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Nardo di Cione
Firenze, nato intorno al 1320; documentato dal 1346-1348; morto prima del 16 maggio 1366
Nardo di Cione è uno dei maggiori pittori fiorentini della metà del Trecento. Fratello di Andrea di Cione, detto l’Orcagna, di Jacopo di Cione e di Matteo, appartiene a una famiglia che occupa una posizione centrale nell’arte fiorentina dopo Giotto [1]. Il suo nome compare fra gli iscritti all’Arte dei Medici e Speziali tra il 1346 e il 1348; nei documenti è chiamato Nardo, forse abbreviazione di Leonardo, mentre la tradizione vasariana lo indicò come Bernardo, generando antichi equivoci con Bernardo Daddi [2]. La formazione avvenne a Firenze tra il quarto e il quinto decennio del XIV secolo. Il quadro figurativo era dominato dall’eredità giottesca, dalle pale di Bernardo Daddi, dalle invenzioni monumentali di Maso di Banco e dalla bottega familiare dell’Orcagna [3]. Nardo sviluppò un linguaggio meno duro di quello del fratello Andrea, più attento alla morbidezza degli incarnati, alla luce diffusa, alla delicatezza delle fisionomie. La critica lo ha collegato a quella corrente fiorentina definita “dolcissima e unita”, vicina a Stefano e Giottino, nella quale la costruzione giottesca viene addolcita da un tono più intimo e lirico [4]. Un documento databile intorno al 1348-1350 lo ricorda fra i migliori pittori viventi attivi a Firenze, insieme al fratello Andrea, con la formula “Maestro Archagnia e Maestro Nardo in Balla” [5]. Il riferimento topografico al borgo di Balla, l’attuale area di via de’ Servi, ha fatto pensare a una bottega comune dei due fratelli. Gli studi sui punzoni e sulle decorazioni in oro hanno però mostrato strumenti diversi, quindi una collaborazione familiare intensa, ma con officine o pratiche operative non sempre sovrapponibili [6]. Dal 1351 i due risultano tassati separatamente, pur vivendo nella stessa parrocchia di San Michele Visdomini [7]. La biografia documentaria resta breve. Nel 1359 Nardo risulta nella parrocchia di Santa Reparata; tra 1362 e 1364 nel popolo di San Ruffillo; nel testamento del 21 maggio 1365 è residente nel quartiere di Santa Maria Novella [8]. Il documento nomina come eredi i fratelli Andrea, Matteo e Jacopo, e assegna lasciti all’Opera di Santa Reparata, alla Misericordia e all’ospedale di Santa Maria Nuova. Il pittore morì prima del 16 maggio 1366, quando i fratelli eseguirono le sue volontà [9]. Nessuna opera firmata è conservata. Questo dato rende la ricostruzione del catalogo particolarmente delicata. L’unico dipinto riconducibile a Nardo su base documentaria è l’affresco frammentario con Cristo Pantocratore in mandorla fra quattro angeli nell’oratorio del Bigallo a Firenze, collegato alla deliberazione del 24 ottobre 1363 con cui la Compagnia della Misericordia gli affidò la decorazione di una volta e di “altre cose” nell’oratorio [10]. Il frammento, pur ridotto, conserva una solennità pacata: Cristo entro la mandorla, gli angeli ai lati, un tono grave ma senza esasperazione espressiva. Il nucleo decisivo resta però la cappella Strozzi di Mantova in Santa Maria Novella, attribuita a Nardo dalla testimonianza di Lorenzo Ghiberti, che la definì “bellissima opera condotta con grande diligentia” [11]. La cappella, nel transetto della basilica domenicana, è dedicata a san Tommaso d’Aquino e presenta sulle pareti il Giudizio universale, il Paradiso e l’Inferno. Nella volta compaiono san Tommaso e le Virtù; sull’arco d’ingresso Padri della Chiesa e santi domenicani; nella vetrata, san Tommaso e la Madonna col Bambino [12]. Sull’altare si trova il grande polittico di Andrea Orcagna, firmato e datato 1357; l’unità iconografica fra pala e affreschi induce a collocare l’intero cantiere entro una campagna coerente, conclusa verosimilmente entro quella data [13]. La cappella Strozzi è il vertice della sua attività murale. Il programma ha una struttura teologica severa: dannazione, salvezza, giudizio, intercessione della