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Lorenzo di Bicci
Firenze, metà del XIV secolo - morto forse entro la seconda decade del XV secolo; documentato dal 1370 al 1410
Lorenzo di Bicci è una delle figure più rappresentative della pittura fiorentina tardotrecentesca. La sua attività si sviluppa in una fase nella quale l’eredità orcagnesca, la tradizione gaddesca, il lavoro delle grandi botteghe urbane e le prime aperture tardogotiche convivono entro un sistema produttivo molto articolato. La sua importanza storica dipende dalla continuità di una bottega destinata a durare fino alla fine del Quattrocento attraverso il figlio Bicci di Lorenzo e il nipote Neri di Bicci.[1] Le notizie biografiche sono scarse. Treccani colloca la nascita probabilmente a Firenze intorno alla metà del Trecento e ricorda un’attività documentata da notizie d’archivio a partire dal 1370. La morte resta incerta: la tradizione ha spesso protratto la vita dell’artista fino al 1427, ma la notizia relativa a un affresco con la Storia di san Zanobi nel coro di Santa Maria del Fiore è stata giudicata poco credibile; per questo una parte della critica preferisce porre la morte entro la seconda decade del Quattrocento.[2] Il catalogo è stato ricostruito in larga parte su basi stilistiche. Treccani, seguendo Boskovits, ricorda un insieme di oltre sessanta opere, prevalentemente dipinti su tavola e pochi affreschi, databili fra il 1370 e il 1410. Tale ampiezza va letta con cautela: la bottega fu attiva, il linguaggio dell’artista ebbe ampia fortuna e la distinzione tra autografia, collaborazione e replica di laboratorio risulta spesso complessa.[3] La confusione con il figlio Bicci di Lorenzo ha pesato a lungo sulla fortuna critica. Vasari attribuì nella vita di Lorenzo opere riferibili in realtà al figlio; la storiografia successiva riprese in parte questa sovrapposizione, finché le ricerche documentarie di Poggi sul Duomo di Firenze permisero di riconoscere con maggiore precisione le tavole degli Evangelisti del 1398. Da quel momento la figura di Lorenzo poté essere isolata con maggiore chiarezza.[4] La formazione dovette svolgersi nell’ambito della pittura fiorentina post-orcagnesca. Le opere più antiche attribuitegli, databili intorno al 1370-1375, mostrano contatti con Jacopo di Cione e con il Maestro dell’Altare di San Nicolò. I fondi oro, i contorni incisi, la solidità un poco rigida delle figure e la composizione chiara rivelano un pittore educato in un ambiente ancora fedele alla tradizione della grande pala fiorentina della metà del secolo.[5] Tra le opere giovanili sono ricordate la Madonna col Bambino già nella collezione Primoli e oggi nel Museo di Palazzo Venezia, la lunetta affrescata presso Santa Maria a Peretola e altri dipinti mariani. Questi lavori mostrano una cultura devota e misurata, con figure frontali, colori vivi e un impianto compositivo essenziale. La qualità non è affidata all’invenzione narrativa, ma alla tenuta tecnica, alla chiarezza dell’immagine e alla riconoscibilità della funzione cultuale.[6] Intorno al 1380 si colloca il pannello con San Giacomo e san Nicola di Bari del Museo Bandini di Fiesole. La critica vi ha riconosciuto un punto significativo della fase giovanile: i contorni incisi, gli occhi allungati, il tappeto verde con fiori aurei e il portamento nobile delle figure rimandano al mondo di Jacopo di Cione e alla tradizione gaddesca. L’opera dimostra come Lorenzo sapesse unire severità fiorentina e attenzione decorativa.