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Taddeo Gaddi
Firenze, nato probabilmente tra la fine del XIII secolo e i primi anni del XIV; documentato dal 1330 circa; attivo soprattutto a Firenze e in Toscana; morto nel 1366
Taddeo Gaddi è il maggiore continuatore fiorentino di Giotto nella prima metà del Trecento. Figlio del pittore Gaddo di Zanobi, fu attivo tra il terzo e il settimo decennio del secolo, con una carriera lunga e stabile, radicata soprattutto a Firenze, ma estesa anche a Pistoia, Pisa, Castelfiorentino, Poppi e altri centri della Toscana. La sua opera costituisce uno dei passaggi fondamentali attraverso cui l’eredità giottesca si trasformò in linguaggio di bottega, ciclo narrativo, polittico, decorazione conventuale e modello per la generazione successiva. La prima attestazione documentaria si colloca intorno al 1330, epoca dell’immatricolazione all’Arte dei Medici e Speziali di Firenze; gli spogli antichi delle matricole riportano anche la data 1327, ma la cronologia più prudente si mantiene intorno al 1330 [1]. Le fonti trecentesche e quattrocentesche insistono sul rapporto con Giotto. Cennino Cennini, nel Libro dell’arte, ricorda che Taddeo fu battezzato da Giotto e rimase suo discepolo per ventiquattro anni; Filippo Villani lo presenta come allievo del maestro e ne loda in particolare l’abilità nel dipingere architetture [2]. Questa testimonianza ha pesato enormemente sulla sua fortuna critica: per secoli Taddeo è stato letto quasi soltanto come “discepolo di Giotto”, mentre la sua opera rivela un’elaborazione personale più articolata. La formazione si svolse nel clima della bottega giottesca fiorentina, tra Santa Croce, i cantieri francescani e le grandi imprese murali della città. Le opere giovanili attribuitegli mostrano una forte dipendenza dai modelli di Giotto: la Madonna col Bambino già in San Francesco a Castelfiorentino, oggi nella Pinacoteca di Santa Verdiana, riprende l’impianto della Maestà di Ognissanti; le Stimmate di san Francesco oggi al Fogg Art Museum di Cambridge derivano dall’omonima tavola giottesca del Louvre, ma accentuano la linea di contorno, l’espressività fisionomica e l’allungamento delle forme [3]. In questi dipinti il modello giottesco viene già filtrato da una sensibilità più gotica, più tagliente, più interessata al ritmo delle figure. Il primo grande banco di prova è la cappella Baroncelli in Santa Croce a Firenze. L’iscrizione del monumento sepolcrale all’ingresso della cappella indica l’inizio dell’impresa nel febbraio 1328; la critica tende a collocare la conclusione entro il 1330 oppure nei primi anni del quarto decennio [4]. La pagina ufficiale dell’Opera di Santa Croce ricorda che il progetto pittorico fu realizzato da Taddeo dopo il 1328 e che gli episodi delle Storie della Vergine narrano la vita di Maria dalle premesse del concepimento fino alla nascita di Cristo e all’Adorazione dei Magi; nelle volte e nella cornice della bifora compaiono personificazioni di Virtù, con riferimento alle qualità della Vergine e all’ideale francescano [5]. La cappella Baroncelli mostra Taddeo nel pieno possesso di una narrazione ampia. Le scene sono affollate, ma ordinate; gli edifici scandiscono l’azione; i gruppi si dispongono secondo una regia chiara. Nella Presentazione della Vergine al Tempio, la scala obliqua e spezzata introduce una delle invenzioni spaziali più note della pittura fiorentina postgiottesca. Nell’Annuncio ai pastori, il paesaggio notturno e la luce angelica costruiscono una scena più atmosferica, con una sensibilità luministica che resterà una delle qualità specifiche dell’artista. Taddeo non raggiunge la concentrazione drammatica di Giotto, ma sviluppa un racconto più esteso, più descrittivo, più aperto alla varietà degli episodi. La sua pittura introduce una diversa idea di spazio. L’architettura dipinta non serve soltanto a dare solidità alla scena; diventa luogo di sperimentazione prospettica, quasi esercizio mentale. Questa attenzione spiega anche la fama antica di Taddeo come