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Martino di Bartolomeo
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Martino
di
Bartolomeo
di
Biagio
Martino di Bartolomeo, figlio dell’orafo Bartolomeo di Biagio, fu uno dei pittori senesi più attivi tra la fine del Trecento e il primo terzo del Quattrocento. La sua figura appartiene alla lunga fase tarda della scuola senese, quando la tradizione trecentesca di Simone Martini, dei Lorenzetti e di Bartolo di Fredi veniva ancora rielaborata entro pale d’altare, cicli murali, miniature, opere di doratura e policromia scultorea. Non fu un innovatore radicale, ma un maestro di bottega solido, capace di muoversi tra Siena, Pisa, Lucca, Cascina e San Gimignano, con incarichi pubblici, ecclesiastici e privati. La nascita viene collocata a Siena tra il 1365 e il 1370. Il primo documento che lo riguarda è l’iscrizione al Breve dei pittori senesi del 1389, anche se la posizione del suo nome nell’elenco lascia supporre che l’iscrizione possa essere avvenuta alcuni anni più tardi. La formazione non è documentata. La critica ha riconosciuto legami stretti con Taddeo di Bartolo, soprattutto per le prime opere, e ha ipotizzato anche un contatto con ambienti vicini a Jacopo di Mino del Pellicciaio, Angelo Puccinelli, Spinello Aretino e Antonio Veneziano [1]. Un momento importante della sua formazione fu probabilmente l’esperienza della miniatura. Martino partecipò allo scriptorium impegnato nella decorazione dei grandi corali del Duomo di Lucca, oggi conservati nel Museo della Cattedrale. L’impresa, avviata dopo il rinnovamento interno della chiesa di San Martino, dovette protrarsi tra gli anni Ottanta e Novanta del Trecento. La pratica miniatoria lasciò tracce visibili anche nella pittura su tavola: attenzione al dettaglio, gusto per l’ornato, colori limpidi, contorni controllati, una certa eleganza minuta nella definizione delle figure [2]. Nel 1393 Martino risulta residente a Pisa. Il trasferimento dovette avvenire forse al seguito, o comunque nell’orbita, di Taddeo di Bartolo, già attivo nella città con una bottega organizzata. A Pisa il pittore maturò un linguaggio più robusto, nutrito anche dalla conoscenza di Spinello Aretino, di Antonio Veneziano e di Piero di Puccio. In questa fase le figure acquistano una compattezza maggiore; i volti si fanno più fermi; le architetture dipinte sono usate come quinte narrative più ordinate rispetto alla tradizione senese più decorativa. La prima opera datata e firmata è il vasto ciclo affrescato dell’oratorio di San Giovanni Battista a Cascina, compiuto nel 1398. L’oratorio, legato ai cavalieri gerosolimitani, fu fondato dal nobile Bartolo Palmieri da Cascina, raffigurato all’interno del ciclo. Le pareti e le volte presentano storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, santi, profeti, evangelisti, figure zodiacali e una complessa cosmografia teologica. È l’opera di più ampio respiro conservata di Martino. Qui il pittore mostra una libertà narrativa che nelle tavole appare spesso più trattenuta: distribuisce episodi, personaggi, edifici, segni astronomici e figure sacre dentro un programma visivo destinato a un pubblico ampio, con una funzione quasi catechetica [3]. Negli anni pisani Martino lavorò anche in società con Giovanni di Pietro da Napoli. Nel 1402 i due ricevettero l’incarico per la tavola dell’altare maggiore dello spedale di Santa Chiara, oggi al Museo Nazionale di San Matteo. Il contratto assegnava a Martino parti accessorie e carpenteria, mentre le figure spettavano a Giovanni: un dato sorprendente, perché la qualità pittorica di Martino appare presto più elegante e più articolata rispetto a quella del collega. Nel 1403 firmò da solo un polittico per lo spedale dei Trovatelli, anch’esso conservato a Pisa. Nel 1404 partecipò, ancora con Giovanni, alla pala con il Matrimonio mistico di santa Caterina e ad altri lavori per San Domenico. Il sodalizio si sciolse intorno al 1405 [4]. Nello stesso 1405 Martino rientrò a Siena, forse in modo definitivo. Sposò Caterina di Domenico Pascucci, dalla quale ebbe numerosi figli. La sua carriera senese fu intensa e continua. Subito dopo il ritorno lavorò per il Duomo: affrescò l’altare di San Crescenzio con scene della vita del santo e, nel 1406, ricevette