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Simone dei Crocifissi
o Simone di Filippo Benvenuti (Bologna, 1330 circa - Bologna, 1399)
Simone di Filippo, detto più tardi Simone dei Crocifissi, fu uno dei maggiori pittori bolognesi della seconda metà del Trecento. Il soprannome, ormai stabilizzato nella letteratura storico-artistica, nacque in età moderna dalla particolare fortuna delle sue croci dipinte e dalla lettura devozionale della sua opera. Nei documenti medievali compare invece come Simone di Filippo, figlio del calzolaio Filippo di Benvenuto, cittadino bolognese residente nel quartiere di Porta Procola, nella parrocchia di San Domenico. La nascita viene posta intorno al 1330. Nel 1354 il suo nome compare nelle “venticinquine”, gli elenchi degli uomini atti alle armi del Comune di Bologna, dove è già indicato come “magister”. Il dato è utile anche per la cronologia: dal 1352 tali elenchi accoglievano i cittadini che avevano compiuto vent’anni; poiché Simone non compare nel precedente elenco conservato della stessa parrocchia, del 1349, è probabile che avesse raggiunto la maggiore età nei primi anni Cinquanta. La sua formazione va dunque collocata nella Bologna di metà secolo, in un ambiente ancora dominato dall’eredità di Vitale da Bologna e attraversato da correnti giottesche, miniatorie e padane. La questione della formazione resta discussa. La critica ha visto a lungo in Vitale da Bologna il suo principale punto di partenza: da Vitale derivano l’intensità espressiva, la linea nervosa, la vivacità dei volti e una certa aristocratica eleganza gotica. Altri studi hanno richiamato il rapporto con Dalmasio degli Scannabecchi o con il cosiddetto Pseudo-Dalmasio, anche per un legame familiare: nel 1350 Dalmasio sposò Lucia, sorella di Simone. Il problema non è solo documentario, perché l’identificazione fra Dalmasio storico e alcune opere bolognesi resta controversa. Più prudente è parlare di un’area comune, nella quale Simone assimilò vitalismo bolognese, modelli giotteschi e cultura della miniatura. Le prime opere attribuitegli mostrano un pittore già capace di disciplinare l’espressività locale in forme più ordinate. Le due tavole triangolari con l’Annunciazione della Pinacoteca Nazionale di Bologna, l’Incoronazione della Vergine di Budrio, il trittico-reliquiario del Louvre e il Sogno della Vergine della Pinacoteca Nazionale di Ferrara appartengono alla fase iniziale o prossima agli inizi. In questi dipinti la superficie dorata conserva un ruolo decisivo; i volti sono piccoli, accesi, con occhi allungati; i gesti hanno una semplicità comunicativa che diventerà una delle sue cifre. Un capitolo importante riguarda Santa Maria di Mezzaratta, chiesa della confraternita della Madonna presso Bologna. Nel 1366 Simone ricevette l’incarico di dipingere cinque storie dell’Antico Testamento sulla parete destra dell’edificio; quelle scene non sono giunte fino a noi. La critica gli ha però riferito parte delle Storie del Nuovo Testamento oggi trasportate nella Pinacoteca Nazionale di Bologna, tra cui la Circoncisione, firmata con uno Jacobus, la Fuga in Egitto, la Guarigione del paralitico e la Resurrezione di Lazzaro. Il cantiere di Mezzaratta rivela la sua capacità narrativa: architetture compatte, figure raccolte, gesti chiari, una religiosità comunicata attraverso episodi leggibili e fortemente espressivi. Nel 1359 Simone aveva sposato Donella di Gerardino di Giovanni. Dagli anni Sessanta in poi la documentazione mostra una crescente stabilità economica: acquistò case e terreni, mantenne residenza nella parrocchia di San Domenico, ricevette incarichi da chiese, confraternite e privati. Nel 1365 fu nominato procuratore dal cognato Dalmasio durante il soggiorno di quest’ultimo a Pistoia; nel 1366 e 1367 lavorò, insieme a uno Jacobus, alla tinteggiatura degli archi e dei pilastri del Collegio di Spagna. Nel dicembre 1367 ricevette un pagamento per una tavola destinata a Santa Maria dei Servi. La sua carriera appare già saldamente inserita nel sistema cittadino. La prima opera datata e firmata oggi fondamentale per il suo catalogo è la Pietà con angeli e il donatore Giovanni da Elthinl, del 1368, conservata al Museo Civico Medievale di Bologna, già Museo Davia Bargellini. L’iscrizione ricorda la morte del donatore, studente a Bologna, e la destinazione dell’immagine alla salvezza della sua anima. La tavola ha dimensioni contenute e carattere devozionale privato. Il Cristo è presentato a mezzo busto, sostenuto