Lorenzo Veneziano

 

 

Venezia, documentato attraverso opere firmate e datate tra il 1356 e il 1372; identità nagrafica discussa

 

 

Lorenzo Veneziano è il maggiore innovatore della pittura lagunare nella seconda metà del Trecento. La sua opera segna il momento in cui la tradizione veneto-bizantina, ancora viva nell’ambiente di Paolo Veneziano, si apre con decisione alla cultura gotica dell’Italia settentrionale. Venezia, città di traffici, reliquie, confraternite, monasteri e famiglie patrizie, trova in lui un pittore capace di trasformare la solennità dell’icona in immagine più dinamica, luminosa e affettiva.[1]

La biografia resta incerta. Treccani segnala l’assenza di dati documentari sicuri che permettano di precisare l’identità civile del pittore, la cui firma compare su dipinti datati tra il 1356 e il 1372. La critica ha discusso il possibile rapporto con un Lorenzo pittore abitante nella parrocchia veneziana di Santa Marina, con un Lorenzo de li Santi iscritto alla Scuola di San Cristoforo dei Mercanti e con altri omonimi ricordati nei documenti. Il nucleo più solido rimane dunque il corpus delle opere firmate.[2]

L’incertezza anagrafica non impedisce di riconoscerne il ruolo storico. La pittura veneziana del primo Trecento aveva avuto in Paolo Veneziano il maestro più autorevole, ancora radicato in formule bizantine rinnovate da preziosità gotiche. Lorenzo parte da quel mondo, ne conserva l’oro, la struttura del polittico e la solennità devozionale, ma introduce figure più mosse, colori più chiari, panneggi spezzati, volti più espressivi e una sensibilità narrativa che guarda alla terraferma veneta, all’Emilia e forse alla cultura gotica europea.[3]

La formazione è stata spesso ricondotta all’ambiente di Paolo Veneziano, punto di riferimento inevitabile per un pittore veneziano di metà secolo. Treccani sottolinea però la forza dei rapporti con Guariento, con la pittura padovana e con Tomaso da Modena; in alcune opere sono state riconosciute anche tangenze con il naturalismo bolognese di matrice vitalesca. Lorenzo non va quindi isolato entro la laguna: la sua pittura nasce da una rete di scambi che collega Venezia a Padova, Treviso, Bologna, Verona e al più ampio gusto cortese.[4]

La prima opera conservata e datata è il Polittico dell’Annunciazione, detto Polittico Lion, oggi alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. La scheda del museo indica l’artista come documentato a Venezia dal 1356 al 1372 e ricorda la provenienza dell’opera dalla chiesa di Sant’Antonio di Castello, con ingresso nelle collezioni a seguito delle soppressioni napoleoniche nel 1812. Il Catalogo generale registra la data 1357 e la tecnica a tempera e doratura su tavola.[5]

Il Polittico Lion fu commissionato dal patrizio Domenico Lion per l’altare maggiore della chiesa di Sant’Antonio di Castello. L’iscrizione ricorda l’avvio dei lavori nel 1357 e la dedica del committente, raffigurato in basso presso la Vergine; la data di completamento, letta un tempo come 1359 e corretta sulla base delle indagini tecniche, conferma la complessità del lavoro. Al centro campeggia l’Annunciazione; ai lati compaiono santi; nel registro superiore il Padre Eterno benedicente è affiancato dai profeti; nella predella sono disposti santi eremiti.[6]

L’opera rivela subito la qualità del maestro. Le figure laterali conservano proporzioni allungate e una austerità ancora vicina all’ultimo Paolo Veneziano, mentre l’Annunciazione centrale e i profeti manifestano una sensibilità più moderna. I volti acquistano intensità, i panneggi si muovono con tagli energici, la luce schiarisce le carni, il colore abbandona le ombre dure della tradizione bizantina. L’effetto complessivo è di grande eleganza gotica, con un progressivo crescendo cromatico verso la scena centrale.[7]

