Jacopo di Paolo

 

 

 

 

  

 

Bologna, nato entro il 1345 circa - morto tra il 1429 e il 1 febbraio 1430; documentato dal 1371 al 1429

 

Jacopo di Paolo è uno dei principali pittori e miniatori bolognesi tra la fine del Trecento e i primi decenni del Quattrocento. La sua attività attraversa una stagione lunga e complessa: dagli esiti neogiotteschi di Mezzaratta alla grande decorazione civica e religiosa legata a San Petronio, dai codici miniati per le arti cittadine alle pale d’altare tardive. La sua figura consente di leggere il passaggio della pittura bolognese dal mondo di Simone dei Crocifissi e Jacopo Avanzi al clima più acceso e tardogotico di Giovanni da Modena.[1]

La documentazione è insolitamente ampia. Treccani lo ricorda come pittore e miniatore bolognese, attestato dal 1371 al 1429. Il 7 maggio 1371 compare come testimone nella casa del pittore Simone dei Crocifissi, con la formula Jacobo quondam Pauli, pictore de cappella Sancti Proculi. A quella data doveva avere almeno venticinque anni; la nascita viene quindi posta entro il 1345. Il 1 febbraio 1430 il figlio Orazio è già indicato come figlio del fu maestro Jacopo, circostanza che colloca la morte tra il 1429 e l’inizio del 1430.[2]

La famiglia apparteneva a un ambiente artistico ben radicato. Il nonno Jacopo di Nascimbene era pittore e lo zio Nicolò di Giacomo era uno dei più noti miniatori bolognesi del Trecento. Questa parentela aiuta a spiegare la doppia competenza di Jacopo, attivo tanto nella pittura su tavola e ad affresco quanto nella miniatura. La bottega familiare proseguì anche attraverso i figli Paolo, Pietro e Orazio, anch’essi ricordati come pittori.[3]

Il primo orientamento stilistico si sviluppa sotto l’influenza di Simone dei Crocifissi, poi attraverso il confronto con il neogiottismo di Jacopo Avanzi. Il cantiere di Santa Maria di Mezzaratta, alle porte di Bologna, è il luogo più importante per comprendere questa fase. A Jacopo spettano due Storie di Mosè, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna: Mosè presenta le tavole della legge al popolo e la Punizione dei ribelli al sacerdozio di Aronne. Treccani le data al 1370-1380 e vi riconosce un forte rigore d’impianto, plasticismo intenso e semplificazioni geometriche.[4]

Le scene di Mezzaratta mostrano una pittura severa, di forte costruzione. Le figure hanno corpi compatti, panneggi scanditi, gesti energici; l’organizzazione degli episodi conserva memoria della razionalità del Giotto padovano, mediata dall’esperienza di Avanzi. Accanto a tale struttura compare una vena più bolognese, espressiva e talvolta aspra: i volti si caricano, le fisionomie si fanno pungenti, il racconto acquista una vivacità che distingue Jacopo dalla solennità più distesa della pittura padovana.[5]

Un possibile contatto con Padova è suggerito anche dalle miniature del De viris illustribus di Petrarca, eseguite per la famiglia Papafava e conservate a Darmstadt. Il codice è ornato da illustrazioni a monocromo con trionfi e fatti di condottieri antichi, ispirate a un ciclo carrarese già riferito a Jacopo Avanzi. Il dato, pur ricostruito criticamente, conferma la capacità del pittore di lavorare su modelli padani e di tradurli in una lingua bolognese più arcaizzante e più espressiva.[6]

Negli anni Settanta si collocano alcune piccole tavole devozionali, come la Madonna col Bambino in trono e due angeli in collezione privata bolognese, la Madonna con il Bambino già in collezione Agosti e il dittico con Storie di santa Margherita diviso fra la Fondazione Longhi e una collezione privata di Crema. In queste opere la struttura neogiottesca resta evidente, ma il pittore introduce un tono quasi caricaturale nei volti e una energia narrativa che appartiene alla tradizione gotica locale.[7]

Gli affreschi con Crocifissione e Annunciazione nella chiesa bolognese dei Santi Naborre e Felice, firmati e datati 1384 secondo Malvasia, sono perduti. La notizia resta comunque importante perché documenta la sua fama cittadina prima della grande stagione di San Petronio. Nello stesso arco si colloca l’Annunciazione delle Collezioni Comunali d’Arte di Bologna, commissionata dal letterato Jacopo di Matteo Bianchetti per la Camera degli Atti nel palazzo di re Enzo.[8]