pittore capace di rendere edifici, scorci e strutture murarie. Le attribuzioni vasariane al campanile di Santa Maria del Fiore, a Ponte Vecchio e al ponte Santa Trinita appartengono alla tradizione letteraria; il dato documentario sicuro è il ruolo di consulente svolto dal 1355 all’agosto 1366 per la costruzione del nuovo Duomo fiorentino [6]. Il trittico portatile di Berlino, firmato e datato 1334, è la prima opera datata e firmata conservata. Treccani lo considera uno dei due soli dipinti firmati e datati giunti fino a noi, insieme alla Madonna col Bambino del 1355 oggi agli Uffizi [7]. Il trittico mostra un Taddeo più raffinato rispetto alle prove giovanili: fondo oro, carpenteria minuta, figure eleganti, equilibrio cromatico più largo. Il formato portatile avvicina la pittura alla devozione privata e dimostra la capacità dell’artista di trasferire la monumentalità giottesca in una scala ridotta, controllata, preziosa. Negli anni Trenta Taddeo lavorò ancora intensamente per Santa Croce. La critica gli attribuisce le ventisei formelle con Storie di Cristo e di san Francesco, originariamente collegate alla sagrestia della basilica e oggi divise tra la Galleria dell’Accademia di Firenze, la Gemäldegalerie di Berlino e l’Alte Pinakothek di Monaco; due mezze lunette con Ascensione e Annunciazione appartenevano allo stesso complesso [8]. La funzione originaria, forse connessa a un armadio-reliquiario, resta discussa. L’insieme conferma un aspetto decisivo dell’artista: la capacità di lavorare per serie narrative, con scene chiare, figure ben distribuite, piccoli dettagli gestuali. In questi anni si collocano anche opere per il territorio aretino e valdelsano: gli affreschi con Storie dei santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista nella cappella del castello di Poppi, la Madonna di Castiglion Fiorentino, il polittico di Voltiggiano e altre tavole disperse [9]. Il linguaggio vi appare più asciutto, con figure allungate, profili marcati, panneggi taglienti. La fedeltà a Giotto convive con una linea più nervosa, già aperta al clima gotico che attraversa la Toscana dopo gli anni Venti. Un altro vertice è il grande affresco del refettorio di Santa Croce, con Albero della vita e Ultima Cena, datato dalla scheda dell’Opera di Santa Croce circa 1345-1350. L’intera parete di fondo del refettorio è concepita come una grande macchina figurativa: in basso l’Ultima Cena; al centro l’Albero della Croce; ai lati la Stigmatizzazione di san Francesco, San Ludovico di Tolosa che serve i poveri, l’angelo che ordina a un sacerdote di portare cibo a san Benedetto e la cena di Cristo in casa del fariseo [10]. L’Opera di Santa Croce segnala che si tratta del primo caso noto in cui, entro una decorazione di refettorio, la Crocifissione viene associata all’Ultima Cena, formula destinata a larga fortuna nei secoli successivi [11]. Il refettorio rivela un Taddeo più maturo, capace di pensare l’immagine in rapporto all’uso concreto dello spazio. I frati mangiavano in silenzio davanti a un programma costruito sul cibo materiale e spirituale: la mensa di Cristo, la Croce come Lignum vitae, il nutrimento dei poveri, il cibo portato al santo eremita, la mensa del fariseo. La pittura diventa strumento di meditazione quotidiana. La struttura è complessa, ma leggibile; il grande albero conduce lo sguardo dal piano terreno della mensa al sacrificio della Croce e alla contemplazione francescana. Nel 1341 Taddeo ricevette pagamenti per affreschi nella cripta di San Miniato al Monte, impresa iniziata nel 1338; nel 1342 fu ancora pagato per la doratura dei capitelli delle colonne [12]. La sua attività a Pisa resta più problematica. Una lettera inviata da Pisa a Tommaso di Marco Strozzi il 7 settembre, forse del 1342, menziona il “lavoro de’ Gambacorti”, in rapporto con la cappella maggiore di San Francesco. Vasari ricordava Taddeo impegnato in quella chiesa, ma dell’impresa resta poco o nulla [13]. A Pisa, tuttavia, la tradizione più importante riguarda le Storie di Giobbe nel Camposanto