Meo di Pero

 

 

Siena, documentato dal 1370 al 1407; attivo soprattutto accanto a Cristoforo di Bindoccio

 

 

 

 

 

Meo di Pero, indicato anche come Meo di Piero o, nelle iscrizioni e nei documenti, Meus Peri, è un pittore senese del secondo Trecento, documentato tra il 1370 e il 1407. La sua figura è strettamente legata a quella di Cristoforo di Bindoccio, detto Malabarba o Malombra, con il quale formò una delle botteghe più attive della Siena tardo-trecentesca. Proprio questa collaborazione continua rende difficile isolare la sua mano. La critica, soprattutto dopo gli studi di Serena Padovani, tende a trattare molte opere come prodotto congiunto della bottega, riconoscendo a Cristoforo una posizione probabilmente dominante [1].

Il luogo e la data di nascita non sono noti. Meo era figlio del pittore Pero o Piero di Castellano da Gerfalco, iscritto nel Libro delle Capitudini delle arti di Siena nel 1363 e già morto nel novembre 1370, quando Meo sposò Bartolomea, figlia dello speziale Francesco Agnolini [2]. In quell’anno abitava nel popolo di San Pietro a Ovile; documenti successivi lo collocano soprattutto nel popolo di San Maurizio, nel terzo di Camollia, mentre nel 1404 risulta forse residente nella contrada di San Giorgio [3].

La sua presenza nella vita civica senese fu rilevante. Nel 1378 era già stato castellano di Arcidosso; nel 1382 ricevette un rimborso per essersi recato “a fare la mostra” dei soldati castellani e di altri ufficiali; fra 1383 e 1384 fu più volte tra i Priori della città [4]. Questi dati non sono marginali. A Siena, nel secondo Trecento, molti pittori partecipavano alla vita amministrativa, lavoravano per il Comune, per il Duomo, per compagnie laicali, ospedali e confraternite. Meo appartiene a questo mondo: pittore e cittadino operativo, inserito nelle strutture pubbliche della città.

L’iscrizione alla corporazione dei pittori senesi è attestata nel 1389. Un’altra lista, di data controversa, potrebbe collocarlo già nel 1356, secondo una proposta di Sherman Fehm ripresa dalla bibliografia; se la data fosse corretta, la sua carriera andrebbe retrodatata in modo sensibile. La prudenza resta necessaria, perché il dato non è stabilizzato [5].

Il sodalizio con Cristoforo di Bindoccio era già saldo nel 1370. In quell’anno Cristoforo fu testimone alle nozze di Meo; soprattutto, i due firmarono gli affreschi della cappella delle Reliquie, poi detta cappella del Manto, nello Spedale di Santa Maria della Scala a Siena. L’iscrizione, posta nel sommo dell’arcone centrale, recitava: Hoc opus pinserunt Cristofanus magistri Bindocci et Meus Peri de Senis M.CCC.LXX [6]. Oggi rimangono frammenti molto ridotti: figure a mezzo busto, santi entro polilobi, tracce di un apparato che doveva essere assai più ricco. La qualità dei particolari superstiti — vesti, acconciature, volti allungati — permette di collocare la bottega in rapporto con la cultura senese di Jacopo di Mino, Andrea Vanni, Bartolo di Fredi e dell’ultimo ambiente lorenzettiano [7].

La cappella dello Spedale fu un incarico prestigioso. Santa Maria della Scala era una delle maggiori istituzioni assistenziali della città, con funzioni religiose, caritative e politiche. Entrare in quel contesto significava ottenere visibilità pubblica. La pittura di Cristoforo e Meo vi appare ancora vicina alla tradizione dei Lorenzetti, ma già resa più corsiva, più rapida, con un gusto narrativo che tende alla semplificazione espressiva. Le figure hanno corpi sottili, occhi marcati, profili rigidi, panneggi percorsi da pieghe secche. La materia pittorica conserva eleganza senese, ma perde parte della profondità psicologica dei modelli maggiori.

