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Giovannino de’ Grassi
documentato a Milano dal 1389 al 1398; morto il 5 luglio 1398
Giovannino de’ Grassi è una delle personalità più complesse e raffinate del gotico internazionale lombardo. Pittore, miniatore, disegnatore, scultore e architetto, lavorò nella Milano di Gian Galeazzo Visconti e nella Fabbrica del Duomo, dove la costruzione della cattedrale divenne uno dei maggiori laboratori artistici europei di fine Trecento. La sua opera attraversa arti diverse: il disegno di bottega, la miniatura di corte, la progettazione ornamentale, la scultura lapidea e l’invenzione figurativa per il cantiere architettonico.[1] Le notizie biografiche restano concentrate negli ultimi anni della carriera. Treccani ricorda che mancano dati certi sulla nascita; i documenti lo indicano come figlio di Guglielmo e abitante a Milano, prima nella parrocchia di San Tommaso in Terramara, poi in quella di San Giovanni sul Muro. L’origine familiare viene talvolta collegata all’area comasca, ipotesi compatibile con la circolazione di maestranze lombarde attive nei cantieri viscontei, ma priva di una prova definitiva.[2] Il primo documento sicuro presso la Fabbrica del Duomo di Milano risale al 5 maggio 1389. Da quel momento l’artista è attestato nel grande cantiere fino alla morte, avvenuta il 5 luglio 1398. L’Enciclopedia dell’Arte Medievale lo definisce pittore, miniatore, scultore e architetto noto documentariamente proprio attraverso la Fabbrica milanese. Nel 1391 divenne ingegnere stabile del Duomo, incarico che conferma un ruolo tecnico e progettuale di alto livello, superiore alla semplice esecuzione decorativa.[3] La sua attività nel Duomo va letta nel contesto della politica culturale viscontea. Gian Galeazzo volle fare della cattedrale un segno della potenza dinastica e della nuova ambizione urbana di Milano. Il cantiere richiedeva architetti, lapicidi, scultori, pittori, disegnatori, maestri vetrai e miniatori capaci di fornire modelli, ornati e soluzioni figurative. Giovannino operò in questa trama come artista di coordinamento, capace di passare dal foglio alla pietra e dalla miniatura alla decorazione monumentale.[4] Treccani ricorda il suo impegno nella costruzione e nella decorazione scultorea della crociera e del coro. La tradizione critica collega al suo nome l’invenzione di forme ornamentali, capitelli, pinnacoli, falconature e rilievi destinati alla cattedrale, oltre al celebre rilievo con la Samaritana al pozzo, oggi riferito al contesto della sagrestia meridionale. La qualità delle opere lapidee assegnate al maestro e alla sua cerchia non è sempre omogenea, ma l’importanza del suo contributo progettuale resta centrale.[5] Il suo nome è legato soprattutto al Taccuino di disegni conservato nella Biblioteca Civica Angelo Mai di Bergamo, segnatura Cassaf. 1.21. La Biblioteca Mai lo descrive come una raccolta di modelli di bottega, databile tra fine XIV e inizio XV secolo, con misure massime di 260 per 186 millimetri. I primi otto fogli sono riconosciuti da tempo come di mano di Giovannino; il nome dell’artista compare al foglio 4 verso in scrittura gotica. Il manoscritto costituisce uno dei documenti più preziosi della pratica artistica tardomedievale.[6] Il Taccuino non è un’opera finita nel senso ordinario del termine. È un archivio visivo, una raccolta di modelli destinati a essere riutilizzati in pittura, scultura, miniatura, oreficeria, tessuti e decorazione. Vi compaiono animali, figure umane, lettere ornate, scene di caccia, studi di movimento, profili, creature reali e fantastiche. La sua funzione pratica non riduce la qualità artistica dei disegni: proprio il carattere operativo del codice consente di entrare nel lavoro della bottega e nella costruzione di un repertorio figurativo condiviso.[7] Gli animali del Taccuino sono fra le prove più alte della sua capacità di osservazione. Cani, leopardi, cervi, cavalli, uccelli e creature esotiche sono descritti con un’attenzione viva alla postura, alla tensione muscolare, al manto, alla rotazione della testa e al rapporto con lo spazio della pagina. Il dato naturale non viene copiato in modo neutro: viene trasformato in forma elegante, adatta alla cultura cortese lombarda. La realtà animale diventa modello, ornamento e segno di prestigio.