Pietro Cavallini

 

 

 

Pietro de’ Cerroni, detto Cavallini; Roma, nato probabilmente intorno alla metà del XIII secolo, forse verso il 1240-1250; documentato dal 1273 al 1308-1309; attivo soprattutto a Roma e a Napoli tra l’ultimo quarto del Duecento e il primo decennio del Trecento

 

 

 

Pietro Cavallini è il maggiore pittore romano tra Duecento e Trecento, una figura centrale per comprendere la stagione artistica di Roma prima e accanto a Giotto. La sua opera mostra una via romana al rinnovamento della pittura: recupero del classicismo antico e paleocristiano, monumentalità delle figure, costruzione cromatica dei volumi, nuova attenzione allo spazio, dialogo con la scultura di Arnolfo di Cambio e con l’ambiente cosmopolita della curia pontificia. La sua importanza fu riconosciuta già da Lorenzo Ghiberti, che lo ricordò come maestro “dottissimo” e attivo in diversi luoghi di Roma [1].

La biografia documentaria è esigua e complessa. Un atto di compravendita del 2 ottobre 1273 cita un Petrus dictus Caballinus de Cerronibus come testimone. La maggior parte della critica lo identifica con il pittore, appartenente alla famiglia romana dei Cerroni, legata al rione Monti; il soprannome “Cavallinus” finì poi per prevalere come nome d’uso [2]. Un secondo documento, del 12 gennaio 1279, ricorda un Pietro Cavallini in rapporto economico con Matteo Orso Orsini, come creditore e autore o fornitore di una fibula; il dato conferma una posizione sociale già solida [3]. Queste attestazioni rendono plausibile una nascita intorno alla metà del secolo, con una leggera preferenza per gli anni quaranta o cinquanta.

La questione cronologica è decisiva. Una tradizione antica, fondata anche su una nota di Giovanni Cavallini, scrittore apostolico e figlio dell’artista, ricordava una vita lunghissima, quasi centenaria [4]. Il dato va accolto come indizio di longevità, senza trasformarlo in certezza aritmetica. Resta però il fatto che Cavallini appare più anziano di Giotto, forse di una generazione. Questo cambia la prospettiva storiografica: il rinnovamento della pittura italiana non può essere raccontato soltanto come irradiazione fiorentina o assisiate. A Roma, negli ultimi decenni del Duecento, si elabora una ricerca autonoma sul corpo, sulla luce, sul colore e sullo spazio [5].

Le prime imprese romane ricordate dalle fonti riguardano la basilica di San Paolo fuori le Mura, quasi interamente perduta nell’incendio del 1823. Ghiberti attribuiva a Cavallini una vasta attività nella basilica ostiense; la critica ha collegato al maestro, almeno in parte, il ciclo con gli Atti degli Apostoli nella navata e forse alcuni ritratti papali [6]. Le copie seicentesche e i frammenti superstiti permettono soltanto una ricostruzione prudente. San Paolo fu comunque un luogo capitale: qui Cavallini poté misurarsi con la memoria paleocristiana, con grandi cicli monumentali, con il mosaico e con la scultura arnolfiana del ciborio.

Il rapporto con Arnolfo di Cambio è uno dei nodi principali. Il ciborio di San Paolo, commissionato dall’abate Bartolomeo, e poi quello di Santa Cecilia, datato 1293, contribuirono a creare un ambiente figurativo nel quale architettura, scultura e pittura cercavano una nuova monumentalità [7]. Cavallini guarda alla scultura arnolfiana per la misura dei corpi, per la solidità delle teste, per il modo di dare alle figure una presenza calma e severa. La sua pittura non nasce da un semplice bizantinismo aggiornato. Si alimenta della Roma antica, dei sarcofagi, dei mosaici paleocristiani, delle basiliche, dei Cosmati, della plastica gotica.

Il primo grande nucleo conservato è il ciclo musivo di Santa Maria in Trastevere, realizzato nel registro inferiore dell’abside, probabilmente tra 1290 e 1299, con data tradizionale 1291 ancora discussa [8]. Il committente fu Bertoldo Stefaneschi, raffigurato nel pannello centrale con la Madonna col Bambino tra san Pietro e san Paolo [9]. Le scene illustrano la vita della Vergine: Natività di Maria, Annunciazione, Natività di Cristo, Adorazione dei Magi, Presentazione al Tempio, Dormitio Virginis, con il pannello votivo centrale.