[7] Una delle prove più alte è la pala con San Martino in trono e due angeli, eseguita per l’Arte dei Vinattieri e destinata a Orsanmichele. La tavola, collegata alla predella con l’Elemosina di san Martino, oggi alla Galleria dell’Accademia di Firenze, è stata considerata da Treccani una delle migliori prove dell’artista per chiarezza compositiva, misura dello spazio, qualità scultorea dell’insieme e rigore cromatico.[8] L’immagine di San Martino evidenzia la natura del suo linguaggio. Il santo in trono appare austero, grave, costruito con segno netto e colore raffinato. L’opera conserva memoria di Jacopo di Cione e della pittura orcagnesca, ma la trattazione più morbida dei panneggi e l’ordine dei dettagli mostrano una sensibilità già avviata verso le cadenze più raffinate del tardo Trecento. Il pittore raggiunge qui una compostezza rara nella sua produzione.[9] Nel 1385 Lorenzo è documentato a Firenze in rapporto alla decorazione di sculture per la Loggia della Signoria: insieme ad Agnolo Gaddi, Corso di Jacopo, Jacopo di Luca e due doratori, intervenne sulle statue della Fede e della Speranza di Giacomo di Piero. Questo dato ricorda un aspetto importante del mestiere pittorico trecentesco: il pittore non lavorava soltanto su tavola o muro, ma partecipava anche alla policromia e alla finitura di sculture destinate agli spazi pubblici della città.[10] Nel 1387, con Agnolo Gaddi e Spinello Aretino, fornì disegni per i quattro Apostoli in marmo destinati alla facciata di Santa Maria del Fiore. Quando la serie fu completata da Piero di Giovanni Tedesco nel 1394, Lorenzo venne incaricato di dipingerla e dorarla insieme ad Agnolo Gaddi, Jacopo di Cione e Lapo di Corso. La presenza in questo gruppo mostra il prestigio raggiunto dall’artista entro la rete delle maggiori commissioni fiorentine.[11] La sua attività per il Duomo culmina nelle tre tavole con gli Evangelisti Giovanni, Marco e Matteo, realizzate nel 1398 e oggi al Museo dell’Opera del Duomo. L’Opera di Santa Maria del Fiore le descrive come dipinti a tempera su fondo oro, sagomati, dipinti e dorati, provenienti dall’apparato decorativo dell’altare della Concezione nella controfacciata della cattedrale. Il San Luca, che completava la serie, è perduto.[12] Le tavole degli Evangelisti mostrano un prodotto di alta qualità artigianale e di rigorosa tradizione. Le figure sono statiche, i volti hanno incarnato rossiccio, le vesti scure cadono in pieghe fluide, le aureole e le lettere dei nomi sono realizzate in rilievo con gesso e colla, mentre le superfici piane sono punzonate. La tecnica rivela grande mestiere e una volontà di accrescere l’effetto plastico attraverso la lavorazione dell’oro.[13] Nel 1399 ricevette un pagamento per un polittico destinato alla Compagnia della Croce, detta della Veste Nera, in Santo Stefano a Empoli. La parte centrale con la Crocifissione è stata identificata con la tavola del Museo della Collegiata di Sant’Andrea. Anche questo caso conferma il ruolo di Lorenzo nella produzione di immagini per confraternite e istituzioni religiose del territorio fiorentino, dove la richiesta di opere devozionali rimaneva molto forte.[14] Fra le opere mature si ricordano il polittico con la Madonna dell’Umiltà tra i santi Martino, Andrea, Agata e Giovanni Battista nella chiesa di Santa Maria Assunta a Loro Ciuffenna e il cosiddetto Madonnone, tabernacolo affrescato già all’angolo tra via San Salvi e via Aretina a Firenze. In questi lavori la gravità arcaica del pittore si combina con linee più ondulate e con accenti tardogotici, forse favoriti dal clima introdotto a Firenze da Gherardo Starnina.[15] Il Crocifisso del Musée du Petit Palais di Avignone, pur rimaneggiato, è ricordato da Treccani fra le opere riferibili con sicurezza all’artista. La sua presenza in un museo francese documenta la dispersione moderna delle opere e la più ampia circolazione del catalogo di Lorenzo. Il Crocifisso conferma la permanenza di una linea devozionale intensa, legata alla tradizione fiorentina del Christus patiens e alla funzione liturgica dell’immagine.