Nel 1377 Meo lavorò per la Compagnia della Santissima Trinità, intervenendo su una tavola e dipingendo nel chiostro [8]. Negli anni ottanta i documenti lo mostrano impegnato, con Cristoforo, nel Duomo di Siena. Nel 1382 i due furono pagati per aver rifatto o rinfrescato angeli presso l’altare maggiore; nello stesso anno ricevettero compensi per basi e supporti destinati agli angeli. Nel 1383 Meo fu pagato per la pittura di un cavallo, un bue e un porco nella cappella di Sant’Antonio, e gli fu portato a casa un tabernacolo del santo, verosimilmente per la policromia. Sempre nel 1383 lavorò alla Madonna nella lunetta sopra il portale principale; nel 1386 lui e Cristoforo eseguirono campi dorati nel coro; nel 1387 dipinsero piccoli scudi nell’altare dei Calzolari [9]. Questi incarichi mostrano la natura concreta del mestiere: non solo grandi cicli, ma dorature, rifacimenti, stemmi, animali, tabernacoli, apparati d’altare.

Intorno al 1380 la critica colloca gli affreschi con Storie di san Francesco nella chiesa di San Francesco a Pienza, attribuiti a Cristoforo e Meo. Il ciclo dell’abside comprende episodi francescani e figure di virtù; fonti territoriali ricordano, fra le scene, le Stimmate di san Francesco, Francesco e il lupo di Gubbio, e le tre virtù francescane nelle vele [10]. L’opera è importante per la circolazione della bottega fuori Siena. Pienza, ancora prima della trasformazione quattrocentesca promossa da Pio II, conservava un tessuto francescano legato al territorio valdorciano. Qui la pittura di Cristoforo e Meo assume un tono narrativo più sciolto, con ambienti affollati, gesti leggibili, architetture semplificate e figure allungate secondo un gusto già tardo-gotico [11].

Un altro nucleo, più frammentario, è costituito dagli affreschi con Storie dell’Antico e del Nuovo Testamento già nel refettorio di San Pietro alla Magione a Siena. La datazione è stata posta da Padovani intorno al 1390, mentre altri studi propongono una forbice fra 1382 e 1398 [12]. Le pitture, in gran parte compromesse, appartenevano a un ambiente legato ai cavalieri gerosolimitani. La loro presenza conferma l’interesse della bottega per cicli estesi, destinati a spazi comunitari: refettori, cappelle, luoghi di passaggio e di memoria istituzionale.

Nel 1392 Cristoforo e Meo ricevettero un pagamento per una tavola con il Salvatore destinata alla cappella del Campo, opera oggi perduta o non identificata [13]. Nel 1393 furono pagati per dipingere gli stemmi di Gian Galeazzo Visconti alla porta di Camollia; nello stesso anno, insieme a Bartolo di Fredi, intervennero sul Mappamondo di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena [14]. Anche questo dato è significativo. Lavorare sul grande Mappamondo significava toccare un’immagine civica celebre, carica di valore politico e simbolico. Meo e Cristoforo non furono soltanto pittori di devozione periferica: entrarono più volte nei cantieri identitari della città.

Il secondo grande ciclo firmato è quello con Storie della Vergine nella chiesa di Santa Maria a Campagnatico, nel Grossetano, datato 1393. Il restauro del 1979-1980 recuperò la firma dei due pittori e la data, rendendo il ciclo un caposaldo per la ricostruzione della bottega [15]. L’iscrizione ricorda anche i committenti e qualifica Cristoforo del maestro Bindoccio e Meo di Pero come “dipentori da Siena” [16]. Le scene superstiti comprendono la Natività della Vergine, la Presentazione al Tempio, lo Sposalizio, la Morte e l’Assunzione; l’Annunciazione è in gran parte perduta [17].

Campagnatico mostra una fase tarda, più illustrativa. Le architetture appaiono come palcoscenici costruiti con una prospettiva instabile; i personaggi si dispongono con chiarezza quasi teatrale; il racconto ha immediatezza popolare. La pittura non possiede la tensione innovativa delle grandi officine senesi del primo Trecento. Conserva però una forza comunicativa diretta: i fatti sacri sono raccontati con ordine, senza sottigliezze eccessive, dentro una lingua visiva comprensibile a una comunità locale.

Al catalogo congiunto di Cristoforo e Meo sono stati aggiunti anche altri cicli murali. Mario Ciampolini ha proposto con riserva le Storie della vita di Cristo nella pieve di San Polo in Rosso nel Chianti; Alessandro Bagnoli ha riconosciuto la loro mano negli affreschi dell’antico palazzo Bandinelli, oggi Palazzo Corboli, ad Asciano [18]. Il Museo di Palazzo Corboli conserva cicli attribuiti ai due pittori nella cosiddetta Sala di Aristotele e nella Sala delle Quattro Stagioni; tra le immagini più note vi è la cosiddetta Ruota di Barlaam, raro episodio di trasmissione medievale di una leggenda di origine buddhista attraverso la tradizione di Barlaam e Josaphat [19].

