenza della pittura romana e del Balestra», aggiungendo che «forse l’artista fu anch’egli in gioventù a Bologna». In ogni caso anche per l’Amigoni, come già osservò il Longhi (1920), l’insegnamento della pittura chiara giordanesca fu molto efficiente. Costanza Lorenzetti (1938) citò l’Amigoni come esempio delle congiunture napoletano-veneziane nel Settecento, dicendolo senz’altro un diffusore in Europa di «forme rococò di carattere solimenesco»” (Pallucchini 1960). Il pittore diede “un’interpretazione fra le più immediate e suggestive del Giordano tardo, anche se apparentemente riflessa, rispetto a quella che il Pellegrini veniva rendendo d’impeto e istinto”. Successivamente “ma assai prima del momento parigino, e anche dell’approdo a Londra, l’Amigoni doveva essersi inoltrato ben dentro nei sentieri d’Arcadia. Gli era stato guida bastantemente sicura sull’inizio, ne siamo certi, Antonio Bellucci, che a Venezia nel quadro immenso di S. Pietro di Castello e nella Famiglia di Dario di Vicenza aveva lasciato prove non dubbie d’intelligenza della lezione del Giordano al suo secondo tempo veneziano” (Pilo 1958).  
“Negli anni seguenti l’Amigoni, incline a ciò per la sua particolare sensibilità, fa suo quello spirito di gradevole leziosità e di raffinata eleganza ch’era uno dei caratteri predominanti dell’epoca. Tale assimilazione di gusto, anziché corrompere la sua pittura, la rese più ricca e matura senza ch’essa per questo perdesse nulla del suo singolare timbro personale. Egli infatti riprendeva quelle forme, spesso vuote e di moda, infondendovi una grazia e una dolcezza quasi femminea; dove i colori, come ad esempio il «nero semplice» e il bianco, perdono quasi il loro valore materiale di bianco e nero trasmutandosi in qualcosa di diverso, cioè in altrettanta sostanza cromatica” (Martini 1982).
“Tra il ‘39 ed il ‘47 l’Amigoni è a Venezia: ormai le ultime velleità della corrente patetico-chiaroscurale Piazzetta-Bencovich sono cadute ed il Tiepolo, dopo aver rinnegato quelle sue origini, è nel pieno del suo fastoso gusto decorativo. A Venezia non c’è più posto per un altro decoratore di soffitti. L’Amigoni svolge la sua vena arcadico-galante, non trascurando il ritratto e le commissioni di carattere sacro e qualche volta perfino affron­tando la decorazione di soffitti. Di questo periodo sono il «Ritratto di Sigismondo Streit», la «Rebecca al pozzo», il «Salomone che adora gli idoli» del Gymnasium zum grauen Kloster di Berlino, il «Ritratto di dama veneziana nelle sembianze di Diana» del Museo di Berlino, «Venere e Adone» delle Gallerie di Venezia” (Pallucchini 1960).
Amigoni fu inoltre abile ritrattista. Uno dei primi esempi è forse il ritratto ufficiale di «Rodolfo di Colloredo di Mels a cavallo» dei Civici Musei di Udine, mentre in quello del mercante tedesco Sigmund Streit, realizzato poco dopo il rientro a Venezia nel 1740, vi si trova “un tono colloquiale, supportato da una calda pastosità di toni cromatici, dove emerge con particolare evidenza la psicologia del modello, il suo orgoglio rattenuto e modesto, quasi ironico, per la posizione sociale raggiunta. Il sorriso appena accennato si confonde nel velo che il pittore sembra stendere tutt’intorno, quasi a non definire in modo netto le forme e rendere più delicato e onirico il rapporto del modello con il fruitore” (Scarpa Sonino 1994).
 A tal proposito va ricordato che “quando, nel tardo 1747, Amigoni raggiunse la Spagna chiamato da Ferdinado VI e da Maria Barbara di Braganza, su pressione quasi certa dell’amico Farinelli, è probabilmente soprattutto la fama di ritrattista che spinge i reali ad assumerlo come «primer pintor de camara». Certo non dovevano essere ignoti i suoi interventi nei palazzi inglesi, né le «galanterie mitologiche» per cui andava famoso, né le opere religiose che aveva realizzato negli anni veneziani, ma è sicuro che la sua fama di ritrattista doveva aver colpito la corte spagnola. [...] In questo scorcio finale della ritrattistica amigoniana, le due prove più alte sono forse quelle dedicate al grande amico Farinelli” (Scarpa Sonino 1994). Ne Il cantante Farinelli e i suoi amici della National Gallery of Victoria di Melbourne “si concentrano gli affetti di tutta una vita: vi compare l’Amigoni stesso, all’estrema destra, con il pennello in mano e un turbante sul capo, simile a quello del primo autoritratto che conosciamo, quello di Salisburgo; egli si ritrae nell’atto di poggiare amichevolmente una mano sulla spalla del Broschi, a cui è seduta accanto Teresa Castellini, famosa cantante del tempo che il Metastasio gli aveva affidato: i due tengono entrambi tra le mani un testo musicale dal titolo Canzonetta. Il poeta Pietro Trapassi, che si trovava a Vienna, è immortalato in un busto all’estrema sinistra, presenza di amicizia e tutela insieme, la cui effige venne realizzata da Jacopo grazie ad alcuni ritratti che il poeta aveva inviato in Spagna su sollecitazione del Farinelli stesso, tra il 1748 e il 1751.
Forse è la suggestione di sapere che questa potrebbe essere l’opera estrema dell’artista, ma sembra di poterne desumere un afflato di istintiva familiarità, lontana da ogni orpello di corte, quasi una mediterranea pièce de conversation, dove gli animi si placano da ogni tormento esterno ed emergono solo i lati migliori degli uomini: senza abbandonare l’attenzione massima, che gli è così tipica nei ritratti, per ogni particolare, sia un nastro o un pizzo, o anche il collare preziosamente inciso di un cane, l’Amigoni esprime qui uno dei più autentici ed affatto insistiti momenti lirici della sua creatività” (Scarpa Sonino 1994).
 


Daniele D'Anza

 


marzo 2005