Mariotto di Nardo

 

 

Firenze, nato probabilmente entro la metà degli anni Sessanta del XIV secolo; documentato dal 1389-1390; morto tra il 1424 e il 1427

 

 

 

 

Mariotto di Nardo di Cione appartiene alla generazione fiorentina che attraversa la fine del Trecento e accompagna i primi decenni del Quattrocento prima della piena affermazione del nuovo linguaggio rinascimentale. La sua presenza in questa serie di pittori trecenteschi va quindi intesa come voce di soglia: formato nella cultura tardo-orcagnesca, attivo già negli anni ottanta del XIV secolo, Mariotto lavora poi fino al 1424 circa, quando il gotico internazionale fiorentino ha ormai trovato protagonisti più raffinati e sperimentali, da Lorenzo Monaco al giovane Masolino [1].

Nacque a Firenze in data ignota. L’iscrizione all’Arte dei Medici e Speziali, necessaria per svolgere autonomamente l’attività di pittore, è compresa fra il 16 febbraio 1389 e il 7 gennaio 1390, secondo lo stile moderno; da questo dato Sonia Chiodo ricava una nascita non oltre la metà degli anni Sessanta del Trecento [2]. Vasari lo ricorda come nipote di Andrea di Cione detto l’Orcagna; la questione genealogica è stata discussa, perché le fonti documentarie non permettono sempre di fissare con sicurezza i rapporti familiari. Più solido è il legame con Jacopo di Cione, fratello dell’Orcagna, documentato nel 1398 come garante di Mariotto per un incarico nella cattedrale fiorentina [3].

Il punto di partenza per la ricostruzione del pittore è il polittico di San Donnino a Villamagna, presso Bagno a Ripoli, collegato da Sirén ai pagamenti ricevuti dall’artista fra il 1394 e il 1395 per una tavola destinata alla stessa chiesa [4]. Da quel nucleo si è formato progressivamente il corpus di Mariotto, in un primo tempo confuso con Lorenzo di Niccolò e con altri pittori della cerchia di Niccolò di Pietro Gerini. Boskovits, a partire dagli studi del 1968 e poi nel volume del 1975 sulla pittura fiorentina alla vigilia del Rinascimento, ne ha ridiscusso il profilo, riconoscendo il ruolo dell’artista nella formazione del linguaggio tardogotico fiorentino intorno al 1400 [5].

La prima fase matura è rappresentata dal polittico con Madonna col Bambino in trono e i santi Antonio Abate, Nicola di Bari, Lorenzo e Francesco, oggi a Santa Margherita a Tosina, presso Pelago. L’opera, datata 1388 secondo la ricostruzione critica e legata alla cappella Filicaia nel monastero camaldolese di Santa Maria degli Angeli a Firenze, mostra un pittore già formato, con figure plastiche, contorni incisi e chiaroscuro marcato [6]. La tradizione orcagnesca resta visibile nella saldezza dei corpi, nella gravità dei volti e nella struttura monumentale dell’immagine.

Intorno al 1390-1395 si colloca anche il polittico Corsini della Galleria dell’Accademia di Firenze, proveniente dalla chiesa di San Gaggio. Il Catalogo generale dei Beni Culturali lo registra come opera di Mariotto, tempera e oro su tavola, alta 319 cm e larga 267 cm; la committenza è ricondotta alla famiglia Corsini, patrona del convento [7]. La tavola conserva ancora la costruzione verticale e cerimoniale del polittico trecentesco, con cuspidi, archetti, colonnine tortili e predella. Il restauro del 1985 ha permesso di ricollocare le cuspidi nella posizione originaria, dopo una separazione probabilmente ottocentesca [8].

In questi anni Mariotto non appare come semplice continuatore di formule tardo-trecentesche. La sua pittura cerca una spazialità più ampia: figure raccolte intorno al trono, architetture scorciate nelle predelle, ambienti più leggibili. Nel polittico di Villamagna le figure laterali sono disposte in diagonale verso il gruppo centrale della Vergine, secondo una ricerca di profondità che rielabora modelli giotteschi [9]. L’effetto resta controllato, quasi severo; la novità viene assorbita dentro una grammatica fiorentina ancora fondata sul fondo oro, sul profilo inciso e sull’ordine gerarchico delle figure.