Nel febbraio 1360, corrispondente al 1359 secondo il more veneto, Lorenzo firmò il Matrimonio mistico di santa Caterina, oggi alle Gallerie dell’Accademia. Treccani lo considera contiguo al Polittico Lion. La rigidità bizantina viene alleggerita dal gesto del Bambino, che si protende verso la santa mentre la Vergine lo trattiene. Il rapporto affettivo tra i personaggi, la vivacità dei volti e la naturalezza del movimento segnano una tappa importante nel rinnovamento della pittura veneziana.[8]

Il 17 settembre 1361 è datata la Madonna in trono col Bambino del Museo Civico di Padova. Anche qui la composizione si anima attraverso un piccolo gesto: il Bambino coglie un frutto dalla mano della Madre, mentre la linea del mantello e l’inclinazione del capo introducono una cadenza più sinuosa. La tavola conferma la predilezione di Lorenzo per immagini mariane in cui il prestigio iconico del fondo oro convive con una nuova tenerezza gestuale.[9]

Nel dicembre 1366 Lorenzo firmò il polittico commissionato da Tommaso e Giampietro Proti per il Duomo di Vicenza. La Dormitio Virginis occupa lo scomparto centrale; in alto è collocata la Crocifissione, affiancata da santa Caterina e sant’Elena; sui lati si dispongono santi e donatori. Treccani vi riconosce un forte carattere cortese: figure sottili, pose aggraziate, panneggi taglienti e ornati ricchi. L’opera mostra l’inserimento del pittore nella committenza di terraferma.[10]

Il Polittico Proti è importante anche per il rapporto con il tema mariano. La Dormitio, soggetto caro alla tradizione orientale, viene trattata con una eleganza gotica che ne ammorbidisce la severità. La morte della Vergine si trasforma in scena liturgica e cortese, dove ogni figura occupa una posizione calibrata e il colore contribuisce alla solennità dell’insieme. Venezia e la terraferma trovano qui un punto di incontro molto chiaro.

Nel gennaio 1370, corrispondente al 1369 secondo il more veneto, Lorenzo firmò la Consegna delle chiavi a san Pietro, oggi al Museo Correr. La tavola centrale apparteneva a un polittico ricostruito dalla critica con una predella dedicata alle Storie dei santi Pietro e Paolo, già a Berlino, e con scomparti laterali oggi perduti o distrutti. La scena principale impone la monumentalità di Cristo, mentre la predella sviluppava una narrazione vivace, ricca di dettagli paesaggistici e accenti quotidiani.[11]

A una fase prossima appartiene il polittico con Annunciazione e i santi Nicolò, Giovanni Battista, Giacomo e Stefano, oggi alle Gallerie dell’Accademia. Treccani ne sottolinea il distacco dall’austerità bizantina, la resa plastica dei volumi, la ricchezza cromatica e il notevole valore spaziale del trono posto di tre quarti. Il prato fiorito su cui poggiano le figure introduce un elemento di cultura d’Oltralpe, raro e precoce nel territorio italiano.[12]

Nel novembre 1371 Lorenzo firmò e datò due scomparti con san Pietro e san Marco, oggi alle Gallerie dell’Accademia, provenienti dal trittico dell’antico ufficio della Seta. Il complesso, ricostruito da Longhi, comprendeva una Resurrezione oggi al Castello Sforzesco di Milano e una Madonna col Bambino dispersa. Il collegamento con l’ufficio della Seta è particolarmente significativo per Venezia: pittura, commercio, lusso tessile e devozione corporativa convergono in un unico oggetto d’altare.[13]

L’ultima opera firmata ricordata da Treccani è la Madonna col Bambino del Louvre, datata settembre 1372. La composizione è serrata entro una grande edicola frontale; la Vergine porge una rosa al Figlio, mentre il contorno chiude la figura in un volume maestoso e la linea si curva nel collo, nella mano e nelle pieghe del mantello. Il dipinto porta a piena maturità la ricerca di Lorenzo: monumentalità, preziosità, movimento affettivo e linearismo gotico.[14]

La fase estrema è rappresentata anche dal polittico proveniente dal monastero di Santa Maria della Celestia, oggi alla Pinacoteca di Brera, unanimemente attribuito a Lorenzo fin dall’inventariazione di Edwards. La Madonna col Bambino al centro è circondata da angeli musicanti e oranti, entro un trono traforato e ricchissimo. Il Bambino si muove con scatto improvviso, aggrappandosi alla Madre e allungandosi in direzione opposta. La presenza del tappeto erboso e l’eleganza delle vesti segnano l’approdo a un linguaggio pienamente gotico.[15]

