Lippo Memmi

 

 

 

  

 

 

Siena, documentato dal 1317 al 1347-1348; morte forse durante la peste del 1348

 

 

 

 

Lippo Memmi, o Lippo di Memmo di Filippuccio, è uno dei maggiori pittori senesi della prima metà del Trecento. La sua figura resta inseparabile da Simone Martini, del quale fu collaboratore strettissimo e cognato, ma non può essere ridotta a una semplice dipendenza. Nella sua opera la linea elegante del gotico senese, la preziosità del fondo oro, la raffinatezza delle stoffe e l’intensità devozionale dell’immagine mariana assumono una fisionomia riconoscibile, più raccolta, più iconica e spesso più disciplinata rispetto alla sottigliezza inventiva di Simone.[1]

Le notizie biografiche sono concentrate in pochi documenti. Treccani lo indica come pittore d’origine senese, figlio di Memmo di Filippuccio, documentato per la prima volta nel 1317 a San Gimignano e ricordato ancora nel 1347-1348 in atti relativi alla sorella Giovanna, vedova di Simone Martini. La data di nascita resta ignota; poiché nel pagamento del 1317 il compenso è intestato al padre Memmo e a Lippo suo figlio, parte della critica ha ipotizzato che il giovane pittore non avesse ancora piena autonomia giuridica.[2]

La formazione avvenne con ogni probabilità nella bottega paterna. Memmo di Filippuccio, senese ma largamente attivo a San Gimignano, lavorò come pittore civico e miniatore almeno dal 1303 al 1317, lasciando affreschi nel Palazzo del Popolo, nella collegiata e in chiese cittadine. In questo ambiente Lippo imparò a coniugare immagine pubblica, devozione mariana, decorazione civica e narrazione murale. San Gimignano fu quindi il primo laboratorio della sua identità artistica.[3]

La prima opera documentata e firmata è la grande Maestà del Palazzo del Popolo di San Gimignano, dipinta nel 1317 nella Sala del Consiglio, detta poi Sala Dante. L’affresco reca la firma Lippus Memmi de Senis me pinxit ed è collegato al pagamento per le figure della sala. La composizione raffigura la Madonna in trono con il Bambino, sante, angeli, una teoria di santi e il committente Nello di Mino Tolomei presentato alla Vergine da san Niccolò.[4]

La Maestà di San Gimignano guarda apertamente alla Maestà dipinta da Simone Martini nel Palazzo Pubblico di Siena nel 1315. Il rapporto è evidente nella frontalità regale della Vergine, nel baldacchino, nella disposizione cerimoniale delle figure e nella funzione politica dell’immagine. Lippo, però, semplifica l’impianto, accentua il carattere iconico della scena e organizza la superficie con maggiore calma. L’omaggio a Simone diventa una rielaborazione personale, più stabile e meno mobile, adatta alla sala civica di San Gimignano.[5]

L’affresco ebbe una storia materiale complessa. Le figure marginali di sant’Antonio abate e santa Fina, del beato Bartolo Buompedoni e di san Ludovico di Tolosa furono probabilmente aggiunte da Bartolo di Fredi nel 1366-1367; Benozzo Gozzoli intervenne poi nel 1467 con un restauro documentato da iscrizione. Queste trasformazioni ricordano che le grandi immagini civiche non erano oggetti immobili: venivano aggiornate, riparate, ampliate e adattate alla memoria politica e religiosa della comunità.[6]

Il legame con Simone Martini si consolidò negli anni successivi. Nel 1324 Simone sposò Giovanna, sorella di Lippo; tra la fine del 1326 e l’inizio del 1327 i due pittori sono ricordati in relazione a un’immagine di sant’Ansano per il Comune di Siena; tra 1329 o 1330 e 1333 sono documentati pagamenti per il trittico dell’Annunciazione destinato all’altare di Sant’Ansano nel Duomo senese. La collaborazione fu dunque familiare, professionale e di bottega.[7]

L’Annunciazione degli Uffizi, firmata e datata 1333 da Simone Martini e Lippo Memmi, è uno dei vertici della pittura europea del Trecento. L’iscrizione originale recita Symon Martini et Lippus Memmis de Senis me pincxerunt anno Domini MCCCXXXIII. L’opera era destinata all’altare di Sant’Ansano nella cattedrale di Siena; il museo ricorda che la concezione e gran parte dell’esecuzione sono generalmente attribuite a Simone, pur riconoscendo l’autenticità della firma congiunta.[8]

