Jacopo di Cione

 

 

 

 

 

 

Firenze, nato probabilmente nel terzo decennio del XIV secolo - morto tra il 1398 e il 1400

 

 

 

 

Jacopo di Cione, ricordato nei documenti anche con il soprannome Robiccia, appartiene alla grande famiglia artistica degli Orcagna. Fu fratello di Andrea di Cione, detto l’Orcagna, di Nardo di Cione e dello scultore Matteo. La sua attività si svolse soprattutto a Firenze nella seconda metà del Trecento, in una fase nella quale la città elaborava l’eredità di Giotto attraverso grandi botteghe familiari, committenze corporative, pale d’altare monumentali e un linguaggio gotico ancora solidamente fondato sulla tradizione orcagnesca.[1]

La nascita viene collocata in via ipotetica nel terzo decennio del XIV secolo, oppure intorno al 1340 secondo parte della storiografia. La prima menzione sicura risale al 21 maggio 1365, quando il pittore compare nel testamento del fratello Nardo come erede alla pari rispetto agli altri fratelli. Il 12 gennaio 1369 è iscritto all’Arte dei Medici e Speziali; la sua attività era però già avviata, poiché nel 1366 aveva ricevuto un incarico di rilievo per la sede dell’Arte dei Giudici e Notai.[2]

La formazione va letta entro la bottega familiare. Andrea, Nardo e Jacopo costituirono uno dei nuclei più forti della pittura fiorentina dopo la metà del secolo. Andrea offriva un modello di severa monumentalità, capace di unire pittura, scultura e architettura; Nardo sviluppava un linguaggio più meditativo, con figure compatte e intense; Jacopo assimilò questa tradizione e la rese più produttiva, più aperta alla collaborazione di bottega e alle esigenze di grandi commissioni pubbliche e conventuali.[3]

Il primo incarico autonomo di particolare rilievo fu la decorazione della sede della Corporazione dei giudici e notai, ottenuta il 19 settembre 1366. L’intervento, oggi perduto o frammentariamente ricostruibile attraverso la documentazione, conferma che il pittore godeva già di una posizione riconosciuta. La committenza corporativa esigeva immagini leggibili, solenni e adatte a uno spazio istituzionale. In questo ambiente si definisce il suo ruolo di pittore capace di tradurre il linguaggio orcagnesco in forme pubbliche, disciplinate e comunicative.[4]

Alla stessa area cronologica appartiene la Crocifissione della National Gallery di Londra, datata dal museo intorno al 1369-1370. La tavola è insolita per la quantità di dettagli evangelici concentrati in un formato relativamente piccolo: Cristo è crocifisso tra i due ladroni, mentre in basso la Vergine cede al dolore sostenuta dalla Maddalena e da altre figure. La scena, ricca di soldati, astanti, gesti e particolari narrativi, mostra la capacità di Jacopo di trasferire in tavola una densità normalmente riservata alla pittura murale.[5]

La National Gallery suggerisce che il pittore possa aver guardato alla Crocifissione affrescata da Andrea da Firenze nel capitolo di Santa Maria Novella, conclusa nel 1368. Il confronto è plausibile per la complessità narrativa e per l’organizzazione dei gruppi, ma Jacopo conserva un carattere proprio: la composizione resta serrata, il fondo oro amplifica la preziosità del supporto, la cornice originaria e l’apparato dorato accentuano la funzione devozionale dell’oggetto. L’immagine combina dramma, ornamento e chiarezza didattica.[6]

Il capolavoro di bottega più ambizioso è il grande polittico per l’altare maggiore di San Pier Maggiore a Firenze, realizzato nel 1370-1371 e oggi in gran parte alla National Gallery di Londra. La chiesa, una delle istituzioni religiose più antiche e prestigiose della città, era legata al rito dell’ingresso dei nuovi vescovi fiorentini, i quali vi compivano una cerimonia simbolica di unione con la chiesa cittadina. Il polittico occupava dunque uno spazio di altissimo valore liturgico e civico.[7]

