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Spinello Aretino
Spinello di Luca, detto Spinello Aretino; nato verosimilmente ad Arezzo verso la metà del XIV secolo, forse tra il 1346-1347 e il 1350-1352; documentato dal 1373; attivo ad Arezzo, Lucca, Pisa, Firenze e Siena; morto ad Arezzo nel 1410
Spinello Aretino è uno dei pittori più attivi e riconoscibili della Toscana tra la fine del Trecento e i primi anni del Quattrocento. La sua opera appartiene ormai alla soglia cronologica successiva al pieno Trecento, ma nasce da una cultura ancora interamente trecentesca: la pittura aretina di Andrea di Nerio, la tradizione fiorentina giottesca, gli esiti di Maso di Banco, Taddeo Gaddi, Buffalmacco, Antonio Veneziano, le aperture senesi e la progressiva eleganza lineare che prepara Lorenzo Monaco. È una figura di passaggio, ma con un ruolo storico autonomo: non un epigono marginale, bensì un maestro capace di portare la pittura murale toscana verso una narrazione più continua, mobile e drammatica. Nacque da Luca di Spinello, orafo aretino; anche il nonno Spinello apparteneva al mondo dell’oreficeria. Questo retroterra familiare aiuta a comprendere la sensibilità dell’artista per profili netti, aureole incise, decorazioni a rilievo, effetti metallici e una superficie pittorica spesso trattata con gusto quasi prezioso [1]. Il fratello Niccolò, scultore, partecipò al concorso del 1401 per la porta del Battistero fiorentino; il figlio Parri Spinelli continuò l’attività paterna nella prima metà del Quattrocento [2]. Il primo documento certo è del 1373, quando Spinello compare già come pittore in un atto aretino. Nel 1375 ricevette dalla Fraternita dei laici di Arezzo la commissione, oggi perduta, per la decorazione della cappella Accettanti nella pieve cittadina [3]. La prima opera generalmente accolta nel suo catalogo è però la Madonna col Bambino tra i santi Giacomo maggiore e Antonio abate, già nel chiostro di Sant’Agostino ad Arezzo e oggi al Museo Diocesano, collegata alla lapide del 1377 [4]. Qui si avverte il distacco dal più anziano Andrea di Nerio: le figure si allungano, il chiaroscuro si addensa, il panneggio acquista una cadenza più ritmica. La formazione resta discussa. La critica ha messo in rapporto Spinello con Andrea di Nerio e con altri maestri aretini, come il Maestro del Vescovado e il Maestro della Pieve di Sietina. Attraverso questo ambiente locale poté conoscere la cultura fiorentina degli anni Trenta e Quaranta, soprattutto il lessico di Maso di Banco e la pittura giottesca ormai diffusa nel territorio [5]. La sua identità nasce quindi ad Arezzo, in una città politicamente instabile, ma artisticamente più viva di quanto la vecchia storiografia fiorentinocentrica abbia spesso ammesso. Intorno al 1380 compaiono opere nelle quali il linguaggio si apre a un colore più luminoso e a una costruzione più sciolta: le Storie di san Cristoforo e l’Annunciazione in San Domenico ad Arezzo, le scene dell’Infanzia di Cristo già in San Lorenzo e oggi al Museo Diocesano, alcuni pannelli di polittici dispersi [6]. Sono opere che mostrano una pittura ancora robusta, ma già orientata verso una sensibilità più decorativa. I corpi conservano peso; le linee iniziano a farsi più rapide. Le vicende politiche di Arezzo, entrata nell’orbita fiorentina nel 1384, favorirono probabilmente il trasferimento dell’artista verso Lucca e Pisa. Dal 1380 al 1385 Spinello risulta residente a Lucca. Qui eseguì polittici per l’ambiente olivetano e per chiese locali, fra cui il complesso di San Ponziano, di cui restano la Madonna col Bambino e angeli firmata oggi al Fogg Art Museum, laterali con San Benedetto e San Ponziano all’Ermitage e scomparti di predella a Parma [7]. Nel 1384 fu stipulato il contratto per un secondo polittico, destinato a Santa Maria Nuova di Roma e poi probabilmente dirottato verso Monte Oliveto Maggiore; il complesso, firmato e datato 1385, è oggi smembrato fra Siena, Budapest, Cambridge e altre sedi [8]. Questi polittici mostrano l’importanza della carpenteria, della doratura e della collaborazione con maestranze specializzate. I documenti ricordano il legnaiolo Simone di Cino e il doratore senese Gabriello di Saracino [9]. Le aureole con nomi dei santi a rilievo, le