Segna di Bonaventura

 

 

 

 

(Siena, documentato dal 1298 - morto prima del 1331)

 

 

 

Segna di Bonaventura fu uno dei principali pittori senesi della generazione immediatamente successiva a Duccio di Buoninsegna. Le date di nascita e di morte non sono note. La sua attività è documentata dal 1298 al 1326; nel 1331 risulta già defunto. Le fonti lo indicano come pittore senese, residente nel popolo di San Pietro a Ovile, e la tradizione critica lo considera nipote di Duccio, circostanza che spiega il carattere strettamente duccesco della sua formazione e della sua pittura.

La prima notizia certa risale al dicembre 1298, quando ricevette un pagamento per decorare le coperte dei libri del podestà di Siena. Nel 1306 lavorò per la magistratura della Biccherna, dipingendo una tavola e copertine di registri; altri pagamenti per piccoli scudi e tavolette destinate ai libri del capitano, del podestà e della Biccherna sono registrati nel 1307, nel 1309 e nel 1311. Questi incarichi, apparentemente minori, collocano Segna nel cuore della produzione pubblica senese: la pittura non riguardava soltanto pale d’altare e croci, ma anche oggetti d’uso amministrativo, registri, copertine, insegne, immagini legate alla rappresentazione civica.

Nel 1316 eseguì una tavola per il Comune senese e nello stesso anno risulta contribuente. Nel 1317 è ricordato per un dipinto destinato al convento agostiniano di Lecceto, spesso identificato con una Madonna oggi nel Museo Diocesano di Siena, sebbene la questione non sia chiusa. Nel luglio 1319 si trovava ad Arezzo, dove comparve come testimone in un atto rogato nella badia delle Sante Flora e Lucilla; proprio a questo soggiorno viene collegato il grande Crocifisso ancora conservato nella badia aretina. Nel novembre dello stesso anno era nuovamente a Siena, impegnato nel Palazzo Pubblico nel restauro di una Madonna posta davanti al Concistoro dei Nove. Nel 1326 compare tra i membri dell’arte senese della Mercanzia. Nel 1331 il figlio Niccolò, anch’egli pittore, è ricordato come figlio del defunto Segna: la morte va quindi collocata tra il 1326 e quella data.

La fortuna antica del pittore fu alterata da un errore di prospettiva. Sigismondo Tizio lo ricordò nel Cinquecento ritenendolo maestro di Duccio; la critica moderna ha rovesciato correttamente il rapporto. Segna appartiene all’orbita di Duccio, non alla sua origine. Fu uno dei suoi interpreti più fedeli, capace di trasformare la lezione del maestro in un linguaggio più accessibile, ripetibile, adatto a una committenza ampia: chiese cittadine, conventi, magistrature comunali, centri del contado, ordini religiosi.

Del pittore sono note quattro opere firmate. La prima è costituita dagli scomparti provenienti da San Salvatore alla Badia Berardenga, oggi nella Pinacoteca Nazionale di Siena, con san Paolo, la Vergine, san Giovanni Evangelista e san Romualdo. Dovevano far parte di un complesso più ampio, forse centrato su un Cristo in pietà. La seconda è la Madonna in trono tra san Gregorio, san Giovanni Battista e quattro donatori nella collegiata di San Giuliano a Castiglion Fiorentino. La terza è un Crocifisso oggi al Museo Puškin di Mosca. La quarta è il polittico smembrato oggi diviso tra il Metropolitan Museum di New York, che conserva la Madonna col Bambino e i santi Benedetto, Silvestro Gozzolini e Giovanni Evangelista, e il Museo del Tesoro della basilica di San Francesco ad Assisi, dove si conserva un san Giovanni Battista riferito allo stesso insieme.

La Madonna col Bambino del Metropolitan Museum è un punto alto della sua maturità. Il pannello centrale conserva l’impianto della tavola devozionale senese: fondo oro, arco dipinto, Vergine a mezzo busto, Bambino nudo parzialmente avvolto nel panno rosato. L’immagine deriva dalla morbidezza di Duccio, ma possiede una gravità più rigida. Il volto della Vergine è allungato, lo sguardo inclinato, il manto blu solcato da sottili lumeggiature dorate; il Bambino ha una presenza frontale, quasi severa. Nei pannelli laterali con i santi benedettini il riferimento all’ordine silvestrino suggerisce una committenza monastica precisa.

