Jacopo Torriti

 

 

 

 

  

 

 

 

Attivo negli ultimi decenni del XIII secolo; documentato a Roma nel 1291 e nel 1295-1296

 

 

 

Jacopo Torriti è uno dei maggiori protagonisti della pittura e del mosaico romano alla fine del Duecento. La sua figura appartiene al momento in cui Roma, dopo la grande stagione paleocristiana e altomedievale, torna a essere un centro di primaria invenzione figurativa, sostenuto dalla committenza papale e dal rinnovato prestigio delle basiliche maggiori. La sua opera si colloca nel medesimo orizzonte di Pietro Cavallini, Filippo Rusuti e dei cantieri francescani di Assisi, ma conserva un carattere fortemente personale, fondato su misura classica, solennità liturgica e limpidezza compositiva.[1]

Le fonti tacciono sul luogo e sulla data di nascita e di morte. Le notizie sicure derivano soprattutto dalle iscrizioni dei mosaici absidali di San Giovanni in Laterano e di Santa Maria Maggiore, eseguiti rispettivamente nel 1291 e nel 1295 o 1296. Il nome compare anche nell’iscrizione, oggi perduta ma trasmessa, del pannello musivo che ornava il monumento funebre di Bonifacio VIII in Vaticano. Questi tre riferimenti concentrano la fase documentata dell’artista negli anni del pontificato di Niccolò IV e nell’immediato seguito bonifaciano.[2]

Il cognome Torriti fu a lungo interpretato come indizio di una provenienza da Torrita in Val di Chiana, con conseguente inserimento del maestro in una genealogia senese. La critica moderna ha ridimensionato questa lettura, riconducendo l’artista al contesto romano e alla grande bottega attiva tra Laterano, Santa Maria Maggiore e Assisi. La sua identità resta quindi definita più dalle opere firmate e dai cantieri che da una biografia anagrafica.[3]

Il mosaico absidale di San Giovanni in Laterano fu commissionato da Niccolò IV, primo papa francescano, e modificò il precedente apparato del V secolo. La Basilica lateranense ricorda che l’abside attuale fu arretrata nel 1884 e che il mosaico duecentesco venne rifatto secondo criteri ottocenteschi, conservandone l’iconografia ma alterandone la qualità materiale originaria. Al centro della composizione appare il volto del Salvatore, sotto il quale scende la colomba dello Spirito Santo verso la croce gemmata.[4]

La scena lateranense sviluppa una complessa teologia visiva del battesimo e della Chiesa. Alla base della croce sgorgano acque paradisiache che si dividono in quattro fiumi; la Gerusalemme celeste, gli apostoli, i santi, la Vergine, il Battista, san Francesco, sant’Antonio e il papa committente costruiscono una immagine di salvezza universale. In basso compaiono due piccole figure in abito francescano, interpretate come Jacopo Torriti e Jacopo da Camerino, collaboratore del maestro.[5]

L’iscrizione lateranense attribuisce il lavoro a Iacobus Toriti pictor. La figura con compasso e squadra, inginocchiata all’estrema sinistra dell’emiciclo, è stata tradizionalmente letta come ritratto dell’artista. Il saio e la corda hanno alimentato l’ipotesi di una sua appartenenza all’ordine francescano. Tale ipotesi si accorda con la committenza di Niccolò IV e con la presenza, nel mosaico, di san Francesco in una posizione di grande rilievo.[6]

Il capolavoro meglio conservato è il mosaico absidale di Santa Maria Maggiore. La basilica ricorda che, durante il pontificato di Niccolò IV, fu affidata a Jacopo Torriti la direzione dei lavori musivi dell’abside. Nel registro inferiore sono raffigurate scene della vita della Vergine: AnnunciazioneDormitioAdorazione dei Magi e Presentazione di Gesù al Tempio. Nel registro superiore si impone l’Incoronazione della Vergine, iconografia allora diffusa in Francia e tradotta a Roma in una forma monumentale e solenne.[7]

