Memmo di Filippuccio

 

 

Siena, nato probabilmente nei primi anni Sessanta del XIII secolo; documentato dal 1288 al 1324; attivo soprattutto a San Gimignano tra 1303 e 1317

 

 

 

 

Memmo di Filippuccio è una figura decisiva per comprendere il passaggio dalla pittura senese duecentesca alla cultura figurativa del primo Trecento. Nato a Siena in data imprecisata, figlio dell’orafo Filippuccio, risulta già maggiorenne nel 1288, quando compare in un documento della Biccherna insieme al fratello Mino o Minuccio, anch’egli pittore [1]. La sua maggiore attività conosciuta si svolse a San Gimignano, dove fu presente almeno dal 1303 al 1317 come pittore legato al Comune, con una bottega stabile e familiare [2].

La sua importanza supera il catalogo delle opere certe. Memmo fu padre di Lippo Memmi e di Tederigo/Federigo Memmi, entrambi pittori; sua figlia Giovanna sposò Simone Martini nel 1324. La sua bottega sangimignanese fu quindi un nodo di trasmissione: vi si formarono figli, collaboratori, forse lo stesso Simone in una fase giovanile, secondo una linea critica prudente ma storicamente plausibile [3]. San Gimignano, in questo senso, non fu solo un luogo di committenza locale. Divenne un punto di contatto fra Siena, Assisi, Pisa, Firenze e la nuova pittura comunale del Trecento.

La formazione dell’artista va collocata dentro l’ambiente senese di fine Duecento, ma il fatto decisivo fu probabilmente il contatto con il cantiere di Assisi. Roberto Longhi riconobbe la mano di Memmo nella basilica superiore di San Francesco, in particolare in mezze figure di santi e profeti inserite nei compassi decorativi delle Storie bibliche e forse in alcuni primi interventi delle Storie francescane [4]. Questa ipotesi, accolta dalla storiografia successiva con largo consenso, spiega la sua fisionomia: un pittore nato in area senese, sensibile a Duccio, ma segnato presto dalla costruzione plastica e narrativa della pittura giottesca.

Il possibile passaggio da Assisi chiarisce molte qualità delle opere sangimignanesi. Memmo conserva la linea elegante, il colore limpido, la delicatezza cromatica della pittura senese; aggiunge però corpi più solidi, gesti più concreti, ambienti osservati con attenzione. Nelle sue opere la forma non si scioglie in pura raffinatezza lineare. Cerca peso, presenza, racconto. Questa duplice radice — senese e assisiate — lo rende una figura meno periferica di quanto suggerisca la scarsità di documenti.

Dopo Assisi, la critica ha ipotizzato rapporti con Pisa, anche attraverso opere discusse. Previtali riferì a Memmo una Madonna col Bambino già in San Francesco a Pisa e un San Giovanni Evangelista oggi ad Altenburg, probabilmente parti di uno stesso polittico; studi successivi hanno proposto per queste opere il riferimento al Maestro di San Torpè [5]. Più stabile appare, pur con cautele, il riferimento al suo catalogo del dossale con Madonna col Bambino, santi e angeli conservato a Oristano, collegato da Previtali alla figura dell’arcivescovo Scolaro Ardinghelli [6]. La mobilità attributiva dipende dalla vicinanza fra pittori attivi negli stessi cantieri e dalla circolazione di modelli tra Pisa, Siena e San Gimignano.

I primi documenti sangimignanesi, del 1303 e del 1305, lo mostrano impegnato nella decorazione di libri per il podestà. I codici sono perduti, ma il dato ha consentito di riconoscere anche un’attività miniatoria, poi ridimensionata dalla critica recente [7]. Memmo fu comunque pittore completo: lavorò su tavola, ad affresco, probabilmente su codici, e produsse anche oggetti di uso civico — stendardi, gonfaloni, apparati, opere funzionali alla vita pubblica del Comune [8]. Questo profilo corrisponde bene alla condizione del pittore medievale: artista e artigiano, maestro di bottega, decoratore civico, fornitore stabile dell’istituzione comunale.

Intorno al 1305 vengono collocati gli affreschi della controfacciata della Collegiata di San Gimignano. I resti sono mutili e in parte ridipinti, ma mostrano una struttura architettonica ancora vicina all’esperienza assisiate. In una grande lunetta, alterata dall’apertura di un oculo, si leggono figure femminili distese e un santo, forse in rapporto con l’episodio di san Nicola che dota le tre fanciulle; sopra la porta d’ingresso restano due angeli ai lati di un finto tabernacolo, con una santa e una Madonna col Bambino ridipinte nel primo Quattrocento [9]. L’opera conserva il senso di un pittore attento alla parete come spazio ordinato, ancora più che alla singola figura isolata.