L’Annunciazione bolognese, databile tra 1386 e 1390, è una delle opere più significative della maturità. L’architettura dipinta, con archi e volte costolonate, riprende il prestigio dello spazio pubblico per cui la tavola era destinata; le figure ampie e statuarie confermano la familiarità di Jacopo con la scultura e con il lavoro degli intagliatori. L’immagine guarda al celebre modello della Santissima Annunziata di Firenze, ma lo traduce in una forma più geometrica, più massiva, pienamente inserita nella Bologna comunale.[9]

La sua carriera ebbe un forte versante pubblico. Nel 1391 fu nominato vicario di Budrio e castellano della rocca di Cento; nel 1393 fu preposto all’Ufficio delle strade, ponti e acque di Bologna; nel 1394 fu camarlengo dei domini de Monte; nel 1395 castellano della rocca di Bonazzara; nel 1397 gonfaloniere; nel 1399 fu pagato per un sopralluogo alle fortezze della Romagna e fu eletto fra i Massari delle arti. Questi incarichi indicano un artista socialmente autorevole, inserito negli organi amministrativi della città.[10]

La relazione con San Petronio inizia presto. Il 4 marzo 1393 Jacopo fornì allo scultore veneziano Paolo di Bonaiuto il disegno di sei mezze figure di santi destinate al basamento della facciata della basilica. Nel 1402 si impegnò con i procuratori della chiesa a eseguire un modello in legno e carta bambagina della nuova fabbrica. Il dato è rilevante perché mostra una competenza progettuale ampia, applicata al rapporto fra pittura, scultura, architettura e cantiere urbano.[11]

Alla sua attività di miniatore appartiene il frontespizio degli Statuti dell’Arte della seta, oggi nell’Archivio di Stato di Bologna. La scheda archivistica descrive la miniatura con i santi Petronio, Pietro e Michele nella parte superiore, e in basso lo stemma di Bologna fra due stemmi dell’Arte della seta. La datazione ai primi anni Ottanta del Trecento è stata sostenuta sulla base di elementi documentari e stilistici; l’immagine ha grande valore anche per l’iconografia di san Petronio con il modellino della città.[12]

La miniatura degli Statuti dell’Arte della seta offre una sintesi efficace della sua lingua. I colori sono forti, le figure sono compatte, la comunicazione è immediata. San Petronio con il modellino urbano introduce una formula destinata a grande fortuna nella memoria visiva bolognese. Il codice mostra come la miniatura potesse diventare un luogo di rappresentazione politica e corporativa, capace di unire devozione, identità civica e autorità dell’arte professionale.[13]

Negli anni intorno al 1400 si collocano numerose opere pubbliche e devozionali: la predella frammentaria con coppie di Apostoli nella Pinacoteca Nazionale di Bologna, la Sant’Elena aggiunta alla croce del Maestro dei Crocifissi Francescani, la Croce proveniente da San Tommaso in Strada Maggiore, la Crocifissione con donatrice già Kress, il piccolo trittico e il San Giovanni Evangelista del Museo di Santo Stefano, l’Incoronazione della Vergine tra due frati francescani del Musée du Petit Palais di Avignone e l’affresco con Incoronazione della Vergine e santi in San Francesco a Faenza.[14]

La Basilica di San Petronio conserva il capitolo più noto della fase tarda. Nella cappella dei Magi, già Bolognini, Jacopo dipinse il grande polittico ligneo intagliato da uno scultore indicato come Maestro di San Petronio, forse Tommasino da Baiso. La basilica ricorda che nella predella egli raffigurò le Storie dei Magi, mentre i pilastrini angolari presentano santi e profeti. La stessa fonte attribuisce a Jacopo il disegno delle grandi vetrate policrome della cappella, eseguite tra 1404 e 1406.[15]

Il polittico Bolognini mostra bene il rapporto fra pittura e scultura nella Bologna del primo Quattrocento. La struttura lignea, l’intaglio, l’oro, i colori e la predella narrativa formano un unico organismo d’altare. Jacopo interviene in un cantiere in cui operano pittori, scultori, vetrai e architetti; la sua pittura mantiene una componente arcaica, ma si aggiorna attraverso panneggi più ricchi, fisionomie più pungenti e soluzioni vicine al clima tardogotico di Giovanni da Modena.[16]