l’incarico di dipingere le cappelle di San Savino e di San Nicola. Questi cicli sono perduti, ma i documenti mostrano il prestigio raggiunto dal pittore presso l’Opera del Duomo [5]. Nel 1407 ottenne uno degli incarichi più importanti della sua carriera: la decorazione delle volte della nuova Sala di Balìa nel Palazzo Pubblico di Siena. Sulle quattro vele dipinse sedici Virtù allegoriche, ciascuna accompagnata da cartiglio, mentre sulle pareti lavoravano Spinello Aretino e il figlio Parri con le Storie di papa Alessandro III. Le Virtù erano immagini politiche e morali, destinate ai magistrati della Balìa, organo esecutivo della Repubblica senese. Martino costruì figure eleganti, allungate, con panneggi fluenti e colori chiari; la funzione civica dell’immagine non cancellò la sua cultura devozionale, ma la trasferì in un lessico più laico, legato alla condotta pubblica e al governo [6]. Nel 1408 eseguì un polittico per Asciano. Il pannello centrale, una Madonna col Bambino, oggi in collezione privata, reca la data; i laterali con santi sono conservati nella Pinacoteca Nazionale di Siena. L’opera documenta una fase più matura, nella quale il pittore cerca una grazia più sciolta, vicina al gusto tardogotico, pur mantenendo una struttura ancora severa. Il volto della Vergine è dolce ma controllato; il Bambino non rompe la compostezza dell’immagine; i santi laterali conservano frontalità e peso. Tra 1410 e 1426 l’attività di Martino per le istituzioni senesi fu molto estesa. Lavorò per il Comune, per il Duomo, per Santa Maria della Scala, per confraternite e chiese cittadine. Eseguì affreschi, dorature, perizie, policromie, pitture non sempre identificabili. Tra 1410 e 1412 fu camerlengo dello Spedale di Santa Maria della Scala; nel 1419 dipinse per l’ospedale l’affresco della Trinità con santi, ancora visibile. Questa pluralità di incarichi restituisce un’immagine concreta del pittore tardomedievale: autore di tavole e cicli murali, ma anche tecnico esperto, doratore, restauratore, collaboratore di scultori e amministratore di lavori. I rapporti con gli scultori furono particolarmente importanti. Martino intervenne più volte su sculture lignee, incaricato di colorire, dorare o “rinfrescare” opere destinate al culto. Nel 1416 lavorò su sculture di Domenico di Niccolò; nel 1426 firmò con Jacopo della Quercia la policromia delle statue dell’Annunciazione per la collegiata di San Gimignano. Il dato è prezioso: mostra il prestigio raggiunto da Martino e la sua piena integrazione nei maggiori cantieri artistici senesi del tempo [7]. La sua posizione sociale migliorò progressivamente. Accumulò beni, case e terreni; ricoprì cariche pubbliche; nel 1417, nel 1422 e nel 1432 fece parte del Consiglio generale di Siena; nel 1420 fu nominato castellano di Monte Agutolo. Questi elementi aiutano a valutare il suo peso cittadino. Martino non fu soltanto un pittore di bottega. Divenne un professionista riconosciuto, inserito nella vita politica e amministrativa della Repubblica. La fase tarda mostra un gusto più arcaizzante. Per la cappella Brunacci in Sant’Agostino a Siena dipinse una pala dedicata a santo Stefano, oggi smembrata: sette pannelli narrativi sono conservati allo Städel Museum di Francoforte. Dovevano circondare una figura centrale del santo, oggi perduta, secondo il tipo del vita retable. Le scene illustrano episodi rari della leggenda di santo Stefano: il rapimento del neonato da parte del demonio, il ritrovamento da parte del vescovo Giuliano, la distruzione degli idoli, il ritorno del santo, la disputa con i libertini e la lapidazione. Martino vi recupera il modello della pala narrativa trecentesca, con riquadri separati e racconto continuo; le architetture colorate, le città viste di scorcio e i gruppi di figure mantengono vivacità, pur dentro una struttura ormai tradizionale [8]. Nel 1425 eseguì un polittico, oggi perduto o disperso, per la chiesa di Sant’Antonio in Fontebranda, destinato all’altare dell’arte dei macellai. Le fonti senesi ricordavano una predella di particolare finezza prospettica e narrativa. Alcuni frammenti e pannelli dispersi sono stati collegati a questo o ad altri polittici della fase tarda. In questi anni potrebbe essere entrato nella sua bottega il giovane Giovanni di Paolo, ipotesi