Jacopo di Mino del Pellicciaio

 

 

 

 

 

 

Siena, 1315-1319 circa - morto prima del 1396; documentato dal 1342 al 1389

 

 

 

Jacopo di Mino del Pellicciaio è uno dei pittori senesi più rappresentativi del secondo Trecento. La sua figura occupa una posizione particolare nella storia della pittura cittadina: si forma nella lunga ombra dei Lorenzetti, attraversa la crisi seguita alla peste del 1348, partecipa alla vita pubblica senese e orienta la maturità verso un recupero elegante della linea martiniana. La sua opera conserva memoria della grande stagione trecentesca di Siena e, insieme, mostra il progressivo assestarsi di un linguaggio più devozionale, decorativo e controllato.[1]

La nascita viene collocata a Siena intorno al 1315-1319, da Mino, del popolo di Sant’Antonio. L’ipotesi di identificare il padre con il pittore Mino Parcis è stata considerata priva di solido fondamento, poiché si basa soprattutto sull’uso di punzoni simili nei fondi oro. Tale somiglianza può indicare una frequentazione di bottega, più che una discendenza diretta. La morte è anteriore al 1396, anno nel quale il pittore risulta già scomparso.[2]

La sua identità è stata per lungo tempo intrecciata al problema del cosiddetto Maestro degli Ordini. Roberto Longhi aveva ricostruito nel 1955 un gruppo di opere attorno agli affreschi pisani di San Francesco, con santi fondatori di ordini religiosi, datati 1342. A Luciano Bellosi, nel 1972, si deve l’identificazione di quel corpus con Jacopo di Mino del Pellicciaio. Questo passaggio critico ha trasformato una personalità convenzionale in un artista storico, documentato e inserito nella rete senese del Trecento.[3]

La prima fase si svolge sotto il segno dei Lorenzetti, soprattutto di Ambrogio. Treccani sottolinea che le opere iniziali mostrano una forte influenza lorenzettiana, mentre in alcuni dipinti fino alla fine del sesto decennio si avverte anche una possibile vicinanza a Taddeo Gaddi. La componente francescana ha un peso rilevante: Pisa, Sarteano, San Miniato, Cortona e Città della Pieve disegnano un percorso nel quale conventi, chiese mendicanti e centri della Toscana meridionale sostengono la produzione del pittore.[4]

Gli affreschi della volta del coro di San Francesco a Pisa, raffiguranti santi fondatori di ordini religiosi, furono ricordati da Vasari con una iscrizione perduta che li riferiva a Taddeo Gaddi. La moderna restituzione a Jacopo consente di vedere in questi brani un momento iniziale della sua attività, legato alla cultura francescana e alla diffusione del linguaggio lorenzettiano fuori Siena. La denominazione Maestro degli Ordini nasce appunto da questo ciclo.[5]

La Madonna col Bambino della chiesa dei Santi Martino e Vittoria a Sarteano è una delle due opere certe conservate. Reca la firma Jacobus Mini de Senis me pinxit e la data 1342, benché la lettura della data sia stata talvolta discussa per lo stato della scritta. La tavola mostra una Vergine solenne, ancora legata alla monumentalità lorenzettiana, con un Bambino raccolto e un fondo oro che conserva la forza iconica dell’immagine d’altare.[6]

Alla stessa area cronologica appartengono il trittico con Madonna col Bambino e i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista nella chiesa di San Francesco a Sarteano, la Maestà frammentaria del Museo Diocesano di San Miniato, alcune Crocifissioni a Città della Pieve e Cortona, e opere oggi divise fra musei, collezioni e mercato. Il catalogo di questa fase resta ricostruito per via stilistica, ma appare coerente per il rapporto tra solennità lorenzettiana, committenza francescana e robustezza narrativa.[7]

Un documento pistoiese del 1347-1350 lo cita tra i migliori maestri senesi indicati per un possibile incarico nella chiesa di San Giovanni Fuorcivitas. Il dato è importante perché dimostra una reputazione già riconosciuta fuori Siena pochi anni dopo la prima opera firmata. Non si tratta di una notizia marginale: in quella circostanza il suo nome compare insieme a quelli di altri pittori stimati, segno di una fama ormai consolidata nel mondo toscano.[8]

