Giovanni di Francesco Toscani

 

 

 

 

Firenze, 1372 circa - Firenze, entro il 2 maggio 1430

 

 

 

 

Giovanni di Francesco Toscani, detto anche Giovanni Toscani, appartiene alla pittura fiorentina di passaggio tra il tardo Trecento e il primo Quattrocento. Nato intorno al 1372, si forma in un clima ancora segnato dalla tradizione orcagnesca, da Jacopo di Cione, da Niccolò di Pietro Gerini e dalla lunga eredità giottesca, ma lavora nella Firenze di Lorenzo Monaco, Gherardo Starnina, Lorenzo Ghiberti, Gentile da Fabriano, Masolino, Masaccio e Beato Angelico. La sua figura è quindi preziosa per comprendere la soglia fra gotico internazionale e prime ricerche rinascimentali.[1]

Il dato anagrafico si ricava dal Catasto fiorentino del 1427, nel quale gli ufficiali dichiararono che il pittore aveva cinquantacinque anni. Dalla portata presentata il 10 luglio dello stesso anno emergono alcune informazioni familiari: viveva a Firenze, nel gonfalone del Drago, quartiere di San Giovanni, con la moglie Niccolosa e i tre figli Lisa, Grazia e Domenico. Con loro abitava anche Francesco, figlio del fratello Domenico, anch’egli pittore. La bottega appare quindi radicata in una rete familiare cittadina.[2]

Il primo documento noto che nomina Toscani risale al 1404 e lo qualifica già come dipintore. La critica ha ipotizzato una partecipazione alla bottega di Lorenzo Ghiberti nella finitura dei bronzi della seconda porta del Battistero di Firenze: il dato resta ricostruito su basi stilistiche e documentarie indirette, ma aiuta a spiegare la sua attenzione per forme slanciate, pose eleganti, plasticità delle figure e soluzioni compositive vicine alla scultura contemporanea.[3]

La sua posizione corporativa è anomala rispetto alla prassi più consueta dei pittori fiorentini. Nel 1422 risulta membro dell’arte dei legnaioli e nel 1424 ne fu tesoriere; fra 1415 e 1420 appare anche in rapporto con l’arte dei chiavaiuoli. Nel 1420 il suo nome è registrato tra gli arroti della Compagnia di San Luca, alla quale si iscrisse poi nel 1424. Questi dati confermano un’attività vicina alla produzione di cassoni e arredi dipinti, settore nel quale il pittore ebbe un ruolo di primo piano.[4]

L’unico lavoro noto e documentato con sicurezza è la decorazione della cappella Ardinghelli in Santa Trinita a Firenze, dedicata a san Nicola. Giovanni ricevette da Piero di Neri Ardinghelli due pagamenti, il 2 dicembre 1423 e il 12 dicembre 1424. Restano due affreschi frammentari nella cappella, con Cristo in pietà tra la Vergine e san Giovanni Evangelista dolenti e San Nicola in gloria, mentre numerosi scomparti della pala d’altare sono oggi divisi fra la Walters Art Gallery di Baltimora, la Galleria dell’Accademia di Firenze, il Philadelphia Museum of Art e collezioni private.[5]

La cappella Ardinghelli costituisce il punto fermo per leggere il suo stile. Nei frammenti ad affresco e negli scomparti superstiti della pala si riconoscono un gusto tardogotico morbido, una materia cromatica tenera, figure allungate e un’attenzione alla grazia del gesto. La vicinanza a Masolino appare evidente nella dolcezza dei volti e nella ricerca di uno spazio più respirato; l’influsso ghibertiano emerge invece nella linea elegante, nella calibratura dei movimenti e nella raffinatezza delle superfici.[6]

Tra le opere collegate alla cappella Ardinghelli rientrano gli scomparti oggi alla Galleria dell’Accademia di Firenze con le Stigmate di san Francesco e il miracolo di san Nicola. La scheda museale sottolinea proprio la possibile formazione presso Ghiberti e l’evidenza di tale influenza nelle soluzioni compositive, nei ritmi slanciati e nelle pose eleganti delle figure. Il tema di san Nicola, titolare della cappella, conferma il legame con la committenza Ardinghelli.[7]

