Taddeo di Bartolo

 

 

 

Siena, 1362-1363 circa – Siena, settembre 1422; documentato dal 1383; attivo a Siena, Savona, Genova, Pisa, San Gimignano, Montepulciano, Perugia, Volterra, Orte e Roma

 

 

 

 

Taddeo di Bartolo appartiene alla generazione di passaggio tra il tardo Trecento senese e il primo Quattrocento. Per cronologia avanzata esce dal Trecento pieno, ma la sua formazione, i primi decenni di attività e gran parte della sua lingua figurativa nascono ancora dentro la tradizione senese del XIV secolo. Fu pittore di tavole, frescante, autore di grandi polittici, decoratore civico e maestro itinerante. La sua carriera consente di seguire la diffusione della pittura senese fra Toscana, Liguria, Umbria e Lazio in un momento in cui il gotico internazionale stava trasformando profondamente la cultura figurativa italiana.

La vecchia tradizione vasariana lo collegava a Bartolo di Fredi; i documenti indicano invece che era figlio del barbiere Bartolo di maestro Mino e di Francesca di Cino. La nascita si colloca con buona probabilità nel biennio 1362-1363, poiché il 7 febbraio 1386 risultava ancora sottoposto alla patria potestà, quindi minore secondo la soglia giuridica dei venticinque anni [1]. La prima menzione nota è del 1383; nel 1386 fu incaricato di dipingere angeli lignei per gli stalli del coro del Duomo di Siena, mentre nel 1389 compare come consigliere dell’operaio del Duomo e come iscritto al ruolo dei pittori senesi [2].

La formazione non è documentata direttamente. Le sue radici vanno cercate nella pittura senese della generazione precedente: Jacopo di Mino del Pellicciaio, Luca di Tommè, Francesco di Vannuccio, con un costante ritorno alla linea di Simone Martini e, in misura minore, ai Lorenzetti [3]. Taddeo non fu un innovatore radicale. Fu però un pittore tecnicamente solidissimo, capace di adattare la tradizione senese a contesti diversi, con una padronanza notevole della tavola dorata, del polittico complesso e della decorazione murale.

La prima opera conservata e firmata è la Madonna col Bambino tra i santi Sebastiano, Paolo, Giovanni Battista e Nicola di Bari, eseguita nel 1389 per l’oratorio di San Paolo a Collegalli, presso San Miniato al Tedesco, oggi in collezione privata [4]. Già qui si riconoscono alcuni tratti destinati a restare stabili: figure solide, contorni nitidi, panneggi ampi, fondo oro, chiarezza devozionale. La componente martiniana non è ripresa come pura eleganza lineare; viene irrigidita e resa più grave, con volumi pieni e una luce più compatta.

Negli anni Novanta Taddeo si muove fuori Siena. Entro il 1392 è documentato a Savona, dove terminò pitture con santi nella cattedrale; al medesimo contesto ligure appartiene la Madonna col Bambino e angeli della Pinacoteca civica di Savona, probabilmente scomparto centrale di un polittico destinato alla cappella Oliveri di Santa Caterina a Finalborgo [5]. La pittura mostra contatti con Barnaba da Modena, soprattutto nelle lumeggiature dorate del manto della Vergine. Questo incontro con la cultura ligure e padana fu decisivo: Taddeo vi trovò un chiaroscuro più denso e una ripresa di elementi bizantineggianti che userà anche nei polittici pisani.

Nel 1393 lavorò per Cattaneo Spinola a Genova, impegnandosi a dipingere due pale d’altare per la chiesa di San Luca; la documentazione del 1394 mostra che i lavori ebbero vicende complesse, con fideiussioni, spostamenti e nuovi garanti [6]. Nello stesso periodo si colloca anche il Cristo in gloria proveniente dalla chiesa genovese di Santa Maria di Castello, oggi nel convento, e più tardi i frammenti di San Gerolamo a Quarto e la Madonna frammentaria di Santa Maria delle Vigne [7]. La Liguria non fu una parentesi marginale: fu uno dei luoghi in cui Taddeo affinò la sua lingua di pittore itinerante.

