Niccolò di Pietro Gerini

 

 

Firenze, nato probabilmente intorno al quinto decennio del XIV secolo; documentato dal 1368; morto prima del febbraio 1416

 

 

 

Niccolò di Pietro Gerini è uno dei pittori fiorentini più operosi tra l’ultimo quarto del Trecento e i primi anni del Quattrocento. La sua figura appartiene alla lunga eredità giottesca fiorentina, filtrata attraverso la bottega degli Orcagna, Jacopo di Cione, Taddeo Gaddi e la produzione di grandi complessi d’altare e cicli murali destinati a conventi, confraternite, ospedali, mercanti e istituzioni cittadine. Il suo nome compare nei documenti dal 1368, quando risulta iscritto all’Arte dei Medici e Speziali; la morte avvenne prima del febbraio 1416, data in cui gli eredi si occuparono di una pala rimasta incompiuta per Santa Verdiana a Firenze [1].

Era figlio di Pietro e di Giovanna di Agnolo Bindo. La formazione va collocata a Firenze, probabilmente nella bottega di Andrea di Cione detto l’Orcagna, accanto a Jacopo di Cione. Un documento del 1366, relativo alla decorazione perduta di una sala della corporazione dei giudici e dei notai, nomina un “Niccholao cofanerio” al fianco di Jacopo; l’identificazione con Niccolò di Pietro Gerini è stata discussa, ma resta una delle ipotesi più utili per spiegare la sua prima cultura figurativa [2]. In lui la lezione orcagnesca non diventa monumentalità severa e inventiva; assume piuttosto una forma disciplinata, ripetibile, adatta al lavoro di bottega.

Già nei primi anni settanta il pittore appare legato a Jacopo di Cione. Nel 1370 un “Niccolaio dipintore” fu incaricato di disegnare la tavola dell’altare con l’Incoronazione della Vergine per San Pier Maggiore a Firenze; i pannelli principali sono oggi alla National Gallery di Londra. Il suo ruolo fu probabilmente quello di preparatore grafico, mentre l’esecuzione è stata ricondotta soprattutto a Jacopo [3]. Tra 1372 e 1373 un “Niccholaio” risulta ancora associato a Jacopo per una tavola con l’Incoronazione della Vergine commissionata dalla Zecca di Firenze, oggi alla Galleria dell’Accademia [4].

Il polittico dell’Impruneta, datato 1375, segna una tappa importante della fase iniziale. L’opera, con Madonna col Bambino e santi, fu eseguita probabilmente da Gerini con Pietro Nelli, unico artista citato nei documenti; la critica attribuisce a Niccolò l’ideazione del complesso, le tavole centrali e la predella [5]. La struttura conserva il fondo oro, la partitura gotica, la saldezza gerarchica dei santi. Il pittore lavora dentro una grammatica trecentesca ormai consolidata: figure frontali, panneggi rigidi, volti assorti, spazi ridotti a quinte architettoniche o campi decorativi.

Agli stessi anni appartiene la tavola con la Dormitio e l’Assunzione della Vergine della Pinacoteca Nazionale di Parma. La critica vi ha riconosciuto una “fantasia grave e cupa” di ascendenza orcagnesca: le figure sono addensate in un blocco compatto, con profili quasi metallici, e la scena procede per masse giustapposte più che per profondità [6]. È un tratto destinato a rimanere costante. Gerini preferisce la chiarezza alla tensione drammatica, l’ordine della scena alla ricerca psicologica.

Nel 1380 viene riferito alla collaborazione con Pietro Nelli anche il Crocifisso della cappella Castellani in Santa Croce a Firenze. L’opera riprende prototipi giotteschi e mostra un Cristo composto, chiuso in un dolore controllato, con una pittura precisa, sobria, priva di scarti espressivi violenti [7]. Nel 1383 Niccolò è documentato a Volterra, nel Palazzo dei Priori, insieme con Jacopo di Cione, per l’affresco con Annunciazione e quattro santi; la sinopia ha consentito di distinguere due mani, assegnando a Gerini l’inquadramento architettonico e la figura dell’angelo [8].

La metà degli anni ottanta porta uno dei dipinti più rappresentativi della sua maturità: la grande tavola con Deposizione e Resurrezione di Cristo, eseguita per Orsanmichele e oggi in San Carlo dei Lombardi a Firenze. La composizione richiama schemi giotteschi con una eleganza asciutta, fatta di figure bloccate, gesti leggibili, piani accostati. Il Catalogo generale dei Beni Culturali ricorda che l’attribuzione a Gerini, proposta già da Crowe e Cavalcaselle per analogia con gli affreschi di Santa Croce, è oggi generalmente accettata [9].

