Turino Vanni

 

 

 

Turino di Vanni, detto anche Turino Vanni; nato forse a Pisa o a Rigoli, presso San Giuliano Terme, intorno al 1349 o più probabilmente in data leggermente più tarda; documentato dal 1390 al 1438 e ancora ricordato in atti fino al 1444; attivo soprattutto a Pisa, con una fase genovese e savonese

 

 

 

Turino Vanni è una figura di soglia tra il tardo Trecento pisano e il primo Quattrocento. La sua opera appartiene alla fase tarda della pittura medievale a Pisa, quando la città, dopo la grande stagione di Francesco Traini, del Maestro del Trionfo della Morte, del Camposanto e delle presenze forestiere, continua a produrre immagini devozionali, pale d’altare, polittici, croci e interventi di cantiere. Turino non occupa il rango dei grandi innovatori, ma il suo profilo è indispensabile per ricostruire il tessuto figurativo pisano negli ultimi decenni del XIV secolo: una pittura semplice, frontale, ricca di colore, aperta a suggestioni senesi, fiorentine, emiliane e liguri.

La biografia è relativamente meglio documentata di quella di molti pittori pisani del Trecento. Nella portata al Catasto del 1427 dichiarò di avere settantotto anni; da qui deriva l’ipotesi di nascita intorno al 1349, a Pisa o a Rigoli, luogo d’origine della famiglia. Gli atti e le iscrizioni lo indicano ora come de Pisis, ora come de Riguli. Roberto Paolo Novello, nella voce del Dizionario Biografico degli Italiani, osserva però che l’età dichiarata potrebbe essere stata superiore a quella reale; una nascita intorno al 1360 si accorderebbe meglio con la lunga durata della carriera [1]. Questa cautela è utile, perché l’ultimo documento certo lo mostra ancora operativo nel 1438.

La formazione resta oscura. Treccani descrive la sua pittura come rigida e bidimensionale, ma ricca di colore, derivata in parte da Francesco Neri da Volterra e Giovanni di Nicola, con aperture verso i maestri presenti a Pisa fra Trecento e primo Quattrocento: Barnaba da Modena, Taddeo di Bartolo, Spinello Aretino [2]. La definizione, per quanto severa, coglie un punto reale. Turino lavora su modelli già disponibili, li semplifica, li rende leggibili e devozionali. La sua forza non sta nella costruzione spaziale o nella drammaticità narrativa, ma nella persistenza di un linguaggio d’altare efficace, colorito, riconoscibile.

Nel giugno 1390 promise a Giovanna Bonconti di dipingere una tavola per l’altare di San Giovanni Battista nel Duomo di Pisa. A questa commissione sono stati collegati due elementi di predella del Museo Lia della Spezia, attribuiti da Federico Zeri e Roberto Longhi, con santi strettamente legati al culto del Duomo pisano, tra cui Efisio, Potito e il raro Gamaliele [3]. Il documento mostra Turino già inserito nel circuito delle commissioni cittadine e capace di lavorare per altari di rilievo.

Nel 1393 ricevette un pagamento per una tavola destinata alla chiesa di Santa Cristina in Chinzica, e nello stesso anno dipinse il tetto della porta dei Morti del Duomo; nel 1395 decorò il tabernacolo sul fonte battesimale del Battistero [4]. Sono incarichi diversi per scala e funzione: tavole d’altare, decorazione architettonica, apparati connessi al battesimo. La sua attività non si limita quindi alla pittura su tavola; comprende interventi di manutenzione, coloritura, doratura e apparato, secondo una pratica professionale normale per un pittore cittadino tardo-medievale.

Il primo grande punto fermo è la pala della chiesa pisana di San Paolo a Ripa d’Arno, firmata nel maggio 1397 con l’iscrizione TURINUS VANNIS DE RIGULI DEPINXIT / A. D. MCCCLXXXXVII MADII [5]. Il Catalogo generale dei Beni Culturali registra l’opera come Madonna con Bambino in trono e santi, datata 1397, tempera e oro su tavola, con San Ranieri, San Torpè, Santa Bona e Santa Gherardesca, più vessilli e araldica [6]. La tavola, secondo Treccani, proviene dalla chiesa di San Cassiano, ma il suo carattere civico lascia pensare a una sede originaria più importante [7].

