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Neri da Rimini
Rimini o territorio riminese, nato probabilmente nell’ottavo decennio del XIII secolo; documentato dal 1300 al 1338, forse ancora nel 1342
Neri da Rimini occupa una posizione singolare nel Trecento adriatico. È soprattutto un miniatore, ma la sua presenza in una serie dedicata agli artisti del Trecento è pienamente giustificata: lavora in rapporto stretto con la pittura riminese, firma e data più volte le proprie opere, dirige una bottega capace di rispondere a grandi committenze liturgiche, e porta dentro la pagina miniata una precoce conoscenza della nuova pittura giottesca [1]. La sua vicenda mostra bene come, nei primi decenni del XIV secolo, libro, pittura murale, tavola, notariato e committenza conventuale fossero parti di uno stesso ambiente culturale. La nascita viene collocata intorno agli anni settanta del Duecento, a Rimini o in una località vicina, forse Santa Cristina. Lo storico Luigi Tonini ne documentò l’esistenza già nel 1880; il corpus fu poi ricostruito attraverso firme, sottoscrizioni, documenti d’archivio e confronti stilistici [2]. La sua figura è eccezionalmente meglio attestata rispetto a molti miniatori medievali: le fonti lo qualificano come pittore, miniatore e, in alcuni documenti, anche come notaio [3]. Questa triplice identità va presa sul serio. Neri non fu un semplice decoratore di codici; fu un professionista della scrittura e dell’immagine, inserito in un tessuto cittadino fatto di istituzioni religiose, ospedali, conventi, contratti e libri corali. La prima opera certa è il foglio sciolto di antifonario datato 1300, oggi alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia. La pagina contiene una grande iniziale A del responsorio Aspiciens a longe, per la prima domenica d’Avvento: entro la lettera, Cristo benedicente siede su un trono coperto da un drappo, retto da due angeli, e benedice un personaggio supplice [4]. È un’opera piccola solo per formato. Dentro una pagina liturgica, Neri introduce una figura salda, volumetrica, concentrata. Il trono, il corpo del Redentore, la naturalezza delle pose indicano una conoscenza precoce della pittura di Giotto, forse mediata da un Crocifisso riminese o da modelli circolanti nell’area [5]. Il dato del 1300 è importante anche per la cronologia del giottismo riminese. Se Neri mostra già allora una familiarità con modi giotteschi, la circolazione di quei modelli a Rimini va collocata molto presto, prima della piena fioritura della scuola riminese con Giovanni, Giuliano e Pietro. Il suo linguaggio, però, conserva un fondo arcaico: la linea resta netta, i colori appartengono ancora alla tradizione gotica duecentesca, l’ornato deriva in parte dalla miniatura bolognese tardoduecentesca, con figure marginali, cartigli e drôleries [6]. Nel 1303 un documento menziona un Nerius pictor proprietario di un terreno nella pieve di Santa Cristina; nello stesso anno viene riferito a lui un graduale commissionato dall’ospedale di San Lazzaro al Terzo, oggi al Museo Diocesano di San Miniato [7]. L’ospedale di San Lazzaro era una potente istituzione lungo la via Flaminia, presso Rimini. Il rapporto con questo ente ritorna anche in documenti successivi e suggerisce una rete di committenze stabile, radicata nel territorio. Nel 1306 Neri compare come miniator in un atto notarile, chiamato come testimone. Nel 1308 realizza un altro foglio sciolto, oggi al Cleveland Museum of Art, con iniziale istoriata A e Cristo in maestà, firmato e datato. La scheda museale indica tecnica a inchiostro, tempera e oro su pergamena, dimensioni di circa 34 × 24 cm e iscrizione firmata e datata “1308” [8]. Qui la miniatura conferma una qualità già matura: il Cristo appare entro l’iniziale come figura autonoma, con una frontalità solenne e un colore brillante, ma la cornice alfabetica continua a reggere tutta la struttura visiva. Fra il 1309 e i