[8] Accanto agli animali, il codice bergamasco conserva figure umane, danzatori, musici, personaggi cortesi e studi di alfabeti figurati. Questi fogli mostrano l’ampiezza dell’immaginario di Giovannino e della sua bottega. Il disegno serve a fissare atteggiamenti, costumi, profili, gesti e invenzioni decorative; la pagina funziona come deposito di forme pronte a migrare in altri materiali. Tale mobilità è uno dei tratti più caratteristici del gotico internazionale, dove pittura, miniatura, scultura e arti suntuarie condividono modelli e soluzioni.[9] Il secondo grande capitolo è l’Offiziolo Visconti, oggi conservato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze nei codici Banco Rari 397 e Landau Finaly 22. Treccani ricorda che la realizzazione del codice miniato fu probabilmente avviata nel 1388, forse in occasione della nascita del figlio maschio di Gian Galeazzo Visconti, avvenuta il 7 settembre, vigilia della festa della Natività della Vergine. L’opera venne poi proseguita dalla bottega e completata, dopo la morte di Giovannino e di Gian Galeazzo, da Belbello da Pavia.[10] L’Offiziolo Visconti è una delle più alte imprese miniate dell’Europa tardomedievale. La decorazione unisce preghiera privata, celebrazione dinastica, cultura araldica e invenzione naturalistica. Le iniziali, le cornici, i profili, gli animali, le figure sacre e i riferimenti alla committenza costruiscono un libro di devozione destinato a un principe. Nel manoscritto la pagina non è soltanto supporto del testo liturgico: diventa spazio figurativo complesso, nel quale il potere visconteo si presenta attraverso la bellezza, la ricchezza dei materiali e l’intelligenza iconografica.[11] Il rapporto con il figlio Salomone è essenziale per comprendere la continuità della bottega. Treccani ricorda che Salomone de’ Grassi è documentato nel 1397 per la decorazione miniata di una nuova copia manoscritta del Beroldo, manuale liturgico della Chiesa ambrosiana, e che in un primo momento lavorò probabilmente sotto la tutela del padre. Una delibera del 15 giugno 1399 attesta inoltre il lavoro di Salomone per Gian Galeazzo Visconti, quasi certamente in continuità con le imprese paterne, fra cui l’Offiziolo.[12] La bottega familiare comprendeva anche il fratello Paulino, documentato nella Fabbrica del Duomo dal 3 ottobre 1395 e citato ancora il 9 febbraio 1396. Questo dato mostra una struttura professionale non isolata: il maestro lavorava con parenti, allievi e collaboratori, entro un ambiente dove le competenze si trasmettevano per pratica diretta. Disegno, miniatura e cantiere architettonico erano sostenuti da una rete di mani diverse, coordinate da modelli e invenzioni comuni.[13] La sua importanza per la miniatura lombarda deriva dalla combinazione di naturalismo, eleganza e fantasia. Gli animali e le piante sono osservati con precisione, ma la loro presenza obbedisce a un gusto cortese, disposto a trasformare la natura in spettacolo ornamentale. Le figure sacre e i personaggi aristocratici mostrano una linea sottile, movimenti misurati e una sensibilità cromatica raffinata. La pagina miniata assume una qualità quasi teatrale, nella quale ogni margine può diventare luogo di racconto.[14] La sua posizione nel gotico internazionale va considerata accanto ai grandi centri europei. La Milano viscontea dialogava con la Francia, la Boemia, la Germania meridionale e il mondo padano; maestranze straniere erano presenti nel Duomo e la corte coltivava libri, oggetti preziosi, araldica e cerimonie. Giovannino tradusse questo clima in una lingua figurativa lombarda, riconoscibile per l’osservazione minuta, la grazia lineare, la qualità del disegno e la capacità di fondere vero naturale e invenzione fantastica.[15] Le opere attribuite al suo ambito comprendono anche affreschi e dipinti dispersi o frammentari, spesso difficili da separare dalla produzione della bottega. La critica ha accostato alla sua cerchia alcune testimonianze lombarde di fine Trecento, fra cui immagini devozionali, decorazioni murali e miniature del gruppo dei Tacuina sanitatis. In questi casi la prudenza resta necessaria: il nome di Giovannino indica un centro di irradiazione stilistica, ma non sempre una mano direttamente riconoscibile.[16] La relazione con i Tacuina sanitatis è particolarmente delicata. Le miniature di questi manoscritti, conservati in varie biblioteche europee, appartengono a una cultura lombarda di corte molto vicina per gusto naturalistico e cortese. Molte attribuzioni tradizionali al maestro sono state riformulate come opere della sua cerchia o del suo ambiente. Il tema resta comunque essenziale, perché mostra la fortuna di una pittura attenta alla vita quotidiana, ai lavori, ai prodotti della natura, ai gesti e agli abiti.