Nel 1386 Gerini lavorò con Ambrogio di Baldese alla facciata dell’oratorio della Compagnia del Bigallo a Firenze. Il frammento superstite, con la Consegna degli orfani ai genitori adottivi, è stato ricondotto interamente alla sua mano. La scena è interessante per la descrizione minuta del contesto urbano: edifici, porte, figure, gesti di accoglienza. Lo spazio resta piatto, ma l’episodio è raccontato con attenzione concreta [10]. Nel 1387 firmò la decorazione ad affresco della sala capitolare di Santa Felicita a Firenze, probabilmente la sua prima impresa autonoma di vaste dimensioni [11].

Sempre nel 1387 si colloca il Baptism Altarpiece della National Gallery di Londra, proveniente da una cappella del monastero camaldolese di Santa Maria degli Angeli a Firenze. La pala è eccezionale perché pone al centro il Battesimo di Cristo, soggetto rarissimo come immagine principale di un grande polittico. L’iscrizione ricorda il committente, il monaco don Filippo Nerone Stoldi, che volle l’opera in memoria della madre Monna Agnola e dei familiari defunti [12]. Il dipinto mostra il lato più ordinato e liturgico di Gerini: il Battista, Cristo nel Giordano, i santi Pietro e Paolo, la predella con storie del Battista, il tutto in una struttura limpida, pensata per una cappella memoriale.

Gli anni novanta furono il momento più intenso della sua carriera. Nel 1391, per il mercante Francesco di Marco Datini, dipinse il Tabernacolo del Ceppo a Prato, oggi nel Museo di Pittura Murale di San Domenico, e lavorò alla loggia del palazzo Datini con Arrigo di Niccolò [13]. In questo contesto pratese si definisce una delle sue funzioni storiche più importanti: pittore adatto a una committenza mercantile colta, ricca, religiosa, desiderosa di immagini chiare, riconoscibili, devozionalmente efficaci.

Tra 1395 e 1400 dipinse la Cappella Migliorati nella sala capitolare di San Francesco a Prato, uno dei suoi capolavori murali. Il complesso francescano ricorda che gli affreschi furono realizzati per volontà della famiglia Migliorati e che il ciclo comprende Evangelisti nella volta, una grande Crocifissione, un Cristo in pietà sull’altare, Storie di san Matteo sulla parete destra e Storie di sant’Antonio abate sulla parete sinistra [14]. Nella controfacciata è conservata anche l’iscrizione con la firma: “Niccholò di Piero Gierini dipintore fiorentino pinse qui con suo colore” [15].

La Cappella Migliorati permette di cogliere il Gerini narratore. Le scene di san Matteo sono affollate, ma leggibili; gli edifici dividono lo spazio; le figure dialogano attraverso gesti chiari; il colore conserva una certa preziosità. Il ciclo non cerca profondità drammatica. Offre un racconto continuo, quasi paratattico, dove ogni episodio ha il proprio posto e la propria funzione. La critica ha riconosciuto nel ciclo anche la collaborazione di Lorenzo di Niccolò, a lungo ritenuto erroneamente figlio di Gerini [16].

Nel 1392 Gerini firmò gli affreschi della sala capitolare di San Francesco a Pisa, con Storie della Passione di Cristo. La firma e la data sono oggi perdute, ma ricordate dalle fonti antiche; la pagina del Comune di Pisa segnala ancora il ciclo di Niccolò di Pietro Gerini nel Capitolo del convento [17]. Pisa era un luogo carico di memorie figurative: Giunta, Cimabue, Giotto, i maestri pisani e senesi del primo Trecento. Gerini vi interviene con un linguaggio ormai pienamente fiorentino, tradizionale, più solenne che sperimentale.

Nel 1395 lavorò nel monastero dei Santi Salvatore e Brigida al Paradiso, fondato pochi anni prima da Antonio di Niccolò degli Alberti. Gli affreschi con Storie della vita di Cristo, oggi in condizioni precarie, rivestivano l’interno della chiesa; la critica li collega a Gerini e forse ad Ambrogio di Baldese [18]. Agli stessi anni sono riferiti gli affreschi con Resurrezione e Ascensione di Cristo nella sagrestia di Santa Croce a Firenze, riconosciuti alla sua mano già nell’Ottocento [19].

Il suo modo di comporre, in questa fase, alterna rigidità iconica e narrazione minuta. L’Ascensione di Pisa e la Resurrezione di Santa Croce hanno una frontalità secca, quasi immobile; le scene pratesi, invece, introducono dettagli di costume, architetture, piccoli gesti, gruppi che si dispongono con chiarezza più illustrativa che spaziale [20]. Questa oscillazione è tipica di Gerini: il pittore non rinnova il linguaggio; lo rende utilizzabile, stabile, riconoscibile, adatto a molti contesti.