Un secondo nucleo importante è formato dal Trittico dello Spedale degli Innocenti, databile fra 1410 e 1420. La Fondazione Zeri lo registra come opera attribuita a Giovanni Toscani, proveniente dallo Spedale di Orbatello e poi conservata al Museo degli Innocenti, con Madonna col Bambino, santi, Annunciazione, Cristo crocifisso, dolenti, Pietà e angeli. Il complesso mostra un pittore già maturo, capace di organizzare un’immagine complessa su due facce, con forte attenzione alla carpenteria e alla funzione devozionale.[8]

Il trittico degli Innocenti è utile per cogliere il rapporto fra pittura d’altare e cultura dell’assistenza. La provenienza dallo Spedale di Orbatello colloca l’opera in un ambiente di carità urbana, legato alla devozione e alla cura sociale. L’immagine sacra non agisce soltanto come ornamento liturgico: accompagna una comunità assistenziale e rende visibile una protezione religiosa continua. Toscani vi unisce eleganza tardogotica, chiarezza narrativa e una delicatezza affettiva che anticipa i lavori degli anni Venti.

Nel catalogo rientra anche la Madonna col Bambino oggi a Palazzo Vecchio, datata dal Catalogo generale dei beni culturali al 1422-1423 e già attribuita in alternativa a Rossello di Jacopo Franchi. L’opera, su tavola con carpenteria lignea dorata, conferma la vicinanza tra Toscani e Rossello, due pittori spesso accostati per la comune partecipazione al gotico fiorentino più tenero. La Vergine ha una presenza dolce e raccolta, sostenuta da un disegno elegante e da una cromia più calda rispetto alla linea più astratta di Lorenzo Monaco.[9]

Il rapporto con Rossello di Jacopo Franchi ha avuto peso nella fortuna attributiva dell’artista. I due condividono una cultura figurativa nutrita di Lorenzo Monaco e Starnina, ma Toscani mostra una maggiore attenzione alla scultura contemporanea e alla costruzione dello spazio. Questa differenza, segnalata dalla critica moderna, permette di distinguere la sua mano nelle opere in cui la dolcezza tardogotica convive con una struttura più salda, una maggiore concretezza dei corpi e un interesse più vivo per il racconto.[10]

Una parte rilevante della sua produzione riguarda i cassoni dipinti. Lo stesso pittore, nella portata catastale del 1427, si definisce cofanaio, e questa indicazione spiega bene la sua iscrizione all’arte dei legnaioli. I cassoni erano oggetti di arredo nuziale, destinati alle case delle famiglie fiorentine, con scene mitologiche, storiche, letterarie o cortesi. In essi il pittore sperimenta spazi più ampi, cortei, architetture e gruppi di figure, contribuendo a una forma di narrazione profana molto viva nel primo Quattrocento.[11]

Treccani ricorda, fra i cassoni più significativi, la Festa di gentiluomini della Gemäldegalerie di Berlino e il Ninfale fiesolano del Bowdoin College Museum of Art, databili non oltre il 1420 circa. Queste opere mostrano un pittore ricettivo verso le novità spaziali e narrative del tempo. Le architetture, i giardini, le figure cortesi e la disposizione dei gruppi rivelano un’attenzione crescente alla scena come luogo abitabile, non soltanto come superficie decorata.[12]

La ricostruzione del catalogo moderno nasce da una vicenda critica complessa. Richard Offner aveva riunito un gruppo di opere sotto il nome convenzionale di Maestro della Crocifissione Griggs; Luciano Bellosi, nel 1966, riconobbe in quel maestro la personalità anagrafica di Giovanni di Francesco Toscani, collegando il corpus agli affreschi della cappella Ardinghelli. La Crocifissione Griggs, opera eponima, è oggi generalmente riferita alla prima attività del Beato Angelico; molte altre tavole del gruppo offneriano sono invece attribuite a Toscani.[13]

Questa vicenda mostra bene la difficoltà di costruire il percorso di un pittore documentato quasi soltanto negli ultimi anni della carriera. Nato nel 1372 circa, Giovanni dovette formarsi entro la cultura figurativa del tardo Trecento, ma le opere riconoscibili si concentrano soprattutto dal primo decennio del Quattrocento alla morte. Per questa ragione il suo stile conserva memoria di Jacopo di Cione e dei modelli neogiotteschi, mentre accoglie gradualmente Lorenzo Monaco, Starnina, Ghiberti, Masolino e le prime novità masaccesche.[14]