Verso il 1395 Mariotto lavorò con Niccolò di Pietro Gerini nella chiesa del monastero di Santa Brigida al Paradiso, eseguendo scene della Passione. Treccani gli riconosce, rispetto al collega, un disegno più fluido, tonalità più calde e un racconto più colloquiale [10]. Sempre entro la fine del secolo gli sono attribuiti interventi nella loggia di Orsanmichele, in particolare nelle volte nord-est e sud-est, con figure della Vergine, della Maddalena, di sant’Anna, santa Caterina, Redentore, Gioacchino, Giovanni Evangelista e Giovanni Battista [11]. Sono cantieri che mostrano la piena integrazione dell’artista nella Firenze pubblica e devozionale dell’ultimo Trecento.

Nel 1398 Mariotto ricevette un incarico importante per la cattedrale di Santa Maria del Fiore. La decorazione della cappella della Vergine sulla controfacciata del Duomo lo mise accanto a Lorenzo di Bicci e Ambrogio di Baldese. La tavola d’altare eseguita da Mariotto è oggi dispersa, ma il documento conferma la sua posizione professionale nella città [12]. Pochi anni dopo, nel 1404, dipinse per la cappella della Santissima Trinità della stessa cattedrale i quadrilobi con il Redentore benedicente e i Dottori della Chiesa. Tre pannelli superstiti, oggi al Museo dell’Opera del Duomo, raffigurano Cristo benedicente e due Dottori della Chiesa; appartenevano all’apparato decorativo dell’altare della Trinità, poi smantellato nel XIX secolo [13].

Il soggiorno a Pesaro, intorno al 1400, è collegato dalla critica a un passo dei Commentari di Lorenzo Ghiberti, dove si ricorda un “egregio pictore” chiamato da Firenze per decorare un ambiente nel palazzo di Malatesta IV Malatesta. L’identificazione con Mariotto è stata proposta da Salmi e discussa successivamente; il ciclo malatestiano è perduto. Rimane però il polittico con Madonna col Bambino e i santi Michele Arcangelo e Francesco, oggi nel Museo Civico di Pesaro, che documenta un’apertura della sua attività fuori Firenze [14].

Nei primi anni del Quattrocento il linguaggio dell’artista si aggiorna con maggiore evidenza. L’Annunciazione già in San Remigio, oggi alla Galleria dell’Accademia, è datata dal Catalogo generale circa 1405-1410; la scheda ricorda il precedente riferimento vasariano ad Andrea Orcagna e l’attribuzione a Mariotto proposta da Sirén dopo la ricostruzione del corpus dell’artista [15]. Qui i panneggi si fanno più sottili, le figure più slanciate, il chiaroscuro più sfumato. La cultura del gotico internazionale entra nella sua pittura con misura, senza cancellare la solidità strutturale appresa dalla tradizione familiare.

Un altro nodo rilevante è la Madonna col Bambino in trono e due donatori, oggi nella Collezione Federico Mason Perkins presso il Museo del Tesoro della Basilica di San Francesco ad Assisi. La Fondazione Zeri la registra come tavola datata 1404, con misure 167,2 x 92,2 cm, già in collezioni fiorentine e poi Perkins [16]. L’iscrizione ricorda il committente, magister Giovanni di maestro Jacopo, e consente di collegare il dipinto al polittico della cappella dei santi Giovanni Battista e Jacopo nella chiesa dei Santi Iacopo e Lucia a San Miniato al Tedesco [17]. L’opera conferma la capacità di Mariotto di costruire immagini solenni, con forme ampie e bordure dorate fitte, dove la devozione privata trova una scena monumentale.

Entro il 1408 si collocano anche gli affreschi con Storie della Passione di Cristo nella sagrestia di San Nicola presso Santa Maria Novella, fondata da Dardano Acciaiuoli. Nella lunetta con la Crocifissione compare un religioso cistercense inginocchiato, identificato con il cardinale Angelo Acciaiuoli, morto fra 1408 e 1409 [18]. Le scene occupano lunette e pareti superiori; le figure riempiono il campo, mentre architetture sobrie, ma attentamente scorciate, sondano lo spazio. La pittura conserva il legame con la tradizione fiorentina, con tocchi più moderni nei volti, nelle stoffe e nella linea allungata di alcune figure [19].