Il soggiorno a Pisa negli anni 1395-1397 è un capitolo centrale. Nel 1395 dipinse il polittico per la cappella di Datuccia Sardi Campigli nella sacrestia di San Francesco, con la Madonna dell’Umiltà tra i santi Giovanni Battista e Andrea, oggi a Budapest, e poco dopo il polittico Casassi per l’altare maggiore di San Paolo all’Orto, oggi al Musée de Grenoble, con la Madonna col Bambino in gloria, il beato Gherardo da Villamagna e santi [8]. La Fondazione Zeri registra quest’ultimo complesso come opera datata 1395, proveniente da San Paolo all’Orto [9].

A Pisa Taddeo vide certamente gli affreschi del Camposanto, con opere di Taddeo Gaddi, Antonio Veneziano e Piero di Puccio. La sua pittura acquista allora una maggiore ampiezza spaziale e una densità plastica più marcata. Il polittico di Grenoble, pur costruito secondo una formula senese, mostra figure più corpose, panneggi più pesanti, lumeggiature dorate e un chiaroscuro più carico [10]. È uno dei momenti in cui l’artista esce dalla sola memoria di Simone Martini e si confronta con una pittura più robusta, adatta a grandi altari e a committenze cittadine.

Sempre a Pisa, nel 1396-1397, eseguì il Trittico di Borgo, cioè la Madonna col Bambino tra santi e angeli musicanti, per la chiesa di San Michele in Borgo, oggi al Museo Nazionale di San Matteo. Il Ministero della Cultura lo descrive come grande tempera e oro su tavola, eseguita tra 1396 e 1397, oggetto di un restauro recente [11]. L’opera conferma il gusto di Taddeo per la pala solenne: la Vergine in trono, i santi laterali, gli angeli musicanti, l’oro e la carpenteria costruiscono un’immagine liturgica di forte presenza. La musica angelica introduce un elemento più morbido, quasi cortese, entro una struttura ancora severa.

Nel 1397 Taddeo dipinse anche affreschi con Storie della Vergine nella cappella Sardi Campigli in San Francesco a Pisa, oggi lacunosi, e nello stesso anno è di nuovo attestato in Liguria con il Battesimo di Cristo della collegiata di Triora, firmato e datato [12]. La sua mobilità non segue un percorso lineare. È quella di un maestro richiesto da famiglie, ordini religiosi, confraternite e istituzioni pubbliche, capace di spostare modelli senesi in contesti diversi e di assorbire da ogni luogo elementi utili al proprio linguaggio.

Nel 1400 era tornato a Siena. Dipinse la Madonna col Bambino tra i santi Giovanni Battista e Andrea per l’oratorio di Santa Caterina della Notte presso l’ospedale di Santa Maria della Scala, e nello stesso periodo eseguì una perduta pittura per San Jacopo di Montieri [13]. Nel 1401 lavorò nel Duomo di Siena a un ciclo veterotestamentario sopra la sacrestia, oggi quasi perduto, e nello stesso anno completò il grande Trittico dell’Assunta per la chiesa di Santa Maria Assunta a Montepulciano, oggi cattedrale [14].

Il trittico di Montepulciano è generalmente considerato il suo capolavoro su tavola. La parrocchia della cattedrale lo descrive come la più grande pittura su tavola della scuola senese: struttura tripartita, tre cuspidi, doppia predella con scene della vita di Cristo e dodici formelle veterotestamentarie riferite alla vita della Vergine [15]. Al centro, Maria sale al cielo sopra il sepolcro vuoto, circondata dagli apostoli; sopra, l’Incoronazione della Vergine; ai lati e nelle predelle si dispiega un apparato narrativo e dottrinale di notevole complessità. Il restauro recente, dedicato a oltre venti metri quadrati di superficie dorata e dipinta, ha confermato l’eccezionalità materiale dell’opera [16].