superfici dorate, la chiarezza dei comparti e la struttura monumentale delle tavole confermano la formazione di Spinello dentro una cultura in cui pittura, oro, legno e oggetto liturgico erano strettamente collegati. Nel 1387 Spinello si immatricolò all’Arte dei Medici e Speziali di Firenze e fu chiamato, con Agnolo Gaddi e Lorenzo di Bicci, a fornire disegni per le statue del portale di Santa Maria del Fiore [10]. Lo stesso anno gli olivetani di San Miniato al Monte gli affidarono il grande ciclo della sagrestia, voluto da Benedetto di Nerozzo degli Alberti. Le Storie di san Benedetto, realizzate nel 1388, costituiscono il capolavoro della maturità [11]. La sagrestia di San Miniato conserva il più vasto ciclo toscano trecentesco dedicato alla vita di san Benedetto. Le scene occupano i registri mediani e superiori delle quattro pareti e le vele della volta, con i quattro Evangelisti. Il racconto procede per episodi ordinati: il congedo dai genitori, la vita eremitica, le tentazioni, i miracoli, Mauro che salva Placido dalle acque, Totila riconosciuto e ammonito, la morte del santo. Spinello costruisce ambienti leggibili, architetture essenziali, figure solide, gesti ampi [12]. La pittura torna alle radici giottesche fiorentine, soprattutto a Maso e Taddeo, ma con un colore più acceso e una linea più nervosa. Nel ciclo benedettino la narrazione è serrata, senza perdere chiarezza. Gli episodi non si limitano a illustrare la biografia del santo: mostrano comunità, monaci, luoghi, oggetti, movimenti. Le scene con il demonio, con gli strumenti di lavoro, con i monaci in dialogo e con il re Totila introducono un tono concreto. Spinello è interessato alla reazione dei personaggi. La santità diventa azione visibile: comandare, guarire, riconoscere, ammonire, fondare, morire. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo si colloca anche la decorazione dell’oratorio di Santa Caterina all’Antella, presso Bagno a Ripoli, legata ancora alla cerchia degli Alberti. La datazione resta discussa, oscillando fra gli anni subito successivi a San Miniato e il cuore dell’ultimo decennio del secolo [13]. Il ciclo con le Storie di santa Caterina mostra una maggiore eleganza cortese, una più ricca espressività e una linea ormai più sottile. L’energia giottesca si apre al gusto tardogotico. Nel 1390 Spinello era a Pisa per dipingere nel Camposanto monumentale le Storie dei santi Efisio e Potito, saldate nel maggio 1391 [14]. Il ciclo fu una delle sue imprese più ambiziose. Qui il racconto non procede più solo per riquadri isolati: si dispiega in sequenze più continue, capaci di intrecciare più episodi nello stesso campo visivo [15]. La pittura del Camposanto, segnata da Buffalmacco, Taddeo Gaddi, Antonio Veneziano e Piero di Puccio, offriva a Spinello un laboratorio di narrazione monumentale. Le storie di Efisio e Potito assumono una forza quasi teatrale, con battaglie, martìri, conversioni, folle, soldati, gesti di comando. Alla stessa stagione appartiene il trittico firmato e datato 1391 oggi alla Galleria dell’Accademia di Firenze, raffigurante la Madonna col Bambino in trono e quattro angeli fra i santi Paolino vescovo, Giovanni Battista, Andrea e Matteo, con i profeti Geremia e Mosè nei tondi superiori. Fu commissionato dal mercante lucchese Paolino di Simonino di Bonagiunta per l’oratorio di Sant’Andrea a Lucca [16]. L’opera è tornata al centro dell’attenzione nel 2026, dopo un restauro avviato nel 2024 e accompagnato da indagini diagnostiche [17]. La tavola conserva ancora la struttura devozionale del fondo oro, ma il disegno delle figure, la resa degli angeli e la monumentalità dei santi mostrano la maturità del pittore. Nel 1393 Spinello era di nuovo a Firenze, dove si collocano il trittico di Santa Maria a Quinto, il Calvario della sagrestia di Santa Croce e le Storie del Battista della cappella Manetti in Santa Maria del Carmine, distrutte nell’incendio del 1768 e oggi note attraverso pochi frammenti dispersi [18]. La National Gallery di Londra conserva il frammento con Two Haloed Mourners, parte della scena della sepoltura del Battista; la scheda del museo ricorda che il ciclo decorava la cappella Manetti e narrava in sei grandi scene la vita del santo [19]. Il