Negli anni Venti il pittore appare molto attento agli stimoli arrivati a Firenze. Treccani segnala nel Polittico e negli affreschi Ardinghelli influenze ghibertiane, insieme a una adesione alle ricerche naturalistiche di Arcangelo di Cola e Gentile da Fabriano, presenti in città in quegli anni. Il suo linguaggio si fa più mobile e più aggiornato, aperto alla luminosità, alla grazia cortese e a una rappresentazione più coerente dello spazio, senza perdere il gusto tenero e narrativo della formazione tardogotica.[15]

Un documento del 1427 ricorda una tavoletta d’altare eseguita tre anni prima per Guidantonio da Montefeltro. Treccani segnala la possibilità di identificarla con l’Annunciazione della Georgetown University di Washington, pur registrando anche ipotesi alternative. Il dato è importante perché apre il catalogo dell’artista al rapporto con lo Stato di Urbino e con una committenza signorile. Il viaggio nel Montefeltro sarebbe da collocare fra la fine del 1424 e il luglio 1427, quando il pittore è documentato a Firenze.[16]

Alla fase tarda viene collegato anche il Polittico Nevin, proveniente da San Girolamo a Gubbio e oggi in collezione privata tedesca a Schloss Crottorf. L’opera è stata considerata uno dei risultati più alti dell’artista e mostra un’evoluzione verso forme più calme, più ampie, sensibili al clima del primo Rinascimento. L’eventuale rapporto con Gubbio e con i territori dei Montefeltro rafforza l’immagine di un pittore fiorentino capace di lavorare fuori città per committenze di alto livello.[17]

Fra gli ultimi lavori Treccani colloca l’Annunciazione oggi nella sagrestia nuova di San Giovanni in Laterano a Roma, forse proveniente da Firenze, e tre scomparti con Storie dell’infanzia di Cristo conservati tra Melbourne e Philadelphia, affini alla stessa tavola e forse parte della sua predella. In queste opere si avverte un avvicinamento alle novità rinascimentali più morbide, forse filtrate attraverso Masolino. La pittura resta tardogotica nella grazia, ma accoglie una spazialità più articolata e una narrazione più ampia.[18]

Giovanni di Francesco Toscani morì a Firenze entro il 2 maggio 1430, giorno in cui fu sepolto nella cattedrale di Santa Maria del Fiore. Dopo la morte, il Codice Magliabechiano lo ricordò tra gli allievi di Agnolo Gaddi; Vasari lo giudicò il migliore fra i discepoli di Giottino e lo disse aretino, costruendo una biografia oggi ritenuta contraddittoria. La storiografia moderna ha restituito la sua identità fiorentina e il suo ruolo nella pittura premaseccesca.[19]

Nel repertorio dei pittori italiani tra tardo Trecento e primo Quattrocento, Giovanni di Francesco Toscani va collocato come figura di raccordo. La sua importanza nasce dalla posizione cronologica e dalla varietà dei generi: pale d’altare, affreschi, tavole devozionali, cassoni, opere per ospedali, cappelle familiari e committenze signorili. La sua pittura unisce dolcezza tardogotica, attenzione alla scultura di Ghiberti, ricezione di Gentile da Fabriano e Masolino, e una sensibilità narrativa che prepara il terreno alla Firenze degli anni Trenta.[20]

 

A.R.

 

 

 

Note

[1]

Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, indica la nascita intorno al 1372, ricavata dal Catasto fiorentino del 1427.

[2]

Nel Catasto del 1427 il pittore viveva nel gonfalone del Drago, quartiere di San Giovanni, con la moglie Niccolosa, i figli Lisa, Grazia e Domenico, e il nipote Francesco.

[3]

Il primo documento noto che lo nomina è del 1404; Bellosi propose il rapporto con la bottega di Lorenzo Ghiberti per la seconda porta del Battistero di Firenze.

[4]

Treccani registra l’appartenenza all’arte dei legnaioli nel 1422, la carica di tesoriere nel 1424, il rapporto con l’arte dei chiavaiuoli fra 1415 e 1420 e la presenza nella Compagnia di San Luca.

[5]

La decorazione della cappella Ardinghelli in Santa Trinita è l’unico lavoro noto e documentato con pagamenti del 1423 e del 1424.

[6]

La cappella conserva i frammenti ad affresco con Cristo in pietà tra la Vergine e san Giovanni Evangelista dolenti e San Nicola in gloria; altri scomparti sono dispersi fra musei e collezioni.

