Guariento di Arpo

 

 

 

 

 

 

Padova, 1310 circa o poco prima - morto entro il 1370; documentato dal 1338 al 1367

 

 

 

 

Guariento di Arpo è una delle personalità decisive della pittura padovana del Trecento. La sua attività si sviluppa tra Padova, l’area carrarese, Venezia e alcuni centri dell’Italia nord-orientale, in un momento nel quale l’eredità di Giotto viene assimilata entro un linguaggio più elegante, lineare e cortese. La sua opera segna un passaggio importante fra la memoria giottesca della Padova degli Scrovegni, la cultura riminese attiva agli Eremitani, il gusto gotico della corte dei Carraresi e le grandi imprese pubbliche della Venezia trecentesca.[1]

Le notizie biografiche sono scarse ma sufficienti a delineare un profilo storico abbastanza saldo. Il primo documento certo è del 9 luglio 1338: Guariento appare a Padova, nella chiesa degli Eremitani, durante una riunione del capitolo. Il documento lo dichiara nativo di Padova, figlio del fu Arpo, e lo indica già come magister, quindi pittore formato. La nascita viene generalmente collocata intorno al 1310 o poco prima, con la possibilità di anticiparla di qualche anno.[2]

La residenza padovana è ricordata in rapporto alla contrada del Duomo e a piazza dei Legni, corrispondente all’attuale piazza Cavour. La famiglia doveva appartenere a un ambiente socialmente agiato: nel 1354 il padre Arpo è ricordato con il titolo di dominus, e la zona in cui il pittore abitava era legata ai fondachi dei panni e all’economia della lana. Alcuni beni posseduti a Piove di Sacco hanno spinto parte della critica a ipotizzare un’origine familiare o personale in quell’area, pur rimanendo Padova il dato documentario più solido.[3]

La formazione avvenne verosimilmente a Padova, in una città segnata dalla presenza di Giotto e dalla vitalità dei cantieri degli Eremitani. La presenza di Giuliano e Pietro da Rimini intorno al 1324 nella chiesa agostiniana offriva un ulteriore tramite per il giottismo adriatico. Guariento recepì questi stimoli senza irrigidirsi in una replica dei modelli: le sue figure acquistano presto una linea più sottile, una cromia schiarita, un gusto ornamentale più prezioso e una tensione espressiva vicina al gotico.[4]

La prima opera generalmente riconosciuta è la grande Croce dipinta del Museo Civico di Bassano del Grappa, proveniente dalla chiesa di San Francesco e firmata dall’artista. La tavola reca anche il nome della committente, Maria dei Bovolini, e viene oggi spesso collocata intorno al 1332. La composizione deriva dai modelli giotteschi nella resa del corpo di Cristo e nei tabelloni laterali, ma il panneggio, la vibrazione luminosa e il colore rivelano già una sensibilità più gotica e cortese.[5]

Nel 1338, anno del primo documento, può essere collocata anche la decorazione della seconda cappella a destra nella chiesa degli Eremitani, oggi rovinatissima. Restano soprattutto figure di sante nel sottarco, segnate da un contorno finissimo e da timbri cromatici preziosi. L’opera testimonia l’ingresso del pittore nel grande contesto agostiniano padovano, dove la memoria giottesca, la cultura riminese e le nuove esigenze devozionali convivevano in un ambiente figurativo molto fertile.[6]

Il Polittico dell’Incoronazione, datato 1344 e proveniente dalla parrocchiale di Piove di Sacco, oggi duomo, è una tappa decisiva. Conservato al Norton Simon Museum di Pasadena, fu commissionato dall’arciprete Alberto, in rapporto con l’ambiente carrarese. La tavola centrale con l’Incoronazione della Vergine e gli scomparti laterali con Storie di Cristo traducono il giottismo padovano in una lingua più asciutta, nervosa e luminosa, con colori preziosi e una linea di contorno di grande delicatezza.[7]

In quest’opera la pittura di Guariento mostra una maturità ormai autonoma. Le figure mantengono una consistenza plastica derivata dalla tradizione padovana, mentre la superficie si alleggerisce in ritmi gotici. L’oro, i troni, i fondi, i panneggi e le architetture non funzionano soltanto come ornamento, ma ordinano la visione secondo una gerarchia liturgica chiara. L’Incoronazione stabilisce anche il rapporto con i Carraresi, destinato a diventare uno dei fili principali della sua carriera.

