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Zoran Music - la vita, i cavallini e i motivi dalmati     

Daniele D'Anza

Uno sguardo alle opere “veneziane” di Zoran Music

Daniele D'Anza


 

 

 

ZORAN  MUSIC  -  LA VITA, I  CAVALLINI  E  I  MOTIVI  DALMATI

 

Daniele D'Anza

 

 

 

 

Zoran Music, Cavallini. Cortina, Museo Rimoldi.

 

 

Figlio di un direttore di scuola e di un’insegnante, Zoran Music nasce nel 1909 in una Gorizia allora austro-ungarica. La conformazione multietnica dell’impero asburgico, “il cui sovrano si rivolgeva «ai miei popoli»” e il cui inno veniva cantato in undici lingue diverse” (C. Magris, Danubio, Milano 1986, p. 27), si rifletteva in quelle terre, dove l’italiano, lo sloveno e il tedesco erano idiomi correntemente parlati. Lo stesso Music ricorda: “Sono nato sotto Francesco Giuseppe, all’inizio del secolo, a Gorizia, ho studiato all’Accademia di Zagabria. Sono divenuto italiano nel 1918, ma dopo qualche anno mi sono ritrovato di nuovo fuori dall’Italia. Mio padre faceva politica, una politica che non piaceva ai governanti dell’epoca. Ho vissuto gli anni della giovinezza in Austria, Dalmazia, Slovenia”.

All’Accademia di Belle Arti di Zagabria, diretta da Ivan Mestrovic, incontra gli insegnamenti di Ljubo Babic, pittore dotato di vasta cultura, già allievo a Monaco di Franz von Stuck e in contatto con l’ambiente artistico veneziano. Su consiglio del maestro, nel 1935 intraprende il viaggio in Spagna, Madrid prima e poi Toledo. Rientrato in patria a causa dello scoppio della guerra civile spagnola, trascorre lunghi periodi in Dalmazia, principalmente a Curzola e aderisce al gruppo degli Indipendenti di Lubiana partecipando a mostre collettive.

 

Nel 1943 si reca per la prima volta a Venezia.

L’incontro con la città lagunare genera in lui, per sua stessa ammissione, una sorta di risveglio: “Per paradossale che possa sembrare è a Venezia che ho scoperto l’Oriente. Proprio io che venivo dall’Oriente. Un Oriente trasposto dalla latinità mi offriva una soluzione. Quel dualismo che portavo dentro di me, a causa delle mie origini, trovava infine la sua spiegazione. Ormai non ero più costretto a voltare le spalle all’Oriente per scoprire l’Occidente. Trovavo lì l’Occidente e l’Oriente così intimamente fusi da questa antica civiltà veneziana che ho capito che lì c’erano la mia tradizione e la mia verità”.

Sempre nel 1943, a Trieste, conosce Guido Cadorin, suo futuro suocero, lì rifugiatosi con la famiglia per sfuggire all’arresto della Gestapo: sorte che invece toccherà l’anno successivo a Music, pure lui accusato di connivenza con ambienti filo-alleati. Nonostante l’inasprirsi del conflitto bellico, il pittore inizia a esporre in Italia, prima a Trieste alla Galleria al Corso, e siamo sempre nel 1943, poi a Venezia l’anno successivo con una mostra alla Piccola Galleria accompagnata da una monografia introdotta da Filippo De Pisis. È questo il momento embrionale della sua ascesa, le prime testimonianze dell’apprezzamento da parte di critica e pubblico verso la sua pittura, che in questa fase si caratterizza per un ritmo mosso da un segno rapido, guizzante, da una pennellata svelta e corsiva vicina alla coeva frenesia gestuale dei tocchi di De Pisis.

È una pittura gioiosa, ricca di segni, profondamente diversa da quella presentata pochi anni dopo alle Biennali veneziane del 1948 e del 1950. Tra queste e quelle opere infatti si inserisce un avvenimento che trasformerà per sempre la vita e l’arte di Zoran Music: l’internamento a Dachau. La Gestapo lo arresta a Venezia nell’ottobre del 1944 e la motivazione viene riassunta, con distacco e semplicità, dallo stesso pittore: “avevo degli amici in contatto con gli inglesi, che facevano delle cose che non erano proprio permesse dai tedeschi. E così ci hanno arrestati tutti”.