La struttura originaria era vasta e articolata. Il registro principale presentava l’Incoronazione della Vergine affiancata da file di santi adoranti; il livello superiore accoglieva episodi della vita di Cristo, dalla Natività all’Ascensione e alla Pentecoste; tre pinnacoli completavano la macchina con la Trinità al centro e angeli adoranti ai lati; la predella comprendeva scene legate a san Pietro, titolare della chiesa. La National Gallery descrive il complesso come uno dei più grandi e costosi altari fiorentini del XIV secolo.[8]

Il polittico di San Pier Maggiore è attribuito a Jacopo e alla sua bottega su base stilistica. I documenti ricordano però un Niccholaio dipintore come disegnatore o responsabile dei disegni preparatori, identità che la critica ha riferito variamente a Niccolò di Pietro Gerini o a Niccolò di Tommaso. La scala dell’opera rende plausibile una collaborazione ampia: Jacopo dovette coordinare un lavoro complesso, nel quale carpenteria, doratura, disegno e pittura procedevano secondo una organizzazione di bottega.[9]

La centralità della Vergine nel polittico risponde alla devozione fiorentina e alla funzione del convento benedettino. L’Incoronazione presenta Maria come regina celeste e interceditrice; i santi in file ordinate costruiscono una corte sacra; le storie superiori collegano la gloria mariana al ciclo cristologico. La superficie dorata non è semplice preziosismo: costruisce un cielo permanente, adatto a un altare destinato a cerimonie solenni e alla memoria ecclesiastica della città.[10]

Nel 1372-1373 Jacopo lavorò, con Niccolò di Tommaso e Simone di Lapo, alla grande Incoronazione della Vergine per la Zecca fiorentina, oggi alla Galleria dell’Accademia di Firenze. Il Catalogo generale dei beni culturali registra la tavola come tempera e oro su legno, alta 348 centimetri e larga 193, attribuita a Jacopo di Cione, Niccolò di Tommaso e Simone di Lapo. L’opera, nota come Pala della Zecca, trasferisce il tema celeste in un contesto corporativo ed economico di grande prestigio cittadino.[11]

La Galleria dell’Accademia sottolinea nella pala la presenza dei santi protettori di Firenze e del mondo monetario: san Giovanni Battista, santa Caterina, sant’Anna con il modellino della città fortificata, san Matteo protettore dell’Arte del Cambio e san Vittore papa. Il dipinto diventa così un’immagine della città e delle sue istituzioni. L’oro, i tessuti, le figure disposte per gradi e l’ordinamento simmetrico trasformano la devozione mariana in rappresentazione della Firenze comunale.[12]

Il rapporto con Niccolò di Pietro Gerini fu particolarmente importante. I due artisti collaborarono in diversi momenti e appartengono a una Firenze dove le botteghe lavoravano attraverso alleanze temporanee, divisione dei compiti e modelli condivisi. Jacopo offre la continuità della tradizione orcagnesca; Niccolò porta una vena narrativa più asciutta e più seriale; insieme rispondono a un mercato ampio, formato da chiese, confraternite, corporazioni e famiglie cittadine.[13]

Nel 1373 Jacopo è pagato per un gonfalone processionale destinato alla confraternita della Misericordia. L’anno successivo lavorò ancora per la stessa istituzione, e negli anni successivi ricevette incarichi legati alla costruzione e alla decorazione della loggia del Bigallo. Questo rapporto con la Misericordia è rilevante perché mostra il pittore impegnato in immagini pubbliche, processionali, assistenziali e civiche, destinate a una fruizione larga e fortemente identitaria.[14]

Dopo la morte di Andrea Orcagna, avvenuta nel 1368, Jacopo contribuì a portare avanti alcune commissioni familiari e a mantenere viva l’autorità della bottega dei Cione. La sua pittura conserva l’impianto monumentale del fratello maggiore, ma lo applica a una produzione più numerosa, spesso condotta con collaboratori. La qualità può variare, come accade in molte botteghe tardotrecentesche, ma il suo ruolo storico è notevole proprio perché mostra il funzionamento concreto di un grande laboratorio fiorentino.[15]

