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Giotto di BondoneVespignano del Mugello, 1265/1267 circa - Firenze, 8 gennaio 1337
Giotto di Bondone, Crocifisso, 1290-1300 circa, tempera e oro su tavola, Firenze, Santa Maria Novella.
Giotto di Bondone è il pittore che più di ogni altro definisce la svolta della pittura italiana tra Duecento e Trecento. Le fonti antiche lo collegano a Vespignano del Mugello, presso Vicchio, e ne collocano la nascita intorno al 1265-1267. La tradizione biografica, già consolidata tra Trecento e Quattrocento, ne fece il protagonista di una trasformazione linguistica radicale: Dante, Boccaccio, Cennino Cennini, Sacchetti, Ghiberti e poi Vasari ne ricordarono la fama con accenti diversi, riconoscendo nel suo lavoro una cesura nella storia della pittura italiana.1 La biografia giovanile resta in gran parte affidata a racconti posteriori. Il celebre incontro con Cimabue, che avrebbe scoperto il giovane Giotto mentre disegnava una pecora su una pietra, appartiene alla costruzione leggendaria dell'artista naturale, dotato di talento prima ancora della disciplina di bottega. La narrazione conserva un valore culturale: già nel Quattrocento Giotto veniva pensato come artista capace di congiungere dono, osservazione del vero, apprendimento tecnico e fortuna professionale.2 La formazione di Giotto va collocata in un quadro piu ampio. Negli ultimi decenni del Duecento l'Italia centrale era attraversata da cantieri decisivi: Firenze, Assisi, Roma, Siena, Pisa, Orvieto. Cimabue, Duccio di Buoninsegna, Pietro Cavallini, Jacopo Torriti, Filippo Rusuti, Arnolfo di Cambio e Giovanni Pisano stavano modificando il modo di concepire figura, spazio, racconto e monumentalità. La pittura giottesca nasce da questa trama: eredita l'intensità drammatica di Cimabue, conosce la solennità romana, assorbe la cultura plastica della scultura contemporanea, guarda alla concretezza della vita visibile e alla costruzione architettonica della scena.3 Il problema di Assisi resta uno dei nodi più delicati. Il ciclo con le Storie di san Francesco nella basilica superiore di San Francesco, dipinto nella fascia inferiore della navata, e stato a lungo considerato il grande esordio pubblico di Giotto. La discussione attributiva ha attraversato tutto il Novecento e continua a richiedere prudenza. Alcuni studiosi hanno riconosciuto nel ciclo la mano di Giotto giovane; altri hanno preferito parlare di un Maestro della Leggenda di san Francesco o di un cantiere articolato, capace di produrre un linguaggio gia pienamente innovativo.4 Il valore del ciclo assisiate rimane decisivo. Le ventotto scene francescane si fondano sulla Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio e traducono in immagini la biografia ufficiale del santo, approvata dall'Ordine dopo il capitolo generale di Parigi del 1266. La sequenza costruisce Francesco come figura storica, santo moderno, fondatore, predicatore, uomo stigmatizzato, alter Christus. La narrazione procede attraverso spazi riconoscibili, architetture dipinte, gesti calibrati, rapporti fra personaggi, iscrizioni e corrispondenze con i registri superiori della basilica.5 Nell'Omaggio dell'uomo semplice Francesco avanza davanti al tempio della Minerva di Assisi, dentro una città riconoscibile e insieme trasfigurata. Nella Rinuncia agli averi il corpo del santo, spogliato davanti al padre e al vescovo, assume una forza narrativa quasi teatrale. Nel Presepe di Greccio lo spazio liturgico, la mangiatoia, il pulpito, il clero, i laici e l'altare costruiscono una scena complessa, dove la memoria dell'Incarnazione prende forma in una cerimonia pubblica. Il rapporto fra Assisi e Padova va trattato con attenzione. La Cappella degli Scrovegni, dipinta