frammento, pur alterato, conserva la qualità emotiva di Spinello: due volti inclinati, il dolore trattenuto, la linea che scava il profilo. Il Calvario di Santa Croce mostra la presenza dell’artista nella grande tradizione francescana fiorentina. L’Opera di Santa Croce ricorda che, verso la fine del Trecento, Spinello dipinse la Salita al Calvario nella sagrestia, mentre Niccolò di Pietro Gerini eseguì la Resurrezione e l’Ascensione [20]. Il confronto con Gerini è utile: Gerini tende a una chiarezza più ordinata e tradizionale; Spinello porta nella scena una tensione più aspra, con figure che sembrano procedere a scatti, corpi compressi, panneggi taglienti. Dal 1395 Spinello è di nuovo documentato ad Arezzo. Dipinse la Pietà nella lunetta del portale della Fraternita dei laici, oggi al Museo Statale d’Arte Medievale e Moderna, e ricevette altre commissioni pubbliche [21]. In questa fase lavorò ancora per Firenze: nel 1399 fu incaricato, con Niccolò di Pietro Gerini e Lorenzo di Niccolò, del grande polittico per l’altare maggiore di Santa Felicita, terminato nel 1401 [22]. Il Catalogo generale registra l’opera come trittico con Incoronazione della Vergine tra santi e profeti, attribuito ai tre pittori; la critica recente tende a riconoscere la mano di Spinello negli scomparti centrale e destro [23]. Il polittico di Santa Felicita appartiene al passaggio fra Trecento e Quattrocento. Gli angeli musicanti ai piedi dell’Incoronazione hanno una vivacità insolita: corpi minuti, gesti rapidi, espressioni accese. Spinello vi porta una tensione che rompe la compostezza più consueta delle pale fiorentine tardotrecentesche. È una pittura ancora di fondo oro, ma già attraversata da un’irrequietezza lineare che dialoga con il primo tardogotico. Negli ultimi anni, Spinello lavorò soprattutto ad Arezzo e a Siena. Nel 1404 iniziò una collaborazione con l’Opera del Duomo di Siena; tra 1407 e 1408 dipinse, con la collaborazione del figlio Parri, le Storie di papa Alessandro III nella Sala di Balìa del Palazzo Pubblico di Siena [24]. Il Museo Civico di Siena descrive il ciclo come una sequenza di sedici episodi della vita del papa senese Alessandro III, selezionati per la loro forte connotazione politica e legati al conflitto tra papato e impero [25]. La storia del pontefice, avversario di Federico Barbarossa, diventava così celebrazione civica senese. La Sala di Balìa è l’ultima grande impresa integra dell’artista. Le scene presentano cortei, assalti, incoronazioni, fughe, incontri diplomatici, sottomissioni, battaglie navali. La narrazione è rapida, energica, popolata da cavalli, armati, prelati, città murate, insegne. La mano di Parri rende più difficile distinguere l’autografia in ogni parte, ma l’invenzione generale appartiene al mondo di Spinello: impaginazione monumentale, ritmo narrativo sostenuto, attenzione politica al soggetto. L’ultima fase aretina comprende affreschi in San Domenico, San Francesco, Cortona, Città di Castello e altri centri. Un caso celebre è la Caduta degli angeli ribelli, un tempo nella chiesa della Compagnia di Sant’Angelo ad Arezzo, poi ridotta a frammenti oggi divisi tra il Museo di Arezzo e la National Gallery di Londra [26]. La National Gallery conserva il frammento con San Michele e altri angeli, parte di un grande affresco dedicato alla caduta di Lucifero; il museo ricorda che l’aspetto originario del complesso è noto da incisioni e disegni ottocenteschi [27]. Attorno a questa opera Vasari costruì il noto aneddoto del sogno del diavolo, che avrebbe rimproverato al pittore la propria rappresentazione. L’aneddoto è letterario, ma segnala la forza immaginativa riconosciuta all’opera già nella tradizione antica. Spinello fu sepolto ad Arezzo nella chiesa di San Marco di Murello il 14 marzo 1410, secondo la più recente voce del Dizionario Biografico degli Italiani; una sintesi precedente dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale riportava il 1411, dato che la letteratura ha talvolta ripetuto [28]. La data del 1410 è oggi quella da preferire, anche perché accolta da istituzioni museali come la National Gallery [29]. Sul piano stilistico, Spinello è un pittore di grande energia lineare. Le sue figure hanno corpi solidi, ma i panneggi si spezzano in