Nel trittico poliziano Taddeo concentra la propria cultura senese: il fondo oro, la dolcezza dei volti femminili, l’ordine gerarchico dei santi, la cura della carpenteria, la narrazione minuta delle predelle. Vi inserisce anche una sensibilità più aggiornata: attenzione naturalistica, ritmi più mossi, raffinatezze di gesto e di costume. La critica ha riconosciuto nella figura dell’apostolo Taddeo un possibile autoritratto del pittore [17]. Il dato, anche se interpretabile, è significativo: l’artista entra nell’opera attraverso il proprio santo eponimo, come firma visiva dentro una macchina d’altare monumentale.

Nel 1403 Taddeo realizzò il grande polittico bifacciale per l’altare maggiore di San Francesco al Prato a Perugia, oggi in parte alla Galleria Nazionale dell’Umbria. Il Catalogo generale lo descrive come polittico composto da dieci tavole, cinque per ciascun lato, con fiancate e cimasa [18]. Dal lato rivolto ai fedeli era raffigurata la Madonna col Bambino; dal lato della tribuna, San Francesco in gloria che schiaccia Orgoglio, Lussuria e Avarizia, affiancato da santi francescani e protettori della città [19]. La grande mostra perugina del 2020, curata da Gail E. Solberg, ha ricostruito l’apparato con i tredici elementi conservati a Perugia e con parti disperse, comprese le tavole di predella con Storie di san Francesco tra Hannover e ’s-Heerenberg [20].

La pala perugina è uno dei casi più importanti per capire Taddeo come “maestro del polittico”. Il doppio fronte rispondeva alla struttura liturgica dello spazio: un’immagine per i fedeli, un’immagine per il coro e per la comunità religiosa. Sul lato francescano il santo non è solo figura devozionale; diventa immagine di vittoria morale sui vizi. La pala assume quindi funzione disciplinare, dottrinale e comunitaria. La complessità della carpenteria e l’ampiezza del programma mostrano la capacità di Taddeo di lavorare su grandi sistemi figurativi, non solo su singole tavole.

Nel 1404 è documentata l’Adorazione dei pastori della basilica senese di Santa Maria dei Servi; al primo decennio del Quattrocento appartengono anche la Madonna del Belverde, ancora ai Servi, il Crocifisso della Pinacoteca di Siena, la Madonna di Colle di Val d’Elsa, l’affresco di Badia a Isola e altre opere [21]. La produzione senese di questi anni mostra un Taddeo maturo, ormai richiesto sia dalle istituzioni cittadine sia dagli ambienti religiosi.

Tra 1406 e 1407 Taddeo ricevette la commissione per la Cappella dei Signori nel Palazzo Pubblico di Siena, con affreschi dedicati alle Storie del Transito della Vergine. La pagina ufficiale del Museo Civico colloca la decorazione della parete sinistra tra il 1406 e il 1407 e ricorda il completamento dell’apparato con Evangelisti, santi, Dottori della Chiesa e angeli musicanti [22]. La cappella era lo spazio di preghiera dei governanti e funzionari della Repubblica; Taddeo vi costruì una narrazione mariana adatta a un ambiente politico, collegando la devozione alla Vergine con l’identità civica senese.

La scena dei Funerali della Vergine è fra le più importanti del ciclo. Il corteo si svolge entro una città costruita con attenzione architettonica; gli apostoli accompagnano il corpo di Maria, i personaggi si dispongono lungo una via, gli edifici aprono un paesaggio urbano. Treccani ha collegato questa parte del ciclo a invenzioni architettoniche altichieresche, probabilmente conosciute attraverso il possibile passaggio padovano o attraverso la circolazione di modelli [23]. La città dipinta non è semplice sfondo: rende la storia sacra vicina al mondo civile senese.