primi anni del decennio successivo si colloca una delle imprese maggiori: i tre antifonari notturni per il duomo di Faenza, oggi riuniti nella sede originaria. Il termine post quem è il 13 agosto 1309, quando il capitolo del duomo risulta aver contratto un prestito per pagare il lavoro [9]. Questi codici mostrano la capacità di Neri di affrontare commissioni di grande impegno. Il libro liturgico non è un oggetto marginale: è strumento quotidiano del canto corale, bene patrimoniale della chiesa, immagine pubblica della comunità che lo possiede. Nel 1314 vennero conclusi tre antifonari per la chiesa di San Francesco di Rimini, oggi mutili e dispersi fra diversi nuclei: Bologna, Museo Civico Medievale; Cracovia, Biblioteka Czartoryskich; Philadelphia, Free Library, Collezione Lewis [10]. La paternità è attestata anche da una firma celata nell’anagramma “rius-ne”, inserita in un cartiglio del manoscritto bolognese [11]. Questa pratica della firma è uno dei tratti più rilevanti dell’artista. Neri non firma occasionalmente: costruisce una presenza autoriale dentro la pagina, talvolta con modalità allusive, quasi da uomo abituato alla scrittura giuridica e alla certificazione. Il rapporto con i francescani è costante. Le maggiori istituzioni religiose riminesi, in particolare francescane, furono fra le principali committenti dei suoi codici [12]. L’ordine francescano, in questa fase, richiedeva libri corali ricchi, funzionali e visivamente aggiornati. La miniatura doveva aiutare il canto, ordinare la pagina, celebrare il calendario liturgico, rendere riconoscibili santi, feste, tempi dell’anno. Neri risponde con un linguaggio leggibile, cromatico, disciplinato, dove l’iniziale istoriata diventa una piccola scena. La sua bottega appare già attiva nei primi decenni del secolo. Treccani segnala numerosi collaboratori, modelli iconografici ricorrenti e una produzione non sempre omogenea, ma riconoscibile come prodotto d’atelier [13]. A questo ambiente sono riferiti, fra gli altri, i corali oggi nella chiesa veneziana di Santa Maria della Consolazione detta della Fava, probabilmente destinati a una comunità femminile riminese, e i corali della Biblioteca Oliveriana di Pesaro, forse eseguiti entro il 1330 per i domenicani di Rimini [14]. La bottega di Neri non fu quindi episodica. Funzionò come officina libraria specializzata, capace di lavorare per istituzioni diverse e di ripetere schemi collaudati. La maturità finale è legata al codice della Biblioteca Apostolica Vaticana, Urb. lat. 11, contenente commenti ai Vangeli, agli Atti e all’Apocalisse. Il manoscritto fu esemplato su richiesta di Ferrantino di Malatestino de’ Malatesti, signore di Rimini, e venne terminato fra il 1321 e il 1322, o poco dopo, come indicano le notazioni interne [15]. La decorazione è a più mani; vi operarono anche altri artisti, tra cui Pietro da Rimini. Neri vi è riconosciuto almeno nella prima parte del codice [16]. La presenza di Pietro è decisiva: la miniatura riminese entra in contatto diretto con la pittura maggiore della stessa area. In questo manoscritto le scene diventano più articolate: compaiono architetture, paesaggi, figure più corpose, un racconto visivo più complesso [17]. È una svolta rispetto ai primi antifonari, dove il maestro preferiva collocare le figure entro il campo compatto dell’iniziale, con minore interesse per lo spazio. L’Urbinate latino 11 mostra un artista ormai esposto al giottismo maturo della pittura riminese, soprattutto ai modi di Pietro. Neri resta miniatore, con tutto ciò che comporta: attenzione al margine, al segno, alla scrittura, alla leggibilità della pagina. Ma il suo mondo figurativo si allarga. Un’opera tarda è l’antifonario oggi alla State Library of New South Wales di Sydney, Richardson 273, datato 1328. Treccani lo indica come ultima opera datata attribuibile al maestro; la scheda della biblioteca australiana lo registra come Antiphonal: Common of the Saints, manoscritto su pergamena del 1328, di Neri da Rimini [18]. Il repertorio musicale MusMed lo descrive come antifonario francescano del Comune dei Santi, proveniente da Rimini, con notazione quadrata su quattro linee rosse [19]. Anche in questo caso, il libro liturgico viaggia lontano: da Rimini all’Australia, attraverso secoli di uso, dispersione e collezionismo. Dopo il 1328 la documentazione riguarda soprattutto l’uomo Neri. Nel 1330 appare come miniatore in un atto relativo a un canone d’affitto; nello stesso anno un Nerio notaio, figlio di Pietro, redige un rogito per un terreno a Vergiano. La critica tende a identificare il miniatore con questo notaio, anche se le conclusioni restano aperte [20]. Nel 1337 compare con le qualifiche di miniator, magister e notarius; nel 1338 una matricola notarile riminese attesta la competenza di Nerius miniator notarius sulla pieve di Santa Cristina [21]. Un atto del 1342, redatto da un Nerio notaio, potrebbe riferirsi ancora a lui, ma la qualifica di miniatore manca e la prudenza è necessaria [22]. La sua importanza storica sta nel modo in cui assorbe Giotto senza abbandonare la grammatica del libro. Neri conosce la volumetria nuova, la naturalezza dei gesti, il corpo più saldo; conserva però un impianto miniatorio fondato su iniziali, cartigli, oro, fregi, colori chiari, figure marginali. La pagina del 1300, il foglio di Cleveland del 1308, gli antifonari faentini e riminesi mostrano un equilibrio particolare: modernità figurativa e persistenza gotica, plasticismo e linearità, racconto e ornamento. La sua pittura miniata evita spesso l’ambientazione architettonica ampia. Le figure si collocano su fondi blu o dorati, dentro iniziali fortemente disegnate. I colori restano quelli di una tradizione ancora duecentesca: rosa chiaro, azzurro, grigio, arancio; il modellato usa filettature chiare, lumeggiature, passaggi grafici sui panneggi [23]. Questa resistenza al pieno spazio giottesco non è debolezza automatica. È una scelta di funzione. Il codice liturgico deve restare leggibile, ordinato, cantabile. L’immagine abita la lettera, non invade la pagina come scena autonoma. Il confronto con i pittori riminesi è inevitabile. Giovanni da Rimini, Giuliano da Rimini, Pietro da Rimini e più tardi Giovanni Baronzio formano il quadro nel quale Neri va letto [24]. Condivide con loro l’aggiornamento giottesco, ma lavora su un supporto diverso, con tempi e finalità diverse. Il suo ruolo non è quello del grande frescante. È il mediatore fra scrittura e pittura, fra bottega libraria e cultura figurativa riminese, fra liturgia cantata e nuova immagine trecentesca. La sua consuetudine della firma merita una valutazione specifica. In un’epoca nella quale molte opere librarie restano anonime, Neri firma, data, organizza sottoscrizioni, talvolta fa comparire il proprio nome in cartigli o anagrammi. Treccani interpreta questa pratica come segno di forte consapevolezza professionale e di familiarità con la parola scritta, forse collegata alla doppia qualifica di miniatore e notaio [25]. La pagina miniata diventa così anche documento di autorialità. Neri registra la propria presenza dentro il libro, come un notaio registra una formula in un atto. Nel repertorio degli artisti italiani del Trecento, Neri da Rimini va collocato tra i maggiori miniatori dell’Italia padana e adriatica del primo XIV secolo. La sua opera non si comprende isolandola dalla pittura riminese; acquista senso proprio nel contatto con Giotto, con Bologna, con i francescani, con le officine librarie e con le committenze malatestiane. Attraverso i suoi antifonari e i suoi fogli dispersi si vede una Rimini colta, aggiornata, capace di produrre libri ricchi e immagini nuove. Il Trecento riminese non passa solo dagli affreschi e dai polittici. Passa anche dalla pergamena, dal canto, dalle iniziali istoriate, dalle firme nascoste fra le parole.
A.R.