La sua attività è documentata anche da incarichi per Orsanmichele e per varie istituzioni cittadine. La Firenze del secondo Trecento affidava ai pittori compiti molteplici: pale d’altare, gonfaloni, tavole devozionali, decorazioni murali, immagini corporative e interventi effimeri. Jacopo si muove in questo contesto con una capacità professionale riconosciuta. Fu console dell’Arte dei Medici e Speziali nel 1384, nel 1387 e nel 1392, segno di un prestigio corporativo non marginale.[16]

La fase matura mostra una pittura stabile, fondata su figure solide, profili netti, panneggi scanditi, fondi oro e una organizzazione rigorosa dei gruppi. Rispetto a Nardo, Jacopo possiede una minore tensione spirituale; rispetto ad Andrea, una minore potenza plastica. La sua forza risiede nella costruzione di immagini corali, nella gestione di macchine d’altare complesse e nella capacità di trasformare l’eredità familiare in un linguaggio funzionale alle istituzioni fiorentine.[17]

La collaborazione di bottega è uno degli aspetti più delicati del catalogo. Molte opere oscillano fra Jacopo, collaboratori e ambito. La National Gallery, nel caso del polittico di San Pier Maggiore, segnala attraverso riflettografia infrarossa la presenza di almeno due artisti nei disegni iniziali. Questo dato conferma una prassi tipica della grande pittura su tavola del Trecento: l’autore principale coordina un progetto, mentre più mani intervengono nella preparazione, nei fondi, nei panneggi, nei volti e negli episodi secondari.[18]

La morte si colloca con buona probabilità fra il 1398 e il 1400. L’ultima menzione in vita risale al 2 maggio 1398, mentre gli studi treccani indicano il decesso entro i primissimi anni del nuovo secolo. La sua lunga carriera attraversa dunque oltre trent’anni di vita artistica fiorentina, dal momento immediatamente successivo alla morte di Nardo e Andrea fino alla vigilia delle trasformazioni quattrocentesche.[19]

La fortuna critica moderna ha avuto un ruolo decisivo nella definizione della sua personalità. Offner e Steinweg dedicarono al pittore una sezione del Corpus of Florentine Painting; Boskovits ne precisò il rapporto con la pittura fiorentina tra 1370 e 1400; De Marchi e Tartuferi hanno chiarito documenti, opere e fasi stilistiche nelle voci Treccani. Gli studi della National Gallery hanno inoltre ricostruito con particolare ampiezza il polittico di San Pier Maggiore, restituendone funzione, provenienza, struttura e complessità tecnica.[20]

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Jacopo di Cione va presentato come uno dei principali maestri fiorentini della generazione successiva agli Orcagna. Il suo valore storico non dipende da un gesto rivoluzionario, ma dalla tenuta di una grande tradizione di bottega, dalla produzione di pale monumentali e dalla capacità di servire le istituzioni religiose, corporative e civiche della città. La Crocifissione di Londra, il polittico di San Pier Maggiore e l’Incoronazione della Zecca delineano una personalità solida, rappresentativa e centrale per la Firenze tardotrecentesca.[21]

 

 

A.R.

 

 

 

Note

[1]

Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, indica Jacopo come pittore fiorentino, fratello di Andrea, detto l’Orcagna, di Nardo e dello scultore Matteo.

[2]

La prima menzione sicura risale al 21 maggio 1365, nel testamento di Nardo; l’iscrizione all’Arte dei Medici e Speziali è del 12 gennaio 1369.

[3]

L’Enciclopedia dell’Arte Medievale collega la formazione alla componente orcagnesca della bottega familiare.

[4]

Il 19 settembre 1366 Jacopo ottenne l’incarico per decorare la sede della Corporazione dei giudici e notai.

[5]

La National Gallery data la Crocifissione al 1369-1370 circa e la descrive come tavola eccezionalmente ricca di dettagli evangelici.