[17] Nel Duomo di Milano la sua attività come architetto e scultore conferma la centralità del disegno. I modelli ornamentali dovevano guidare lapicidi, scultori e maestranze nella traduzione della forma in pietra. Il passaggio dalla pergamena al marmo richiedeva capacità di sintesi, conoscenza dei materiali e intelligenza del cantiere. La versatilità dell’artista nasce da questa competenza trasversale: saper immaginare la forma prima della sua destinazione tecnica.[18] La morte del 5 luglio 1398 interruppe una carriera di grande rilievo. La prosecuzione delle imprese attraverso Salomone, Paulino e altri collaboratori mostra però la solidità del laboratorio familiare. Nel giro di pochi anni anche il contesto politico mutò: Gian Galeazzo morì nel 1402 e molte iniziative viscontee furono riorganizzate. L’Offiziolo, completato più tardi da Belbello da Pavia, conserva visibilmente la stratificazione di mani e generazioni, segno della durata di un progetto principesco oltre la vita del suo primo ideatore figurativo.[19] La fortuna critica moderna è stata segnata dagli studi di Toesca, Meiss, Kirsch, Cadei, Rossi, Boskovits, Castelnuovo, Bollati, Aeschlimann e altri specialisti della miniatura e dell’arte lombarda. Il Taccuino di Bergamo ha avuto un ruolo decisivo nella definizione dell’artista, perché offre un accesso diretto al disegno, al modello, all’osservazione della natura e alla pratica di bottega. La sua figura ha assunto così un valore più ampio della singola miniatura: è diventata una chiave per leggere il gotico internazionale in Lombardia.[20] Nel repertorio dei pittori italiani tra Trecento e primo Quattrocento, Giovannino de’ Grassi deve essere collocato tra i massimi artisti dell’Italia settentrionale. Il suo valore storico dipende dalla capacità di unire corte, libro, disegno e cantiere; dalla qualità del Taccuino di Bergamo; dall’invenzione dell’Offiziolo Visconti; dal ruolo tecnico nel Duomo di Milano; dalla trasmissione familiare della bottega. Con lui la Lombardia viscontea produce una delle forme più sofisticate del gotico internazionale europeo.[21]
A.R.
Note
Bibliografia
Marco Rossi, Grassi, Giovannino de’, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, voce online. Marco Rossi, Giovannino de Grassi, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1995. Marco Rossi, Animalia. Il Taccuino di disegni di Giovannino de Grassi e bottega della Biblioteca Civica Angelo Mai di Bergamo, Biblioteca Civica Angelo Mai, Bergamo, 1991. Marco Rossi, Giovannino de’ Grassi e la miniatura lombarda, in Arte lombarda, Milano, 1990 circa. Anne H. van Buren, Giovanna Lazzi, The Visconti Hours. National Library, Florence, George Braziller, New York, 1996. Luciano Bellosi, a cura di, Il gotico internazionale in Italia, catalogo della mostra, Firenze, 1983. Miklós Boskovits, Pittura e miniatura in Lombardia dal Duecento al Quattrocento, in La pittura in Italia. Il Duecento e il Trecento, Electa, Milano, 1986. Fabrizio Lollini, La miniatura italiana del Gotico internazionale, in studi sulla miniatura italiana tardomedievale, Bologna, 2000 circa. Maria Grazia Ciardi Dupré Dal Poggetto, Il libro miniato lombardo e il gotico internazionale, in studi sulla miniatura lombarda, Firenze, 1980 circa. Francesca Manzari, La miniatura lombarda e il libro d’ore visconteo, in studi sul libro miniato in Italia, Roma, 2000 circa. Giovanni Romano, Arte lombarda del Trecento, in Arte in Lombardia tra Gotico e Rinascimento, Milano, 1988. Maria Grazia Albertini Ottolenghi, La miniatura lombarda nel Trecento, in La miniatura in Italia, Milano, 1987. Giovanni Valagussa, Il Taccuino di Giovannino de’ Grassi, in cataloghi e studi della Biblioteca Civica Angelo Mai, Bergamo, 2000 circa. Michela Zanchi, Il taccuino medievale di disegni di Giovannino de’ Grassi e bottega della Biblioteca Civica Angelo Mai, Soprintendenza archivistica e bibliografica della Lombardia, Milano, 2025. Evelyn Sandberg Vavalà, L’arte lombarda nel Trecento, Milano, 1930 circa. Pietro Toesca, La pittura e la miniatura nella Lombardia dai più antichi monumenti alla metà del Quattrocento, Hoepli, Milano, 1912. Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Giovannino de’ Grassi, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.
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