La partecipazione di Lippo all’Annunciazione va letta nel quadro di una cooperazione molto stretta, difficilmente scomponibile in quote meccaniche. La figura dell’angelo, la Vergine che si ritrae, il fondo oro inciso, i marmi, i tessuti, il vaso di gigli e i profeti nei tondi della cornice creano un’immagine di eleganza estrema. Lippo contribuì certamente alla costruzione materiale e decorativa del dipinto; la sua mano è stata talvolta cercata nei santi laterali e nelle parti più controllate dell’apparato.[9]

La questione attributiva è uno dei punti più delicati della sua fortuna critica. Le fonti antiche, da Ghiberti a Vasari, trattano spesso Simone e Lippo insieme, riconoscendo nel secondo il più vicino collaboratore del primo. La critica moderna ha dovuto distinguere, con prudenza, opere di Lippo, opere di bottega, lavori comuni, interventi del fratello Tederigo e il discusso corpus un tempo assegnato al fittizio Barna. Per questa ragione il catalogo del pittore richiede una costante cautela filologica.[10]

Tra le opere certe Treccani ricorda tre tavole firmate: la Madonna dei Raccomandati nel Duomo di Orvieto, la Madonna dei Servi in Santa Maria dei Servi a Siena e la Madonna di Altenburg nel Lindenau-Museum. A queste si aggiungono quattro opere firmate e datate: la Maestà di San Gimignano del 1317, l’Annunciazione del 1333 con Simone Martini, il dittico del 1333 diviso tra Berlino e New York, e l’affresco con la Maestà già in San Domenico a Siena, secondo una iscrizione perduta datato 1350.[11]

La Madonna dei Raccomandati di Orvieto, nella cappella del Corporale del Duomo, appartiene al nucleo più importante del catalogo autografo. L’immagine presenta la Vergine come figura di protezione, capace di accogliere sotto il proprio manto i devoti affidati alla sua intercessione. Il tema, molto adatto alla devozione confraternale e cittadina, permette a Lippo di unire solennità mariana, ordine gerarchico e tenerezza collettiva, mantenendo una superficie preziosa e attentamente controllata.[12]

La Madonna dei Servi di Siena e la Madonna di Altenburg mostrano un altro aspetto del pittore: la capacità di trasformare il modello mariano in una immagine di intensa concentrazione devozionale. La Vergine non è soltanto regina celeste; diventa presenza vicina, frontale, riconoscibile, sostenuta da una linea elegante e da un colore tenue. Rispetto a Simone, Lippo tende a una maggiore stabilità formale; rispetto a Duccio, aggiorna la tradizione con una grazia gotica più sottile.[13]

Il dittico del 1333, diviso tra la Gemäldegalerie di Berlino e la collezione Villard Golovin di New York, comprende la Madonna col Bambino e San Giovanni Battista. La provenienza pisana ricordata sul retro della tavola berlinese e la datazione coeva all’Annunciazione mostrano l’ampiezza della sua attività. Le figure sono collocate entro aperture gotiche, con una ricerca spaziale minuta e preziosa. Il formato ridotto accentua il carattere di devozione privata e di oggetto da contemplare da vicino.[14]

La produzione tarda è più difficile da isolare. Tra il 1341 e il 1342 Lippo e il fratello Tederigo ricevettero pagamenti per la dipintura della torre del Comune di Siena; nel 1344 furono pagati dallo Spedale di Santa Maria della Scala per tre tavole; nel 1347 firmarono un polittico per Roberto de Busto, già ad Avignone e oggi perduto o disperso. Questi dati indicano una collaborazione familiare attiva negli anni Quaranta, in parallelo alle grandi botteghe cittadine dei Lorenzetti.[15]

Il ruolo della famiglia Memmi è centrale. Memmo di Filippuccio, Lippo, Tederigo e Giovanna, legata per matrimonio a Simone Martini, formano una rete artistica e familiare che attraversa San Gimignano, Siena, Pisa, Orvieto e forse Avignone. La bottega non fu un semplice luogo di produzione materiale: fu una struttura di trasmissione di modelli, tecniche, committenze e relazioni sociali. La difficoltà attributiva nasce anche da questa densità di collaborazione.[16]

La presunta figura di Barna ha complicato ulteriormente il quadro. Una parte della critica ha trasferito nel catalogo di Lippo o nella più ampia famiglia Memmi opere già attribuite al maestro leggendario; altri studiosi hanno preferito distinguere un nucleo più espressivo e drammatico, forse vicino a Tederigo. Gli affreschi neotestamentari della collegiata di San Gimignano e vari polittici smembrati restano quindi campi di discussione. Nella scheda storica è opportuno separare sempre opere certe, attribuzioni forti e ipotesi di bottega.[17]