Allo scadere del secolo lavorò ancora per Santa Felicita. Il grande polittico con l’Incoronazione della Vergine, datato 1401, fu eseguito per l’altare maggiore insieme con Spinello Aretino e Lorenzo di Niccolò. A Gerini sono riferite le figure dei santi dello sportello sinistro e il profeta Geremia soprastante [21]. In questa fase il suo linguaggio appare più chiuso: panneggi spigolosi, santi severi, minore grazia lineare rispetto alle opere degli anni ottanta.

Tra 1403 e 1405, con Lorenzo di Niccolò, ricevette pagamenti per pitture nel monastero di Santa Verdiana a Firenze. Nel 1404 fornì il disegno per una vetrata di Santa Maria del Fiore, poi sostituito da un disegno di Lorenzo Ghiberti. Tra 1408 e 1409 è documentato in Orsanmichele, per l’affresco con San Niccolò sul secondo pilastro centrale e per altre pitture; nei pagamenti compare anche il figlio Bindo, documentato accanto al padre [22].

Nel 1410-1411 Gerini tornò nel cantiere Datini a Prato. I rettori del Ceppo affidarono gli affreschi esterni del Palazzo Datini a un gruppo di pittori: Ambrogio di Baldese, Niccolò di Piero Gerini, Alvaro Pirez d’Évora, Lippo d’Andrea e Scolaio di Giovanni. Il contratto prevedeva una decorazione vastissima: finte murature marmoree, sedici storie della vita di Francesco Datini, stemmi dei Ceppi e altri emblemi; oggi restano solo alcune sinopie staccate [23]. È un documento straordinario della pittura civico-mercantile tardotrecentesca, anche se l’opera visibile è quasi interamente perduta.

Nel 1414 Gerini ricevette pagamenti per pitture nell’arcispedale di Santa Maria Nuova a Firenze. Il suo nome compare ancora nei registri della Compagnia di San Luca nello stesso anno; nel febbraio 1416 era già morto [24]. L’attività finale mostra un artista ancora richiesto, inserito in cantieri istituzionali, sostenuto da una bottega familiare e da collaboratori.

La fortuna di Gerini presso i contemporanei fu notevole. La critica moderna, invece, lo ha spesso giudicato con severità, vedendo in lui un interprete conservatore della tradizione giottesca. Il giudizio va precisato. Niccolò di Pietro Gerini non apre una nuova stagione formale; organizza, stabilizza, diffonde. È un pittore di impianto, di mestiere, di affidabilità. Nei suoi affreschi le figure sono robuste, i gesti comprensibili, la narrazione ordinata; nei polittici il fondo oro, le architetture gotiche e le fisionomie severe mantengono una disciplina quasi amministrativa della forma.

Il suo rapporto con il tardogotico resta limitato. Collaborò con artisti più sensibili alle novità — Spinello Aretino, Lorenzo di Niccolò, Mariotto di Nardo, Alvaro Pirez — ma assorbì solo riflessi superficiali di quella cultura. Ancora in una lettera del 1395 a Datini indicava Giotto come modello da imitare [25]. Questa dichiarazione è rivelatrice. Gerini sceglieva consapevolmente una linea tradizionale, costruita su chiarezza, solidità, memoria fiorentina.

Il suo valore storico risiede soprattutto nella geografia delle committenze. Firenze, Volterra, Impruneta, Prato, Pisa, Santa Brigida al Paradiso, Orsanmichele, Santa Maria Nuova: il percorso disegna una Toscana religiosa e urbana, fatta di mercanti, frati, ospedali, confraternite, monasteri femminili e uffici cittadini. Gerini fu uno dei pittori che permisero alla lingua giottesca e orcagnesca di restare attiva fino al primo Quattrocento, anche quando altre ricerche stavano cambiando il gusto.

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Niccolò di Pietro Gerini va collocato tra i principali maestri fiorentini della tradizione neogiottesca tarda. La sua opera non ha la tensione plastica dell’Orcagna, la sottigliezza di Lorenzo Monaco, la vivacità di Spinello; possiede però una tenuta professionale rara. A Prato, nella Cappella Migliorati, raggiunge una delle espressioni più complete della pittura narrativa fiorentina di fine Trecento. In lui il secolo si prolunga: ordinato, devoto, concreto, ancora fedele a Giotto quando Firenze stava ormai entrando in un’altra età.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Stefano Pierguidi, nella voce del Dizionario Biografico degli Italiani, indica Niccolò come figlio di Pietro e Giovanna di Agnolo Bindo, nato a Firenze intorno al quinto decennio del XIV secolo; la voce ricorda l’iscrizione all’Arte dei Medici e Speziali nel 1368 e la morte prima del febbraio 1416.

[2] La possibile identificazione con il “Niccholao cofanerio” citato nel 1366 accanto a Jacopo di Cione è riportata da Treccani; la stessa fonte segnala il dibattito critico tra l’ipotesi orcagnesca e il rapporto con Taddeo Gaddi.