La documentazione senese conferma una posizione pubblica di rilievo. Jacopo è ricordato nel breve dell’arte dei pittori del 1355 e del 1389, nel libro delle capitudini delle arti del 1363, e fu più volte chiamato a stimare opere altrui. Nel 1373 giudicò un quadro di Luca di Tommè per il palazzo pubblico; nel 1376 valutò lavori per la cappella di piazza del Campo; tra 1388 e 1389 esaminò progetti per testiere e tabernacoli del coro del duomo.[9]

Il rapporto con il governo cittadino è altrettanto significativo. Treccani ricorda che fu chiamato per tre volte a presiedere le riunioni del Consiglio, nel 1361, nel 1377 e nel 1379; nel 1362 fu ufficiale del Sale per il terzo di Camollia. Questi incarichi mostrano un pittore integrato nella vita civica, dotato di reputazione professionale e credibilità pubblica. Jacopo non appare soltanto come maestro di bottega, ma come cittadino coinvolto negli organismi della città.[10]

Molte opere documentate sono perdute. Tra queste figurano affreschi per lo Spedale di Santa Maria della Scala nel 1354-1355, lavori nel duomo di Siena eseguiti nel 1366 con Paolo di maestro Neri, una volta in una cappella accanto a quella di Sant’Ansano dipinta nel 1367-1368 con Bartolo di Fredi, una coperta di Biccherna del 1369, una tavola per l’altare maggiore del monastero di Passignano commissionata nel 1372, e affreschi del 1374 per il palazzo nuovo dei Priori a Montepulciano.[11]

La seconda opera certa conservata è il trittico con lo Sposalizio di santa Caterina d’Alessandria tra i santi Antonio Abate e Michele Arcangelo, già nella chiesa di Sant’Antonio Abate in Fontebranda e oggi nella Pinacoteca Nazionale di Siena. La tavola è firmata e datata 1362 con la formula Jacobus Mini de Senis me pinxit MCCCLXII. Essa costituisce un punto fermo per la fase matura, nella quale il linguaggio si orienta con decisione verso Simone Martini e Lippo Memmi.[12]

Nel trittico del 1362 la pittura acquista una qualità più sottile e preziosa. Le figure si allungano, i gesti diventano più misurati, il fondo oro e l’ornato assumono una funzione decorativa più ricca. La memoria dei Lorenzetti resta visibile nella solidità dell’impianto, ma la superficie si fa più lineare, più cortese, più vicina alla tradizione martiniana. Questa svolta caratterizza gran parte della produzione del settimo e dell’ottavo decennio.[13]

La Madonna detta del Belverde, nella chiesa senese dei Servi, costituisce un caso delicato. Un testamento del 1363 cita una tavola che doveva essere eseguita da magister Jacobus pictor, e la tradizione l’ha collegata all’opera conservata nella basilica. Lo stato attuale del dipinto, profondamente alterato da ridipinture della fine del Trecento riferibili a un pittore vicino a Taddeo di Bartolo, limita però la possibilità di riconoscere direttamente la mano di Jacopo.[14]

Negli anni Sessanta e Settanta il pittore sviluppa pienamente una maniera neomartiniana. A questa fase appartengono il polittico cuspidato della Pinacoteca Nazionale di Siena con Madonna col Bambino e i santi Chiara, Giovanni Battista, Agostino e Francesco, il trittico della Galleria Nazionale dell’Umbria proveniente da San Domenico a Perugia, l’affresco con i santi Bartolomeo e Barbara ad Asciano, il dittico con l’Annunciazione del Museo Bandini di Fiesole e la Maestà frammentaria di San Francesco a Siena.[15]

Il capolavoro della maturità è generalmente riconosciuto nell’Incoronazione della Vergine del Museo Civico Pinacoteca Crociani di Montepulciano. La scheda del museo ricorda che l’opera, già nell’oratorio dell’Arciconfraternita della Misericordia, fu attribuita in passato a Spinello Aretino, a Luca di Tommè e ad Angelo Puccinelli, prima della restituzione a Jacopo proposta da Luciano Bellosi. Il dipinto è una tempera su tavola con oro in foglia punzonato, di 209 per 126,5 centimetri.[16]