monumentale. L’attribuzione a Taddeo è antica e fu ripresa dalla critica moderna, pur con discussioni su datazione, autografia e interventi successivi. Treccani propone una collocazione nel decennio successivo al 1342, sottolineando l’inedita complessità delle soluzioni spaziali sperimentate [14]. La scheda dell’Opera della Primaziale Pisana ricorda che nel Camposanto le storie dell’Antico Testamento furono avviate da Taddeo Gaddi e Piero di Puccio e concluse nel Quattrocento da Benozzo Gozzoli [15]. Il Comune di Pisa descrive le Storie di Giobbe come ciclo gravemente danneggiato, ma ancora capace di lasciar intravedere architetture notevoli sotto un cielo brillante [16]. Le Storie di Giobbe sono importanti perché mostrano un Taddeo più ambizioso sul piano narrativo e spaziale. Il libro biblico permette scene di ricchezza, rovina, malattia, consiglio, lutto, prova e restituzione. Gli edifici e i paesaggi assumono un ruolo più articolato; lo spazio non è semplice cornice, ma luogo in cui si misura la vicenda umana. Anche per lo stato conservativo del ciclo, la lettura resta complessa. Rimane però evidente la volontà di costruire una narrazione ampia, con ambienti diversi e con una qualità quasi teatrale. Tra il 1347 e il 1353 si colloca il grande polittico di San Giovanni Fuorcivitas a Pistoia, ancora sull’altare maggiore della chiesa. Visit Tuscany, sito ufficiale del turismo regionale, ricorda che la chiesa conserva il polittico di Taddeo con Madonna in trono e santi Giacomo, Giovanni Evangelista, Pietro e Giovanni Battista [17]. La vicenda documentaria è significativa: la prima commissione era stata affidata ad Alesso d’Andrea, scomparso dai documenti dopo i primi pagamenti; gli operai della chiesa redassero una lista dei migliori pittori di Firenze e Siena, ponendo Taddeo al primo posto, e lo incaricarono dell’opera, pagata fino al 1353 [18]. Il polittico pistoiese appartiene alla piena maturità. La struttura originaria era complessa: tavole principali, registri superiori, cuspidi, predella. Alcuni elementi sono andati dispersi; un San Matteo di cuspide, passato sul mercato, è stato riconosciuto come parte dell’apparato superiore [19]. L’opera dimostra la capacità di Taddeo di lavorare su grandi macchine d’altare, dove immagine devozionale, struttura lignea, oro, santi locali e gerarchia liturgica si integrano in un insieme monumentale. Alla stessa stagione si collega il polittico di Santa Felicita a Firenze, forse databile intorno al 1354, nel quale la critica ha riconosciuto un chiaroscuro morbido e alcuni passaggi di notevole modernità [20]. Taddeo vi appare più vicino alle ricerche del neogiottismo fiorentino di metà secolo: figure più compatte, volumi più serrati, panneggi colonnari, una maggiore attenzione alla luce che modella i corpi. Il confronto con il giovane Orcagna e con l’ambiente fiorentino post-peste diventa qui più evidente. Nel 1355 Taddeo firmò e datò la Madonna col Bambino in trono e angeli oggi agli Uffizi, proveniente dalla cappella Segni in San Lucchese a Poggibonsi. La scheda degli Uffizi registra la data 1355, la tecnica a tempera su tavola, le dimensioni 154 × 80 cm e l’iscrizione sul gradino del trono: Taddeus Gaddi de Florentia me pinxit; sul tappeto compare la data MCCCLV, insieme alla memoria del committente Giovanni di ser Segna [21]. Il Bambino stringe le dita della madre e tiene un cardellino, simbolo legato alla Passione [22]. Questa tavola mostra un Taddeo ormai maturo e insieme ancora profondamente giottesco. La Vergine siede come regina, frontalmente, con un corpo compatto; gli angeli si dispongono ai lati; il Bambino introduce un gesto tenero e concreto. Il fondo oro e la simmetria mantengono il valore iconico dell’immagine, mentre i rapporti fisici tra madre e figlio rendono la scena più umana. Il modello di Ognissanti è ancora presente, ma filtrato da una maggiore ricchezza decorativa e da una linea più tesa. Tra le opere di questa fase si possono ricordare anche la Madonna del Parto già in San Pier Maggiore, oggi