La pala di San Paolo a Ripa d’Arno è centrale per capire Turino. La Madonna in trono siede frontalmente, il Bambino benedice, i santi protettori di Pisa attestano l’identità cittadina, i vessilli introducono un tono quasi pubblico. L’immagine conserva una struttura arcaica: fondo oro, simmetria, santi disposti in verticale, forte evidenza degli attributi. La pittura non cerca profondità complessa; organizza un’immagine stabile, solenne, adatta al culto e alla memoria civica. La presenza di Ranieri e Torpè la lega in modo diretto alla devozione pisana.

La tavola con il Battesimo di Cristo, oggi al Museo Nazionale di San Matteo a Pisa, consente di osservare un altro versante della sua produzione. Il Catalogo generale la data dopo il 1387 e prima del 1395, la attribuisce a Turino Vanni, ne indica tecnica e misure — tempera su tavola con oro a foglia, 170 × 81,5 cm — e registra il soggetto con Cristo, san Giovanni Battista, due angeli e Dio Padre in alto [8]. La scheda sottolinea il rapporto con la tavola di Niccolò di Pietro Gerini del 1387, oggi alla National Gallery di Londra, e interpreta l’opera come testimonianza di una breve fase più permeata di influssi fiorentini [9].

Nel Battesimo la composizione è verticale e severa. Cristo sta al centro, il Battista compie il gesto rituale, gli angeli assistono. Il paesaggio resta essenziale, quasi un fondale. L’influenza fiorentina emerge nella struttura iconografica e in una maggiore ampiezza delle figure; la mano di Turino conserva però una rigidità pisana, con contorni netti, gesti misurati e scarso interesse per una spazialità profonda. L’opera mostra bene come il pittore assorba modelli esterni senza trasformare radicalmente la propria lingua.

Fra le opere firmate più importanti rientra la Madonna col Bambino in trono e angeli del Louvre, proveniente dalla chiesa pisana di San Silvestro. Il museo la cataloga come La Vierge et l’Enfant entourés de huit anges, pannello centrale di un polittico, tempera su tavola, alto 1,362 m e largo 0,745 m, databile tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo; la scheda trascrive la firma Turinus vanniis de Pisis e l’iscrizione sul filatterio del Bambino: ratione cuncta guberno [10]. Il Louvre ricorda inoltre la provenienza da San Silvestro, il passaggio al Camposanto di Pisa e il trasferimento al museo nel 1812-1813 come bottino napoleonico [11].

La tavola del Louvre è più elegante della pala di San Paolo a Ripa d’Arno. La Vergine e il Bambino sono circondati da otto angeli, entro una struttura ancora pienamente gotica. Treccani vi riconosce una dipendenza più diretta dai modi di Taddeo di Bartolo, che Turino poté conoscere negli anni del soggiorno pisano del pittore senese, e colloca l’opera intorno al 1395 [12]. Il colore è più morbido, le figure più ampie, l’oro più raffinato. L’immagine resta però costruita per frontalità e simmetria, con una devozione chiara e poco problematica.

Un altro caposaldo firmato è la pala della Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis a Palermo, proveniente dall’abbazia benedettina di San Martino delle Scale. La Fondazione Zeri registra l’opera come Madonna con Bambino in trono, angeli e santi, tavola di 60 × 48 cm, con attribuzione fondata sulla firma e provenienza palermitana [13]. L’Enciclopedia dell’Arte Medievale la descrive come permeata di modi senesi precedenti l’arrivo di Taddeo di Bartolo a Pisa, con tangenze verso la cerchia di Naddo Ceccarelli o del cosiddetto Maestro degli Ordini, e con riferimento iconografico alla Madonna dei Mercanti di Barnaba da Modena [14].