Chiesa. Ma Nardo non costruisce un apparato astratto. Nell’Inferno, ispirato alla Commedia dantesca, le bolge sono organizzate con una precisione quasi narrativa; i dannati gesticolano, si piegano, si contorcono, assumono fisionomie differenziate. Nel Paradiso, i beati sono ordinati in file parallele attorno al trono della Vergine e del Redentore. La scena resta bidimensionale nella disposizione generale, ma il trono mostra una ricerca architettonica più ambiziosa [14]. Il rapporto con Dante è uno dei punti più noti. Nella cappella compare un probabile ritratto del poeta fra i beati, di profilo, in atto di preghiera; la raffigurazione concorda con la tradizione iconografica dantesca e rafforza il legame fra ciclo pittorico e immaginario della Commedia [15]. Per una Firenze ancora vicina alla peste del 1348, la visione di Inferno, Giudizio e Paradiso non aveva solo valore letterario. Era una macchina spirituale, una meditazione pubblica sulla morte, sulla colpa, sulla salvezza e sulla mediazione ecclesiale. Nardo lavorò probabilmente con collaboratori. Nella cappella Strozzi sono stati riconosciuti interventi di Niccolò di Tommaso e di Giovanni del Biondo, quest’ultimo collegato alla decorazione della volta e dell’arco d’ingresso [16]. La presenza di aiuti è coerente con la scala dell’impresa. Un ciclo così vasto richiedeva una bottega organizzata: disegni, giornate d’affresco, cartoni, assistenti per fondi, ornati, figure secondarie, iscrizioni e finiture. Altri cicli murali, molto deteriorati, sono stati riferiti al suo ambito o alla sua mano: episodi evangelici nella cappella Giochi Bastari della Badia Fiorentina, il Martirio di san Bartolomeo nella cappella Covoni della stessa chiesa, il ciclo di sant’Anna nella cappella degli Steccuti nel chiostro di Santa Maria Novella [17]. Sono attribuzioni utili per comprendere il mestiere di Nardo prima della cappella Strozzi: pittura murale, committenze conventuali, cicli narrativi, immagini devozionali integrate negli spazi fiorentini. La produzione su tavola è ampia e discussa. Tra le opere più antiche si collocano l’Annunciazione oggi nella collezione Alana, il San Benedetto del Museo nazionale di Stoccolma con relativa predella a Villa I Tatti, la Crocifissione del Museo Diocesano di Milano, la Madonna del Parto del Museo Bandini di Fiesole e il polittico con Madonna col Bambino e santi oggi nel castello di Bojnice in Slovacchia [18]. In queste opere l’ascendente di Bernardo Daddi è ancora visibile: compostezza dei volti, equilibrio delle tavole, eleganza del fondo oro, attenzione ai dettagli minuti. Alla metà degli anni cinquanta si data la grande Madonna col Bambino in trono e i santi Zanobi, Giovanni Battista, Reparata e Giovanni Evangelista del Brooklyn Museum. Il museo la collega al clima successivo alla peste del 1348 e la interpreta come immagine di salvezza per una Firenze colpita dalla catastrofe demografica [19]. I santi scelti rinviano all’identità civica fiorentina: Zanobi, primo vescovo della città; Reparata, antica titolare della cattedrale; Giovanni Battista, patrono urbano. La tavola unisce devozione mariana, orgoglio cittadino e speranza escatologica. Verso il 1360 si colloca il piccolo trittico della National Gallery of Art di Washington, con Madonna col Bambino, santi Pietro e Giovanni Evangelista, Cristo uomo dei dolori. La scheda del museo lo interpreta come oggetto di devozione privata, portatile, dotato di sportelli richiudibili; le superfici sono conservate in modo eccezionale proprio grazie alla struttura a battenti [20]. Qui emerge un Nardo intimo, quasi miniaturistico: colori smaltati, linee ferme, santi dalle fisionomie attente, una delicatezza tecnica che la tempera rende attraverso tratteggi opachi e passaggi minimi. La pala con San Giovanni Battista, san Giovanni Evangelista e san Giacomo della National Gallery di Londra, datata circa 1363-1365, mostra invece il pittore in una fase tarda e monumentale. Proveniva dalla chiesa ospedaliera