nei primi anni del Trecento per Enrico Scrovegni, costituisce il nucleo più saldo e coerente della pittura giottesca matura. Le fonti antiche collegano presto Giotto al ciclo padovano, e la compattezza del programma consente una lettura unitaria dell'opera. La cappella fu dedicata a Santa Maria della Carità, dove la decorazione si sviluppa con episodi della vita di Gioacchino e Anna, della Vergine e di Cristo, fino alla Passione, alla Resurrezione, all'Ascensione, alla Pentecoste e al grande Giudizio universale della controfacciata.6 Padova mostra Giotto nella piena capacita di regia. La cappella è un organismo figurativo completo: pareti, volta, arco trionfale, controfacciata, finte architetture, aperture illusive, cornici, zoccolo dipinto e sequenza narrativa concorrono alla costruzione di un solo spazio mentale. Le scene sono ordinate in riquadri distinti, ma la lettura procede come un racconto continuo. Ogni episodio possiede una struttura interna essenziale: pochi personaggi principali, architetture misurate, paesaggi rocciosi, masse cromatiche limpide, gesti leggibili. Nel Sogno di Gioacchino il vecchio dorme seduto fra i pastori, con il corpo raccolto in una forma quasi cubica; il silenzio della scena è animato dal gregge e dall'apparizione dell'angelo. Nell'Incontro alla Porta d'Oro l'abbraccio di Gioacchino e Anna diventa uno dei luoghi più intensi della pittura medievale: il bacio, il sorriso, la stretta delle mani e la presenza delle donne alle spalle trasformano la scena in un'immagine della tenerezza coniugale. Nel Bacio di Giuda la folla si addensa intorno a Cristo e al traditore; il manto giallo di Giuda avvolge il volto di Cristo e concentra l'azione morale nel contatto fra due profili. Nel Compianto sul Cristo morto la roccia discendente guida lo sguardo verso il corpo deposto; gli angeli lacerano il cielo, mentre le figure a terra raccolgono il dolore in gesti diversi, senza dispersione. Giotto riduce il racconto al suo centro drammatico e lo rende leggibile attraverso corpi, direzioni, pause, sguardi. La novità padovana riguarda anche il colore. Il blu della volta e dei fondi, i rosa, i verdi, gli ocra, i bianchi, i rossi e i viola creano una gamma chiara, compatta, adatta alla luce dell'edificio. La pittura murale si libera dalla frammentazione preziosa del mosaico e dalla pura astrazione del fondo oro, assumendo il colore come sostanza atmosferica e narrativa. La luce agisce sui volumi, rende leggibili i corpi, definisce le architetture, separa i piani, guida la percezione. La Maestà di Ognissanti, oggi agli Uffizi, appartiene alla fase matura dell'artista e costituisce uno dei principali riferimenti per la pittura su tavola. La Vergine col Bambino siede su un trono architettonico, circondata da angeli e santi. Il fondo oro conserva la solennità della tradizione, ma la figura della Madre possiede volume, peso, presenza fisica. Il confronto con la Maestà di Santa Trinità di Cimabue e con la Madonna Rucellai di Duccio consente di misurare la posizione di Giotto nel rinnovamento della pala d'altare italiana.7 Un'altra linea essenziale riguarda i crocifissi dipinti. Il Crocifisso di Santa Maria Novella, databile agli anni Novanta del Duecento o ai primissimi anni del Trecento, mostra un Cristo dal corpo pesante, abbandonato, modellato nella carne e nel dolore. L'immagine appartiene alla tipologia del Christus patiens, ma l'anatomia, la caduta del capo, la tensione delle braccia e la costruzione della figura accentuano la partecipazione fisica della Passione.8 A Firenze, il rapporto con Santa Croce è decisivo per la tarda attività. Le cappelle Peruzzi e Bardi conservano cicli affrescati legati a Giotto e alla sua bottega: nella cappella Peruzzi le storie di