La presenza di Palazzo Corboli è preziosa perché sposta la bottega anche entro un contesto domestico e civile, legato a una famiglia senese di ricchi mercanti. Qui le immagini morali, allegoriche e narrative dialogano con la cultura laica del tardo Medioevo: esempi, ruote, virtù, giudizi, racconti edificanti. La pittura di Cristoforo e Meo diventa strumento di memoria, ammonimento e ornamento per un palazzo privato. Il repertorio non è solo liturgico.

Esistono anche opere mobili riferite alla bottega. Lo Städel Museum di Francoforte conserva un piccolo trittico con Madonna col Bambino e santi, Crocifissione, quattro santi e Annunciazione, datato circa 1380-1395, attribuito a Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero [20]. La Barnes Foundation conserva una tavola con Madonna col Bambino, due angeli, sant’Antonio abate, santa Caterina d’Alessandria e Crocifissione, pure attribuita ai due pittori [21]. Queste opere testimoniano la produzione di piccolo formato per devozione privata o per mercati più mobili. La bottega non lavorava soltanto su muri e per istituzioni pubbliche; produceva anche tavole trasportabili, probabilmente destinate a committenti meno monumentali, ma non privi di ambizione.

Sul piano stilistico, Meo di Pero va letto quasi sempre insieme a Cristoforo di Bindoccio. Il Dizionario Biografico osserva che la distinzione delle due personalità artistiche non è stata tentata in modo risolutivo; il loro linguaggio appare unitario, con probabile preminenza di Cristoforo [22]. Sono pittori lorenzettiani, ma di una generazione ormai tarda. Riprendono forme, iconografie e impianti dei maggiori maestri senesi e li traducono in una lingua più rapida, popolaresca, corsiva. Nei casi migliori questa semplificazione produce efficacia narrativa; nei brani più deboli scivola in ripetizione, rigidità e formula.

La loro pittura si colloca accanto a Paolo di Giovanni Fei, Luca di Tommè, Biagio di Goro Ghezzi e Bartolo di Fredi [23]. Rispetto a questi artisti, Cristoforo e Meo sembrano meno capaci di invenzione formale autonoma; possiedono però una notevole capacità operativa. La bottega esegue cicli firmati, lavori per il Duomo, restauri, stemmi politici, tavole d’altare, affreschi conventuali, immagini civiche e decorazioni palaziali. È una pittura di mestiere, radicata nella città e nei suoi territori.

La morte di Meo non è documentata. L’ultima attestazione nota cade nel 1407, quando un documento ricorda “Cristofano di Bindoccio detto Malombra dipentore” e “Meio di Pero dipentore presso lui” [24]. La formula conferma ancora una volta la vicinanza dei due, fino agli ultimi anni noti.

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Meo di Pero va collocato tra gli artisti senesi di bottega, meno celebri dei grandi innovatori, ma indispensabili per comprendere la diffusione concreta della pittura trecentesca. La sua figura mostra come la tradizione dei Lorenzetti, di Simone Martini e dei maestri civici senesi sia stata prolungata, semplificata, resa disponibile per chiese minori, ospedali, compagnie, refettori, palazzi e centri del contado. Il suo nome raramente appare da solo; proprio questa dipendenza documentaria e stilistica lo rende interessante. Meo rappresenta il volto collettivo della pittura senese tarda: lavoro condiviso, firme comuni, officina stabile, committenze distribuite, una lingua figurativa che continua a parlare anche quando la stagione più alta del Trecento senese è già alle spalle.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Il Dizionario Biografico degli Italiani registra Meo come pittore attivo a Siena e documentato tra il 1370 e il 1407; sottolinea la lunga collaborazione con Cristoforo di Bindoccio e la difficoltà di distinguere le due individualità artistiche.

[2] Meo era figlio del pittore Pero o Piero di Castellano da Gerfalco, iscritto nel 1363 nel Libro delle Capitudini delle arti di Siena e già morto nel novembre 1370, quando Meo sposò Bartolomea del fu Francesco Agnolini.