L’Incoronazione di Santa Maria Maggiore mostra Cristo e Maria seduti sul medesimo trono, entro un grande clipeo stellato, circondati da angeli, serafini e santi. Il fondo oro, le volute vegetali, la disposizione simmetrica delle figure e la chiarezza del disegno producono una immagine di ordine celeste. Torriti non cerca il movimento drammatico; costruisce una visione stabile, regale, perfettamente adatta a una basilica mariana e alla politica figurativa di un papa francescano.[8]

La parte inferiore dell’abside integra la visione celeste con la storia terrena di Maria. Le scene narrative hanno un ritmo calmo, con figure raccolte e architetture sobrie. Il maestro mantiene il prestigio del mosaico romano e lo apre a una sensibilità più aggiornata, vicina alle ricerche che attraversavano l’Italia centrale alla fine del Duecento. Il suo classicismo appare nella misura dei corpi, nella solennità dei volti e nella capacità di comporre figure numerose senza confusione.[9]

Il rapporto con Assisi costituisce un altro capitolo essenziale. La critica ha collegato il nome di Torriti alla decorazione della Basilica superiore di San Francesco, soprattutto alla volta con la Deesis, dove Cristo benedicente, la Vergine, san Giovanni Battista e san Francesco appaiono entro clipei sorretti da angeli. Il Sacro Convento ricorda questa immagine come una rielaborazione della tipica iconografia bizantina della Deesis, arricchita dalla presenza del santo di Assisi.[10]

La voce Treccani dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale indica che Torriti dovette operare nel cantiere assisiate tra l’ottavo e il nono decennio del XIII secolo, prima dell’attività romana dei primi anni Novanta. La presenza del maestro è considerata pressoché unanime per la volta della seconda campata a partire dal transetto, mentre la partecipazione alle scene bibliche delle prime campate della navata resta oggetto di valutazioni più articolate, per il carattere collettivo del cantiere.[11]

Ad Assisi la sua pittura mostra già il gusto classicheggiante che sarà pienamente sviluppato nei mosaici romani. Le figure hanno contorni saldi, volti solenni, gesti misurati; la composizione tende a una chiarezza ordinata. Il confronto con Cimabue e con la cultura toscana è evidente in alcune accentuazioni chiaroscurali e nella forza dei profili, ma Torriti conserva una disciplina romana, più compatta e liturgica, capace di trasformare il racconto sacro in immagine monumentale.[12]

Il pannello musivo del monumento funebre di Bonifacio VIII, oggi perduto, costituisce un ulteriore segno del prestigio raggiunto dall’artista. L’iscrizione tramandata lo ricordava come Iacobus Toriti pictor, intorno al 1295-1296. La commissione papale conferma la posizione di Torriti negli ambienti più alti della curia romana e la sua capacità di lavorare per immagini destinate alla memoria pontificia, oltre che alla decorazione delle basiliche maggiori.[13]

La sua importanza storica risiede nel rinnovamento del mosaico romano. Torriti recupera la grande tradizione paleocristiana e bizantina delle absidi, la aggiorna con un classicismo più morbido e la inserisce nella cultura francescana di fine Duecento. Le sue immagini uniscono dogma, committenza papale, culto mariano, autorappresentazione ecclesiale e qualità formale. In lui il mosaico torna a essere una lingua viva, capace di rispondere alle esigenze politiche e spirituali della Roma di Niccolò IV.[14]

La fortuna critica moderna è stata segnata da questioni attributive ampie. In passato il nome di Torriti venne esteso a opere lontane per stile e cronologia, fino a comprendere dipinti oggi assegnati a Cimabue, Duccio o Simone Martini. Gli studi novecenteschi hanno ristretto il catalogo alle opere certe e ai problemi reali: i mosaici firmati, il ciclo di Assisi, il rapporto con la bottega romana, la committenza francescana, la posizione rispetto a Cavallini e Rusuti.[15]

Nel repertorio dei pittori italiani tra Duecento e Trecento, Jacopo Torriti va collocato tra i grandi maestri della scuola romana. La sua opera documentata è concentrata, ma di livello altissimo: San Giovanni in LateranoSanta Maria Maggiore, il monumento di Bonifacio VIII e il cantiere di Assisi bastano a definirne il ruolo. La sua pittura e i suoi mosaici offrono una delle sintesi più raffinate tra tradizione bizantina, classicismo romano, spiritualità francescana e monumentalità papale.[16]

Note

[1]

Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, definisce Iacopo Torriti pittore e mosaicista attivo negli ultimi decenni del XIII secolo a Roma, ad Assisi e forse nel Patrimonium Petri.