[6]

La National Gallery ipotizza un rapporto con la Crocifissione affrescata da Andrea da Firenze nel capitolo di Santa Maria Novella, completata nel 1368.

[7]

Il polittico di San Pier Maggiore fu eseguito nel 1370-1371 per l’altare maggiore del coro dell’antica chiesa fiorentina.

[8]

La National Gallery descrive il complesso come grande pala a quattro ordini, con Incoronazione della Vergine, santi, episodi cristologici, pinnacoli e predella.

[9]

La National Gallery ricorda che i documenti menzionano un disegnatore chiamato Niccholaio, identificato in via ipotetica con Niccolò di Pietro Gerini o Niccolò di Tommaso.

[10]

Il ruolo liturgico e civico di San Pier Maggiore è legato anche alla cerimonia di ingresso dei nuovi vescovi fiorentini.

[11]

Il Catalogo generale dei beni culturali registra l’Incoronazione della Vergine della Galleria dell’Accademia come opera di Jacopo di Cione, Niccolò di Tommaso e Simone di Lapo, databile al 1372-1373.

[12]

La Galleria dell’Accademia descrive la pala come immagine legata alla Zecca fiorentina e ai santi protettori della città.

[13]

Le collaborazioni con Niccolò di Pietro Gerini e con Niccolò di Tommaso sono una componente importante della produzione di Jacopo.

[14]

I documenti della Misericordia e del Bigallo attestano incarichi per gonfaloni e immagini pubbliche negli anni Settanta.

[15]

Jacopo contribuì alla continuità della bottega dei Cione dopo la morte di Andrea Orcagna.

[16]

Fu console dell’Arte dei Medici e Speziali nel 1384, 1387 e 1392.

[17]

Il suo linguaggio mantiene la struttura orcagnesca, adattandola a una produzione ampia e istituzionale.

[18]

La riflettografia infrarossa del polittico di San Pier Maggiore ha rivelato il coinvolgimento di almeno due artisti nella fase dei disegni iniziali.

[19]

La morte è collocata tra il 1398 e il 1400; l’ultima menzione in vita è del 2 maggio 1398.

[20]

La fortuna critica moderna comprende Offner, Steinweg, Boskovits, De Marchi, Tartuferi e gli studi della National Gallery.

[21]

Jacopo di Cione è figura centrale per la pittura fiorentina tardotrecentesca e per la continuità della bottega orcagnesca.

 

 

 

Bibliografia

Angelo Tartuferi, Iacopo di Cione, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, voce online.

Andrea G. De Marchi, Jacopo di Cione, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1996.

Dillian Gordon, National Gallery Catalogues: The Italian Paintings before 1400, National Gallery, London, 2011.

Angelo Tartuferi, a cura di, L’eredità di Giotto. L’arte a Firenze 1340-1375, catalogo della mostra, Giunti, Firenze, 2008.

Miklós Boskovits, Pittura fiorentina alla vigilia del Rinascimento. 1370-1400, Edam, Firenze, 1975.

Richard Offner, Klara Steinweg, A Critical and Historical Corpus of Florentine Painting. Section IV: Tendencies of Gothic in Florence. Jacopo di Cione, New York University, New York, 1965.

Eve Borsook, Art and Politics at the Florentine Commune, in The Burlington Magazine, CXXIV, London, 1982.

Miklós Boskovits, The Origins of Florentine Painting 1100-1270, Giunti, Firenze, 1993.

Luciano Bellosi, La pecora di Giotto, Einaudi, Torino, 1985.

Federico Zeri, Italian Paintings. A Catalogue of the Collection of The Metropolitan Museum of Art. Florentine School, The Metropolitan Museum of Art, New York, 1971.

Bernard Berenson, Italian Pictures of the Renaissance. Florentine School, Phaidon, London, 1963.

Osvald Sirén, Giotto and Some of His Followers, Harvard University Press, Cambridge, 1917.

Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Giunti, Firenze, 1568.

Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Jacopo di Cione, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.