in San Francesco di Paola a Firenze, la Trasfigurazione della Badia, la Crocifissione della sagrestia di Ognissanti, la Croce di San Giorgio a Ruballa, la Madonna di San Lorenzo a Le Rose e la Madonna di Yale [23]. In questi dipinti la pittura di Taddeo si fa più severa. Il chiaroscuro si addensa; le figure sono più serrate; il gusto gotico degli inizi lascia spazio a una ripresa più radicale del dato giottesco. È il momento del suo neogiottismo maturo. Il Metropolitan Museum of Art conserva una grande Madonna col Bambino in trono e santi, datata circa 1340 e forse dipinta per Santo Stefano al Ponte a Firenze. Il museo ricorda che le figure originariamente erano disposte in pannelli arcuati separati, secondo la forma tradizionale del polittico gotico; nel tardo Quattrocento la struttura fu trasformata in una cornice rettangolare rinascimentale, con spandrels dipinti da Davide Ghirlandaio [24]. L’opera è utile per comprendere la fortuna materiale dei polittici trecenteschi: molti complessi furono adattati, tagliati, ricorniciati, aggiornati al gusto delle epoche successive. La produzione di Taddeo presenta quindi più registri: affresco narrativo, grande parete conventuale, polittico d’altare, tavola devozionale, trittico portatile, consulenza architettonica. Questa varietà corrisponde alla sua posizione sociale. Le fonti e i documenti attestano una condizione economica solida, soprattutto negli ultimi decenni; il Museo Thyssen ricorda che la documentazione superstite mostra una situazione agiata e che Taddeo morì nel 1366, venendo sepolto in Santa Croce [25]. I figli Giovanni, Niccolò e soprattutto Agnolo Gaddi continuarono la tradizione familiare nella seconda metà del secolo [26]. La fortuna critica di Taddeo è stata a lungo ambivalente. Vasari lo considerò il principale allievo di Giotto, ma gli attribuì anche opere architettoniche poi ridimensionate dalla storiografia. Richard Offner, pur cercando di sottrarlo a un giudizio puramente negativo, ne sottolineò l’amplificazione della maniera giottesca. La rivalutazione moderna passò attraverso Roberto Longhi, Pier Paolo Donati, Andrew Ladis, Miklós Boskovits, Ada Labriola e gli studi sulle tecniche di punzonatura, carpenteria, bottega e decorazione murale [27]. Il profilo stilistico dell’artista può essere definito con precisione. Taddeo parte da Giotto: corpi nello spazio, solidità, architettura, racconto ordinato. A questa base aggiunge una linea più gotica, figure spesso allungate, una maggiore ricerca di effetti luminosi, un interesse specifico per architetture complesse e per articolazioni prospettiche audaci. Nei cicli murali ama le scene affollate, la varietà dei gesti, gli edifici che guidano lo sguardo. Nelle tavole alterna solennità iconica e preziosità decorativa. La sua importanza storica è notevole. Treccani lo definisce l’unico allievo di Giotto ancora attivo negli anni Sessanta del Trecento e sottolinea il suo ruolo nella trasmissione dell’eredità giottesca ai pittori successivi, da Antonio Veneziano a Spinello Aretino e Niccolò di Pietro Gerini [28]. Questa continuità conta più del confronto diretto con Giotto. Taddeo non fu soltanto un continuatore: organizzò il linguaggio giottesco in forme durevoli, ripetibili, capaci di attraversare la metà del secolo e di nutrire la pittura fiorentina tardotrecentesca. Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Taddeo Gaddi occupa una posizione essenziale. La cappella Baroncelli mostra la forza della narrazione mariana; il refettorio di Santa Croce trasforma il tema della mensa in meditazione francescana; il trittico di Berlino e la Madonna degli Uffizi documentano i due poli firmati della sua produzione su tavola; il polittico di San Giovanni Fuorcivitas ne conferma il prestigio pubblico; le Storie di Giobbe pisane ne indicano l’ambizione spaziale e narrativa. Attraverso Taddeo, la pittura di Giotto entra in una lunga durata fiorentina: meno assoluta, più produttiva, più legata alle esigenze concrete di chiese, conventi, famiglie e città.