I mosaici trasteverini sono una delle prove più alte dell’arte romana di fine Duecento. La tecnica musiva conserva una solennità luminosa, fatta di tessere dorate, rossi profondi, azzurri e verdi, ma le figure hanno una nuova corposità. Nell’Annunciazione, il trono della Vergine suggerisce una ricerca spaziale ancora intuitiva, ma non più puramente simbolica; nella Natività, il corpo della Vergine distesa acquista peso e volume; nella Dormitio, gli apostoli si dispongono intorno al letto con una gravità liturgica e umana. La scena sacra esce dalla fissità dell’icona e diventa evento abitato da corpi.

Il ciclo mostra anche il rapporto fra parola, liturgia e immagine. I versi poetici, probabilmente legati all’ambiente Stefaneschi, accompagnavano i riquadri e trasformavano l’abside in un racconto mariano coordinato al grande mosaico del catino, più antico, con Cristo e la Vergine in trono [10]. Cavallini non cancella la tradizione absidale romana: la integra, la aggiorna, la piega a una narrazione più moderna.

Il capolavoro dell’affresco è il Giudizio universale di Santa Cecilia in Trastevere, conservato oggi nel coro delle monache, sulla controfacciata della basilica. La datazione viene spesso posta attorno al 1293, in rapporto al ciborio di Arnolfo, ma la cronologia resta discussa [11]. L’opera raffigura Cristo giudice in trono entro mandorla, circondato da serafini; ai lati stanno la Vergine, il Battista e gli apostoli; nella fascia inferiore si dispongono beati e dannati, accolti o respinti dagli angeli [12]. Del più ampio ciclo vetero e neotestamentario che ornava le pareti della navata restano soltanto alcuni frammenti [13].

Santa Cecilia rivela ciò che il mosaico, per sua natura, lasciava più trattenuto. Nell’affresco Cavallini modella i volti con passaggi cromatici morbidi, fa ruotare i corpi, costruisce sedili in scorcio, ordina gli apostoli in uno spazio solenne. Il Cristo al centro non è una pura icona frontale: ha volume, peso, gravità fisica. Gli apostoli siedono su troni che tendono a convergere, creando un principio di profondità. I panneggi non sono soltanto linee decorative; avvolgono corpi larghi, con spalle, ginocchia, torsioni. La pittura romana raggiunge qui una qualità plastica che precede e accompagna le grandi novità del primo Trecento.

Lo schema del Giudizio resta in parte bizantino e occidentale insieme: Cristo giudice, apostoli, intercessori, beati, dannati, strumenti della Passione sull’altare [14]. L’innovazione sta nel modo in cui le figure esistono. I volti hanno proporzioni ampie, carnagioni calde, occhi profondi. Le mani non sono segni convenzionali, ma organi espressivi. Gli angeli non galleggiano come figure astratte; respingono, accolgono, accompagnano. Il dramma escatologico viene reso attraverso una monumentalità calma, senza esasperazione narrativa.

Gli affreschi di Santa Cecilia furono riscoperti alla fine dell’Ottocento e studiati da Federico Hermanin, che ne comprese subito il ruolo nel quadro della pittura italiana pregiottesca [15]. Da allora Cavallini è divenuto uno dei centri della “questione romana”: fino a che punto Roma, prima o indipendentemente da Giotto, elaborò una nuova pittura dello spazio e del corpo? La risposta più prudente riconosce a Cavallini una piena autonomia. Il suo classicismo non è archeologico. È una lingua viva, costruita su modelli antichi e paleocristiani, su materia cromatica e su una misura umana delle figure.

Dopo Santa Cecilia, la critica discute alcune opere romane. L’affresco absidale di San Giorgio al Velabro, con Cristo tra la Vergine, san Pietro, san Giorgio e altri santi, è uno dei problemi attributivi più delicati: alcuni studiosi lo hanno ritenuto autografo, altri opera di bottega o di ambito cavalliniano. Anche la datazione oscilla fra gli anni di Pietro Peregrosso, cardinale titolare dal 1288 al 1296, e quelli di Jacopo Stefaneschi, dopo il 1296 [16]. Lo stato conservativo rende difficile una decisione netta. L’opera mostra comunque un linguaggio vicino a Cavallini: ampio respiro delle figure, citazioni antiche, monumentalità composta.