La presenza della pala palermitana apre un problema geografico. Non occorre immaginare necessariamente un viaggio siciliano di Turino; Pisa e la Sicilia occidentale erano legate da rapporti commerciali, religiosi e marittimi di lunga durata. Una tavola pisana poteva raggiungere un’abbazia siciliana attraverso circuiti devozionali e mercantili. La piccola scala dell’opera e il suo carattere prezioso si accordano bene con una destinazione monastica o privata. Turino appare così come pittore di una Pisa ancora collegata al Mediterraneo.

La Madonna con Bambino e angeli della pieve di San Marco a Rigoli, oggi nel Museo Nazionale di San Matteo, è un’altra opera firmata. L’Enciclopedia dell’Arte Medievale la colloca intorno al 1405, cioè nell’ultima fase pisana prima della partenza per Genova [15]. Il Catalogo generale registra al Museo di San Matteo una Madonna in trono con Bambino e cherubini, attribuita a Vanni Turino, tempera e doratura su tavola, databile al XIV secolo [16]. Il riferimento a Rigoli è significativo: l’artista rientra nel territorio familiare e firma un’immagine mariana destinata a una comunità locale.

Intorno al 1405 Turino lasciò Pisa per Genova. Secondo l’Enciclopedia dell’Arte Medievale, nel 1415 un documento genovese lo ricorda tra i pittori presenti in città; nello stesso anno firmò il trittico dell’altare maggiore di San Bartolomeo degli Armeni, datato 15 agosto 1415 [17]. Treccani trascrive la firma TURINUS VANNIS DE PISIS PINXIT e ricorda la partecipazione dell’artista, il 7 novembre 1415, alla riunione dell’arte dei pittori genovesi che modificò il sistema di elezione dei consoli, equiparando locali e forestieri [18]. La Fondazione Zeri registra il complesso come Madonna con Bambino, santi ed episodi della vita di san Bartolomeo [19].

Il trittico genovese è fondamentale per la fase tarda. La committenza armena e il contesto ligure spostano Turino fuori dal perimetro pisano. La tavola conserva la sua struttura devozionale consueta: Madonna al centro, santi ai lati, predella narrativa con storie del titolare. L’ambiente genovese, aperto a maestri toscani, lombardi, provenzali e iberici, accentua in Turino alcune qualità tardogotiche: linearità più sottile, colori più accesi, maggiore articolazione decorativa. Il pittore resta fedele alla propria impostazione, ma il contatto ligure allarga la sua geografia culturale.

Nel 1416 è ricordato a Savona per lavori nel Palazzo Pubblico, oggi perduti [20]. Nel 1419 torna a Pisa, dove riceve un pagamento per aver ripassato le iscrizioni sugli affreschi del Camposanto [21]. Questo incarico ha un valore più che tecnico. Il Camposanto era il grande archivio pittorico della memoria pisana; ritoccare le iscrizioni significava intervenire su un patrimonio cittadino già percepito come antico e autorevole. Turino, pittore modesto rispetto ai grandi maestri del secolo precedente, partecipa però alla loro conservazione materiale.

Negli anni successivi continuò a ricevere incarichi pisani: fra 1421 e 1424 dipinse una tavola per l’altare di San Michele Arcangelo in San Martino in Chinzica; nel 1425 eseguì stemmi di Firenze e Pisa nel Palazzo dei Priori; nel 1426 fu pagato per la tavola dell’altare di Santa Caterina in Sant’Andrea in Chinzica, legata alle volontà testamentarie di Datuccia, vedova di ser Andrea da Calcinaia [22]. A quest’ultima opera Novello collega cinque elementi di polittico oggi al Petit Palais di Avignone, nei quali compaiono Santa Caterina e Sant’Andrea [23]. Qui lo stile dell’artista si avvicina parzialmente a modi tardogotici affini ad Alvaro Pirez [24].

Nel 1427 la portata al Catasto lo descrive anziano e malato: Turino dichiarava settantotto anni ed era “nel letto infermo”. Possedeva una casa nella cappella di San Leonardo in Pratuscello, parte di un’altra a San Jacopo degli Speronari e terreni in Valdiserchio, uno dei quali a Rigoli; doveva però ancora pagare parte della dote di due figlie e saldare un mutuo del 1408 [25]. Gli atti ricordano la moglie Bonuccia, i figli Vanni, Bartolomeo, Mariano, Nese, Margherita, e forse il pittore Paolo di Turino [26]. Il profilo sociale è quello di un artigiano-pittore di lunga carriera, con qualche proprietà e difficoltà economiche nella vecchiaia.