L’ingresso nel campo di concentramento però è anche, e soprattutto, l’ingresso in un’altra dimensione della natura umana. Egli si ritrova a vivere gli ultimi giorni, i più terribili, del campo, quando ormai i morti non si contano più e stavolta la sua ricostruzione non può certo adottare il medesimo distacco: “Ancora oggi mi accompagnano gli occhi dei moribondi come centinaia di scintille pungenti che mi seguivano mentre mi facevo strada, scavalcandoli. Occhi luccicanti che in silenzio chiedevano aiuto a uno che poteva ancora camminare. Erano le ultime settimane del campo e questi moribondi erano i resti di trasporti evacuati a piedi dagli altri campi lontani. … Verso sera quelli che morivano e tra loro anche quelli solo creduti morti venivano accatastati come pezzi di legno su un mucchio, come per un rogo, quasi una torretta. Una torretta allucinante che si muoveva, che scricchiolava si direbbe, se questi scricchiolii non fossero gli ultimi gemiti. Durante la notte è caduta leggermente la neve – eravamo in marzo – la mattina dopo la torretta non si muoveva più. Si viveva in un mondo fuori di tutto quello che si poteva immaginare. In un mondo assurdo, allucinante, irreale. Forse su un altro pianeta. Con strane regole, un ordine preciso, crudele, portato al limite di credibilità. … Accettavi questa realtà come se non ci fosse nessun altro ordine possibile. Temevi perfino il mondo esterno – immediatamente fuori dal campo – ancora più ostile. Ce ne rendevamo conto visto quelli che, ripresi, ritornavano. Non pensavo più con la mente del mondo normale. Vivevo in un quotidiano paesaggio di morti, di moribondi in un’apatica attesa. … Quando ti svegli conti i morti attorno. Uno… due… tre… sopra… sotto… di fianco. Nella sala dove ci si lavava, lungo il muro, accatastati altri cadaveri per l’impossibilità di bruciarli subito. Durante l’inverno stecchiti e come congelati ti fanno compagnia. A strati una fila di teste in avanti, e sopra una fila con le gambe sporgenti. La mia mente lavora e agisce in un altro modo. Non c’è più posto per la logica. Non c’è più sentimento di pietà verso i morti. Sono degli oggetti e domani saremo al loro posto. Questa coabitazione con loro sdrammatizza il contatto: tutto diventa normale. Una vita quotidiana dove si muovono come nella nebbia le ombre e i fantasmi”.

Tale esperienza non poteva certo non riflettersi sulla sua visione del mondo e, conseguentemente, sul suo linguaggio artistico. Egli stesso ammette: “Ho imparato a vedere le cose in un altro modo. Anche nella pittura più tardi non è che sia cambiato tutto. Non è che per reazione agli orrori abbia riscoperto la felice infanzia. I cavallini, i paesaggi dalmati, le donne dalmate c’erano anche prima. Ma dopo ho potuto vedere tutto altrimenti. … I paesaggi dalmati sono ritornati – hanno perso tutto quello che era di troppo e di pettegolo. … Mi ci voleva – almeno per la pittura – questa grande lezione”. Nelle opere successive, infatti, l’adesione al dato naturale permane, trasfigurata però in una visione lirica, sganciata dalla realtà concreta delle cose. Epurati, i Cavallini e i Motivi dalmati tendono ora a un’essenzialità stilistica e iconografica, esprimendo appieno un pronunciamento che supera la mera realtà temporale.

 

Zoran Music, Cavallini, 1953. Litografia.

 

Le donnine con i loro asinelli non sono più calate in mercatini paesani indaffarate a scegliere il pesce migliore in assolate giornate estive, ma si presentano in sella ai loro asinelli voltandoci, quasi sempre, le spalle, mentre i Cavallini, come in un flusso ipnotico, passano senza fermarsi. Contemplando queste opere si avverte, per contrasto, il senso della precarietà umana; si tratta di una poetica che evita il presente, lo supera evocando luoghi senza tempo e comunque metaforici. Una visione fiabesca e un nomadismo dell’anima sostengono questi Cavallini, dalle gambe troppo sottili e variamente colorati, che procedono in un lento ed eterno fluire; forme che sembrano affiorare timidamente sulla tela, appositamente trattata per lasciar emergere l’ordito sottostante, conseguenza di una preparazione del supporto che ben si confà a questa poetica. La tecnica adottata è discreta, un impasto cromatico polveroso, giocato sui morbidi toni caldi, gialli o ocra, con qualche contrappunto, tenue, di azzurro.

 

Zoran Music, Motivo Dalmata 1955. Litografia.

 

È con queste opere che Music si fa notare alle Biennali veneziane del 1948 e del 1950, e proprio con queste opere, nel 1951, ottiene la consacrazione a pittore di caratura internazionale vincendo a Cortina il Premio Parigi, ex aequo con Antonio Corpora. Si trattava di una manifestazione, promossa dall’Ambasciata italiana in Francia e organizzata dal locale Circolo artistico ampezzano, allora presieduto dal collezionista e mecenate Mario Rimoldi, che doveva nelle intenzione degli organizzatori, promuovere l’arte italiana in Francia. A tal proposito fu costituita un’illustre giuria internazionale. Tale riconoscimento condusse il pittore a esporre a Parigi, presso la Galerie de France di Gildo Caputo e il favore con cui pubblico e critica accolsero le sue composizioni gli fecero ottenere un contratto che gli permise di aprire uno studio nella capitale a francese, oltre a quello veneziano.

 

 

 

Daniele D’Anza