Sempre nel 1408 Mariotto licenziò il grande polittico con Incoronazione della Vergine tra i santi Lorenzo, Stefano, Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, già nella pieve di Santo Stefano in Pane e oggi disperso fra varie collezioni. Il pannello centrale con l’Incoronazione è al Minneapolis Institute of Art; uno degli scomparti laterali, con Santi Lorenzo e Stefano, è al J. Paul Getty Museum [20]. La predella con storie di santo Stefano si conserva in parte al Museo nazionale d’arte occidentale di Tokyo. In questo complesso l’artista accentua il gusto internazionale: figure più eleganti, cangiantismi luminosi, narrazione più patetica negli episodi minori [21].

Nel 1411 Mariotto è documentato a Perugia, dove il suo nome compare sulla vetrata della cappella maggiore di San Domenico. La vetrata raffigura dodici sante, dodici santi, Evangelisti, Profeti, angeli e quattro storie di san Giacomo Apostolo; Toesca la giudicò tra le sue opere migliori [22]. Questo incarico è importante perché allarga il profilo tecnico dell’artista. Mariotto non lavora soltanto su tavola e ad affresco; partecipa anche alla progettazione di vetrate monumentali, in una fase in cui pittura, disegno, doratura, carpenteria e arti applicate dialogano strettamente.

Nel secondo decennio del Quattrocento il suo linguaggio tende a stabilizzarsi. Treccani parla di una interpretazione sobria dei virtuosismi grafici cari al gotico internazionale fiorentino, con un legame persistente alla consistenza plastica delle figure e all’equilibrio compositivo [23]. Appartengono a questa fase opere come la Trinità e due donatori della pieve di Santa Maria all’Impruneta, datata 1418, la Madonna col Bambino e i santi Stefano e Reparata, anch’essa del 1418, e il polittico di San Leolino a Panzano, datato 1421 [24]. L’ultima opera sicuramente datata è il polittico Serristori del 1424, con la Madonna col Bambino in trono fra sei angeli e i santi Giacomo, Giovanni Battista, Andrea e Bernardo [25].

La morte avvenne tra il 14 aprile 1424, data del testamento, e il 1427, anno in cui il nome dell’artista manca dagli elenchi catastali [26]. La parabola è lunga e produttiva. Molte opere datate, numerosi documenti e un corpus ampio mostrano un pittore stimato dai contemporanei, attivo per chiese, confraternite, famiglie, cattedrale, conventi e committenze fuori Firenze.

Il giudizio critico su Mariotto è stato a lungo condizionato dal confronto con personalità più inventive. La sua pittura, vista accanto a Lorenzo Monaco, può apparire più pesante, più austera, meno capace di sciogliere la forma in ritmo lineare. Accanto al primo Masolino sembra appartenere a una stagione precedente. Il suo interesse storico nasce proprio da questa resistenza: Mariotto porta dentro il primo Quattrocento una memoria robusta della Firenze orcagnesca, mentre registra il gusto tardogotico con una cautela operosa, senza perdere volume, peso, costruzione.

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Mariotto di Nardo va quindi collocato come figura di passaggio fra tardo Trecento e primo Quattrocento. Non è un innovatore radicale. È un pittore di bottega alta, colto, documentato, capace di rispondere a incarichi diversi e di tenere insieme fondo oro, architettura dipinta, solennità devozionale, eleganza internazionale e tradizione fiorentina. La sua opera aiuta a comprendere la Firenze intorno al 1400: una città dove il rinnovamento non procede per cesure nette, ma attraverso sovrapposizioni lente, persistenze, innesti, ritorni all’antico trecentesco e aperture verso una sensibilità nuova.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] La voce del Dizionario Biografico degli Italiani lo presenta come artista attivo tra la fine del Trecento e il primo Quattrocento, con morte fra 1424 e 1427; la Fondazione Zeri registra per alcune sue opere la formula “notizie 1394-1424”.

[2] Sonia Chiodo ricava la probabile nascita entro la metà degli anni Sessanta del Trecento dall’iscrizione all’Arte dei Medici e Speziali, compresa fra il 16 febbraio 1389 e il 7 gennaio 1390.

[3] La relazione con la famiglia di Andrea Orcagna è ricordata da Vasari; Treccani segnala la discussione documentaria e indica come certo il rapporto con Jacopo di Cione, garante nel 1398 per un incarico nella cattedrale.

[4] Il collegamento tra il polittico di San Donnino a Villamagna e i pagamenti del 1394-1395 fu individuato da Sirén e costituisce il punto di partenza per la ricostruzione dell’artista.