Intorno al 1351 l’artista appare in rapporto con una commissione ufficiale di Francesco I da Carrara, detto il Vecchio: la decorazione delle tombe di Ubertino e Jacopo II da Carrara nella chiesa di Sant’Agostino a Padova. Le tombe, scolpite da Andriolo de Santi, furono poi trasferite agli Eremitani dopo la distruzione della chiesa. Della decorazione pittorica restano frammenti, fra cui un’Incoronazione della Vergine con due offerenti agli Eremitani e una testa maschile a Innsbruck. Il ciclo attestava la centralità della pittura nella memoria dinastica carrarese.[8]

La cappella privata della Reggia Carrarese rappresenta uno dei momenti più alti della sua attività. I Musei Civici di Padova conservano ventinove tavole con gerarchie angeliche provenienti dalla decorazione realizzata da Guariento per quel luogo. La decorazione fu probabilmente eseguita entro il 1354, anno della visita del futuro imperatore Carlo IV, ospite dei Carraresi. Le tavole dovevano raccordare il soffitto con gli affreschi sottostanti, entro una carpenteria gotica di forte effetto scenografico.[9]

Gli Angeli della Reggia Carrarese sono fra le immagini più celebri della pittura padovana trecentesca. Armati, seduti, coronati, disposti in gruppi cerimoniali, portano lance, scudi, globi, gigli, flabelli e altri attributi. L’identificazione delle gerarchie non è sempre univoca, come ricordano i Musei Civici, ma il senso complessivo è chiarissimo: una corte celeste rispecchia la corte terrena dei Carraresi. La pittura diventa linguaggio di potere, devozione e raffinatezza aristocratica.[10]

Dal punto di vista stilistico, gli Angeli mostrano il suo pieno ingresso nel gusto gotico. La tradizione veneziana e padovana si fonde con una nuova eleganza cortese: i volti sono delicati, le vesti si aprono in pieghe ritmiche, le superfici sono ornate con cura, il colore si fa luminoso e prezioso. Padova Musei definisce queste tavole come pittura cortese, elegante e raffinata, perfettamente accordata alle esigenze della signoria carrarese.[11]

Il ciclo della Reggia era più ampio delle sole tavole angeliche oggi musealizzate. La cappella conserva ancora affreschi con episodi dell’Antico Testamento, mentre altre parti andarono perdute o furono staccate dopo le trasformazioni settecentesche dell’edificio. La decorazione doveva combinare storia sacra, visione celeste e celebrazione dinastica, in una sintesi fra palazzo, cappella e propaganda signorile. Guariento dimostra qui una capacità rara di adattare la pittura a uno spazio di corte.[12]

Il rapporto con Venezia si intensificò negli anni Sessanta. Nel 1361 circa egli dipinse Virtù a monocromo nell’abside della basilica dei Santi Giovanni e Paolo, originariamente collegate alla tomba del doge Giovanni Dolfin. La presenza a Venezia mostra la fama raggiunta dal pittore padovano e il riconoscimento ottenuto in un contesto figurativo molto diverso, dominato da committenze pubbliche, memorie dogali e tradizioni ancora fortemente bizantineggianti.[13]

Nel 1365, sotto il dogato di Marco Corner, gli fu affidata la grande decorazione della Sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale. L’opera, nota come Paradiso o Incoronazione della Vergine davanti alle gerarchie celesti, costituiva una delle maggiori imprese pittoriche pubbliche dell’Italia trecentesca. Gravemente danneggiata dall’incendio del 1577 e poi occultata dal grande Paradiso di Tintoretto e bottega, venne riscoperta in frammenti e resta documento decisivo per la presenza di Guariento a Venezia.[14]

Il Paradiso veneziano riprende e amplifica il tema celeste già sperimentato nella Reggia Carrarese. La Vergine incoronata, Cristo e le gerarchie angeliche erano chiamati a occupare il cuore politico della Repubblica, la sala nella quale si riuniva il Maggior Consiglio. La pittura agiva quindi come immagine di ordine, giustizia e protezione celeste della città. In questa impresa il maestro padovano portò a Venezia un modello di grande decorazione cortese e teologico-politica.[15]