dagli angeli; il donatore inginocchiato entra nello spazio sacro con una presenza minuta, ma intensa. Il dolore non viene amplificato in forma teatrale. È concentrato nei volti, nelle mani sottili, nella ferita aperta, nello sguardo abbassato. Nel 1370 fu collocato il Crocifisso di San Giacomo Maggiore a Bologna, anch’esso firmato. La grande croce dipinta, probabilmente destinata alla navata come crux de medio ecclesiae, spiega in parte la fortuna del soprannome. Il Cristo ha il corpo allungato, le braccia distese, il capo reclinato, il perizoma chiaro costruito con pieghe morbide. Ai terminali compaiono la Vergine e san Giovanni, mentre in alto Cristo benedicente completa l’asse verticale dell’immagine. Simone non cerca una brutalità anatomica: il corpo è magro, vulnerabile, ma composto. La funzione devozionale è immediata; l’immagine doveva sostenere la preghiera, il pianto, la meditazione sulla Passione. Il pittore tornò spesso al tema della croce. A Bologna si conservano altri Crocifissi legati al suo nome, tra cui quello di Santo Stefano, datato dalla critica al 1375-1380 circa e noto attraverso la firma. Le variazioni non sono radicali: Simone lavora su un modello riconoscibile, con il corpo flesso, il volto segnato, la preziosità del fondo oro, la struttura lignea sagomata. La forza di queste opere sta nella loro efficacia liturgica. Sono immagini pensate per una presenza fisica nello spazio della chiesa, non semplici tavole da osservare da vicino. Nel 1378 si colloca la Madonna col Bambino in trono tra angeli e il donatore Giovanni da Piacenza, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna. L’opera fu destinata alla chiesa collinare della Madonna del Monte secondo le ultime volontà di Giovanni da Piacenza e venne fatta eseguire da Biagia di ser Bondo. La Vergine siede frontalmente, avvolta in un manto ampio; il Bambino si muove verso la madre con una vivacità misurata; gli angeli creano intorno al trono una corona preziosa. Il donatore, piccolo e inginocchiato, rende visibile la funzione memoriale dell’immagine. Qui Simone raggiunge una formula matura: monumentalità semplice, tenerezza trattenuta, forte chiarezza devozionale. La produzione degli anni Settanta e Ottanta mostra il consolidamento del suo stile. La piccola Natività degli Uffizi, la Sant’Elena in adorazione della croce con una monaca domenicana della Pinacoteca di Bologna, varie Incoronazioni della Vergine e polittici smembrati testimoniano un repertorio ampio, adatto a chiese, altari laterali, confraternite e devozione individuale. L’Incoronazione della Vergine del 1382, già in Santa Maria Incoronata, è uno dei punti cronologici sicuri della fase matura. Il soggetto gli fu particolarmente congeniale: la Vergine e Cristo seduti entro un’architettura dorata, il gesto dell’incoronazione, gli angeli, la simmetria solenne gli consentivano di unire ornamento e leggibilità. La sua pittura non fu estranea alle novità di Jacopo Avanzi e del neogiottismo bolognese. Da questi modelli trasse una maggiore solidità dei corpi, una costruzione più monumentale delle figure, una più chiara organizzazione spaziale. Tale aggiornamento rimase però entro una sensibilità conservatrice. Simone preferì immagini frontali, forme isolate, composizioni stabili, sentimenti immediatamente comunicabili. Nei momenti migliori questa scelta produce opere di notevole intensità; nei lavori più ripetitivi diventa formula, con volti simili, gesti ridotti, troni e architetture replicati con variazioni minime. Nel corso degli anni Ottanta il pittore raggiunse anche un ruolo civile. Nel 1380 fu tra gli anziani del quartiere di Porta Procola; negli anni seguenti ricoprì incarichi nel contado, come podestà di sacco a Crevalcore e Funo, supervisore dei mulini, castellano e podestà a Zola, castellano e custode della rocca di Tossignano. Questi incarichi, insieme agli estimi e ai testamenti, indicano un artista economicamente solido, pienamente integrato nel tessuto politico e sociale della Bologna comunale. Non era soltanto un pittore richiesto; era un cittadino con proprietà, responsabilità e relazioni pubbliche. Gli ultimi due decenni del secolo videro una produzione molto abbondante. Il polittico n. 298 della Pinacoteca Nazionale di Bologna, l’Incoronazione della Vergine oggi in collezione Alana, le tavole della Compagnia dei Lombardi, l’Incoronazione firmata della Pinacoteca Nazionale di Ferrara e le storie della Vergine collegate alla predella del disperso polittico Cospi