Il tema della Madonna dell’Umiltà ebbe un ruolo importante nella sua fortuna. La National Gallery di Londra conserva una Madonna dell’Umiltà con san Marco e san Giovanni Battista, datata intorno al 1366-1370. Il museo descrive il pannello come una sorta di piccolo altare per la devozione privata: la Vergine siede su un terreno verde, reca accanto il titolo latino Sancta Maria de Humilitate, mentre il sole al petto, la luna sotto i piedi e le dodici stelle la collegano alla Donna dell’Apocalisse.[16]

Questa piccola tavola londinese mostra la capacità del pittore di adattare il proprio linguaggio a una scala intima. La cornice originale veneziana, con colonette tortili e archetti lobati, conferma la natura preziosa dell’oggetto. San Marco richiama Venezia; san Giovanni Battista poteva forse alludere al nome del committente. L’opera unisce teologia mariana, culto privato, identità cittadina e raffinatezza artigianale.[17]

La produzione attribuita comprende numerose tavole e piccoli polittici: Madonne dell’Umiltà a Trieste e Vicenza, una Madonna in trono col Bambino al Metropolitan Museum, una tavoletta con Miracolo di san Nicolò all’Ermitage, un trittico con Crocifissione al Museo Thyssen-Bornemisza, oltre a possibili miniature per mariegole veneziane. Treccani segnala anche un disegno a penna e inchiostro bruno della Robert Lehman Collection del Metropolitan Museum, forse studio per un ricamo o un antependium.[18]

Il ruolo storico di Lorenzo Veneziano fu riconosciuto progressivamente. Dopo le prime segnalazioni di Moschetti e Testi, la critica del secondo Novecento ha visto in lui il protagonista del rinnovamento gotico della scuola veneziana. Longhi, Coletti, Pallucchini, Cuppini, Flores d’Arcais, De Marchi, Guarnieri, Minardi, Rigoni e Scardellato hanno discusso formazione, cronologia, corpus, rapporti con la terraferma e immagini mariane. La monografia di Cristina Guarnieri e i suoi studi per un corpus della pittura veneziana del Trecento sono oggi punti di riferimento.[19]

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Lorenzo Veneziano va collocato tra i maggiori maestri dell’Italia settentrionale. Il Polittico Lion, il Matrimonio mistico di santa Caterina, la Madonna di Padova, il Polittico Proti, la Consegna delle chiavi, il trittico della Seta, la Madonna del Louvre, il polittico della Celestia e le Madonne dell’Umiltà mostrano una personalità forte e coerente. La sua pittura trasforma l’eredità bizantina di Venezia in un linguaggio gotico, luminoso, narrativo e cortese, decisivo per la cultura lagunare prima di Jacobello del Fiore e Michele Giambono.[20]

 

 

A.R.

 

 

Note

[1]

Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, lo definisce pittore la cui firma appare su dipinti datati tra il 1356 e il 1372.

[2]

L’identificazione con un Lorenzo abitante a Santa Marina, con Lorenzo de li Santi o con altri omonimi resta problematica secondo Treccani.

[3]

La formazione presso Paolo Veneziano è stata spesso considerata ipotesi necessaria per spiegare le persistenze veneto-bizantine del suo linguaggio.

[4]

Treccani sottolinea i rapporti con Guariento, Tomaso da Modena, la pittura padovana e il naturalismo bolognese.

[5]

Le Gallerie dell’Accademia indicano Lorenzo come documentato a Venezia dal 1356 al 1372 e conservano il Polittico dell’Annunciazione, detto Polittico Lion.

[6]

Il Catalogo generale dei beni culturali registra il Polittico Lion come tempera e doratura su tavola, datato 1357, già sull’altare maggiore di Sant’Antonio di Castello.

[7]

Treccani interpreta il Polittico Lion come opera di esordio già matura, con apertura verso modelli della terraferma padana.

