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Giovanni di Bartolomeo Cristiani
Pistoia, documentato dal 1347? al 1398; morto probabilmente intorno al 1400
Giovanni di Bartolomeo Cristiani è una delle personalità più importanti della pittura pistoiese del secondo Trecento. La sua attività si svolge tra Pistoia, Firenze e Pisa, in un ambiente attraversato dall’eredità orcagnesca, dalla presenza di Nardo di Cione, Jacopo di Cione, Giovanni del Biondo, Niccolò di Tommaso e Antonio Vite, e da una tradizione cittadina già vivace nella prima metà del secolo. Il suo profilo permette di comprendere come Pistoia abbia elaborato, negli ultimi decenni del Trecento, una cultura figurativa autonoma, nutrita da rapporti costanti con Firenze e capace di una propria continuità locale.[1] Le prime notizie sono in parte problematiche. Treccani ricorda la possibile identificazione con un Giovanni da Pistoia che nel 1347 lavorava come garzone, macinando colori per Alessio d’Andrea e Buonaccorso di Cino nella cappella di San Iacopo del duomo pistoiese. La cautela resta necessaria, ma il dato, se accolto, porrebbe l’artista già in rapporto con uno dei luoghi più prestigiosi della città. Il padre potrebbe essere il pittore Bartolomeo di Vanni, documentato nel 1356.[2] Il primo punto fermo maturo risale al 1366. In quell’anno Giovanni si impegnò ad aiutare Nardo di Cione ogni volta che questi avesse lavorato fuori Firenze; nello stesso periodo sposò Margherita di Bonaccorso di Vantino e l’anno seguente nacque il figlio Bartolomeo, destinato anch’egli alla pittura. Il legame con Nardo indica un rapporto diretto con la cultura orcagnesca fiorentina, mentre la vicenda familiare mostra una bottega inserita stabilmente nel tessuto cittadino.[3] Nel 1367 dipinse una figura di San Iacopo nella lunetta esterna della cappella del Santo nel duomo di Pistoia. Nel 1369, secondo una notizia non pienamente sicura, avrebbe affrescato insieme con Giovanni di Balduccio la volta dell’atrio della cattedrale. Questi interventi, oggi perduti o difficilmente riconoscibili, confermano il rapporto privilegiato con il principale cantiere religioso pistoiese, dove la memoria civica del santo patrono e il prestigio dell’altare d’argento concentravano risorse, devozione e identità urbana.[4] L’opera cardine del catalogo è la pala con San Giovanni Evangelista in trono e storie della sua vita, conservata nella chiesa di San Giovanni Fuorcivitas a Pistoia. La Fondazione Zeri registra l’opera come tavola, firmata, datata 1370 e attribuita a Giovanni di Bartolomeo Cristiani per firma. La composizione riunisce la figura monumentale dell’evangelista e una sequenza narrativa dedicata agli episodi della sua vita, secondo una formula che unisce devozione, didattica visiva e memoria del santo titolare.[5] La pala di San Giovanni Fuorcivitas mostra il carattere più riconoscibile del pittore. La figura centrale conserva una solennità orcagnesca, con corpo compatto, trono frontale e forte valore iconico; le storie laterali animano la superficie con episodi minuti, gesti, architetture e personaggi secondari. La pittura pistoiese si avvicina qui alla chiarezza narrativa fiorentina, ma mantiene una materia cromatica più densa e un gusto per la caratterizzazione fisionomica che diventerà uno dei tratti della sua maturità.[6] Nel 1374 Giovanni fece parte del Consiglio degli anziani della città. Il dato, ricordato da Treccani, segnala una posizione pubblica di rilievo, rara per un pittore e utile per comprendere il prestigio raggiunto. L’artista non fu soltanto un operatore di bottega: apparteneva alla vita civica pistoiese, partecipava agli organismi cittadini e lavorava per chiese, confraternite, cantieri religiosi e committenti di rango.