Le ultime attestazioni sono sorprendentemente tarde. Nel 1437 Turino rifece quattro gironi infernali e parte della figura di Lucifero nell’affresco dell’Inferno del Camposanto pisano; nel 1438 colorì una statua della Madonna nel Duomo e una bandiera con un giglio da porre sullo stesso edificio [27]. Altri lavori minori per il convento di Santa Caterina sono documentati fino al gennaio 1444; morì probabilmente nel corso di quell’anno, quando un atto registra il passaggio del livello di un terreno agli eredi [28]. La sua carriera copre quindi più di mezzo secolo.

Il catalogo attribuito è ampio e problematico. Oltre alle opere firmate, Treccani ricorda, fra le opere riferite a lui nel Museo di San Matteo, il Battesimo di Cristo, una Crocifissione, un Angelo annunciante e una Madonna annunciata; aggiunge un’Assunzione della Vergine al Petit Palais di Avignone, un’anconetta ad Altenburg con la Madonna fra San Ranieri e San Torpè, una Crocifissione ad affresco in San Domenico a Pisa e il cosiddetto Crocifisso della Dogana, collegato al 1437 ma con data forse aggiunta [29]. L’attribuzione della Santa Margherita e storie della sua vita della Pinacoteca Vaticana resta invece incerta [30].

Particolare attenzione merita il vasto gruppo di opere un tempo separato sotto nomi convenzionali: Maestro dell’Universitas Aurificum, Pseudo-Falconi, Maestro della Santa Orsola. La critica, da Sirén a Carli, a Caleca e Frinta, ha oscillato fra dispersione e riaccorpamento. Treccani segnala che molte opere vicine allo stile di Turino sono state nuovamente riportate al suo ambito, soprattutto quelle già assegnate al Maestro dell’Universitas Aurificum, anche per l’uso degli stessi punzoni decorativi [31]. La questione resta aperta e richiede controllo tecnico, perché bottega, cerchia e riuso di modelli possono produrre somiglianze forti.

Sul piano stilistico, Turino appare come un pittore di stabilità più che di ricerca. Le figure sono frontali, i corpi larghi, i volti schematici, gli occhi marcati, i panneggi semplificati; l’oro e la punzonatura mantengono un peso decisivo. Le sue Madonne in trono hanno una solennità severa; i santi sono riconoscibili per attributi e posizione; le predelle e i piccoli pannelli narrativi conservano chiarezza, con gesti essenziali e scene poco affollate. Il colore, spesso vivace, compensa la rigidità del disegno.

Il suo linguaggio assorbe modelli diversi. Da Barnaba da Modena deriva una certa frontalità mariana e l’eco della Madonna dei Mercanti; da Taddeo di Bartolo riceve figure più ampie e una maggiore dolcezza senese; da Niccolò di Pietro Gerini e dall’ambiente fiorentino riprende alcune soluzioni iconografiche, come nel Battesimo di Cristo; dalla fase ligure trae qualche inflessione tardogotica. Turino non fonde questi apporti in un idioma nuovo; li dispone entro una pratica di bottega, adattandoli a chiese, altari e committenze locali.

La sua importanza storica va quindi cercata nel contesto. Pisa, alla fine del Trecento, era una città che conservava un patrimonio figurativo altissimo ma viveva una fase politica e culturale difficile. Turino rappresenta la continuità artigiana di quella tradizione: pittore di tavole, doratore, restauratore, autore di pale civiche, esecutore di stemmi, collaboratore di cantieri. La sua opera mostra come, accanto ai grandi cicli e ai grandi nomi, sopravvivesse un tessuto di pittori capaci di mantenere viva la produzione devozionale e pubblica.