di San Giovanni Battista della Calza a Firenze, legata ai Cavalieri Ospitalieri; il Battista occupa il centro, tra l’Evangelista e Giacomo [21]. Il grande tessuto rosso, blu e oro su cui poggiano i santi è dipinto con tecnica a sgraffito, grattando il colore steso sulla foglia d’oro per far emergere motivi vegetali, uccelli e garofani [22]. La stoffa diventa quasi protagonista: non semplice base decorativa, ma superficie preziosa che unisce devozione, ricchezza tecnica e cultura fiorentina del lusso. Le ultime opere note sono i due trittici camaldolesi del 1365 per il monastero fiorentino di Santa Maria degli Angeli. Il più celebre è il Trittico del Thronum Gratiae, oggi alla Galleria dell’Accademia: al centro la Trinità, con Dio Padre dietro Cristo crocifisso e la colomba dello Spirito Santo, ai lati san Romualdo e san Giovanni Evangelista [23]. L’opera era destinata alla sala capitolare del monastero, legata alla devozione camaldolese e alla memoria di san Romualdo. La predella illustrava episodi della vita del santo. L’altro trittico, con Madonna col Bambino fra i santi Giobbe e Gregorio, oggi al Museo dell’Opera di Santa Croce, faceva parte dello stesso programma di arredo [24]. In queste opere tarde il linguaggio cambia. La morbidezza più lirica degli anni precedenti lascia spazio a una forma più ieratica, più vicina alla monumentalità dell’Orcagna e alla cultura dei cosiddetti Malerplastiker, pittori-scultori attenti alla massa, alla frontalità, alla forza quasi lapidea dell’immagine [25]. Il fondo oro diventa più ricco, le figure più solenni, la composizione più simmetrica. Si avverte anche l’intervento di collaboratori, soprattutto nel trittico Dini di Santa Croce, dove la critica ha riconosciuto il Maestro della predella dell’Ashmolean e Niccolò di Tommaso [26]. La bottega di Nardo ebbe un ruolo formativo notevole. Il 9 luglio 1357 fu stipulato a Pistoia un contratto di apprendistato biennale che affidava Giovanni di Bartolomeo Cristiani alla bottega di Nardo a Firenze [27]. Il dato è importante per la pittura pistoiese del secondo Trecento e conferma il prestigio dell’officina. Attorno a Nardo si muovono collaboratori, aiuti, apprendisti, pittori destinati a diffondere il linguaggio fiorentino in Toscana e oltre. Sul piano stilistico, Nardo è il più lirico dei fratelli Cione. Andrea Orcagna costruisce immagini più scultoree, più severe, spesso dominate da un senso architettonico e dogmatico della forma. Nardo conserva maggiore tenerezza nei volti, maggiore attenzione agli stati d’animo, una sensibilità cromatica più morbida. Le figure hanno corpi pieni, ma la loro presenza è spesso quieta. I santi non sono semplici emblemi; sembrano abitati da una calma malinconica, con sguardi laterali, mani sottili, panneggi chiari, incarnati lavorati con passaggi delicati. La sua importanza storica cresce nel contesto della Firenze dopo il 1348. La peste modificò committenze, sensibilità religiose, bisogni devozionali. Le immagini di Nardo rispondono a questa condizione con un linguaggio insieme solenne e umano: Paradiso e Inferno nella cappella Strozzi; Madonne civiche; piccoli trittici portatili; pale per ospedali e monasteri; immagini per confraternite e spazi assistenziali. La sua pittura abita luoghi dove la morte e la salvezza non sono concetti astratti: cappelle funerarie, ospedali, compagnie della Misericordia, monasteri, chiese urbane. Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Nardo di Cione va collocato tra i protagonisti della seconda generazione giottesca fiorentina. La sua opera non apre una rivoluzione paragonabile a quella di Giotto; costruisce però una delle risposte più mature alla crisi di metà secolo. Porta la lezione giottesca dentro una pittura più devota, più luminosa, più psicologicamente attenta. La cappella Strozzi lo consacra come grande frescante; i trittici e le pale ne rivelano la finezza tecnica; la bottega ne conferma il peso nella trasmissione del linguaggio fiorentino.
A.R.