Più solida è l’attribuzione dell’affresco per la tomba del cardinale Matteo d’Acquasparta in Santa Maria in Aracoeli, eseguito intorno al 1302, anno della morte del presule [17]. Cavallini vi lavora entro un contesto francescano e cardinalizio di alto profilo. L’immagine funeraria unisce memoria del defunto, intercessione e autorità ecclesiastica; la figura assume gravità romana, con una dignità misurata che conferma la capacità dell’artista di adattare la propria lingua alle esigenze della committenza curiale.

Nella stessa area problematica rientrano altre opere o frammenti: la Madonna della Bocciata nelle Grotte Vaticane, alcuni pannelli musivi e dipinti riferiti alla cerchia, una tavoletta con il Redentore a Palazzo Venezia attribuita oggi alla cerchia di Cavallini, e il celebre Cristo Redentore del Camposanto Teutonico, che Federico Zeri pubblicò come autografo ma che restauri e studi successivi hanno reso oggetto di maggiore cautela [18]. Questi casi vanno considerati come documenti del vasto raggio dell’area cavalliniana, più che come certezze autografe. La qualità di alcuni frammenti resta altissima, ma la distinzione fra maestro, bottega e seguaci richiede controllo tecnico e storico.

Il soggiorno napoletano è documentato nel 1308. Il 10 giugno di quell’anno Carlo II d’Angiò concesse al magister Petrus Cavallinus de Roma pictor una pensione e una casa; il 15 dicembre Roberto d’Angiò confermò i benefici [19]. Un’ulteriore attestazione, resa nota da Francesco Aceto, documenta pagamenti ad artisti fra il giugno 1308 e l’agosto 1309, fra cui il maestro romano [20]. Cavallini entra così nella corte angioina, in un momento in cui Napoli stava costruendo una propria immagine regale e religiosa attraverso artisti forestieri, modelli romani, francescani, domenicani e mediterranei.

La sua attività napoletana è una delle questioni più discusse. Ferdinando Bologna gli attribuì gli affreschi della cappella Brancaccio in San Domenico Maggiore, mentre respinse l’attribuzione diretta di altri cicli tradizionalmente collegati a lui, come gli affreschi di Santa Maria Donnaregina e l’Albero di Jesse nel Duomo [21]. Le istituzioni napoletane e parte della tradizione storico-artistica continuano a indicare Donnaregina come grande ciclo eseguito da Cavallini e aiuti, o da una équipe guidata dal maestro romano [22]. La formula più corretta, oggi, è prudente: il complesso napoletano mostra una forte matrice romana e cavalliniana; l’autografia piena di Cavallini nelle singole parti resta da valutare caso per caso.

Santa Maria Donnaregina Vecchia conserva uno dei cicli più vasti della Napoli angioina. Il coro delle monache e le pareti dipinte appartengono a un ambiente di committenza regale, legato alla regina Maria d’Ungheria e alla spiritualità francescana femminile. Il linguaggio mostra figure monumentali, architetture dipinte, registri narrativi ampi, una cultura formata a Roma e poi adattata al contesto napoletano. La presenza di Cavallini, diretta o mediata da collaboratori, ebbe grande peso nella formazione della pittura meridionale del Trecento.

Il problema napoletano è importante perché mostra la mobilità degli artisti romani dopo il declino della centralità pontificia di Roma e prima dello spostamento stabile della curia ad Avignone. Roma, Napoli e poi Avignone formano un sistema di scambi. Cavallini porta a Napoli una pittura di grande prestigio, fondata su modelli curiali e su una monumentalità classicheggiante; Napoli la assorbe dentro una cultura angioina più dinastica, più narrativa, più aperta ai cicli francescani e monastici.