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Turino Vanni va trattato come figura tardo-trecentesca e di primo Quattrocento. Le sue opere più rappresentative — la Madonna con Bambino e santi di San Paolo a Ripa d’Arno, il Battesimo di Cristo del Museo di San Matteo, la Madonna del Louvre, la pala di Palermo, la Madonna di Rigoli, il trittico di San Bartolomeo degli Armeni a Genova — costruiscono il profilo di un maestro periferico ma documentariamente prezioso. Attraverso di lui si comprende meglio la pittura pisana dopo la grande stagione del Camposanto: meno inventiva, più devozionale, ancora capace di dialogare con Siena, Firenze, Genova e il Mediterraneo.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] La voce del Dizionario Biografico degli Italiani ricorda che nella portata catastale del 1427 Turino dichiarò settantotto anni; la nascita nel 1349 resta ipotetica, poiché è possibile che l’artista abbia aumentato la propria età dichiarata, mentre una nascita vicina al 1360 si accorda meglio con la lunga carriera.

[2] Treccani descrive la pittura di Turino come semplice, rigida e bidimensionale, ma ricca di colore, collegandola a Francesco Neri da Volterra e Giovanni di Nicola e alle suggestioni di Barnaba da Modena, Taddeo di Bartolo e Spinello Aretino attivi o presenti nel contesto pisano.

[3] Nel giugno 1390 Turino promise a Giovanna Bonconti una tavola per l’altare di San Giovanni Battista nel Duomo di Pisa; a tale opera sono stati riferiti due elementi di predella del Museo Lia della Spezia, attribuiti da Zeri e Longhi.

[4] Nel 1393 fu pagato per una tavola destinata a Santa Cristina in Chinzica e dipinse il tetto della porta dei Morti nel Duomo di Pisa; nel 1395 decorò il tabernacolo sul fonte battesimale del Battistero.

[5] La pala di San Paolo a Ripa d’Arno reca l’iscrizione TURINUS VANNIS DE RIGULI DEPINXIT / A. D. MCCCLXXXXVII MADII, registrata da Treccani come firma del maggio 1397.

[6] Il Catalogo generale dei Beni Culturali registra la Madonna con Bambino in trono e santi come dipinto del 1397 attribuito a Vanni Turino, con Gesù Bambino, San Ranieri, San Torpè, Santa Bona, Santa Gherardesca, trono, vessilli e araldica.

[7] La tavola, secondo Treccani, proviene da San Cassiano; il carattere civico dell’immagine fa pensare a una sede originaria di maggiore rilievo.

[8] Il Catalogo generale dei Beni Culturali data il Battesimo di Cristo del Museo Nazionale di San Matteo a dopo il 1387 e prima del 1395, indicandone tecnica, misure, soggetto e attribuzione a Turino Vanni.

[9] La stessa scheda collega il dipinto al precedente iconografico del Battesimo di Cristo di Niccolò di Pietro Gerini del 1387 e lo interpreta come testimonianza di una breve parentesi più fiorentina nella produzione di Turino.

[10] Il Louvre cataloga La Vierge et l’Enfant entourés de huit anges come pannello centrale di polittico, tempera su legno, databile 1375-1425, firmato da Turino Vanni; la scheda trascrive anche il filatterio del Bambino.

[11] La scheda del Louvre ricorda la provenienza dal convento di San Silvestro di Pisa, il passaggio al Camposanto e il trasferimento al Louvre nel 1812-1813 come conquista militare.

[12] L’Enciclopedia dell’Arte Medievale colloca la tavola del Louvre intorno al 1395 e la mette in rapporto con i modi di Taddeo di Bartolo, probabilmente conosciuti da Turino durante il soggiorno pisano del maestro senese.

[13] La Fondazione Zeri registra la tavola palermitana come Madonna con Bambino in trono, angeli e santi, attribuita a Turino per firma, già nel Museo Nazionale di Palermo e oggi nel contesto della Galleria Regionale della Sicilia.

[14] L’Enciclopedia dell’Arte Medievale collega la pala palermitana a un clima senese precedente a Taddeo di Bartolo, con riferimenti alla cerchia di Naddo Ceccarelli o al Maestro degli Ordini e alla Madonna dei Mercanti di Barnaba da Modena.