Note[1] Daniela Parenti ricorda che Nardo nacque a Firenze intorno al 1320 ed ebbe tre fratelli impegnati nelle arti: Andrea detto l’Orcagna, Matteo e Jacopo. [2] Il nome compare fra gli iscritti all’Arte dei Medici e Speziali fra 1346 e 1348; Treccani segnala anche l’equivoco antico con il nome Bernardo, generato da Vasari e da altre fonti rinascimentali. [3] La formazione fiorentina è ricondotta al contesto della bottega giottesca nel Bargello, alle pale di Bernardo Daddi e alle invenzioni di Maso di Banco, forse mediate anche da Andrea Orcagna. [4] Treccani collega il linguaggio di Nardo alla corrente “dolcissima e unita”, con figure monumentali, modellato tenero e luminosità diffusa. [5] Un documento del 1348-1350 circa lo ricorda fra i migliori pittori viventi a Firenze e cita “Maestro Archagnia e Maestro Nardo in Balla”. [6] La possibile bottega comune nel borgo di Balla è discussa da Treccani; gli studi sui punzoni non hanno però rilevato strumenti condivisi tra le opere dei due fratelli. [7] Dal 1351 Andrea e Nardo figurano soggetti a tassazioni separate, pur risiedendo entrambi nella parrocchia di San Michele Visdomini. [8] Treccani registra gli spostamenti di residenza del pittore fra Santa Reparata, San Ruffillo e il quartiere di Santa Maria Novella, dove risulta al momento del testamento del 21 maggio 1365. [9] Il testamento nomina eredi i fratelli Andrea, Matteo e Jacopo; la morte avvenne prima del 16 maggio 1366, data dell’esecuzione delle volontà testamentarie. [10] L’affresco del Bigallo con Cristo Pantocratore in mandorla fra quattro angeli è collegato alla deliberazione della Compagnia della Misericordia del 24 ottobre 1363. [11] Ghiberti attribuisce a Nardo la decorazione murale della cappella Strozzi in Santa Maria Novella e la definisce opera condotta con grande diligenza. [12] Treccani descrive il programma della cappella Strozzi: Giudizio universale, Paradiso e Inferno sulle pareti; san Tommaso, Virtù, Padri della Chiesa, santi domenicani e vetrata con san Tommaso e Madonna col Bambino. [13] Il contratto del 1354 riguarda la pala d’altare commissionata ad Andrea Orcagna; la data 1357 del trittico è considerata probabile termine entro cui furono conclusi anche gli affreschi. [14] Treccani sottolinea il rapporto del ciclo con la Commedia dantesca, la ricchezza descrittiva di costumi e fisionomie, l’attenzione agli affetti e la struttura ordinata del Paradiso. [15] La voce dell’Enciclopedia Dantesca ricorda il ritratto di Dante fra i beati del Giudizio nella cappella Strozzi. [16] Per gli affreschi Strozzi sono stati riconosciuti collaboratori, fra cui Niccolò di Tommaso e Giovanni del Biondo. [17] Treccani riferisce a Nardo, con cautele, cicli deteriorati nella Badia Fiorentina e nella cappella degli Steccuti nel chiostro di Santa Maria Novella. [18] La stessa voce elenca fra le opere su tavola più antiche Annunciazione Alana, San Benedetto di Stoccolma, Crocifissione del Museo Diocesano di Milano, Madonna del Parto di Fiesole e polittico di Bojnice. [19] Il Brooklyn Museum data alla metà del XIV secolo la Madonna col Bambino in trono e santi e la collega al clima fiorentino successivo alla peste del 1348. [20] La National Gallery of Art di Washington descrive il piccolo trittico del 1360 come opera destinata alla devozione privata e portatile, sottolineando la qualità lirica e tecnica della pittura di Nardo. [21] La National Gallery di Londra data la pala con i tre santi al 1363-1365 circa e la collega alla chiesa ospedaliera di San Giovanni Battista della Calza a Firenze. [22] La stessa scheda descrive il tessuto decorato con tecnica a sgraffito, foglia d’oro e blu oltremare. [23] La Galleria dell’Accademia indica il Trittico del Thronum Gratiae come opera dipinta da Nardo nel 1365 per la sala capitolare del monastero di Santa Maria degli Angeli a Firenze. [24] Treccani ricorda i due trittici del 1365 per Santa Maria degli Angeli: il Thronum Gratiae oggi all’Accademia e la Madonna col Bambino fra i santi Giobbe e Gregorio oggi al Museo dell’Opera di Santa Croce. [25] Nelle opere tarde, secondo Treccani, Nardo si avvicina agli ideali scultorei dell’Orcagna e dei cosiddetti Malerplastiker. [26] La stessa fonte segnala l’intervento di collaboratori nel trittico Dini, in particolare il Maestro della predella dell’Ashmolean Museum e Niccolò di Tommaso. [27] Il contratto del 9 luglio 1357 documenta l’apprendistato biennale di Giovanni di Bartolomeo Cristiani presso la bottega di Nardo di Cione a Firenze.
Bibliografia essenziale
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