tagli netti; i volti sono spesso allungati, con profili marcati; il colore può essere chiaro, quasi smaltato, ma anche denso e drammatico. Il disegno non si limita a contenere la forma: la mette in movimento. Nelle scene affollate, soprattutto a Pisa e Siena, lo spazio diventa teatro di azioni simultanee, con una regia più libera rispetto alla tradizione giottesca ordinata per episodi chiusi. La critica moderna ha molto discusso la sua posizione. Per lungo tempo fu considerato un seguace fiorentino di cultura orcagnesca; gli studi di Toesca, Longhi, Bellosi, Boskovits, Tartuferi, Ferretti e Weppelmann hanno restituito il suo profilo più complesso: artista aretino, mobile, capace di assorbire la pittura fiorentina, senese, pisana e lucchese senza perdere una fisionomia personale [30]. La sua opera non appartiene a una sola scuola. È una sintesi toscana, costruita attraverso spostamenti, cantieri, polittici, cicli murali, committenze civiche e religiose. Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Spinello Aretino va collocato tra le figure di soglia. La parte finale della sua carriera entra nel Quattrocento; la struttura del suo linguaggio resta formata nel Trecento. Attraverso lui si segue il passaggio dalla pittura giottesca tardo-medievale al primo tardogotico toscano: solidità monumentale, colore prezioso, narrazione più fluida, profili taglienti, figure animate da un’eleganza trattenuta. I cicli di San Miniato al Monte, Pisa, Santa Croce, Carmine, Santa Felicita, Arezzo e Siena mostrano un pittore capace di tenere insieme devozione, racconto, politica e memoria civica. La sua importanza storica sta anche nella geografia. Spinello porta Arezzo dentro il sistema maggiore della pittura toscana. Lavora per Lucca, Pisa, Firenze e Siena senza diventare un semplice pittore “fiorentino”. Mantiene una forza provinciale alta, concreta, meno levigata, spesso più aspra. Da questa tensione nasce la sua originalità: una pittura narrativa, energica, ancora trecentesca nelle radici e già proiettata verso la linea inquieta del primo Quattrocento.
A.R.
Note[1] La voce del Dizionario Biografico degli Italiani ricorda Spinello come figlio dell’orafo aretino Luca di Spinello, nato verosimilmente ad Arezzo verso la metà del XIV secolo; l’Enciclopedia dell’Arte Medievale sottolinea la discendenza da una famiglia di orafi, con nonno Spinello e padre Luca. [2] L’Enciclopedia dell’Arte Medievale ricorda il fratello Niccolò scultore, partecipante al concorso del 1401 per la porta del Battistero fiorentino, e il figlio Parri, continuatore della bottega paterna. [3] Il nome di Spinello compare per la prima volta in un atto del 1373; nel 1375 ricevette dalla Fraternita dei laici la commissione per la cappella Accettanti nella pieve di Arezzo. [4] L’affresco del 1377 con la Madonna col Bambino tra i santi Giacomo maggiore e Antonio abate, oggi al Museo Diocesano di Arezzo, è indicato da Treccani come prima prova attribuita concordemente a Spinello. [5] La critica ha riconosciuto in Andrea di Nerio e nell’ambiente pittorico aretino del secondo Trecento le premesse principali del linguaggio spinelliano, con rapporti indiretti con Maso di Banco e la cultura fiorentina. [6] Treccani colloca intorno al 1380 le Storie di san Cristoforo, l’Annunciazione in San Domenico e le scene dell’Infanzia di Cristo, registrando una sensibilità cromatica più aperta e uno svolgimento già tardogotico. [7] Durante la fase lucchese, Spinello eseguì il polittico di San Ponziano, oggi smembrato tra Fogg Art Museum, Ermitage e Parma; la Madonna col Bambino e angeli reca la firma “Spinello de Areti(o) pi(n)sit”. [8] Il polittico destinato a Santa Maria Nuova di Roma, poi probabilmente a Monte Oliveto Maggiore, aveva un pannello centrale firmato e datato 1385, oggi perduto, mentre restano cuspide, predella e laterali divisi in più musei. [9] Il contratto del 1384 ricorda il legnaiolo Simone di Cino da Firenze e il doratore Gabriello di Saracino da Siena, collegati alla carpenteria e alla doratura del complesso olivetano. [10] Nel 1387 Spinello si immatricolò all’Arte dei Medici e Speziali di Firenze e ricevette l’incarico, con Agnolo Gaddi e Lorenzo di Bicci, per disegni destinati al portale di Santa Maria del