La sua produzione su tavola comprende anche Madonne, trittici e piccoli complessi devozionali. Treccani ricorda, per la fase del sesto decennio, la Madonna dell’Umiltà del Getty Museum, la Madonna col Bambino del Metropolitan Museum of Art e altri dipinti nei quali i troni cosmateschi, il fondo oro e la linea sottile rivelano la vocazione cortese della maturità. Queste opere affiancano le grandi commissioni pubbliche e mostrano la capacità del pittore di lavorare anche per una devozione più raccolta.[16]

Nel percorso di Guariento il tema mariano assume forme diverse: Croce dipinta, Incoronazione, Madonna dell’Umiltà, Madonna in trono, Paradiso. La Vergine diventa presenza liturgica, immagine dinastica, figura di intercessione e centro della corte celeste. La continuità del tema non genera ripetizione meccanica: il pittore lo adatta a luoghi e funzioni differenti, dalla chiesa francescana alla cappella signorile, dal polittico provinciale alla sala del governo veneziano.

Il linguaggio del pittore è stato spesso definito come un ponte tra Giotto e Altichiero. La vecchia Enciclopedia Italiana ne sottolineava il ruolo di anello di congiunzione nella pittura padovana, fra il giottismo e la generazione più tarda. La formula conserva utilità, purché sia letta in modo dinamico: Guariento non è soltanto passaggio intermedio, ma interprete originale di una cultura che trasforma la solidità giottesca in eleganza gotica, luce, linearismo e invenzione cortese.[17]

La sua eredità fu notevole. A Padova contribuì alla costruzione di un linguaggio signorile che preparò l’ambiente di Giusto de’ Menabuoi, Altichiero e Jacopo Avanzi. A Venezia il Paradiso fornì un precedente importante per le immagini celesti della Repubblica e venne ricordato anche dopo le trasformazioni della Sala del Maggior Consiglio. Le sue gerarchie angeliche continuarono a offrire un repertorio di forme, atteggiamenti e attributi per la pittura veneta e adriatica.[18]

La fortuna critica moderna passa attraverso Moschini, Fiocco, Bettini, Pallucchini, Flores d’Arcais, Lucco, Spiazzi, Bellinati, Sgarbi e gli studi recenti sulla Padova carrarese e su Padova Urbs Picta. Il restauro, il recupero dei frammenti, la valorizzazione della Reggia Carrarese e delle tavole dei Musei Civici hanno dato alla figura di Guariento una centralità più chiara. Oggi il pittore appare come uno dei protagonisti della trasformazione gotica della pittura padovana.[19]

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Guariento di Arpo va collocato fra i maggiori maestri dell’Italia nord-orientale. La Croce di Bassano, il Polittico di Piove di Sacco, la decorazione delle tombe carraresi, gli Angeli della Reggia, le Virtù veneziane e il Paradiso di Palazzo Ducale delineano una carriera di grande respiro. La sua opera unisce chiesa, corte e governo; Giotto, Rimini e Venezia; pittura su tavola, affresco e decorazione monumentale. In questa sintesi risiede la sua importanza storica.[20]

 

 

A.R.

 

Note

[1]

Treccani, Enciclopedia dell’Arte Medievale, lo definisce pittore documentato dal 1338 al 1367, di origine padovana e forse legato a Piove di Sacco; la morte è posta entro il 1370.

[2]

Il primo documento certo è del 9 luglio 1338 e lo dichiara nativo di Padova, figlio del fu Arpo.

[3]

Il Dizionario Biografico Treccani ricorda la residenza in contrada del Duomo, piazza dei Legni, e l’ipotesi di un ambiente familiare legato all’arte della lana.

[4]

La formazione è posta da Treccani nel contesto padovano segnato da Giotto e dalla presenza agli Eremitani di Giuliano e Pietro da Rimini.

[5]

La Croce di Bassano, proveniente da San Francesco, è firmata da Guariento e ricorda la committente Maria dei Bovolini; la cronologia viene oggi spesso anticipata intorno al 1332.