Nel 1408 gli fu commissionato il grande San Cristoforo nella cosiddetta anticappella del Palazzo Pubblico [24]. Nel 1409 dipinse il polittico con Annunciazione tra i santi Cosma e Damiano, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Siena; il Catalogo generale lo registra come trittico firmato e datato 1409, tempera e oro su tavola, alto 254 cm e largo 202 cm [25]. L’opera conserva una carpenteria gotica ricca, con archi ogivali, rilievi e medaglioni, e dimostra la continuità di Taddeo nel grande formato devozionale.

Nel 1411 è attestato a Volterra, dove realizzò una pala per la compagnia di San Francesco e una Madonna col Bambino tra i santi Giovanni Battista, Ottaviano, Michele arcangelo e Francesco, già nel Duomo e oggi nella Pinacoteca civica [26]. Intorno al 1413 la critica colloca gli affreschi della Collegiata di San Gimignano con Giudizio universale, Paradiso e Inferno, sulla controfacciata e nella prima campata; l’Ecomuseo digitale dei Musei Senesi li assegna a Taddeo insieme ai quattro Evangelisti [27]. In San Gimignano si conservano inoltre tavole legate al santo titolare e ad altri complessi provenienti dalla Collegiata [28].

Il Giudizio universale di San Gimignano rivela il lato più severo e spettacolare dell’artista. Cristo giudice domina la controfacciata, mentre Paradiso e Inferno si dispongono sulle pareti attigue. L’immagine risponde a una funzione pastorale immediata: ammonire, ordinare, visualizzare la sorte dei beati e dei dannati. Taddeo usa figure nette, gesti leggibili, colori intensi, gruppi distinti. Il suo Inferno non raggiunge l’invenzione visionaria di Buffalmacco, ma possiede efficacia comunicativa e un forte controllo compositivo.

Tra 1413 e 1414 Taddeo completò l’anticappella del Palazzo Pubblico di Siena con il ciclo delle Virtù e Uomini illustri. Il Museo Civico lo data al 1413-1414 e lo descrive come il più antico esempio del genere iconografico degli “Uomini illustri”, destinato ad ampia fortuna nei palazzi pubblici e privati del Quattrocento [29]. Vi compaiono allegorie di Virtù, figure antiche, eroi romani e iscrizioni celebrative, secondo un programma progettato dai giuristi Pietro Pecci e Cristoforo d’Andrea [30]. L’interesse politico è evidente: la storia antica fornisce modelli di giustizia, magnanimità e governo per la repubblica senese.

Questo ciclo segna una novità nel percorso di Taddeo. Il pittore, nato dentro la tradizione devozionale senese, lavora qui su un programma civile e quasi umanistico. Aristotele, Cesare, Pompeo, le Virtù e gli eroi antichi entrano nello spazio politico come esempi morali. La pittura non illustra una leggenda sacra, ma costruisce un repertorio etico per chi governa. Il linguaggio resta gotico, con figure ancora rigide e decorazioni controllate; il tema apre però a interessi che avranno sviluppo nella cultura figurativa del Quattrocento.

Gli ultimi anni mostrano una produzione ancora ampia, con segni di maggiore ripetitività. Nel 1416 Taddeo fu coinvolto nelle decorazioni di Porta Pispini e Porta Romana a Siena; nel 1418 si collocano opere legate a Volterra e alla Madonna col Bambino oggi al Fogg Museum, con un complesso ricostruito da Solberg intorno a scomparti dispersi [31]. Nel 1420 dipinse la Madonna avvocata del Museo diocesano di Orte, ultima opera datata conservata; nello stesso anno firmò con il figlio adottivo e allievo Gregorio di Cecco di Luca una pala perduta per Sant’Agostino a Siena [32]. Il 15 ottobre 1421 costituì con Gregorio una società pittorica; il 26 agosto 1422 fece testamento, lasciando eredi la moglie Simona e Gregorio. Morì entro il settembre dello stesso anno [33].