La Madonna di Castiglion Fiorentino mostra un’altra componente della sua pittura. Il modello è la Maestà duccesca, con la Vergine in trono, santi laterali e donatori inginocchiati. Segna mantiene la struttura solenne, ma riduce la complessità emotiva del prototipo. Il trono è costruito con attenzione decorativa; le figure hanno un ritmo più lineare; il sentimento religioso si concentra nella chiarezza dell’immagine e nella preziosità della superficie. L’opera ebbe grande rilievo nel territorio aretino e documenta la capacità della pittura senese di irradiarsi fuori dalla città.

Le croci dipinte occupano un posto importante nel catalogo. La Croce della National Gallery di Londra, datata intorno al 1310-1315, mostra Cristo morto, con il corpo flesso e il capo reclinato; la Vergine e san Giovanni compaiono nei terminali laterali. L’immagine appartiene al tipo del Christus patiens, ormai pienamente affermato nella pittura italiana tra Due e Trecento. Segna vi conserva la misura senese: il dolore è leggibile, ma non esplode; il corpo si incurva con eleganza; la linea del perizoma, il sangue, i capelli, la testa piegata costruiscono un pathos controllato, vicino a Duccio nella qualità del disegno e nel tono affettivo.

Il grande Crocifisso della badia delle Sante Flora e Lucilla ad Arezzo, riferibile al soggiorno del 1319, rappresenta una tappa avanzata. La figura di Cristo appare più distesa, il corpo più allungato, la curva più gotica. Il linguaggio si fa meno compatto rispetto alle prime opere e rivela una maggiore attenzione alla linea elegante, in una fase nella quale la pittura senese stava già registrando le soluzioni di Simone Martini. Il pittore resta duccesco, ma il gusto si aggiorna: i panneggi si fanno più sottili, i colori più brillanti, le figure più affusolate.

La critica ha discusso a lungo il perimetro del suo catalogo. In assenza di opere datate, la sequenza cronologica dipende da confronti stilistici e da pochi appigli documentari. Alcuni studiosi hanno tentato di scomporre la produzione riferita a Segna in più personalità anonime: il Maestro del polittico di Sant’Antonio a Montalcino, il Maestro di San Polo in Rosso e altri nuclei di bottega. La tendenza più prudente è riconoscere intorno a Segna una bottega ampia, produttiva, capace di replicare modelli e di lavorare con collaboratori. In questa prospettiva le oscillazioni qualitative non impongono sempre la creazione di nuovi maestri.

Lo stile di Segna si definisce per fedeltà e misura. Da Duccio riprese il profilo dolce della Vergine, il fondo oro, le lumeggiature sottili sui manti, l’eleganza del disegno, la delicatezza del rapporto tra Madre e Figlio. La sua pittura, però, tende a irrigidire le forme. Le figure sono più solenni, meno sfumate psicologicamente; i passaggi chiaroscurali hanno minore sottigliezza; l’immagine conserva un valore iconico più forte. In molte Madonne il volto è inclinato con grazia, ma lo sguardo rimane distante; il Bambino è tenero nella posa, ma già solenne nella presenza.

A partire dalla metà del secondo decennio del Trecento si avverte un accento più gotico. Le figure si allungano, i panneggi diventano più mobili, la tavolozza si schiarisce. Questo mutamento coincide con la crescita della cultura martiniana a Siena. Simone Martini, più giovane ma presto decisivo, introdusse una linea più sottile, un’eleganza cortese, un senso ornamentale più raffinato. Segna non divenne un pittore martiniano, ma recepì alcune di queste novità, specialmente nelle opere tarde e nei dipinti destinati a committenze raffinate.