[3] Il documento del 1370 relativo al disegno della tavola di San Pier Maggiore è richiamato nella voce Treccani; la National Gallery ricorda che Gerini è documentato anche come progettista dell’altare di San Pier Maggiore realizzato da Jacopo di Cione e bottega.

[4] Treccani ricorda i documenti del 1372-1373 che associano “Niccholaio” e “Iacobo Cini” per l’Incoronazione della Vergine commissionata dalla Zecca di Firenze.

[5] Il polittico dell’Impruneta, datato 1375, viene collegato da Treccani a Gerini e Pietro Nelli, con attribuzione a Niccolò dell’ideazione, delle tavole centrali e della predella.

[6] La Dormitio e Assunzione della Vergine di Parma è indicata da Treccani fra le opere vicine al polittico dell’Impruneta e descritta come esempio della componente orcagnesca più grave della sua pittura.

[7] Il Crocifisso della cappella Castellani in Santa Croce, datato 1380, è riferito da Treccani alla collaborazione Gerini-Nelli e letto come opera modellata su prototipi giotteschi.

[8] L’affresco di Volterra del 1383, con Annunciazione e quattro santi, è documentato da Treccani; la sinopia ha consentito di distinguere l’intervento di Gerini nell’architettura e nella figura dell’angelo.

[9] Il Catalogo generale dei Beni Culturali registra la tavola con Deposizione e Resurrezione come opera di Gerini datata intorno al 1388 e ricorda l’accettazione critica dell’attribuzione.

[10] Il lavoro del 1386 al Bigallo, con Ambrogio di Baldese, e il frammento con la Consegna degli orfani sono ricordati da Treccani.

[11] La decorazione della sala capitolare di Santa Felicita, firmata nel marzo 1387, è registrata da Treccani come prima impresa probabilmente autonoma di Gerini.

[12] La National Gallery data il Baptism Altarpiece al 1387 e lo descrive come il più antico esempio noto di grande polittico con il Battesimo di Cristo al centro; la scheda ricorda la provenienza da Santa Maria degli Angeli e la committenza di don Filippo Nerone Stoldi in memoria della madre.

[13] Le attività del 1391 per Francesco Datini — Tabernacolo del Ceppo e affreschi della loggia del palazzo — sono riportate da Treccani.

[14] La pagina del complesso di San Francesco a Prato data la Cappella Migliorati tra 1395 e 1400, attribuendola a Gerini per volontà della famiglia Migliorati.

[15] La stessa pagina descrive volta con Evangelisti, Crocifissione, Cristo in pietà, Storie di san Matteo, Storie di sant’Antonio abate e iscrizione firmata da Niccolò di Piero Gerini.

[16] Treccani ricorda la collaborazione con Lorenzo di Niccolò nella sala capitolare di San Francesco a Prato e precisa, nella voce su Lorenzo, che questi fu a lungo creduto figlio di Gerini, identificazione oggi respinta dai documenti fiscali.

[17] Gli affreschi della sala capitolare di San Francesco a Pisa erano un tempo firmati e datati 1392; il sito turistico del Comune di Pisa segnala il ciclo di Gerini nel Capitolo del convento.

[18] L’attività del 1395 nel monastero dei Santi Salvatore e Brigida al Paradiso è documentata da Treccani.

[19] Gli affreschi con Resurrezione e Ascensione nella sagrestia di Santa Croce sono attribuiti a Gerini dalla tradizione critica già ottocentesca, secondo la ricostruzione Treccani.

[20] Treccani caratterizza i cicli degli anni novanta come alternanza fra immagini asciutte e ieratiche ed episodi narrativi ricchi di spunti aneddotici, con composizione semplificata e paratattica.

[21] Il polittico di Santa Felicita del 1401, eseguito con Spinello Aretino e Lorenzo di Niccolò, è ricordato da Treccani, che attribuisce a Gerini lo sportello sinistro con quattro santi e il profeta Geremia.

[22] I lavori per Santa Verdiana, il disegno per una vetrata di Santa Maria del Fiore, le pitture di Orsanmichele e la presenza del figlio Bindo nei pagamenti sono documentati da Treccani.

[23] L’Istituto Datini ricorda il contratto del novembre 1410 per la decorazione delle facciate di Palazzo Datini, affidata a Gerini, Ambrogio di Baldese, Alvaro Pirez d’Évora, Lippo d’Andrea e Scolaio di Giovanni; la scheda indica anche quantità, soggetti, compensi e sopravvivenza delle sole sinopie.

[24] Il pagamento del 1414 per Santa Maria Nuova e la morte prima del febbraio 1416 sono ricordati da Treccani.

[25] Treccani osserva che Gerini rimase sostanzialmente impermeabile al tardogotico e che, in una lettera del 1395 a Datini, indicò Giotto come modello da emulare.

 

 

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