A.R.
Note[1] Ada Labriola colloca la nascita di Taddeo tra la fine del Duecento e i primi anni del Trecento, lo indica come figlio del pittore Gaddo di Zanobi e registra la prima documentazione intorno al 1330, legata all’immatricolazione nell’Arte dei Medici e Speziali; gli spogli di Pierantonio Dell’Ancisa riportano anche la data 1327. [2] Cennino Cennini afferma che Taddeo fu battezzato da Giotto e suo discepolo per ventiquattro anni; Filippo Villani lo considera allievo di Giotto e ne loda la capacità di dipingere architetture, ponendo le basi della successiva fama anche architettonica dell’artista. [3] Treccani collega la Madonna col Bambino di Santa Verdiana a Castelfiorentino al modello della Maestà di Ognissanti di Giotto, e le Stimmate di san Francesco del Fogg Art Museum alla tavola giottesca del Louvre, sottolineando l’allungamento delle forme e la maggiore tipizzazione fisionomica. [4] L’iscrizione del monumento all’ingresso della cappella Baroncelli fissa l’inizio del cantiere nel febbraio 1328; la critica ha proposto una conclusione entro il 1330 oppure nei primi anni del quarto decennio. [5] L’Opera di Santa Croce attribuisce a Taddeo Gaddi il progetto pittorico della cappella Baroncelli dopo il 1328 e descrive il ciclo come narrazione delle Storie della Vergine, con Virtù nelle volte e nella cornice della bifora. [6] Le attribuzioni vasariane a Taddeo di imprese architettoniche come il campanile, Ponte Vecchio e Ponte Santa Trinita sono state confutate dalla storiografia moderna; resta documentato il suo ruolo di consulente per il nuovo Duomo fiorentino dal 1355 all’agosto 1366. [7] Treccani indica il trittico di Berlino del 1334 e la Madonna col Bambino del 1355 agli Uffizi come le due sole tavole firmate e datate conservate di Taddeo Gaddi. [8] Le ventisei formelle con Storie di Cristo e di san Francesco, oggi divise fra Firenze, Berlino e Monaco, e le due mezze lunette con Ascensione e Annunciazione, sono ricondotte da Treccani alla sagrestia di Santa Croce e tradizionalmente collegate a un apparato di armadio-reliquiario. [9] Treccani collega agli anni Trenta gli affreschi di Poppi, la Madonna di Castiglion Fiorentino, il polittico di Voltiggiano e altre opere affini, segnalando anche la possibile presenza di aiuti accanto al maestro. [10] L’Opera di Santa Croce cataloga l’affresco del refettorio come Tree of Life and Last Supper, datandolo circa 1345-1350 e descrivendo il programma con Ultima Cena, Albero della Croce, Stigmatizzazione di san Francesco, san Ludovico che serve i poveri, san Benedetto e la cena in casa del fariseo. [11] La stessa scheda segnala che l’affresco del refettorio di Santa Croce costituisce il primo caso noto di parete conventuale in cui la Crocifissione è associata anche all’Ultima Cena; il tema dell’Albero della vita deriva dal Lignum vitae di san Bonaventura. [12] I pagamenti per la cripta di San Miniato al Monte sono documentati nel 1341, con ulteriori compensi nel 1342 per la doratura dei capitelli; l’impresa era iniziata nel 1338. [13] La lettera pisana indirizzata a Tommaso Strozzi, primo esempio noto di epistola di un artista italiano, testimonia il soggiorno di Taddeo a Pisa e il rapporto con una commissione dei Gambacorti in San Francesco, forse nel 1342. [14] Treccani registra la tradizione vasariana relativa alle Storie di Giobbe nel Camposanto di Pisa e considera più