san Giovanni Battista e san Giovanni Evangelista; nella cappella Bardi le storie di san Francesco. Lo stato conservativo, i rifacimenti, gli interventi successivi e le questioni di cronologia rendono complessa la valutazione, ma questi cicli mostrano un Giotto maturo, più austero, con scene costruite su architetture ampie, figure meno dense, gesti trattenuti, una narrazione più solenne.9 La presenza di Giotto a Rimini è attestata dalla tradizione e sostenuta dalla fortuna locale della pittura giottesca. Il Crocifisso del Tempio Malatestiano, generalmente attribuito a Giotto o alla sua stretta orbita, è un punto importante per comprendere la diffusione del suo linguaggio lungo l'Adriatico. La scuola riminese del Trecento, con Giovanni, Giuliano, Pietro, Neri e Baronzio, sviluppo una variante autonoma della lezione giottesca, più asciutta, drammatica, spesso segnata da una forte tensione espressiva. Il soggiorno napoletano, documentato nel secondo decennio del Trecento presso la corte angioina, conferma la fama sovraregionale dell'artista. A Napoli Giotto lavorò per Roberto d'Angiò, in un ambiente nel quale convergevano cultura francese, memoria romana, spiritualità francescana e committenza dinastica. Le opere ricordate dalle fonti sono in larga parte perdute o trasformate, ma il dato storico resta: Giotto venne chiamato in una delle corti più prestigiose dell'Occidente.10 Negli ultimi anni Giotto fu chiamato anche a Milano, presso Azzone Visconti, e soprattutto ricevette a Firenze l'incarico di capomastro dell'Opera di Santa Maria del Fiore. Il 18 luglio 1334 venne posta la prima pietra del campanile; l'artista assunse la direzione di un'impresa architettonica e decorativa destinata a diventare uno dei segni visivi della città. Morì l'8 gennaio 1337, quando il cantiere era ancora nella fase iniziale. Andrea Pisano e poi Francesco Talenti proseguirono i lavori, ma il nome di Giotto rimase legato alla torre campanaria come sigillo civico della sua ultima stagione.11 La fortuna antica di Giotto fu rapida. Dante lo cita nel Purgatorio, nel passo in cui la fama di Cimabue viene superata da quella del nuovo pittore. Boccaccio, nel Decameron, lo presenta come artista capace di restituire alla luce un'arte sepolta da secoli, imitando la natura con tale forza da ingannare lo sguardo. Cennino Cennini gli attribuisce la celebre trasformazione della pittura dal greco in latino. Sacchetti registra il giudizio di Taddeo Gaddi, che vedeva in Giotto il vertice di un'arte ormai difficilmente superabile. Ghiberti consolida la leggenda biografica e ne fa un riferimento genealogico della pittura moderna.12 Queste testimonianze antiche mostrano come Giotto fosse percepito presto come fondatore di una lingua nuova. Greco e latino indicano due regimi culturali: il primo legato alla tradizione bizantina, alle formule codificate, alla solennità ieratica; il secondo associato alla chiarezza comunicativa, alla lingua comune dell'Occidente latino, alla possibilità di narrare in modo più diretto. La formula di Cennino ha avuto enorme fortuna perchè coglie un dato reale: con Giotto la pittura diventa più leggibile, più corporea, capace di organizzare il racconto nello spazio. Sul piano tecnico, Giotto fu pittore murale di eccezionale consapevolezza. La pittura a fresco richiedeva preparazione dell'intonaco, suddivisione in giornate, trasferimento del disegno, stesure rapide, correzioni a secco, coordinamento degli aiuti. Nei grandi cicli, la bottega era una struttura produttiva complessa, diretta da un maestro capace di progettare, delegare, controllare, correggere. La fama di Giotto come imprenditore artistico si comprende guardando alla vastità dei cantieri e alla mobilità della sua carriera. La