Fiore. [11] Treccani collega il ciclo della sagrestia di San Miniato al Monte alla volontà testamentaria di Benedetto di Nerozzo degli Alberti e lo considera capolavoro della maturità di Spinello. [12] La sagrestia di San Miniato contiene le Storie di san Benedetto di Spinello, databili a dopo il 1387, disposte sui registri mediani e superiori delle pareti e nella volta con gli Evangelisti; il ciclo è descritto come chiaro nella narrazione, plastico nelle figure e acceso nei colori. [13] La datazione del ciclo dell’oratorio di Santa Caterina all’Antella resta controversa; Treccani lo collega alla cerchia degli Alberti e alla fase successiva a San Miniato o al cuore dell’ultimo decennio del secolo. [14] All’inizio del 1390 Spinello lavorava nel Camposanto di Pisa alle Storie dei santi Efisio e Potito, saldate nel maggio 1391. [15] Le Storie dei santi Efisio e Potito segnano, secondo Treccani, un’evoluzione nella narrazione, dispiegata in un continuum drammatico in rapporto con Buffalmacco, Taddeo Gaddi e Antonio Veneziano. [16] Il trittico del 1391 della Galleria dell’Accademia, commissionato dal mercante lucchese Paolino di Simonino di Bonagiunta per l’oratorio di Sant’Andrea a Lucca, raffigura la Madonna col Bambino in trono e quattro angeli fra i santi Paolino, Giovanni Battista, Andrea e Matteo. [17] Nel 2026 la Galleria dell’Accademia e i Musei del Bargello hanno presentato il restauro del trittico, avviato nel novembre 2024 e accompagnato da una campagna diagnostica completa. [18] Treccani colloca intorno al 1393 il trittico di Santa Maria a Quinto, il Calvario della sagrestia di Santa Croce e le Storie del Battista della cappella Manetti al Carmine. [19] La National Gallery di Londra conserva il frammento con Two Haloed Mourners, proveniente dalla cappella Manetti in Santa Maria del Carmine, parte della scena della sepoltura di san Giovanni Battista; il ciclo fu distrutto e sopravvive in undici frammenti. [20] L’Opera di Santa Croce ricorda che Spinello dipinse la Salita al Calvario nella sagrestia, affiancata da interventi di Niccolò di Pietro Gerini. [21] Nel 1395-1396 Spinello è documentato ad Arezzo per la lunetta del portale della Fraternita dei laici e per altri interventi pubblici. [22] Nel 1399 fu incaricato, con Niccolò di Pietro Gerini e Lorenzo di Niccolò, del polittico dell’altare maggiore di Santa Felicita, terminato nel 1401. [23] Il Catalogo generale dei Beni Culturali registra il trittico di Santa Felicita, oggi alla Galleria dell’Accademia, con attribuzione a Niccolò di Pietro Gerini, Spinello Aretino e Lorenzo di Niccolò; la critica recente riconosce la mano di Spinello negli scomparti centrale e destro. [24] Spinello iniziò nel 1404 la collaborazione con Siena; nel 1407 lavorò per il Comune alla decorazione della Sala di Balìa del Palazzo Pubblico, e nel 1408 alla cappella di Sant’Ansano nel Duomo. [25] Il Museo Civico di Siena descrive la Sala di Balìa come ciclo di sedici episodi della vita di papa Alessandro III, realizzato da Spinello e Parri, con forte connotazione politica legata alle lotte tra papato e impero. [26] La Caduta degli angeli ribelli della Compagnia di Sant’Angelo ad Arezzo, celebrata da Vasari e oggi frammentaria, è collegata da Treccani al passaggio fra Spinello e la generazione di Parri. [27] La National Gallery conserva frammenti della Caduta di Lucifero già nella chiesa della confraternita di Sant’Angelo ad Arezzo, documentata da incisioni e disegni ottocenteschi; il frammento principale mostra san Michele pronto a colpire Lucifero. [28] Il Dizionario Biografico degli Italiani indica la sepoltura di Spinello ad Arezzo, nella chiesa di San Marco di Murello, il 14 marzo 1410; l’Enciclopedia dell’Arte Medievale riporta invece 14 marzo 1411. [29] La National Gallery di Londra indica per Spinello Aretino le date 1345-1352 circa e 1410, ricordando la provenienza aretina, l’iscrizione all’Arte dei Medici e Speziali e l’attività ad Arezzo, Firenze, Pisa e Siena. [30] Treccani ricorda il ruolo di Toesca, Longhi, Bellosi, Boskovits, Tartuferi, Weppelmann e altri studiosi nella ridefinizione critica di Spinello come personalità autonoma rispetto alla tradizione fiorentina e senese.
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