Sul piano stilistico Lippo rappresenta una linea essenziale del gotico senese. La sua pittura privilegia la silhouette elegante, l’incisione dell’oro, le stoffe decorate, la frontalità mariana, l’accordo fra colore e linea, la misura quasi musicale delle figure. La sua immagine è meno agitata di quella di Simone, più aderente alla funzione cultuale; eppure, nei dettagli dei tessuti, negli ori, nei troni e nei piccoli gesti, raggiunge una raffinatezza altissima.[18]

La morte resta incerta. Vasari affermò che Lippo morì dodici anni dopo Simone Martini, quindi nel 1356; Treccani ricorda però che l’ultima menzione nota riguarda una transazione di beni a favore della sorella Giovanna conclusa nel marzo 1348, e che l’assenza del suo nome da un elenco dei migliori pittori senesi redatto tra 1347 e 1350 ha indotto a ritenere probabile la morte durante la peste del 1348. La data 1356 va quindi considerata tradizionale, non risolutiva.[19]

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Lippo Memmi va collocato tra i grandi maestri della scuola senese. La sua importanza nasce dalla Maestà di San Gimignano, dall’Annunciazione del 1333, dalle Madonne firmate, dal rapporto con Simone Martini e dal ruolo della famiglia Memmi nella circolazione dei modelli gotici. La sua arte mostra una delle forme più alte della devozione mariana trecentesca: solenne, preziosa, ordinata, capace di unire immagine pubblica, bottega familiare e raffinata cultura cortese.[20]

Note

[1]

Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, lo indica come Lippo di Memmo di Filippuccio, pittore di origine senese documentato dal 1317.

[2]

L’Enciclopedia dell’Arte Medievale lo documenta dal 1317 al 1347, con ultima notizia legata alla sorella Giovanna, vedova di Simone Martini.

[3]

La formazione presso Memmo di Filippuccio a San Gimignano è ritenuta molto probabile da Treccani.

[4]

La Maestà del Palazzo del Popolo di San Gimignano è firmata Lippus Memmi de Senis me pinxit e collegata al pagamento del 1317.

[5]

La Maestà di San Gimignano rielabora la Maestà di Simone Martini nel Palazzo Pubblico di Siena del 1315.

[6]

Le aggiunte di Bartolo di Fredi e il restauro di Benozzo Gozzoli sono ricordati da Treccani in rapporto alla storia materiale dell’affresco.

[7]

Nel 1324 Simone Martini sposò Giovanna, sorella di Lippo; tra 1326-1327 e 1333 i documenti attestano la collaborazione dei due pittori.

[8]

Le Gallerie degli Uffizi registrano l’Annunciazione con St. Maxima e St. Ansanus come opera firmata e datata 1333 da Simone Martini e Lippo Memmi.

[9]

Gli Uffizi attribuiscono in genere a Simone la concezione e gran parte dell’esecuzione dell’Annunciazione, pur riconoscendo l’iscrizione congiunta originale.

[10]

La distinzione fra Lippo, Simone, Tederigo Memmi e la bottega è uno dei problemi principali della critica moderna.

[11]

Treccani elenca come opere certe tre tavole firmate e quattro opere firmate e datate.

[12]

La Madonna dei Raccomandati di Orvieto è una delle tre tavole firmate ricordate dall’Enciclopedia dell’Arte Medievale.

[13]

La Madonna dei Servi e la Madonna di Altenburg appartengono al nucleo autografo del pittore.

[14]

Il dittico del 1333 diviso tra Berlino e New York è firmato e datato da Lippo.

[15]

I documenti del 1341-1347 attestano il lavoro con il fratello Tederigo per il Comune di Siena, lo Spedale di Santa Maria della Scala e un polittico per Roberto de Busto.

[16]

La famiglia Memmi fu una rete artistica attiva tra Siena, San Gimignano, Pisa, Orvieto e l’ambiente di Simone Martini.

[17]

La questione del cosiddetto Barna ha inciso profondamente sulla ricostruzione del catalogo di Lippo e della bottega Memmi.

[18]

Il linguaggio di Lippo è una delle formulazioni più raffinate del gotico senese di matrice martiniana.

[19]

L’ultima menzione nota è del marzo 1348; Treccani considera probabile una morte durante la peste del 1348, pur ricordando la tradizione vasariana del 1356.

[20]

Lippo Memmi è figura centrale per la pittura senese della prima metà del Trecento.

Bibliografia

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