[6]

Gli affreschi della seconda cappella a destra degli Eremitani sono ricordati da Treccani come testimonianza precoce e ormai molto rovinata.

[7]

Il Polittico dell’Incoronazione, datato 1344 e proveniente da Piove di Sacco, è oggi al Norton Simon Museum di Pasadena.

[8]

Treccani collega intorno al 1351 la decorazione delle tombe di Ubertino e Jacopo II da Carrara nella chiesa di Sant’Agostino a Padova.

[9]

Padova Musei ricorda che le ventinove tavole con gerarchie angeliche conservate nei Musei Civici facevano parte della decorazione della cappella privata della Reggia Carrarese.

[10]

La ricostruzione della collocazione delle tavole angeliche nella cappella è indicata da Padova Musei come ipotesi credibile, con Madonna, Bambino ed Evangelisti sul soffitto e gerarchie angeliche nel raccordo con gli affreschi.

[11]

Padova Musei definisce il ciclo della Reggia Carrarese una pittura cortese, elegante e raffinata, adeguata alla signoria dei Carraresi.

[12]

La decorazione della cappella della Reggia Carrarese venne probabilmente eseguita entro il 1354, anno della visita del futuro imperatore Carlo IV.

[13]

Treccani ricorda le Virtù a monocromo eseguite nel 1361 circa nell’abside dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia, in rapporto con la tomba del doge Dolfin.

[14]

Nel 1365 Guariento ricevette l’incarico per la grande decorazione della Sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale a Venezia.

[15]

Il Paradiso veneziano, gravemente danneggiato dall’incendio del 1577, resta una delle maggiori imprese pubbliche del pittore.

[16]

Treccani ricorda fra le opere mature la Madonna dell’Umiltà del Getty Museum e la Madonna col Bambino del Metropolitan Museum of Art.

[17]

L’Enciclopedia Italiana Treccani definisce Guariento un anello di congiunzione nella pittura padovana fra Giotto e Altichiero.

[18]

Le gerarchie angeliche e il Paradiso veneziano ebbero ampia risonanza nella pittura veneta successiva.

[19]

La fortuna critica moderna comprende Moschini, Fiocco, Bettini, Pallucchini, Flores d’Arcais, Lucco, Spiazzi, Bellinati e gli studi recenti su Padova carrarese.

[20]

Guariento è centrale per la pittura padovana e veneta del secondo Trecento, fra giottismo, gotico cortese e committenza signorile.

 

 

 

 

Bibliografia

Marco Bussagli, Guariento di Arpo, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, voce online.

Francesca Flores d’Arcais, Guariento di Arpo, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1996.

Francesca Flores d’Arcais, Guariento, Neri Pozza, Venezia, 1965.

Francesca Flores d’Arcais, Padova, in La pittura nel Veneto. Il Trecento, a cura di M. Lucco, Electa, Milano, 1992.

Mauro Lucco, a cura di, La pittura nel Veneto. Il Trecento, Electa, Milano, 1992.

Anna Maria Spiazzi, Guariento e la Reggia Carrarese, in studi sulla pittura padovana del Trecento, Padova, 1990 circa.

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Sergio Bettini, La pittura padovana del Trecento, Neri Pozza, Venezia, 1960.

Giuseppe Fiocco, Guariento, in Dedalo, Milano, 1920 circa.

Giovanni Mariacher, Guariento e il Paradiso di Palazzo Ducale, in studi sulla pittura veneziana del Trecento, Venezia, 1960 circa.

Vittorio Sgarbi, Guariento e Padova carrarese, in cataloghi e studi sul Trecento padovano, Padova, 1990 circa.

Carlo Semenzato, Il Palazzo della Ragione e la Padova carrarese, Padova, 1970 circa.

Pietro Toesca, Il Trecento, UTET, Torino, 1951.

Roberto Longhi, Giudizio sul Duecento e ricerche sul Trecento nell’Italia centrale, in Proporzioni, II, Firenze, 1948.

Andrea Moschetti, I danni ai monumenti e alle opere d’arte delle Venezie nella guerra mondiale, Venezia, 1929.

Giannantonio Moschini, Guida per la città di Padova, Padova, 1817.

Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Guariento di Arpo, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.