La posizione di Taddeo nella vita pubblica senese è altrettanto rilevante. Fu esecutore della Gabella nel 1404, membro del Consiglio maggiore in più occasioni, e nel 1418 capitano del Popolo per il quartiere di San Salvatore [34]. Questa presenza civica spiega la qualità delle commissioni ricevute nel Palazzo Pubblico e la fiducia accordatagli dalle istituzioni. Taddeo fu un pittore di chiese e altari, ma anche un cittadino coinvolto nel governo della sua città.

Il suo stile è facilmente riconoscibile. Le figure sono piene, talvolta pesanti, con volti larghi, sguardi calmi, mani definite; i panneggi combinano fluenza gotica e compattezza volumetrica; l’oro resta un elemento fondamentale, spesso inciso, punzonato, lavorato come superficie preziosa. La gamma cromatica tende a colori saturi e chiari, con un chiaroscuro più denso rispetto alla tradizione senese più sottile. L’incontro con Barnaba da Modena e la pittura ligure-padana gli fornì lumeggiature dorate e un gusto più arcaizzante; l’esperienza pisana aggiunse maggiore ampiezza narrativa e confronto con cicli murali monumentali [35].

La sua forza maggiore sta nella costruzione di apparati complessi. I grandi polittici di Pisa, Montepulciano e Perugia non sono semplici somme di santi e scene. Organizzano programmi liturgici, francescani, mariani, civici. Taddeo sa distribuire figure, predelle, cuspidi, laterali, scomparti, iscrizioni, gerarchie, santi locali e temi dottrinali. In questo campo fu uno dei maestri più affidabili della sua generazione. La mostra perugina del 2020 lo ha restituito proprio in questa prospettiva: un pittore itinerante, capace di lavorare per famiglie potenti, ordini religiosi, confraternite e autorità pubbliche [36].

Rispetto a Simone Martini, Taddeo appare meno sottile e meno inventivo; rispetto ai Lorenzetti, meno audace nella costruzione spaziale e nella resa emotiva. Il confronto non deve ridurlo a continuatore. La sua importanza consiste nella capacità di conservare, diffondere e aggiornare il patrimonio senese tra la fine del Trecento e il primo Quattrocento. Fu un pittore di lunga durata, capace di attraversare aree diverse senza perdere identità. Da Siena portò fuori un linguaggio riconoscibile; dai viaggi riportò a Siena soluzioni tecniche, chiaroscurali e iconografiche.

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Taddeo di Bartolo va dunque trattato come figura di soglia. La piena maturità appartiene già al primo Quattrocento, ma il suo vocabolario resta radicato nella tradizione trecentesca senese. Le opere di Savona, Pisa, Montepulciano, Perugia, San Gimignano, Siena, Volterra e Orte compongono la traiettoria di un maestro mobile, colto, tecnicamente sicuro, capace di unire tavola dorata, narrazione murale, devozione mariana, programma francescano e immagine civica. La sua pittura non segna una rottura; rende visibile la persistenza fertile della scuola senese alle soglie del Rinascimento.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Marco Casamurata chiarisce che Taddeo nacque a Siena da Bartolo di maestro Mino, barbiere, e da Francesca di Cino; la nascita nel biennio 1362-1363 è dedotta dalla dichiarazione del 7 febbraio 1386, quando risultava ancora minore secondo la maggiore età fissata a venticinque anni.

[2] Treccani registra la prima menzione nel 1383, l’incarico del 1386 per angeli lignei destinati agli stalli del coro della cattedrale di Siena e il documento del 19 marzo 1389 che lo indica come consigliere dell’operaio del Duomo.

[3] La formazione viene ricondotta all’ambiente senese precedente, in particolare a Jacopo di Mino del Pellicciaio; l’Enciclopedia dell’Arte Medievale collega il suo percorso anche a Luca di Tommè, Francesco di Vannuccio, Simone Martini e, in misura minore, ai Lorenzetti.