sostenuta da confronti con alcune tavolette di predella oggi divise tra Filadelfia e York [9]. Lo stile di Martino rimase sempre legato a una matrice senese. Le sue figure sono solide, talvolta un poco rigide; i volti hanno un ovale chiaro, con occhi allungati e bocche minute; i panneggi alternano morbidezza decorativa e pieghe più dure. Nei cicli murali sa organizzare narrazioni complesse, come a Cascina; nelle tavole tende invece a ripetere formule più stabili, con fondi oro, santi frontali, architetture ordinate. La lezione di Taddeo di Bartolo gli fornì una base; Spinello Aretino gli suggerì maggiore energia lineare; Antonio Veneziano e l’ambiente pisano contribuirono a una costruzione più concreta dei corpi. Il confronto con i pittori senesi della generazione successiva mostra bene il suo limite. Martino resta estraneo alla raffinatezza visionaria di Giovanni di Paolo e alla luminosità più astratta di Sassetta. Non cerca la spazialità nuova che a Firenze, negli stessi decenni, porterà a Masaccio. La sua pittura lavora sulla continuità: conserva il racconto trecentesco, lo adatta a nuove committenze civiche e religiose, lo rende più ordinato, talvolta più monumentale. Proprio per questo ha un valore storico alto: mostra come Siena attraversò il primo Quattrocento senza rinunciare al proprio lessico figurativo. Nel 1428 Martino risulta ancora iscritto al Breve dei pittori. Nel 1434 redasse il testamento, nominando erede unico il figlio Bartolomeo, monaco olivetano, e usufruttuaria la moglie, purché non si risposasse. Morì prima del 26 aprile 1435. La sua morte chiude la vicenda di un pittore che accompagnò per quasi mezzo secolo la vita artistica senese, passando dalla miniatura ai grandi cicli murali, dalle pale d’altare alle policromie scultoree, dagli incarichi pubblici alla gestione concreta della bottega. Martino di Bartolomeo va quindi presentato come uno dei principali maestri senesi tra tardo gotico e primo Quattrocento. Non appartiene al Quattrocento più sperimentale, ma alla sua soglia senese: un pittore capace di tenere insieme mestiere, committenza civica, devozione, narrazione e memoria trecentesca.
A.R.
Note[1] Martino era figlio dell’orafo Bartolomeo di Biagio. La nascita viene posta a Siena tra il 1365 e il 1370. L’iscrizione al Breve dei pittori senesi è il primo riferimento documentario, ma la data 1389 indica l’avvio dell’elenco, non necessariamente l’anno esatto della sua registrazione. [2] La partecipazione alla decorazione dei corali del Duomo di Lucca è un passaggio importante per comprendere il suo rapporto con la miniatura e con l’ambiente artistico lucchese. [3] Gli affreschi dell’oratorio di San Giovanni Battista a Cascina, firmati e datati 1398, costituiscono l’opera murale conservata più ampia dell’artista. Il programma comprende storie bibliche, figure di santi, profeti, evangelisti, elementi zodiacali e una complessa cosmografia teologica. [4] A Pisa Martino collaborò con Giovanni di Pietro da Napoli. Il contratto del 1402 per Santa Chiara assegnava a Martino parti accessorie; nel 1403 egli firmò invece da solo il polittico dello spedale dei Trovatelli. [5] Dopo il rientro a Siena nel 1405 lavorò per il Duomo, dipingendo affreschi oggi perduti nelle cappelle di San Crescenzio, San Savino e San Nicola. [6] Le sedici Virtù della Sala di Balìa del Palazzo Pubblico di Siena furono eseguite tra 1407 e 1408. Alle pareti della stessa sala lavorarono Spinello Aretino e Parri Spinelli con le Storie di papa Alessandro III. [7] La policromia delle statue dell’Annunciazione di Jacopo della Quercia per la collegiata di San Gimignano, firmata da entrambi nel 1426, documenta la collaborazione tra pittore e scultore. [8] Le sette scene della vita di santo Stefano, oggi allo Städel Museum di Francoforte, appartenevano probabilmente a una pala per Sant’Agostino a Siena. La figura centrale del santo è perduta. [9] Federico Zeri propose un rapporto tra Martino e il giovane Giovanni di Paolo sulla base di alcune tavolette di predella; l’ipotesi è utile per comprendere la possibile continuità tra bottega di Martino e nuova pittura senese del Quattrocento. [10] Martino fece testamento nel 1434 e morì prima del 26 aprile 1435.
Bibliografia
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