A questa fase appartengono anche gli affreschi nell’abside di San Iacopo al Tempio, con Madonna col Bambino e santi, e il dossale proveniente dal distrutto convento di Santa Chiara, oggi nel Museo Civico di San Gimignano. Il dossale raffigura la Madonna col Bambino, una monaca clarissa donatrice e una serie di santi, fra cui Pietro, Giovanni Evangelista, Caterina d’Alessandria, Agnese, Giovanni Battista, Michele, Francesco e Chiara [10]. Qui Memmo mostra una capacità notevole di unire devozione clariana, ordine iconico e vivacità cromatica. Le figure sono ferme, quasi solenni, ma il colore ha una brillantezza schiettamente senese.

Nella chiesa di San Pietro in Forliano si conservano affreschi con Storie di Maria, una Maestà con committente, un’Annunciazione, una Madonna in trono e un’Adorazione dei Magi, riferiti al suo ambiente [11]. La critica ha notato in questi dipinti la presenza di un collaboratore già orientato verso modi “martiniani”. Il dato è importante. Mostra una bottega in evoluzione, dove il linguaggio di Memmo, fondato su Assisi e sulla tradizione senese, comincia ad aprirsi alle eleganze più moderne che poi diventeranno dominanti con Simone Martini e Lippo Memmi.

L’opera più singolare resta il ciclo profano della Camera del Podestà nel Palazzo Comunale di San Gimignano, dipinto probabilmente tra il 1305 e il 1311, prima del completamento dei lavori della torre che ospita la stanza [12]. Il Comune di San Gimignano descrive l’ambiente come interamente affrescato con scene d’amore ed exempla morali rivolti al podestà, affinché non cedesse alla corruzione [13]. È una delle testimonianze più rare della pittura profana italiana del primo Trecento.

Il ciclo racconta gli esiti positivi e negativi dell’iniziazione amorosa di un giovane. Vi compaiono la parabola del giovane dissoluto, il tema di Aristotele e Campaspe, la lettura amorosa del “libro galeotto”, e alcune scene domestiche di una coppia: il bagno, il letto, l’intimità coniugale, la vita privata in ambienti del tempo [14]. La pittura è preziosa anche per lo storico della cultura materiale: arredi, tende, letti, vasche, gesti, abiti e relazioni sociali appaiono con una concretezza rara. L’amore non è raffigurato come pura allegoria cortese. Entra nello spazio quotidiano, con oggetti riconoscibili e una sottile osservazione psicologica.

Il ciclo della Camera del Podestà rivela il lato più originale di Memmo. La sua narrazione mantiene un forte rilievo plastico, ma rinuncia alla rigorosa intelaiatura spaziale giottesca. Gli ambienti sono descritti per dettagli, più che costruiti secondo una prospettiva coerente. Il risultato è efficace: le scene sembrano vicine alla vita reale, pur restando entro un programma morale. Memmo osserva il comportamento, il desiderio, il rischio, la corruzione, la disciplina del matrimonio. Per un pittore del primo Trecento, è un campo insolito e di grande valore documentario.

Nel 1317 Memmo è ancora documentato a San Gimignano, insieme al figlio Lippo, per alcune “figure” nel palazzo, nella sala del Consiglio del Popolo [15]. Nello stesso anno Lippo firmò la grande Maestà del Palazzo Comunale, ispirata alla Maestà di Simone Martini nel Palazzo Pubblico di Siena. La presenza del padre nel medesimo contesto non implica una partecipazione diretta alla Maestà firmata da Lippo, ma indica una continuità di bottega e di committenza. La grande impresa civica passava ormai alla generazione successiva.

Dopo il 1317 le notizie su Memmo a San Gimignano si interrompono. Un documento del 1321 lo registra a Siena, dove ricevette una somma di denaro; l’ultimo documento noto è del 1324, relativo alla vendita di una casa a Simone Martini, diventato da poco suo genero attraverso il matrimonio con Giovanna Memmi [16]. La morte viene collocata poco dopo il 1324, in assenza di attestazioni successive [17].

Il profilo stilistico di Memmo può essere definito con cautela. La sua pittura nasce da Duccio e da Siena, ma assorbe la concretezza di Assisi; conosce la miniatura, ma lavora con solidità murale; conserva linearismi protogotici, però cerca volume e presenza fisica. Nei volti si legge una morbidezza ancora duecentesca; nei panneggi e nelle architetture compare un aggiornamento giottesco; nelle scene profane della Camera del Podestà emerge un naturalismo minuzioso, quasi narrativo, capace di registrare il comportamento umano.