mostrano una bottega capace di rispondere a una domanda crescente. Il possibile polittico per la cappella Cospi in San Petronio, acquisita in patronato nel 1396, appartiene alla fase estrema e testimonia il prestigio raggiunto dal pittore negli anni della costruzione della grande basilica bolognese. In alcune opere tarde Simone ritrova una narrazione più sciolta, forse per contatto con la miniatura bolognese aperta a modi internazionali, rappresentata da Nicolò di Giacomo e dal giovane Giovanni di fra Silvestro. Le Storie della Vergine, in particolare, hanno un ritmo più mosso rispetto a certe tavole monumentali: piccoli interni, architetture leggere, figure in dialogo, episodi disposti con vivacità. Non siamo ancora nel gotico internazionale pienamente maturo, ma si avverte il desiderio di alleggerire la formula, di rendere più mobile il racconto. Il giudizio critico su Simone ha oscillato. Longhi ne riconobbe la centralità nel Trecento bolognese, ma vide anche il rischio di una produzione seriale. Ferretti ha definito la sua pittura come un equilibrio instabile fra passione e sigla: formula efficace, perché coglie il nodo del problema. Simone possiede una vena emotiva reale, soprattutto nelle Pietà, nei Crocifissi e in alcune Madonne; allo stesso tempo costruisce un repertorio di immagini replicabili, destinate a una domanda devozionale ampia. La ripetizione non va intesa solo come limite: è parte del suo successo. La morte avvenne nel 1399. Il 7 dicembre 1397 redasse un primo testamento, poi modificato nel giugno 1399; la pubblicazione dell’atto nel luglio dello stesso anno attesta che il pittore era ormai morto. Lasciava beni, case, terreni e un nome già consolidato nella memoria cittadina. La sua fortuna postuma, soprattutto in età moderna, fu legata alle croci dipinte e all’immagine di un maestro capace di parlare alla devozione popolare. Simone dei Crocifissi va quindi presentato come figura cardine del Trecento bolognese. La sua opera sta tra Vitale da Bologna, il filone giottesco padano, Jacopo Avanzi e la cultura miniatoria locale. Non ebbe la forza sperimentale di Vitale né l’energia plastica di Avanzi, ma seppe dare forma a un linguaggio stabile, riconoscibile, largamente richiesto. Le sue tavole trasformarono il dolore sacro, la maternità della Vergine, la Passione e la memoria del committente in immagini di accesso immediato, costruite per chiese, confraternite, altari privati e devozione domestica. In questo rapporto fra pittura e preghiera quotidiana sta il nucleo più saldo della sua importanza.
A.R.
Note[1] Simone di Filippo era figlio del calzolaio Filippo di Benvenuto. Il soprannome “dei Crocifissi” è posteriore e deriva dalla fortuna devozionale delle sue croci dipinte. [2] La prima attestazione documentaria risale al 1354 nelle “venticinquine” del Comune di Bologna; nel 1355 è ricordato come “magister” nella parrocchia di San Domenico, quartiere di Porta Procola. [3] La formazione è stata ricondotta soprattutto all’ambiente di Vitale da Bologna. La critica ha discusso anche il rapporto con Dalmasio degli Scannabecchi e con lo Pseudo-Dalmasio, in relazione alla componente filogiottesca della sua pittura. [4] Nel 1366 Simone ricevette l’incarico per cinque storie dell’Antico Testamento in Santa Maria di Mezzaratta. Le scene non sono conservate; a lui sono però riferite parti del ciclo neotestamentario oggi nella Pinacoteca Nazionale di Bologna. [5] Nel 1368 eseguì la Pietà con angeli e il donatore Giovanni da Elthinl, oggi al Museo Civico Medievale di Bologna, opera firmata e datata. [6] Il Crocifisso di San Giacomo Maggiore, firmato e datato 1370, fu probabilmente destinato alla navata come croce monumentale di mezzo chiesa. [7] La Madonna col Bambino in trono tra angeli e il donatore Giovanni da Piacenza, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, fu eseguita nel 1378 per la chiesa della Madonna del Monte, secondo le volontà testamentarie del committente. [8] L’Incoronazione della Vergine del 1382, già in Santa Maria Incoronata, è una delle opere datate della maturità e conferma la frequenza di questo soggetto nel catalogo di Simone. [9] Negli anni Ottanta Simone ricoprì vari incarichi civici e amministrativi a Bologna e nel contado: anziano del quartiere di Porta Procola, podestà di sacco, castellano e custode di rocca. [10] Il testamento del 1399 fu pubblicato nel luglio dello stesso anno; a quella data il pittore era già morto.
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