La fortuna di Cavallini fu vasta. La sua lezione si avverte in Santa Maria in Vescovio, in Sabina, a Ferentino, a San Vittore nel Lazio, in diversi cicli laziali e campani, e in una produzione di bottega difficilmente separabile dall’autografia del maestro [23]. Treccani parla, per questi esiti, di una delle più importanti botteghe pittoriche del Medioevo romano [24]. Questo dato è essenziale: Cavallini non fu soltanto un grande autore individuale. Fu il centro di una cultura figurativa romana, capace di irradiarsi nel Lazio meridionale e nel Regno angioino.

Il suo stile si fonda su una costruzione cromatica del volume. I volti sono modellati da ombre verdi, rosse e brune; i panneggi si gonfiano attorno ai corpi; le figure possiedono una calma ampiezza. Nei mosaici, la luce nasce dalla tessera; negli affreschi, dalla modulazione del colore. Il classicismo appare nelle teste larghe, nei troni, negli apostoli seduti, nella misura dei gesti. La spiritualità non perde solennità, ma acquista corpo umano.

Il confronto con Giotto ha dominato a lungo la storiografia. Vasari, per ragioni fiorentinocentriche, presentò Cavallini come discepolo di Giotto; la critica moderna ha capovolto il problema, riconoscendo la forte autonomia romana e l’anteriorità di alcune ricerche cavalliniane [25]. Cavallini non è un “Giotto romano”. È un maestro romano che lavora entro un’altra tradizione: paleocristiana, musiva, curiale, classicheggiante, segnata da Arnolfo e dai grandi spazi basilicali. Il suo rinnovamento passa meno attraverso la costruzione narrativa compatta e più attraverso la monumentalità del corpo e la dignità della figura.

La differenza è visibile. Giotto organizza scene in spazi chiusi, con rapporti drammatici fra figure e ambiente. Cavallini costruisce presenze. I suoi apostoli, i suoi santi, il suo Cristo giudice occupano il piano pittorico con autorità quasi statuaria. Lo spazio esiste, ma resta legato a troni, sedili, architetture dipinte, quinte ordinate. La sua pittura non cerca sempre la profondità coerente; cerca la gravità dell’apparizione.

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Pietro Cavallini va collocato fra i maestri maggiori, anche se la parte più sicura della sua attività appartiene ancora al tardo Duecento. La sua presenza in questa serie è necessaria perché la sua opera incide profondamente sul primo Trecento romano, napoletano e adriatico. Senza Cavallini si comprendono male il rapporto fra Roma e Assisi, la cultura angioina, il ruolo della pittura monumentale romana, la formazione di molte botteghe laziali e campane, e il confronto stesso con Giotto.

La sua grandezza sta nella capacità di trasformare Roma in una fonte viva di modernità. Non si limita a conservare la tradizione antica e bizantina; la rende nuovamente produttiva. Nei mosaici di Santa Maria in Trastevere e nel Giudizio universale di Santa Cecilia, la figura sacra acquista corpo, respiro, colore, peso. L’immagine resta liturgica, solenne, gerarchica; diventa anche presenza umana. È qui che Cavallini occupa il proprio posto: alle origini di una pittura italiana capace di guardare al classico, al corpo e allo spazio prima che il Trecento trovi le sue forme più note.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] La voce Treccani ricorda la valutazione di Lorenzo Ghiberti, fonte ritenuta particolarmente attendibile per l’attività romana di Cavallini, e segnala il peso del maestro nella cosiddetta “prima Rinascita” dell’arte italiana.

[2] Il documento del 2 ottobre 1273 cita “Petrus dictus Caballinus de Cerronibus”; Treccani segnala l’identificazione prevalente con il pittore e l’appartenenza probabile alla famiglia romana dei Cerroni.

[3] Il testamento Orsini del 12 gennaio 1279, reso noto da Barbero, menziona Pietro Cavallini come creditore e in rapporto con una fibula, indicando una posizione già adulta e socialmente riconosciuta.

[4] La nota di Giovanni Cavallini su un codice vaticano ricorda il padre Pietro de Cerronibus come uomo vissuto molto a lungo; Treccani interpreta il dato soprattutto come indicazione di longevità.

[5] L’Enciclopedia dell’Arte Medievale sottolinea che l’attuale quadro documentario e i caratteri dell’opera delineano un’anzianità di Cavallini rispetto a Giotto di quasi una generazione.