[4] Nel 1389 Taddeo risulta iscritto al ruolo dei pittori senesi e firma la sua prima opera conservata, la Madonna col Bambino tra i santi Sebastiano, Paolo, Giovanni Battista e Nicola di Bari per San Paolo a Collegalli.

[5] Il documento savonese attesta l’attività ligure entro il 27 gennaio 1392; alla stessa fase appartiene la Madonna col Bambino e angeli della Pinacoteca civica di Savona, legata alla cappella Oliveri di Santa Caterina a Finalborgo e al confronto con Barnaba da Modena.

[6] Il 15 marzo 1393 Taddeo promise a Cattaneo Spinola due pale per San Luca a Genova; documenti del 1394 attestano ritardi, spostamenti e nuove garanzie, mostrando la mobilità del pittore.

[7] Treccani collega alla prima fase genovese il Cristo in gloria da Santa Maria di Castello; al soggiorno ligure del 1397-1398 riferisce i frammenti di San Gerolamo a Quarto e la Madonna col Bambino di Santa Maria delle Vigne.

[8] Nel 1395 Taddeo è attivo a Pisa: dipinge la pala Sardi Campigli per San Francesco e, poco dopo, il polittico Casassi per San Paolo all’Orto, oggi al Musée de Grenoble.

[9] La Fondazione Zeri registra il polittico Casassi di Grenoble come opera di Taddeo di Bartolo, datata 1395, proveniente da San Paolo all’Orto a Pisa.

[10] L’Enciclopedia dell’Arte Medievale riconosce nel polittico di Grenoble un momento di maggiore fluidità lineare e di accentuazione volumetrica, collegando il chiaroscuro e le lumeggiature anche all’influenza di Barnaba da Modena e alla visione degli affreschi pisani.

[11] Il Ministero della Cultura descrive il Trittico di Borgo come Madonna con Bambino tra santi e angeli musicanti, tempera e oro su tavola eseguita tra 1396 e 1397 per San Michele in Borgo, oggi al Museo Nazionale di San Matteo.

[12] Gli affreschi con Storie della Vergine nella cappella Sardi Campigli furono compiuti entro il 24 marzo 1397; nello stesso anno Taddeo firmò e datò il Battesimo di Cristo nella collegiata di Triora.

[13] Il rientro in area senese è attestato nel 1400 dalla Madonna col Bambino tra i santi Giovanni Battista e Andrea per Santa Caterina della Notte e da un documento relativo alla chiesa di San Jacopo di Montieri.

[14] Nel 1401 sono documentate commissioni per il Duomo di Siena e la commissione di una predella per la cappella del Palazzo Pubblico; lo stesso anno è datato il trittico dell’Assunzione per Santa Maria Assunta a Montepulciano.

[15] La pagina della cattedrale di Montepulciano descrive il trittico del 1401 come la più grande pittura su tavola della scuola senese, con tre parti, tre cuspidi, doppia predella e formelle veterotestamentarie collegate alla vita della Vergine.

[16] Il volume sul restauro del trittico di Montepulciano ricorda oltre venti metri quadrati di superficie dorata e dipinta e la consegna dell’opera nel 1401 per l’altare maggiore dell’antica pieve di Santa Maria.

[17] Treccani ricorda l’ipotesi dell’autoritratto di Taddeo nelle fattezze dell’apostolo Taddeo nel trittico di Montepulciano, proposta da Wolters.

[18] Il Catalogo generale dei Beni Culturali registra il polittico perugino del 1403 come polittico bifacciale composto da dieci tavole, cinque per ciascun lato lungo, con fiancate e cimasa.

[19] Treccani descrive il polittico di San Francesco al Prato come opera bifacciale con San Francesco che schiaccia Orgoglio, Lussuria e Avarizia verso la tribuna e Madonna col Bambino dal lato dei fedeli.