[7] Un capitolo importante riguarda il polittico oggi smembrato fra il Museo Bandini di Fiesole, il Museo Puškin di Mosca e l’Ermitage di San Pietroburgo. Federico Zeri ne propose la ricostruzione nel 1961, collegando i Santi Bartolomeo e Domenico del Museo Bandini ai Santi Romualdo o Benedetto e Andrea dell’Ermitage e alla Madonna col Bambino e angeli del Puškin. La ricostruzione ha permesso di restituire unità a un complesso disperso e di definire meglio la fase centrale dell’artista.[8] I Musei di Fiesole ricordano che i due pannelli Bandini erano inventariati all’inizio dell’Ottocento come scuola fiorentina del XIV secolo e che Richard Offner, nel 1956, vi riconobbe la mano di Giovanni di Bartolomeo Cristiani, per affinità con le opere firmate. La successiva proposta di Zeri ha trasformato due frammenti isolati in parti di un polittico più ampio. Le figure sono monumentali, addolcite da contorni morbidi e da una cromia delicata, con decorazioni a motivi dorati sulle stoffe.[9] Gli studi recenti hanno proposto di collegare il polittico smembrato alla committenza di Bartolomeo Franchi e al monastero olivetano di San Benedetto a Pistoia, consacrato nel 1380. La presenza dei santi onomastici dei fratelli Andrea e Bartolomeo Franchi, insieme ai patroni dei rispettivi ordini, offre un argomento iconografico forte. In questa lettura, la pala avrebbe ornato l’altare maggiore della chiesa del monastero, diventando testimonianza della rete di committenze ecclesiastiche che sosteneva la pittura pistoiese.[10] La fase degli anni Ottanta è documentata da lavori oggi perduti o frammentari. Nel 1380 dipinse un’Adorazione dei Magi sopra la porta centrale della chiesa di San Domenico a Pistoia, ricordata ancora in condizioni deteriorate agli inizi del Novecento e poi scomparsa. Nel 1381 fu a Pisa, dove decorò insieme con Antonio di Borghese la facciata delle case dei Famigliati in via Santa Maria e dipinse stendardi, pagati per suo conto alcuni anni dopo. Fra 1387 e 1388 ricevette compensi per lavori nel duomo e nel palazzo degli Anziani di Pistoia.[11] Il rapporto con Pisa aggiunge un elemento significativo al suo profilo. La città conservava una tradizione figurativa forte, segnata dal Camposanto, dalle imprese domenicane e francescane, e da una circolazione di maestri toscani e adriatici. Giovanni vi lavorò come pittore di facciate e di stendardi, cioè in generi di grande visibilità pubblica. La sua attività non si limitò dunque alla pala d’altare, ma comprese immagini urbane, devozionali e cerimoniali. Nel 1390 firmò il trittico già nell’oratorio dei Nerli alla rocca di Montemurlo, oggi in collezione privata a Biella, con la formula Iohnes Barthalomei de Pistorio fecit. L’opera, radicalmente ridipinta, conserva comunque valore documentario, perché attesta l’attività dell’artista fuori Pistoia e la continuità di commissioni nel territorio pratese. Treccani vi riconosce un allungamento delle figure e una perdita della compattezza volumetrica dei primi prodotti, segni di una moderata apertura verso formule tardogotiche.[12] Nel 1395 ricevette l’incarico di presentare un disegno per il compimento della parte terminale dell’altare d’argento di San Iacopo nel duomo di Pistoia. Questo dato è particolarmente interessante perché documenta una competenza progettuale applicata a un oggetto di oreficeria monumentale. Una lettera di Agnolo Gaddi ricorda inoltre che Giovanni, pittore di Pistoia, intagliava figure. La sua attività poteva quindi toccare la progettazione, la pittura e forse l’intaglio, secondo una pratica ancora fluida delle arti figurative tardomedievali.[13] L’ultima grande impresa documentata è la decorazione dell’oratorio dei Rossi, o dei Disciplinati di Santa Maria dei Servi, a Pistoia, eseguita fra 1396 e 1398. Treccani considera il carattere degli affreschi conservati coerente con la memoria archivistica e con l’evoluzione moderata dell’artista. In questa fase estrema si colloca anche il polittico firmato dell’Ermitage, con Madonna col Bambino, angeli musicanti e i santi Giacomo, Giovanni Battista, Nicola e Lorenzo.