L’Incoronazione di Montepulciano mostra una pittura di estrema eleganza. La Vergine, gli angeli reggicortina e gli angeli musicanti costruiscono una scena solenne e insieme musicale, in cui il senso decorativo di Simone Martini viene ripreso con consapevolezza. Il museo la considera l’opera più alta del pittore senese e la collega alla diffusione dell’indirizzo neomartiniano nella seconda metà del secolo, quando Francesco di Vannuccio, Niccolò di Buonaccorso, Bartolo di Fredi, Andrea Vanni e Paolo di Giovanni Fei continuarono a lavorare entro quella linea.[17]

Il rapporto con Bartolo di Fredi è documentato dalla collaborazione nel duomo di Siena nel 1367-1368. Tale contatto aiuta a spiegare alcuni aspetti della maturità: maggiore gusto narrativo, ornati più ricchi, figure più eleganti e un linguaggio aperto alla devozione cittadina della seconda metà del secolo. Jacopo appartiene a una generazione che non possiede più la forza sperimentale dei Lorenzetti, ma sa custodire e riorientare la tradizione senese verso forme più misurate e comunicative.[18]

La possibile attività di architetto o disegnatore per il Battistero di Siena va valutata con cautela. Nel 1382 ricevette un pagamento per un disegnamento dato all’Opera della facciata di San Giovanni; studi successivi hanno però osservato che il progetto conservato nel Museo dell’Opera della Metropolitana sembra più antico, databile alla prima metà del Trecento e riferibile all’ambito degli Agostino. È quindi probabile che Jacopo ne fosse possessore o intermediario, più che autore.[19]

La sua importanza storica non dipende soltanto dalle opere conservate. Jacopo fu stimatore, funzionario, pittore richiesto da istituzioni civiche e religiose, maestro riconosciuto anche fuori Siena. La sua vicenda documenta il ruolo sociale del pittore trecentesco in una città dove arte, governo, opere pubbliche, confraternite, duomo e ospedale formavano una rete compatta. Attraverso di lui si osserva il passaggio dal grande Trecento senese alla sua lunga eredità tardomedievale.[20]

La fortuna critica moderna passa da Mason Perkins, Van Marle, Carli, Longhi, Donati, Frinta, Bellosi, De Benedictis, Zeri e Magister. L’identificazione del Maestro degli Ordini con Jacopo ha permesso di riunire la fase giovanile e quella matura sotto un’unica personalità. La voce più recente del Dizionario Biografico ha precisato famiglia, documenti, matrimoni, incarichi pubblici, opere certe, opere perdute e passaggi stilistici, offrendo una base più solida per la scheda storica.[21]

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Jacopo di Mino del Pellicciaio va collocato fra i principali maestri senesi della generazione post-lorenzettiana. La sua pittura non ha la potenza inventiva di Ambrogio Lorenzetti né la grazia altissima di Simone Martini, ma conserva e trasmette entrambe le eredità in una forma storicamente significativa. La Madonna di Sarteano, il trittico del 1362, l’Incoronazione di Montepulciano, gli affreschi pisani e le opere legate a Città della Pieve, Perugia, Fiesole e Siena delineano un artista colto, stimato e profondamente inserito nella vita senese.[22]

 

 

A.R.

 

 

Note

[1]

Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, indica la nascita a Siena attorno al 1315-1319, da Mino del popolo di Sant’Antonio.

[2]

L’ipotesi di identificare il padre con Mino Parcis è considerata priva di fondamento solido da Treccani.

[3]

Bellosi, nel 1972, identificò Jacopo con il Maestro degli Ordini, gruppo ricostruito a partire dagli affreschi di San Francesco a Pisa.

[4]

Le opere iniziali sono ricondotte da Treccani all’influenza dei Lorenzetti, soprattutto Ambrogio, con possibili contatti con Taddeo Gaddi.

[5]

Gli affreschi pisani con fondatori di ordini religiosi furono ricordati da Vasari con firma e data perdute e sono all’origine del nome Maestro degli Ordini.

[6]

La Madonna col Bambino di Sarteano reca la firma Jacobus Mini de Senis me pinxit e la data 1342, benché la lettura della data sia stata discussa.

[7]

Il catalogo giovanile comprende opere a Sarteano, San Miniato, Città della Pieve, Cortona e Pisa, ricostruite in larga parte per via stilistica.