Tra il 1407 e il 1408 fu pagato per affrescare le Storie di san Procolo nel chiostro del convento omonimo. Nel 1415 si impegnò a dipingere una grande croce lignea realizzata da Tommasino da Baiso e dal figlio Arduino per la cattedrale di San Pietro. Nel 1416 ricevette con Antonio di Filippo un pagamento comunale per tredici vessilli con immagini di santi. La sua attività tarda conferma una presenza continua nelle committenze religiose e civiche della città.[17]

Nel 1420, secondo una fonte settecentesca, Jacopo lavorò con Pietro di Giovanni delle Tovaglie a due polittici per gli altari di San Lorenzo e San Bartolomeo in San Giacomo. Nel 1425 si impegnò a sovrintendere ai lavori del campanile di San Pietro, con ulteriori pagamenti registrati nello stesso anno; nel 1426 stipulò un atto con il figlio Orazio. La documentazione tarda mostra un artista ancora operativo, ormai anziano, coinvolto in compiti tecnici, pittorici e organizzativi.[18]

La produzione finale appare più sensibile al tardogotico bolognese. Treccani collega a questa fase il polittico firmato di San Giacomo con l’Incoronazione della Vergine e i santi laterali, le tavole con i santi Bartolomeo e Pietro della Pinacoteca Nazionale, la croce di San Giacomo e varie opere devozionali di piccolo formato. I panneggi diventano più falcati, le fisionomie più appuntite, il racconto più teso, sotto l’effetto del confronto con Giovanni da Modena.[19]

La fortuna critica moderna si è costruita attraverso un lungo percorso. Malvasia conservò notizie preziose nella Felsina pittrice; Filippini e Zucchini raccolsero la base documentaria; Arcangeli dedicò una tesi giovanile e pagine decisive al pittore; Conti, Medica, Benati, Tambini, Gibbs, Skerl Del Conte, Massaccesi e altri studiosi ne hanno precisato il catalogo. La mostra Simone e Jacopo. Due pittori bolognesi al tramonto del Medioevo, allestita al Museo Civico Medievale di Bologna nel 2012-2013, ha avuto un ruolo importante nella sua rivalutazione.[20]

Nel repertorio dei pittori italiani tra Trecento e primo Quattrocento, Jacopo di Paolo va collocato come uno dei maggiori interpreti della lunga stagione gotica bolognese. La sua importanza nasce dalla durata della carriera, dalla varietà dei mezzi, dalla capacità di lavorare per istituzioni civiche, corporazioni, conventi e grandi cantieri. Mezzaratta, gli Statuti miniati, l’Annunciazione della Camera degli Atti, San Petronio e le opere tarde di San Giacomo delineano un artista solido, autorevole, radicato nella città e aperto ai mutamenti della cultura figurativa padana.[21]

 

 

A.R.

 

 

Note

[1]

Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, definisce Jacopo di Paolo pittore e miniatore bolognese ampiamente documentato dal 1371 al 1429.

[2]

Il documento del 7 maggio 1371 lo ricorda come Jacobo quondam Pauli, pictore de cappella Sancti Proculi, nella casa di Simone dei Crocifissi.

[3]

Treccani ricorda il nonno pittore Jacopo di Nascimbene e lo zio miniatore Nicolò di Giacomo.

[4]

Le due Storie di Mosè di Mezzaratta sono oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna e vengono datate da Treccani al 1370-1380.

[5]

Il rapporto con Jacopo Avanzi e con il neogiottismo padano è uno dei punti centrali della fase iniziale.

[6]

Le miniature del De viris illustribus di Petrarca, eseguite per la famiglia Papafava, sono conservate a Darmstadt e sono state collegate a un possibile soggiorno padovano.

[7]

Le piccole tavole degli anni Settanta sono ricordate da Treccani come opere di contesto utile per la formazione del linguaggio di Jacopo.

[8]

Gli affreschi dei Santi Naborre e Felice, firmati e datati 1384 secondo Malvasia, sono oggi perduti.

[9]

L’Annunciazione delle Collezioni Comunali d’Arte di Bologna fu commissionata per la Camera degli Atti del palazzo di re Enzo.