convincente una datazione nel decennio successivo al 1342, per la complessità delle soluzioni spaziali. [15] L’Opera della Primaziale Pisana ricorda che il ciclo dell’Antico Testamento nel Camposanto fu iniziato da Taddeo Gaddi e Piero di Puccio e completato nel Quattrocento da Benozzo Gozzoli. [16] Il Comune di Pisa descrive le Storie di Giobbe di Taddeo Gaddi come ciclo fortemente danneggiato, databile 1340-1350, ma ancora leggibile in alcune architetture e nel cielo brillante. [17] La pagina ufficiale di Visit Tuscany ricorda che San Giovanni Fuorcivitas a Pistoia conserva il polittico di Taddeo Gaddi con Madonna in trono e santi Giacomo, Giovanni Evangelista, Pietro e Giovanni Battista. [18] Una scheda Christie’s dedicata a un pinnacolo del polittico pistoiese riassume la vicenda: dopo i primi pagamenti ad Alesso d’Andrea, la chiesa cercò un nuovo artista e redasse una lista dei principali pittori di Firenze e Siena, con Taddeo Gaddi al primo posto; i pagamenti proseguirono fino al 1353. [19] La stessa scheda ricostruisce l’originario complesso del polittico di San Giovanni Fuorcivitas, con tavole principali, registri superiori, cuspidi e predella, indicando il San Matteo come parte del registro sommitale. [20] Treccani data il polittico di Santa Felicita intorno al 1354 e vi riconosce un chiaroscuro sfumato con passaggi di grande modernità, pur segnalando discussioni critiche sull’intervento del figlio Agnolo. [21] Gli Uffizi registrano la Madonna col Bambino in trono e angeli come tavola datata 1355, tempera su legno, cm 154 × 80, con iscrizione Taddeus Gaddi de Florentia me pinxit e memoria del committente Giovanni di ser Segna. [22] La scheda degli Uffizi descrive il Bambino mentre afferra le dita della madre e tiene un cardellino, interpretato anche come prefigurazione della Passione. [23] Treccani colloca tra quinto e sesto decennio la Madonna del Parto già in San Pier Maggiore, la Trasfigurazione della Badia, la Crocifissione di Ognissanti, la Croce di San Giorgio a Ruballa e altre opere della maturità. [24] Il Metropolitan Museum of Art presenta la Madonna and Child Enthroned with Saints come grande pala probabilmente dipinta per Santo Stefano al Ponte a Firenze, originariamente composta da pannelli gotici arcuati e aggiornata nel tardo Quattrocento con cornice rettangolare e inserti di Davide Ghirlandaio. [25] Il Museo Thyssen-Bornemisza riassume Taddeo come uno dei principali allievi di Giotto e uno dei maggiori pittori fiorentini del XIV secolo; ricorda inoltre il suo benessere economico negli ultimi decenni, la morte nel 1366 e la sepoltura in Santa Croce. [26] Treccani ricorda cinque figli di Taddeo: Giovanni, Niccolò, Agnolo, Zanobi e Francesco; i primi tre furono pittori, e Agnolo divenne il più noto continuatore della famiglia. [27] La voce dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale ricorda la sfortuna critica di Taddeo dopo Vasari e Offner e attribuisce a Longhi, Donati e Ladis un ruolo essenziale nella ricostruzione moderna della sua personalità artistica. [28] Treccani sottolinea il ruolo storico di Taddeo come unico allievo di Giotto attivo ancora negli anni Sessanta del Trecento e come tramite fondamentale verso il neogiottismo di fine secolo, da Antonio Veneziano a Spinello Aretino e Niccolò di Pietro Gerini.
Bibliografia essenziale
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