[8]

Un documento pistoiese del 1347-1350 cita Jacopo fra i migliori maestri senesi disponibili per una commissione in San Giovanni Fuorcivitas.

[9]

Jacopo è ricordato nel breve dell’arte dei pittori di Siena del 1355 e del 1389, nel libro delle capitudini delle arti del 1363, e come stimatore di opere tra 1373 e 1389.

[10]

Treccani registra incarichi civici nel 1361, 1377 e 1379, e l’ufficio del Sale nel 1362.

[11]

Numerose opere documentate risultano perdute: Santa Maria della Scala, duomo di Siena, Biccherna, Passignano e palazzo nuovo dei Priori a Montepulciano.

[12]

Il trittico con lo Sposalizio di santa Caterina è firmato e datato 1362 e si conserva nella Pinacoteca Nazionale di Siena.

[13]

La svolta degli anni Sessanta è collegata da Treccani alla ripresa dei modi di Simone Martini e Lippo Memmi.

[14]

La Madonna del Belverde è documentariamente riferibile a Jacopo, ma le ridipinture tarde impediscono un giudizio diretto sulla sua mano.

[15]

Le opere mature comprendono dipinti a Siena, Perugia, Asciano, Fiesole e Montepulciano.

[16]

Il Museo Civico Pinacoteca Crociani di Montepulciano registra l’Incoronazione di Maria Vergine come opera di Jacopo di Mino del Pellicciaio, in tempera su tavola con oro in foglia punzonato.

[17]

La scheda del museo di Montepulciano ricorda la restituzione dell’opera a Jacopo da parte di Bellosi e la considera il risultato più alto del pittore.

[18]

La collaborazione con Bartolo di Fredi nel duomo di Siena è documentata per il 1367-1368.

[19]

Il pagamento del 1382 per un disegno relativo alla facciata del Battistero di Siena viene oggi interpretato con cautela.

[20]

Jacopo fu pittore, perito, funzionario civico e maestro stimato in ambito senese e toscano.

[21]

La fortuna critica moderna comprende Longhi, Donati, Bellosi, De Benedictis, Frinta, Zeri e Sara Magister.

[22]

Jacopo è figura centrale per la sopravvivenza e trasformazione della tradizione senese nella seconda metà del Trecento.

 

 

Bibliografia

Sara Magister, Jacopo di Mino del Pellicciaio, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, voce online.

Cristina De Benedictis, Jacopo di Mino del Pellicciaio, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1996.

Luciano Bellosi, Jacopo di Mino del Pellicciaio, in I vivi parean vivi. Scritti di storia dell’arte italiana del Duecento e del Trecento, Centro Di, Firenze, 2006.

Luciano Bellosi, Jacopo di Mino del Pellicciaio, in Prospettiva, Firenze, 1972.

Cristina De Benedictis, La pittura senese 1330-1370, Firenze, 1979.

M. S. Frinta, Jacopo di Mino del Pellicciaio and Mino Parcis, in studi sulla pittura senese del Trecento, 1976.

Federico Zeri, Gli apporti dell’iconografia beniziana antica: l’affresco di Todi del 1346, in studi sull’Ordine dei Servi di Maria, 1986.

P. P. Donati, Aggiunte al Maestro degli Ordini, in Paragone, n.s., XIX, Firenze, 1968.

Roberto Longhi, Il Maestro degli Ordini, in Paragone, VI, 65, Firenze, 1955.

Enzo Carli, La pittura senese, Electa, Milano, 1955.

Raimond van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, The Hague, 1934.

F. Mason Perkins, Note sulla pittura senese del Trecento, in Rassegna d’Arte Senese, Siena, 1930 circa.

Adolfo Venturi, Storia dell’arte italiana. V. La pittura del Trecento e le sue origini, Hoepli, Milano, 1907.

A. Chiappelli, Di una tavola dipinta da Taddeo Gaddi e di altre pitture antiche nella chiesa di San Giovanni Fuorcivitas di Pistoia, in Bullettino storico pistoiese, II, Pistoia, 1900.

Gaetano Milanesi, Documenti per la storia dell’arte senese, Siena, 1854.

Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Giunti, Firenze, 1568.

Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Jacopo di Mino del Pellicciaio, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.