[14] La sua pittura matura accoglie gli stimoli fiorentini senza perdere la misura pistoiese. Le figure mantengono una certa compattezza, i volti acquistano espressioni più variate, la narrazione diventa più vivace, gli abiti e le superfici ornamentali si arricchiscono. La linea tarda, parallela a certe soluzioni di Agnolo Gaddi, introduce un maggior slancio verticale e una eleganza più morbida, ma il pittore conserva sempre una costruzione ordinata e una forte attenzione alla leggibilità devozionale.[15] La sua importanza storica riguarda anche il rapporto con la generazione successiva. Treccani collega alla fase estrema dell’artista il possibile avvio del Maestro della cappella Bracciolini, personalità di spicco nel primo Quattrocento pistoiese. Giovanni di Bartolomeo Cristiani appare così come uno degli snodi fra la stagione orcagnesca, il Trecento pistoiese maturo e le prime aperture tardogotiche locali.[16] La fortuna critica moderna è stata costruita da una serie di passaggi essenziali: Tolomei e Chiappelli per la memoria documentaria pistoiese; Bacci per la ricostruzione archivistica; Offner per il riconoscimento dei pannelli Bandini; Zeri per il polittico smembrato tra Fiesole, Mosca e San Pietroburgo; Boskovits e De Marchi per la definizione stilistica e il contesto pistoiese. Gli interventi recenti dei Musei di Fiesole e di Giacomo Guazzini hanno precisato il rapporto con la committenza Franchi e con il monastero di San Benedetto.[17] Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Giovanni di Bartolomeo Cristiani va presentato come il maggiore maestro pistoiese della seconda metà del secolo. La pala di San Giovanni Fuorcivitas, il polittico ricostruito da Zeri, il trittico di Montemurlo, gli affreschi dell’oratorio dei Rossi e i documenti legati al duomo di Pistoia delineano un artista radicato nella vita religiosa e civica della città, capace di mediare fra Orcagna, Nardo di Cione, Giovanni del Biondo, Niccolò di Tommaso e il primo gusto tardogotico.[18]
A.R.
Note
Bibliografia
Andrea De Marchi, Giovanni di Bartolomeo Cristiani, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1995. Miklós Boskovits, Cristiani, Giovanni, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 31, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1985. Giacomo Guazzini, Andrea Franchi e Bartolomeo Franchi committenti di Giovanni di Bartolomeo Cristiani, in studi sulla committenza artistica pistoiese del Trecento, 2013. T. K. Kustodieva, Italian Painting. Thirteenth to Fifteenth Century. The Hermitage Collection, Aurora Art Publishers, Leningrad, 1979. Miklós Boskovits, Pittura fiorentina alla vigilia del Rinascimento. 1370-1400, Edam, Firenze, 1975. Federico Zeri, Italian Paintings. A Catalogue of the Collection of The Metropolitan Museum of Art. Florentine School, The Metropolitan Museum of Art, New York, 1971. Federico Zeri, Appunti nell’Ermitage e nel Museo Puškin, in Bollettino d’Arte, 46, Roma, 1961. Richard Offner, A Critical and Historical Corpus of Florentine Painting, New York-Firenze, varie edizioni. Agnolo Bacci, Il pittore pistoiese Sano di Giorgio discepolo di Antonio Vite, in Bullettino storico pistoiese, 13, Pistoia, 1911. Agnolo Bacci, Documenti per la storia dell’arte pistoiese, Pistoia, 1905-1911. Alberto Chiappelli, Arte del Rinascimento, Roma, 1925. Odoardo Hillyer Giglioli, Pistoia nelle sue opere d’arte, Lumachi, Firenze, 1904. Francesco Tolomei, Guida di Pistoia per gli amanti delle Belle Arti con notizie degli architetti, scultori e pittori pistoiesi, Pistoia, 1821. Gaetano Milanesi, Documenti per la storia dell’arte senese, Siena, 1854-1856. Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Giovanni di Bartolomeo Cristiani, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.
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