Tra le opere riferite alla sua maturità si ricordano la Maddalena dell’Alte Pinakothek di Monaco, le croci di Siena, Londra, Chianciano, Mosca e Pienza, la Madonna dei Servi a Siena, la Madonna del Museo Diocesano senese, la Madonna col Bambino in trono tra i santi Bartolomeo e Ansano e una donatrice, oggi nella raccolta della Fondazione Monte dei Paschi di Siena. Quest’ultima, datata intorno al 1318-1320, mostra un trono costruito con fine attenzione spaziale e cromatica, pilastri marmorei dipinti in toni diversi, bordure preziose e una maggiore intimità nel rapporto tra la Vergine e il Bambino.

La sua bottega ebbe continuità nei figli Niccolò di Segna e Francesco di Segna, entrambi pittori. Niccolò è documentato dal 1331, quando affittò una bottega; Francesco proseguì a sua volta la linea familiare. Attraverso di loro, il linguaggio di Segna continuò a circolare nella pittura senese del secondo Trecento, spesso in forme più rigide e ripetitive. La famiglia Segna rappresenta quindi uno dei canali principali di diffusione del duccismo dopo la morte del maestro.

Il giudizio storico su Segna va liberato sia dalla svalutazione ottocentesca, che lo considerava un pittore debole e derivativo, sia da una sopravvalutazione opposta. Fu un artista di scuola, nel senso pieno del termine: non inventò un linguaggio nuovo, ma diede continuità a quello di Duccio, adattandolo a funzioni diverse e a un mercato più ampio. La sua importanza sta nella durata del modello senese, nella capacità di trasformare l’immagine duccesca in una grammatica stabile, riconoscibile, devozionalmente efficace.

Per una voce destinata ad Arte Ricerca, Segna di Bonaventura va presentato come pittore senese attivo tra fine Duecento e primo Trecento, nipote e seguace di Duccio, documentato nei registri civici senesi, autore di quattro opere firmate e capo di una bottega familiare. La sua pittura è uno dei luoghi in cui il linguaggio di Duccio passa dalla grande invenzione individuale alla tradizione di bottega, con aperture graduali verso Simone Martini e il nuovo gusto gotico.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] La prima notizia documentaria risale al dicembre 1298, quando Segna ricevette un pagamento per decorare le coperte dei libri del podestà di Siena.

[2] Tra 1306 e 1311 lavorò più volte per la Biccherna e per gli uffici del Comune senese, eseguendo tavole, copertine dipinte e piccoli scudi destinati ai registri pubblici.

[3] Nel 1317 è ricordato per un dipinto destinato al convento agostiniano di Lecceto, spesso identificato con una Madonna oggi nel Museo Diocesano di Siena.

[4] Nel luglio 1319 Segna risulta residente ad Arezzo; a questo soggiorno viene collegato il grande Crocifisso della badia delle Sante Flora e Lucilla.

[5] Nel novembre 1319 era di nuovo a Siena, impegnato nel Palazzo Pubblico nel restauro di una Madonna posta davanti al Concistoro dei Nove.

[6] Nel 1326 è registrato tra i membri dell’arte senese della Mercanzia. Nel 1331 era già morto, poiché il figlio Niccolò è ricordato come figlio del defunto pittore Segna.

[7] Le quattro opere firmate sono: gli scomparti provenienti da San Salvatore alla Badia Berardenga, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Siena; la Madonna in trono di Castiglion Fiorentino; il Crocifisso del Museo Puškin di Mosca; il polittico smembrato tra il Metropolitan Museum di New York e il Museo del Tesoro della basilica di San Francesco ad Assisi.

[8] Il rapporto familiare con Duccio è accolto dalla storiografia moderna e spiega la forte dipendenza stilistica di Segna dal grande maestro senese.

[9] La critica ha più volte discusso la possibilità di distinguere, nel catalogo tradizionale di Segna, mani di bottega e personalità anonime autonome. La linea più prudente riconosce una produzione ampia, con opere autografe, interventi di collaboratori e continuità familiare.

[10] Niccolò di Segna e Francesco di Segna, figli del pittore, proseguirono la tradizione della bottega nella Siena del Trecento.

 

 

 

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