[3] La documentazione lo colloca dapprima nel popolo di San Pietro a Ovile, poi soprattutto in quello di San Maurizio, nel terzo di Camollia; nel 1404 parrebbe abitare nella contrada di San Giorgio.

[4] Meo fu castellano di Arcidosso nel 1378; nel 1382 ebbe rimborsi per incarichi militari-amministrativi; fra 1383 e 1384 fu più volte tra i Priori di Siena.

[5] L’immatricolazione nel ruolo dei pittori senesi è attestata nel 1389; una lista di data controversa è stata riferita da Fehm al 1356, con conseguente possibile estensione della carriera.

[6] Gli affreschi della cappella delle Reliquie, poi del Manto, in Santa Maria della Scala furono firmati nel 1370 da Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero; la formula dell’iscrizione è riportata nella voce Treccani su Cristoforo.

[7] La stessa voce descrive i frammenti superstiti della cappella, con santi entro polilobi, come testimonianza di una decorazione raffinata, vicina alla cultura di Jacopo di Mino, Andrea Vanni e Bartolo di Fredi.

[8] Nel 1377 Meo lavorò per la Compagnia della Santissima Trinità, intervenendo su una tavola e dipingendo nel chiostro.

[9] I documenti del Duomo di Siena attestano, fra 1382 e 1387, pagamenti a Meo e Cristoforo per angeli, basi, animali, tabernacoli, rinfrescature, dorature e scudi.

[10] Gli affreschi dell’abside di San Francesco a Pienza sono attribuiti a Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero; l’Ecomuseo Digitale dei Musei Senesi ricorda, fra i soggetti, le storie francescane e le tre virtù francescane nella volta.

[11] La voce Treccani su Cristoforo data il ciclo pientino intorno al 1380 e lo descrive attraverso ambientazioni affollate, figure allungate e costanti arcaismi di linguaggio.

[12] Gli affreschi di San Pietro alla Magione sono collocati da Padovani intorno al 1390; Fattorini ha proposto una forbice cronologica tra 1382 e 1398.

[13] Nel 1392 Cristoforo e Meo ricevettero pagamenti per una tavola con il Salvatore destinata alla cappella del Campo, opera perduta o non identificata.

[14] Nel 1393 i due furono pagati per stemmi viscontei alla porta di Camollia; nello stesso anno, con Bartolo di Fredi, intervennero sul Mappamondo di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico.

[15] Il ciclo di Santa Maria a Campagnatico, con Storie della Vergine, è indicato dal Dizionario Biografico come il secondo caposaldo firmato della bottega, datato 1393.

[16] La voce Treccani su Cristoforo trascrive l’iscrizione di Campagnatico, con i nomi dei committenti e dei pittori Cristoforo del maestro Bindoccio e Meo di Pero da Siena.

[17] Per Campagnatico sono ricordate Natività della Vergine, Presentazione al Tempio, Sposalizio, Morte e Assunzione; l’Annunciazione è quasi del tutto perduta.

[18] Le attribuzioni a Cristoforo e Meo delle Storie della vita di Cristo a San Polo in Rosso e degli affreschi di Palazzo Corboli ad Asciano sono ricordate nella voce Treccani su Meo.

[19] Finestre sull’Arte descrive la Sala di Aristotele di Palazzo Corboli ad Asciano e segnala la Ruota di Barlaam come affresco attribuito a Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero, raro per la sua derivazione da una leggenda di origine buddhista.

[20] Lo Städel Museum conserva un trittico attribuito a Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero, datato circa 1380-1395, con Madonna col Bambino, santi, Crocifissione e Annunciazione.

[21] La Barnes Foundation cataloga una tavola con Madonna col Bambino, due angeli, sant’Antonio abate, santa Caterina d’Alessandria e Crocifissione come opera di Cristoforo di Bindoccio e Meo di Piero.

[22] La voce Treccani su Meo precisa che Cristoforo e Meo vanno per ora classificati congiuntamente, poiché la distinzione delle due personalità artistiche non è stata risolta.

[23] La stessa voce colloca la loro cultura accanto a Paolo di Giovanni Fei, Luca di Tommè, Biagio di Goro e Bartolo di Fredi.

[24] Nel 1407 un documento ricorda ancora Cristoforo di Bindoccio detto Malombra e Meo di Pero “presso lui”; non si conoscono luogo e data di morte di Meo.

 

 

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