[7]

La Galleria dell’Accademia di Firenze collega gli scomparti con le Stigmate di san Francesco e il miracolo di san Nicola al polittico Ardinghelli e sottolinea l’influenza di Ghiberti.

[8]

Fondazione Zeri registra il trittico dello Spedale degli Innocenti, già nello Spedale di Orbatello, come opera attribuita a Giovanni Toscani e databile al 1410-1420 circa.

[9]

Il Catalogo generale dei beni culturali registra la Madonna col Bambino di Palazzo Vecchio come opera di Giovanni Toscani, databile al 1422-1423.

[10]

Il confronto con Rossello di Jacopo Franchi è ricorrente nella storiografia moderna e nella storia attributiva delle opere.

[11]

La definizione di cofanaio nel Catasto del 1427 spiega l’attività di decoratore di cassoni e l’iscrizione all’arte dei legnaioli.

[12]

Treccani cita la Festa di gentiluomini di Berlino e il Ninfale fiesolano del Bowdoin College Museum of Art come cassoni dipinti databili entro il 1420 circa.

[13]

Offner riunì il primo gruppo sotto il nome convenzionale di Maestro della Crocifissione Griggs; Bellosi identificò quel maestro con Giovanni di Francesco Toscani nel 1966.

[14]

La Crocifissione Griggs è oggi generalmente riferita alla prima attività del Beato Angelico, mentre il resto del gruppo offneriano è in larga parte assegnato a Toscani.

[15]

Treccani sottolinea negli anni Venti l’attenzione dell’artista per Ghiberti, Arcangelo di Cola e Gentile da Fabriano.

[16]

La tavoletta d’altare per Guidantonio da Montefeltro è ricordata nella portata catastale del 1427 e potrebbe corrispondere all’Annunciazione della Georgetown University.

[17]

Il Polittico Nevin, proveniente da San Girolamo a Gubbio, è stato collegato alla fase tarda del pittore.

[18]

L’Annunciazione di San Giovanni in Laterano e gli scomparti con Storie dell’infanzia di Cristo sono riferiti da Treccani alla fase estrema.

[19]

La morte avvenne entro il 2 maggio 1430, data della sepoltura in Santa Maria del Fiore.

[20]

Giovanni di Francesco Toscani è rilevante per la pittura fiorentina premasaccesca e per il passaggio fra gotico internazionale e primo Rinascimento.

 

 

 

Bibliografia

 

Lorenzo Sbaraglio, Toscani, Giovanni di Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 96, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2019.

Lorenzo Sbaraglio, Il trittico dello Spedale degli Innocenti di Giovanni di Francesco Toscani, in L’Ospedale di Orbatello. Carità e arte a Firenze, a cura di C. De Benedictis e C. Milloschi, Polistampa, Firenze, 2015.

Lorenzo Sbaraglio, Giovanni di Francesco Toscani, in Bagliori dorati. Il Gotico internazionale a Firenze 1375-1440, catalogo della mostra, Giunti, Firenze, 2012.

Lorenzo Sbaraglio, Alcune osservazioni su Giovanni di Francesco Toscani: il Polittico Nevin e la tarda attività, in Intorno a Lorenzo Monaco. Nuovi studi sulla pittura tardogotica, a cura di D. Parenti e A. Tartuferi, Sillabe, Livorno, 2007.

Lorenzo Sbaraglio, Giovanni di Francesco Toscani, in Gentile da Fabriano e l’altro Rinascimento, catalogo della mostra, Electa, Milano, 2006.

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Miklós Boskovits, Appunti sugli inizi di Masaccio e sulla pittura fiorentina del suo tempo, in Masaccio e le origini del Rinascimento, catalogo della mostra, Skira, Milano, 2002.

Annamaria Padoa Rizzo, Sul polittico della cappella Ardinghelli in Santa Trinita, di Giovanni Toscani, in Antichità viva, XXI, 1, Firenze, 1982.

Luciano Bellosi, Due note per la pittura fiorentina di secondo Trecento, in Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, XVII, Firenze, 1973.

Luciano Bellosi, Il Maestro della Crocifissione Griggs: Giovanni Toscani, in Paragone, XVII, 193, Firenze, 1966.

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Richard Offner, The Mostra del Tesoro di Firenze Sacra - II, in The Burlington Magazine, LXIII, London, 1933.

Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Giunti, Firenze, 1568.

Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Giovanni di Francesco Toscani, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.