Il suo ruolo storico è duplice. Da un lato fu il pittore civico di San Gimignano nei primi anni del Trecento, autore di opere religiose, profane e istituzionali. Dall’altro fu il capo di una bottega familiare da cui uscirono Lippo e Tederigo Memmi, e che entrò in relazione stretta con Simone Martini. Questa posizione lo rende una figura di raccordo. Prima della piena affermazione della pittura martiniana, Memmo aveva già tradotto a San Gimignano la cultura senese e l’esperienza assisiate in un linguaggio vivo, adatto alle esigenze di una città comunale.

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Memmo di Filippuccio va quindi collocato fra i maestri di transizione più importanti dell’area senese. La sua fama è stata a lungo oscurata dai nomi di Simone Martini e Lippo Memmi, ma il suo catalogo mostra una personalità autonoma: pittore di immagini sacre, di affreschi civici, di scene morali e profane, forse anche miniatore. Con lui San Gimignano diventa un laboratorio figurativo dove il Trecento prende forma attraverso famiglie, botteghe, incarichi pubblici e narrazioni dipinte sulle pareti del potere comunale.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Michela Becchis ricorda che Memmo era figlio dell’orafo Filippuccio, nato a Siena in data imprecisata, già maggiorenne nel 1288; anche il fratello Mino o Minuccio fu pittore.

[2] La documentazione lo colloca a San Gimignano tra 1303 e 1317, dove divenne pittore civico e organizzò una bottega familiare.

[3] Treccani ricorda i figli pittori di Memmo, fra cui Lippo, e il matrimonio di Giovanna Memmi con Simone Martini; nella voce su Lippo si segnala anche la probabile formazione del figlio nella bottega paterna.

[4] La partecipazione di Memmo al cantiere di Assisi, proposta da Longhi, viene indicata da Treccani come momento fondamentale della sua formazione, soprattutto per le mezze figure di santi e profeti nelle fasce decorative e per possibili interventi nelle prime Storie francescane.

[5] Treccani riassume il dibattito sulle opere pisane attribuite da Previtali a Memmo e poi avvicinate da altri studiosi al Maestro di San Torpè.

[6] La scheda Zeri registra il dossale di Oristano come opera di Memmo di Filippuccio e richiama la bibliografia di Previtali; Treccani collega l’opera al possibile committente Scolaro Ardinghelli.

[7] I documenti del 1303 e 1305 relativi alla decorazione di libri per il podestà sono ricordati da Treccani; la stessa voce segnala poi la revisione critica del corpus miniatorio attribuito all’artista.

[8] Treccani precisa che l’attività di pittore civico comprendeva opere monumentali, stendardi, gonfaloni e manufatti d’uso corrente; dai pagamenti risulta che Memmo viveva in città con la famiglia ed era stipendiato dal Comune.

[9] Gli affreschi della controfacciata della Collegiata sono datati da Carli intorno al 1305 e descritti da Treccani nelle loro parti superstiti.

[10] Treccani collega a questa fase l’affresco di San Iacopo al Tempio e il dossale già nel convento di Santa Chiara; la scheda locale del dossale indica soggetto, provenienza e conservazione nella Pinacoteca di San Gimignano.

[11] Per San Pietro in Forliano, Treccani ricorda resti di affreschi con Storie di Maria e una Maestà con committente; una scheda territoriale segnala anche Annunciazione, Madonna in trono tra due sante e Adorazione dei Magi.

[12] La datazione del ciclo della Camera del Podestà tra 1305 e 1311 è indicata da Treccani, in rapporto al completamento dei lavori della torre.

[13] La pagina del Comune di San Gimignano descrive la Camera del Podestà come ambiente affrescato con scene d’amore ed exempla morali rivolti al podestà; gli affreschi sono attribuiti a Memmo di Filippuccio.

[14] Treccani elenca i temi principali del ciclo: giovane dissoluto, Campaspe e Aristotele, lettura del “libro galeotto”, vita quotidiana di una giovane coppia, con ambienti contemporanei a Memmo.

[15] Il documento del 1317 relativo a Memmo e Lippo nel palazzo pubblico di San Gimignano è ricordato sia nella voce su Memmo sia nella voce su Lippo Memmi; la Maestà di Lippo è datata 1317 e firmata dal solo Lippo.

[16] Treccani registra un documento senese del 1321 e l’ultimo documento noto del 1324, relativo alla vendita di una casa a Simone Martini.

[17] La data di morte resta ignota; Treccani osserva che, per assenza di documenti successivi, non va posta molto oltre il 1324.

 

 

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