[8]

Il Matrimonio mistico di santa Caterina, firmato e datato febbraio 1360 secondo il more moderno, corrisponde al 1359 more veneto.

[9]

La Madonna in trono col Bambino del Museo Civico di Padova è firmata e datata 17 settembre 1361.

[10]

Il polittico Proti per il Duomo di Vicenza è firmato nel dicembre 1366 e presenta la Dormitio Virginis al centro.

[11]

La Consegna delle chiavi a san Pietro del Museo Correr è firmata nel gennaio 1370, cioè 1369 more veneto.

[12]

Il polittico con Annunciazione e santi delle Gallerie dell’Accademia mostra, secondo Treccani, un precoce prato fiorito di cultura d’Oltralpe.

[13]

Il trittico dell’antico ufficio della Seta è stato ricostruito da Roberto Longhi collegando la Resurrezione di Milano agli scomparti veneziani firmati e datati novembre 1371.

[14]

La Madonna col Bambino del Louvre, datata settembre 1372, è l’ultima opera firmata ricordata da Treccani.

[15]

Il polittico proveniente da Santa Maria della Celestia, oggi a Brera, è considerato da Treccani un punto d’arrivo verso un linguaggio pienamente gotico.

[16]

La National Gallery di Londra conserva la Madonna dell’Umiltà con san Marco e san Giovanni Battista, datata intorno al 1366-1370.

[17]

La scheda della National Gallery sottolinea la cornice originale veneziana e il probabile uso per devozione privata.

[18]

Treccani ricorda numerose attribuzioni su tavola, miniature e un disegno della Robert Lehman Collection.

[19]

La bibliografia moderna comprende Moschetti, Testi, Longhi, Coletti, Pallucchini, Cuppini, Flores d’Arcais, De Marchi, Guarnieri, Minardi, Rigoni e Scardellato.

[20]

Lorenzo Veneziano è figura centrale per la trasformazione gotica della pittura veneziana nella seconda metà del Trecento.

 

 

 

Bibliografia

 

Giorgio Tagliaferro, Lorenzo Veneziano, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 66, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2006.

Cristina Guarnieri, Lorenzo Veneziano, Silvana Editoriale, Milano, 2007.

Cristina Guarnieri, Per un corpus della pittura veneziana del Trecento al tempo di Lorenzo, in Saggi e Memorie di Storia dell’Arte, XXX, Venezia, 2006.

Chiara Rigoni, Chiara Scardellato, Lorenzo Veneziano. Le Virgines Humilitatis, Silvana Editoriale, Milano, 2011.

Mauro Minardi, Un Arcangelo per gli inizi guarienteschi di Lorenzo Veneziano, in Arte Veneta, LXXVII, Venezia, 2020.

Cristina Guarnieri, Il polittico Lion di Lorenzo Veneziano, in studi sulla pittura veneziana del Trecento, Venezia, 2001.

Andrea De Marchi, Lorenzo Veneziano e la terraferma, in studi sulla pittura veneta del Trecento, Firenze, 1995.

Francesca Flores d’Arcais, Lorenzo Veneziano, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1996.

Rodolfo Pallucchini, La pittura veneziana del Trecento, Istituto per la Collaborazione Culturale, Venezia-Roma, 1964.

Roberto Longhi, Il trittico di Lorenzo Veneziano per l’ufficio della Seta, in Arte Veneta, II, Venezia, 1947.

Luigi Coletti, Lorenzo Veneziano in neuem Licht, in Pantheon, IX, 1932.

Evelyn Sandberg-Vavalà, A Triptych of Lorenzo Veneziano, in Art in America, XVIII, 1930.

Lina Cuppini, Un Lorenzo Veneziano a Siracusa, in Arte Veneta, III, Venezia, 1949.

Giuseppe Fiocco, La pittura veneziana del Trecento, Venezia, 1930 circa.

Leonardo Testi, La storia della pittura veneziana, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, 1909.

Andrea Moschetti, Giovanni da Bologna pittore trecentista veneziano, in Rassegna d’Arte, III, Milano, 1903.

Luigi Lanzi, Storia pittorica della Italia, Bassano, 1795-1796.

Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Lorenzo Veneziano, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.