[15] La tavola di Rigoli è indicata dall’Enciclopedia dell’Arte Medievale fra le cinque opere firmate e viene collocata nell’ultima fase pisana dell’artista, intorno al 1405, prima della partenza per Genova.

[16] Il Catalogo generale registra al Museo Nazionale di San Matteo una Madonna in trono con Bambino e cherubini, polittico in tempera e doratura su tavola, attribuito a Vanni Turino.

[17] Secondo l’Enciclopedia dell’Arte Medievale, il trittico di San Bartolomeo degli Armeni a Genova portava, oltre alla firma, la data 1415; il documento genovese dello stesso anno implica la presenza dell’artista in città.

[18] Il Dizionario Biografico precisa che il trittico genovese era destinato all’altare maggiore di San Bartolomeo degli Armeni, con Madonna in trono fra schiere di santi e Storie di san Bartolomeo nella predella, firmato TURINUS VANNIS DE PISIS PINXIT e datato 15 agosto 1415.

[19] La Fondazione Zeri registra il complesso genovese come Madonna con Bambino, santi ed episodi della vita di san Bartolomeo, con documentazione fotografica relativa alla chiesa di San Bartolomeo degli Armeni.

[20] Nel 1416 Turino è ricordato a Savona per lavori, oggi perduti, nel Palazzo Pubblico.

[21] Nel settembre 1419, tornato a Pisa, ricevette un pagamento per ripassare le iscrizioni sugli affreschi del Camposanto.

[22] Tra 1421 e 1426 sono documentati lavori per San Martino in Chinzica, per il Palazzo dei Priori di Pisa e per l’altare di Santa Caterina in Sant’Andrea in Chinzica.

[23] Novello collega alla tavola di Sant’Andrea in Chinzica cinque elementi di polittico del Petit Palais di Avignone, per la presenza di Santa Caterina e Sant’Andrea, pertinenti alla titolazione dell’altare e alla memoria testamentaria.

[24] La stessa voce interpreta questa fase come evoluzione verso modi tardogotici affini ad Alvaro Pirez.

[25] Nel Catasto del 1427 Turino si dichiarava anziano e infermo; possedeva case e terreni, ma aveva ancora debiti familiari e obblighi dotali.

[26] I documenti ricordano la moglie Bonuccia e vari figli: Vanni, Bartolomeo, Mariano, Nese e Margherita; forse fu suo figlio anche il pittore Paolo di Turino.

[27] Nel 1437 Turino intervenne sull’Inferno del Camposanto, rifacendo quattro gironi infernali e parte di Lucifero; nel 1438 colorì una statua della Madonna nel Duomo e una bandiera con giglio per lo stesso edificio.

[28] Gli ultimi lavori minori per Santa Caterina sono documentati fino al gennaio 1444; la morte avvenne probabilmente nello stesso anno.

[29] Treccani elenca fra le opere attribuite a Turino il Battesimo di Cristo, una Crocifissione, l’Angelo annunciante, la Madonna annunciata, un’Assunzione al Petit Palais, un’anconetta ad Altenburg, una Crocifissione ad affresco in San Domenico a Pisa e il cosiddetto Crocifisso della Dogana.

[30] L’attribuzione a Turino della Santa Margherita e storie della sua vita della Pinacoteca Vaticana è indicata da Treccani come incerta.

[31] La questione del corpus vicino a Turino coinvolge il Maestro dell’Universitas Aurificum, lo Pseudo-Falconi e il Maestro della Santa Orsola; Treccani ricorda il riaccorpamento proposto da Caleca e l’argomento tecnico dei punzoni decorativi rilevato da Frinta.

 

 

Bibliografia

 

Alessandro Da Morrona, Pisa illustrata nelle arti del disegno, vol. II, Pisa, 1792.

Giovanni Battista Spotorno, “Pittori che operavano in Savona tra il 1340 e il 1520”, Giornale ligustico, I, Genova, 1827, pp. 436 s.

Francesco Bonaini, Memorie inedite intorno alla vita e ai dipinti di Francesco Traini e ad altre opere di disegno dei secoli XI, XIV e XV, Pisa, 1846.