[20] La Galleria Nazionale dell’Umbria, in occasione della mostra del 2020 curata da Gail E. Solberg, ha ricostruito l’imponente pala perugina con elementi conservati a Perugia e parti disperse, comprese le tavole di predella con Storie di san Francesco.

[21] Treccani colloca nel primo decennio del Quattrocento l’Adorazione dei pastori dei Servi, la Madonna del Belverde, il Crocifisso senese, la tavola di Colle Val d’Elsa e altri dipinti vicini ai lavori della fase matura.

[22] Il Museo Civico di Siena indica la decorazione della Cappella dei Signori come eseguita tra 1406 e 1407, con Storie del Transito della Madonna e completamento con Evangelisti, santi, Dottori e angeli musicanti.

[23] L’Enciclopedia dell’Arte Medievale collega gli sfondi descrittivi delle Storie della Vergine, specialmente nei Funerali della Vergine, a invenzioni architettoniche riconducibili alla cultura di Altichiero.

[24] Nel 1408 Taddeo ricevette la commissione della grande figura di San Cristoforo sulla parete nord dell’anticappella del Palazzo Pubblico.

[25] Il Catalogo generale registra il trittico con Annunciazione tra san Cosma e san Damiano come opera di Taddeo, firmata e datata 1409, tempera e oro su tavola, cm 254 × 202.

[26] Nel 1411 Taddeo è documentato a Volterra per una pala della compagnia di San Francesco e per la Madonna col Bambino tra i santi Giovanni Battista, Ottaviano, Michele arcangelo e Francesco.

[27] L’Ecomuseo digitale dei Musei Senesi assegna a Taddeo il Paradiso, l’Inferno, i quattro Evangelisti e il Giudizio universale nella Collegiata di San Gimignano; Treccani colloca questo complesso intorno al 1413.

[28] Presso la Pinacoteca civica di San Gimignano si conservano anche la tavola con San Gimignano e storie della sua vita e un polittico con Madonna col Bambino e santi proveniente dalla Collegiata.

[29] Il Museo Civico di Siena data il ciclo Virtù e Uomini illustri al 1413-1414 e lo definisce il più antico esempio del genere iconografico degli “Uomini illustri”.

[30] Treccani colloca tra 1413 e 1414 il completamento dell’anticappella con Virtù e Uomini illustri, secondo un programma progettato dai giuristi Pietro Pecci e Cristoforo d’Andrea.

[31] Le opere tarde del 1418 comprendono la tavola con i santi Pietro e Nicola da Tolentino da Volterra e la Madonna col Bambino del Fogg Museum, collegata da Solberg a un complesso già in San Domenico a Gubbio.

[32] L’ultima opera datata è la Madonna avvocata del Museo diocesano di Orte, del 1420; nello stesso anno è documentata una pala perduta per Sant’Agostino a Siena, firmata con Gregorio di Cecco di Luca.

[33] Il 15 ottobre 1421 Taddeo costituì una società pittorica con Gregorio di Cecco; il 26 agosto 1422 fece testamento e morì entro il settembre dello stesso anno.

[34] Taddeo ricoprì cariche pubbliche a Siena: esecutore della Gabella nel 1404, membro del Consiglio maggiore nel 1412, 1416 e 1420, capitano del Popolo per il quartiere di San Salvatore nel 1418.

[35] L’Enciclopedia dell’Arte Medievale sottolinea la sua padronanza tecnica, l’influenza di Barnaba da Modena, la maggiore densità chiaroscurale e l’effetto dei soggiorni fuori Siena sulla diffusione del gusto senese.

[36] La mostra della Galleria Nazionale dell’Umbria del 2020 lo ha presentato come maestro itinerante, attivo tra Toscana, Liguria, Umbria e Lazio al servizio di famiglie potenti, ordini religiosi, autorità pubbliche e confraternite.

 

 

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