[10]

Gli incarichi pubblici degli anni Novanta sono registrati dal Dizionario Biografico e dall’Enciclopedia dell’Arte Medievale.

[11]

Il 4 marzo 1393 Jacopo fornì disegni per il basamento della facciata di San Petronio; nel 1402 si impegnò a eseguire un modello della basilica.

[12]

L’Archivio di Stato di Bologna attribuisce a Jacopo di Paolo la miniatura degli Statuti dell’Arte della seta, databile ai primi anni Ottanta del Trecento.

[13]

La miniatura con san Petronio e il modellino di Bologna costituisce una precoce formulazione di una iconografia destinata a grande fortuna.

[14]

Treccani elenca varie opere collocabili intorno al 1390-1400 fra Bologna, Avignone, Faenza e Nashville.

[15]

La Basilica di San Petronio attribuisce a Jacopo di Paolo il polittico ligneo della cappella dei Magi e il disegno delle vetrate policrome del 1404-1406.

[16]

Il polittico Bolognini fu realizzato in collaborazione con uno scultore indicato come Maestro di San Petronio, forse Tommasino da Baiso.

[17]

Gli incarichi del 1407-1408, 1415 e 1416 documentano la prosecuzione dell’attività tra affresco, croci lignee e vessilli.

[18]

La documentazione del 1420-1426 mostra un artista ancora attivo, anche in compiti tecnici e organizzativi.

[19]

La fase tarda si avvicina ai modi tardogotici di Giovanni da Modena, come osserva l’Enciclopedia dell’Arte Medievale.

[20]

La fortuna critica moderna comprende Malvasia, Filippini, Zucchini, Arcangeli, Conti, Medica, Benati, Tambini, Gibbs, Skerl Del Conte e Massaccesi.

[21]

Jacopo di Paolo è figura centrale per la pittura bolognese tra secondo Trecento e primo Quattrocento.

 

 

 

Bibliografia

Anna Tambini, Jacopo di Paolo, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, voce online.

Daniele Benati, Jacopo di Paolo, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1996.

Daniele Benati, Massimo Medica, a cura di, Simone e Jacopo. Due pittori bolognesi al tramonto del Medioevo, catalogo della mostra, Museo Civico Medievale, Bologna, 2012.

Francesco Massaccesi, Francesco Arcangeli nell’officina bolognese di Longhi. La tesi su Jacopo di Paolo, 1937, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2011.

Robert Gibbs, Jacopo di Paolo and Bolognese Painting, in studi sulla pittura bolognese del Trecento e Quattrocento, 1996 circa.

Massimo Medica, a cura di, Haec sunt statuta. Le corporazioni medioevali nelle miniature bolognesi, catalogo della mostra, Modena, 1999.

Serena Skerl Del Conte, Vitale da Bologna e la sua bottega nella chiesa di Santa Apollonia di Mezzaratta, Nuova Alfa, Bologna, 1993.

Massimo Medica, Per una storia della miniatura a Bologna tra Tre e Quattrocento, in Il tramonto del Medioevo a Bologna. Il cantiere di San Petronio, Bologna, 1987.

Rosalba D’Amico, Renzo Grandi, Il polittico Bolognini, in Il tramonto del Medioevo a Bologna. Il cantiere di San Petronio, Bologna, 1987.

Daniele Benati, Un altarolo di Jacopo di Paolo, in Nuovi studi sulla pittura bolognese del Trecento, Bologna, 1986.

Andrea Conti, Jacopo di Paolo, in Pittura bolognese del ’300. Scritti di Francesco Arcangeli, Bologna, 1978.

Francesco Arcangeli, Jacopo di Paolo, tesi di laurea, Università di Bologna, 1937.

Francesco Filippini, Guido Zucchini, Miniatori e pittori a Bologna. Documenti dei secoli XIII, XIV, XV, Firenze-Roma, 1947-1968.

Walter Arslan, Jacopo di Paolo, in Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte, III, Roma, 1932.

Raimond van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, The Hague, 1924.

Raffaele Baldani, La pittura a Bologna nel secolo XIV, in Documenti e studi della R. Deputazione di storia patria per le provincie di Romagna, 1909.

Carlo Cesare Malvasia, Felsina pittrice. Vite de’ pittori bolognesi, Bologna, 1678.

Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Jacopo di Paolo, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.