Federigo Alizeri, Guida artistica per la città di Genova, vol. II, parte 2, Genova, 1847.

Federigo Alizeri, Notizie dei professori del disegno in Liguria dalle origini al secolo XVI, vol. I, Genova, 1870.

Gaetano Milanesi, Nuovi documenti per la storia dell’arte toscana dal XII al XVI secolo, Roma, 1893.

Luigi Tanfani Centofanti, Notizie di artisti tratte da documenti pisani, Pisa, 1897.

Osvald Sirén, “Maestri primitivi. Antichi dipinti nel Museo Civico di Pisa”, Rassegna d’arte antica e moderna, n.s., I, Roma, 1914, pp. 225-234.

Emilio Lavagnino, “Pittori pisani del XIV secolo”, L’Arte, XXVI, Roma, 1923, pp. 33-43, 72-85.

Giuseppe Vigni, Pittura del Due e Trecento nel Museo di Pisa, Palermo, 1950.

Enzo Carli, Pittura pisana del Trecento. II. La seconda metà del secolo, Martello, Milano, 1961.

Robert Oertel, Frühe Italienische Malerei in Altenburg, Berlin, 1961.

Fern Rusk Shapley, Paintings from the Samuel H. Kress Collection. Italian Schools XIII-XV Century, vol. I, London, 1966.

Bernard Berenson, Italian Pictures of the Renaissance. Central Italian and North Italian Schools, vol. III, Phaidon, London, 1968.

Piero Torriti, “Interventi e suggestioni toscane tra Due e Trecento”, in La pittura a Genova e in Liguria, vol. I, Genova, 1970, pp. 27-47.

Enzo Carli, Il Museo di Pisa, Pisa, 1974.

Mojmír S. Frinta, “A Seemingly Florentine Yet Not Really Florentine Altarpiece”, The Burlington Magazine, CXVII, London, 1975, pp. 527-535.

Maria Grazia Paolini, “Pittori genovesi in Sicilia: rapporti tra le culture pittoriche genovese e siciliana”, in Genova e i genovesi a Palermo, Atti delle manifestazioni culturali Genova 1978-1979, Genova, 1980, pp. 39-57.

Antonio Caleca, “Pittura del Duecento e del Trecento a Pisa e a Lucca”, in Enrico Castelnuovo, a cura di, La pittura in Italia. Il Duecento e il Trecento, vol. I, Electa, Milano, 1986, pp. 233-264.

Antonio Caleca, “Vanni Turino da Pisa”, in Enrico Castelnuovo, a cura di, La pittura in Italia. Il Duecento e il Trecento, vol. II, Electa, Milano, 1986, p. 669.

Wolfgang Fritz Volbach, Catalogo della Pinacoteca Vaticana. II. Il Trecento. Firenze e Siena, Città del Vaticano, 1987.

Giuliana Algeri, “Dal Trecento al Quattrocento: la pittura in una regione ‘di frontiera’”, in Giuliana Algeri, Anna De Floriani, La pittura in Liguria. Il Quattrocento, Genova, 1991, pp. 17-101.

Maria Fanucci Lovitch, Artisti attivi a Pisa fra XIII e XVIII secolo, Pisa, 1991.

Mariagiulia Burresi, Antonio Caleca, in Nel secolo di Lorenzo. Restauri di opere d’arte del Quattrocento, catalogo della mostra, Pisa, 1993, pp. 130-133.

Enzo Carli, La pittura a Pisa dalle origini alla “Bella Maniera”, Pisa, 1994.

Andrea G. De Marchi, schede in La Spezia. Museo civico Amedeo Lia. Dipinti, Cinisello Balsamo, 1997, pp. 346 s.

Mariagiulia Burresi, Antonio Caleca, Affreschi medievali a Pisa, Pisa, 2003.

Michel Laclotte, Elisabeth Moench, Peinture italienne. Musée du Petit Palais, Avignon, Paris, 2005.

Gioacchino Barbera Abbate, Pisa e la Sicilia occidentale: contesto storico e influenze artistiche tra XI e XIV secolo, Palermo, 2014.

Roberto Paolo Novello, “Turino di Vanni”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 97, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2020.