[2]

Le firme dei mosaici absidali di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore costituiscono le principali testimonianze certe dell’attività dell’artista.

[3]

L’interpretazione del cognome come prova di origine da Torrita in Val di Chiana è stata ridimensionata dalla critica moderna.

[4]

La Basilica di San Giovanni in Laterano ricorda il rifacimento ottocentesco dell’abside e la commissione del mosaico duecentesco da parte di Niccolò IV a Jacopo Torriti.

[5]

La descrizione iconografica del mosaico lateranense comprende volto del Salvatore, colomba dello Spirito, croce gemmata, acque paradisiache, Gerusalemme celeste, santi e committente.

[6]

La piccola figura in saio con compasso e squadra, presso l’emiciclo lateranense, è stata tradizionalmente interpretata come ritratto di Torriti.

[7]

La Basilica di Santa Maria Maggiore attribuisce a Torriti la direzione dei lavori musivi dell’abside durante il pontificato di Niccolò IV.

[8]

Il registro superiore del mosaico di Santa Maria Maggiore presenta l’Incoronazione della Vergine; quello inferiore scene della vita di Maria.

[9]

Il classicismo di Torriti emerge nella stabilità compositiva e nella solennità delle figure dell’abside mariana.

[10]

La Basilica di San Francesco ad Assisi ricorda la Deesis della Chiesa superiore come opera di Jacopo Torriti.

[11]

Treccani colloca la partecipazione di Torriti al cantiere assisiate tra l’ottavo e il nono decennio del XIII secolo.

[12]

La presenza torritiana è considerata particolarmente sicura nella volta della seconda campata della Basilica superiore di Assisi.

[13]

L’iscrizione del pannello musivo del monumento funebre di Bonifacio VIII in Vaticano, oggi perduto, tramandava il nome di Iacopo Torriti.

[14]

Il ruolo di Torriti è centrale nel rinnovamento del mosaico romano sotto Niccolò IV.

[15]

La critica moderna ha progressivamente ristretto il catalogo, separando le opere certe dalle attribuzioni tradizionali eccessivamente ampie.

[16]

Torriti è figura primaria della scuola romana tra Duecento e primo Trecento.

Bibliografia

Manuela Gianandrea, Torriti, Iacopo, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, voce online.

Serena Romano, Torriti, Jacopo, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2000.

Alessandro Tomei, Jacopo Torriti, in Il mosaico medievale a Roma, Roma, 1990 circa.

Alessandro Tomei, Iacobus Torriti pictor. Una lettura dei mosaici romani di fine Duecento, in studi sulla pittura romana medievale, Roma, 1990 circa.

Julian Gardner, The Influence of Popes’ Patronage on the Roman School of Painting in the Thirteenth Century, in Journal of the Warburg and Courtauld Institutes, 1973.

Hans Belting, Die Oberkirche von San Francesco in Assisi, Berlin, 1977.

Miklós Boskovits, Pittura e miniatura a Roma tra Duecento e Trecento, in La pittura in Italia. Il Duecento e il Trecento, Electa, Milano, 1986.

Guglielmo Matthiae, Mosaici medievali delle chiese di Roma, Roma, 1967.

Cesare Brandi, La pittura umbra del Duecento e del Trecento, Firenze, 1938-1939.

Pietro Toesca, Il Medioevo, UTET, Torino, 1927.

Joseph Archer Crowe, Giovanni Battista Cavalcaselle, Storia della pittura in Italia, Le Monnier, Firenze, 1864-1866.

Luigi Lanzi, Storia pittorica della Italia, Bassano, 1795-1796.

Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Giunti, Firenze, 1568.

Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Jacopo Torriti, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.