Note[1] Il Getty Museum registra Neri da Rimini come miniatore italiano attivo circa 1300-1338; Treccani lo presenta come uno dei miniatori più identificabili della miniatura gotica padana grazie alla ricchezza di sottoscrizioni e documenti. (getty.edu) [2] La voce dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale colloca la nascita intorno all’ottavo decennio del XIII secolo, a Rimini o nei dintorni, forse Santa Cristina, e ricorda il ruolo pionieristico di Luigi Tonini nel documentarlo. [3] Treccani segnala che la biografia dell’artista è definita da documenti d’archivio che lo qualificano anche come pittore e notaio, oltre che dalle pagine firmate e datate. [4] La pagina Cini del 1300 è indicata da Treccani come prima testimonianza nota; la scheda della Nuova Biblioteca Manoscritta del Veneto ne registra luogo di copia, illustratore e ampia bibliografia. [5] L’Enciclopedia dell’Arte Medievale descrive l’iniziale del 1300 e interpreta la resa volumetrica della figura principale e la naturalezza delle pose come segni di conoscenza precoce dell’arte di Giotto. [6] La stessa voce segnala la compresenza di plasticismo nuovo, ornato di derivazione bolognese tardoduecentesca, cartigli, drôleries e reminiscenze bizantineggianti. [7] Il Dizionario Biografico degli Italiani ricorda il documento del 1303 con “Nerius pictor” e il graduale dello stesso anno commissionato dall’ospedale di San Lazzaro al Terzo, oggi al Museo Diocesano di San Miniato. [8] Il foglio del Cleveland Museum of Art è registrato come Fragment of an Antiphonary with Historiated Initial (A): Christ in Majesty, opera di Neri da Rimini, datata 1308, firmata e datata, in inchiostro, tempera e oro su pergamena. [9] Treccani indica gli antifonari notturni del duomo di Faenza, oggi riuniti nella sede originaria, e fissa il termine post quem al 13 agosto 1309, data del prestito contratto dal capitolo per pagare il lavoro. [10] Gli antifonari per San Francesco di Rimini furono conclusi nel 1314 e sono oggi mutili e dispersi fra Bologna, Cracovia e Philadelphia. [11] La paternità dei corali riminesi è sostenuta anche dalla firma in anagramma “rius-ne” nel manoscritto bolognese. [12] Treccani rileva che i codici miniati da Neri furono commissionati soprattutto da istituzioni religiose riminesi, in particolare francescane; l’eccezione principale è rappresentata dai corali della cattedrale di Faenza. [13] Il Dizionario Biografico ricorda i numerosi collaboratori, i modelli iconografici ricorrenti e la capacità di gestire grandi commissioni in tempi brevi, tutti elementi che indicano una bottega fiorente. [14] Alla bottega sono riferiti i manoscritti oggi a Venezia, Santa Maria della Fava, e i corali della Biblioteca Oliveriana di Pesaro, probabilmente destinati ai domenicani di Rimini. [15] Il manoscritto Vaticano Urb. lat. 11 fu esemplato per Ferrantino di Malatestino de’ Malatesti e contiene commenti ai Vangeli, agli Atti e all’Apocalisse, terminati fra 1321 e 1322 o poco dopo. [16] Treccani segnala che il codice vaticano fu decorato sotto la responsabilità di Neri con interventi di altri artisti, tra cui Pietro da Rimini. [17] L’Enciclopedia dell’Arte Medievale osserva che nell’Urb. lat. 11 le scene diventano più complesse, accolgono architetture e paesaggi, e mostrano figure più corpose, con aggiornamento sui modi di Pietro da Rimini. [18] Treccani indica l’antifonario di Sydney, State Library of New South Wales, Richardson 273, datato 1328, come ultima opera datata attribuibile a Neri; la biblioteca australiana lo cataloga come Antiphonal: Common of the Saints, manoscritto su pergamena del 1328. [19] MusMed registra il codice Richardson 273 come antifonario francescano del Comune dei Santi, proveniente da Rimini, con notazione quadrata su quattro linee rosse. [20] Il Dizionario Biografico ricorda la tendenza a identificare Neri miniatore con il Nerio notaio, figlio di Pietro, autore del rogito del 24 gennaio 1330, pur segnalando la prudenza richiesta dal caso. [21] Nel 1337 Neri è menzionato come miniator, magister e notarius; una matricola notarile del 1338 registra “Nerius miniator notarius” competente sulla pieve di Santa Cristina. [22] L’atto del 28 luglio 1342 potrebbe riferirsi ancora a lui, ma la fonte ricorda che in quel documento compare solo la qualifica notarile e lascia aperta la conclusione. [23] L’Enciclopedia dell’Arte Medievale descrive la persistenza di colori e soluzioni della tradizione gotica duecentesca e il rifiuto, almeno nelle opere precedenti l’Urb. lat. 11, di accogliere pienamente architettura e paesaggio giotteschi. [24] La stessa voce mette in relazione Neri con Giovanni, Giuliano, Pietro da Rimini e Giovanni Baronzio, sottolineando affinità e contatti con la pittura riminese del Trecento. [25] Treccani interpreta la frequente sottoscrizione delle opere come indizio di consapevolezza professionale, autopromozione e familiarità con la parola scritta, forse collegata alla doppia qualifica di miniatore e notaio.
Bibliografia essenziale
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