[5] Treccani attribuisce a Boskovits il merito di avere riconsiderato in profondità il percorso di Mariotto e il suo ruolo nella formazione del linguaggio tardogotico fiorentino intorno al 1400.

[6] La prima fase matura viene fondata sul polittico di Santa Margherita a Tosina, datato 1388/1389, già nella cappella Filicaia del monastero camaldolese di Santa Maria degli Angeli.

[7] Il Catalogo generale registra il polittico Corsini come opera di Mariotto di Nardo, datata 1390-ca. 1395, tempera e oro su tavola, conservata alla Galleria dell’Accademia.

[8] La stessa scheda ricorda la committenza Corsini, la provenienza da San Gaggio e la ricollocazione delle cuspidi dopo il restauro del 1985.

[9] Treccani interpreta il polittico di Villamagna come opera nella quale Mariotto recupera modelli giotteschi e costruisce profondità attraverso la disposizione diagonale delle figure laterali.

[10] Nelle scene di Santa Brigida al Paradiso, Treccani distingue la mano di Mariotto da quella di Niccolò di Pietro Gerini per disegno più fluido, colore caldo e tono narrativo più colloquiale.

[11] Gli affreschi nelle volte di Orsanmichele sono attribuiti a Mariotto sulla base dell’analisi stilistica, secondo la ricostruzione ricordata da Treccani.

[12] Il coinvolgimento di Mariotto nel 1398 nella decorazione della cappella della Vergine sulla controfacciata di Santa Maria del Fiore è documentato; la tavola d’altare risulta dispersa.

[13] Il Museo dell’Opera del Duomo conserva tre pannelli di Mariotto, datati 1402-1404, provenienti dalla volta della cappella della Santissima Trinità della cattedrale.

[14] Il soggiorno pesarese e l’identificazione con l’“egregio pictore” citato da Ghiberti sono discussi da Treccani; il polittico pesarese è oggi al Museo Civico di Pesaro.

[15] Il Catalogo generale registra l’Annunciazione della Galleria dell’Accademia come opera di Mariotto, datata ca. 1405-ca. 1410, già attribuita a Orcagna e Lorenzo di Niccolò.

[16] La Fondazione Zeri registra la Madonna con Bambino in trono e donatori come tavola di Mariotto, datata 1404, oggi al Museo del Tesoro della Basilica di San Francesco e Collezione Mason Perkins ad Assisi.

[17] Treccani collega l’iscrizione dell’opera di Assisi alla cappella dei santi Giovanni Battista e Iacopo nella chiesa dei Santi Iacopo e Lucia a San Miniato al Tedesco.

[18] Gli affreschi della sagrestia di San Nicola presso Santa Maria Novella sono generalmente datati entro il 1408; il committente inginocchiato nella Crocifissione è identificato con il cardinale Angelo Acciaiuoli.

[19] Treccani descrive queste scene della Passione attraverso la densità delle figure, le architetture scorciate e gli effetti più moderni nei volti e nelle stoffe.

[20] Treccani ricorda il polittico del 1408 già in Santo Stefano in Pane, oggi disperso fra Minneapolis, Los Angeles, Grand Rapids e Tokyo; il Getty cataloga lo scomparto con Santi Lorenzo e Stefano come opera di Mariotto datata 1408.

[21] Nello stesso complesso Treccani segnala il disegno più elegante, gli effetti di cangiantismo e una maggiore ricerca patetica nella predella.

[22] Nel 1411 il nome di Mariotto compare sulla vetrata della cappella maggiore di San Domenico a Perugia, con santi, sante, Evangelisti, Profeti, angeli e storie di san Giacomo.

[23] Treccani descrive la fase del secondo decennio del Quattrocento come una sobria interpretazione del gotico internazionale fiorentino, ancora sostenuta da consistenza plastica e equilibrio compositivo.

[24] Le opere del 1418 e il polittico di San Leolino a Panzano del 1421 sono elencati da Treccani tra le testimonianze tarde dell’attività dell’artista.

[25] Il polittico Serristori del 1424 è indicato da Treccani come ultima opera sicuramente datata.

[26] La morte di Mariotto è posta da Treccani fra il 14 aprile 1424, data del testamento, e il 1427, anno in cui il suo nome non compare nel catasto.

 

 

Bibliografia

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