[6] Treccani ricorda la decorazione perduta di San Paolo fuori le Mura, con possibile intervento di Cavallini negli Atti degli Apostoli, nei ritratti papali e in altre parti della basilica.

[7] Secondo Treccani, l’incontro con Arnolfo e con il cantiere di San Paolo ebbe un peso determinante nell’accelerazione del processo classicheggiante del pittore.

[8] La data tradizionale 1291 per i mosaici di Santa Maria in Trastevere è ricordata come priva di evidenza documentaria definitiva; la Fondazione Zeri colloca il nucleo alla fine del XIII secolo, circa 1290-1299.

[9] La Fondazione Zeri registra il pannello con la Madonna col Bambino in clipeo tra san Pietro, san Paolo e il committente Bertoldo Stefaneschi come decorazione musiva di Pietro Cavallini.

[10] Le schede e gli studi sul ciclo trasteverino segnalano il rapporto fra i riquadri mariani di Cavallini, il catino absidale più antico e la committenza Stefaneschi.

[11] L’Enciclopedia dell’Arte Medievale collega spesso la datazione degli affreschi di Santa Cecilia al ciborio arnolfiano firmato e datato 1293, pur ricordando l’assenza di un riferimento cronologico diretto.

[12] Il monastero delle Benedettine di Santa Cecilia descrive il Giudizio universale con Cristo giudice in trono, mandorla di serafini, Vergine, Battista, apostoli, beati e dannati.

[13] La stessa fonte ricorda che il Giudizio proseguiva sulle pareti della navata con una fascia tipologica vetero e neotestamentaria, oggi conservata solo in frammenti.

[14] Il programma iconografico del Giudizio è collegato dalla scheda del monastero ai passi evangelici di Matteo relativi alla venuta finale del Figlio dell’Uomo.

[15] Treccani segnala il ruolo degli studi di Hermanin e il riconoscimento unanime della mano di Cavallini nel Giudizio universale di Santa Cecilia.

[16] L’affresco absidale di San Giorgio al Velabro viene presentato dall’Enciclopedia dell’Arte Medievale come uno dei più incerti problemi attributivi del corpus cavalliniano, con datazioni e interpretazioni diverse.

[17] Treccani registra come più concorde l’attribuzione a Cavallini dell’affresco della tomba del cardinale Matteo d’Acquasparta in Santa Maria in Aracoeli, eseguito intorno al 1302.

[18] Per le tavole e i frammenti attribuiti o riferiti alla cerchia, Treccani distingue la tavoletta del Redentore di Palazzo Venezia, la Madonna della Bocciata e il volto di Cristo del Camposanto Teutonico; VIVE cataloga la Testa del Redentore di Palazzo Venezia come opera della cerchia di Pietro Cavallini.

[19] I documenti angioini del 10 giugno e 15 dicembre 1308 registrano benefici concessi a “magister Petrus Cavallinus de Roma pictor” da Carlo II e confermati da Roberto d’Angiò.

[20] L’Enciclopedia dell’Arte Medievale ricorda una terza attestazione di pagamento resa nota da Aceto, databile tra giugno 1308 e 31 agosto 1309.

[21] Treccani riassume la posizione di Bologna, che riconobbe a Cavallini gli affreschi della cappella Brancaccio in San Domenico, escludendo invece l’autografia diretta di Donnaregina e dell’Albero di Jesse nel Duomo.

[22] Il FAI attribuisce il grande ciclo del coro di Donnaregina a Pietro Cavallini e allievi; l’Università di Napoli parla di una équipe sotto la guida del pittore romano.

[23] Treccani segnala la diffusione della lezione cavalliniana in diversi cicli laziali e campani, fra cui Santa Maria in Vescovio, San Vittore nel Lazio e Sant’Antonio Abate a Ferentino.

[24] La stessa voce definisce l’ambito cavalliniano come una delle più importanti botteghe pittoriche del Medioevo romano.

[25] La voce del Dizionario Biografico considera errata l’affermazione vasariana che faceva di Cavallini un discepolo di Giotto e sottolinea l’autonomia della sua personalità.

 

 

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