[16] Il valore storico di Lorenzo di Bicci risiede anche nella fondazione di una delle botteghe familiari più longeve della Firenze tardomedievale. Il figlio Bicci di Lorenzo, nato probabilmente nel 1368, si formò nella bottega paterna e ne proseguì l’attività; il nipote Neri di Bicci la portò avanti fino alla fine del Quattrocento. In questa continuità si legge un aspetto concreto della produzione artistica fiorentina: trasmissione di modelli, gestione di commissioni, repertori devozionali, abilità tecnica e rapporto stabile con un mercato urbano e territoriale.[17] La critica moderna ha progressivamente liberato Lorenzo dall’ombra del figlio. Poggi ha fornito la base documentaria per il Duomo; Gronau ha avviato una ricostruzione stilistica del catalogo; Boskovits ne ha definito il profilo entro la pittura fiorentina tardotrecentesca; Bellosi, Frosinini, Sailer, Marcucci, Paolucci e altri studiosi hanno contribuito a precisare opere, tecniche, cronologia e rapporti di bottega. Ne risulta un artista meno innovativo dei grandi protagonisti coevi, ma essenziale per comprendere la pittura corrente di alto livello.[18] Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Lorenzo di Bicci va presentato come maestro fiorentino di orientamento tradizionale, con forte competenza tecnica, solido radicamento istituzionale e grande importanza di bottega. La sua pittura mantiene strutture semplici, colori luminosi, figure tipologicamente ripetute e una notevole accuratezza esecutiva. Il San Martino dei Vinattieri, gli Evangelisti del Duomo, il polittico di Empoli, il Madonnone e le opere mariane giovanili delineano una figura centrale nella continuità della pittura fiorentina tra Trecento e primo Quattrocento.[19]
Note
BibliografiaGrazia Maria Fachechi, Lorenzo di Bicci, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, voce online. Miklós Boskovits, A Critical and Historical Corpus of Florentine Painting. The Fourteenth Century. Section III, Firenze, 1984. G. Poggi, Il Duomo di Firenze. Documenti sulla decorazione della chiesa e del campanile tratti dall’Archivio dell’Opera, 1909; edizione a cura di M. Haines, Firenze, 1988. Harald D. Gronau, Lorenzo di Bicci, in Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, IV, Firenze, 1933. Luciano Bellosi, Studi sulla pittura fiorentina del tardo Trecento, Firenze, 1970 circa. Cecilia Frosinini, Questioni su Lorenzo di Bicci e la sua bottega, in studi sulla pittura fiorentina fra Tre e Quattrocento, Firenze, 1986. M. Sailer, Tecnica e decorazione negli Evangelisti di Lorenzo di Bicci, in studi sul Museo dell’Opera del Duomo, Firenze, 1980 circa. Luisa Marcucci, Gallerie dell’Accademia di Firenze. I dipinti, Firenze, 1965. Antonio Paolucci, Il Museo della Collegiata di Sant’Andrea a Empoli, Firenze, 1985. Roberto Salvini, Un affresco e una tavola di Lorenzo di Bicci, in Rivista d’arte, XIV, Firenze, 1932. Mario Salmi, Due tavole di Lorenzo di Bicci, in Rivista d’arte, XII, Firenze, 1930. Richard Offner, A Critical and Historical Corpus of Florentine Painting, New York, 1930 ss. Raimond van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, The Hague, 1924. Bernard Berenson, Italian Pictures of the Renaissance, Oxford, 1932. Gaetano Milanesi, Commento alle Vite di Giorgio Vasari, Firenze, 1878. Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Giunti, Firenze, 1568. Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Lorenzo di Bicci, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.
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