questione attributiva attraversa tutta la sua opera. Assisi, Rimini, alcuni crocifissi, le cappelle fiorentine, il polittico Stefaneschi, le opere di bottega e i dipinti perduti compongono un catalogo stratificato. La ricerca moderna ha oscillato tra ampliamento e riduzione del corpus, tra letture formaliste, analisi tecniche, restauri, indagini materiali, riletture documentarie. Il punto piu stabile resta Padova, insieme ad alcune tavole e ad alcuni cicli legati da forte consenso.13 Il suo linguaggio puo essere definito attraverso alcuni nuclei. Il primo è la costruzione del corpo. Le figure occupano lo spazio, pesano sul terreno, piegano le ginocchia, appoggiano i piedi, tendono le braccia, portano mantelli che avvolgono masse. Il secondo è la struttura della scena. Ogni episodio viene organizzato come evento leggibile, con un centro drammatico, direzioni visive, rapporti tra gruppi, pause. Il terzo è il controllo dell'affetto. Giotto concentra emozioni intense in gesti precisi, sguardi, inclinazioni del capo, mani che toccano, corpi che si raccolgono o si respingono. Il quarto nucleo è l'architettura dipinta. Case, templi, logge, stanze, pulpiti, troni, aperture e finte cappelle sono strumenti per costruire lo spazio dell'azione. A Padova le architetture incorniciano l'episodio, lo rendono comprensibile e lo collocano in una profondità ordinata. In Santa Croce diventano più ampie e solenni, quasi quinte morali della narrazione. Il quinto nucleo è la relazione con lo spettatore. L'immagine giottesca è pensata per essere vista da una posizione reale, in una cappella, in una chiesa, davanti a un altare, lungo un percorso devozionale. La grandezza di Giotto dipende anche dalla sua capacità di parlare a più livelli. Il fedele riconosce la storia sacra, i personaggi, il gesto decisivo. Il committente trova nella pittura un segno di prestigio, memoria familiare, pietà e potere. Il teologo legge la sequenza, le corrispondenze, la costruzione morale. Il pittore successivo trova soluzioni per lo spazio, il corpo, la narrazione e la bottega. Questa densità spiega la sua lunga influenza. La ricezione moderna ha avuto fasi diverse. Nel Rinascimento venne celebrato come origine della rinascita fiorentina; nel Seicento e nel Settecento la pittura dei primitivi conobbe un'attenzione più intermittente; nell'Ottocento il gusto dei primitivi, il collezionismo, il restauro e la storiografia ne rinnovarono la fortuna. Nel Novecento Longhi, Gnudi, Brandi, Previtali, Bellosi, Bologna, Basile, Tomei e molti altri hanno ridefinito cronologia, spazio, bottega, tecnica, restauro, rapporto con Assisi, Padova, Roma e Firenze. Giotto resta un punto di snodo. La sua pittura appartiene al Medioevo comunale, francescano, civico, liturgico; parla però con una concretezza che ha segnato l'intera storia successiva dell'immagine. La figura umana, nella sua opera, entra nella pittura come corpo che agisce, soffre, guarda, si piega, abbraccia, tradisce, prega, muore. Lo spazio diventa luogo abitabile del racconto, la storia sacra assume una forma visibile che conserva autorità e insieme prossimità. Per questo Giotto è uno dei grandi fondatori della pittura italiana.
Giorgio Catania
Note1 La nascita a Vespignano e la cronologia 1265-1267 derivano dalla tradizione e dalle ricostruzioni moderne. La morte a Firenze l'8 gennaio 1337 e dato generalmente accolto dalla storiografia. torna al testo 2 L'aneddoto del giovane pastore scoperto da Cimabue compare in forma compiuta nelle fonti umanistiche e vasariane. La sua funzione e costruire un'origine esemplare dell'artista moderno. torna al testo 3 Il contesto formativo comprende la cultura fiorentina di Cimabue, la pittura romana di Cavallini, Torriti e Rusuti, la scultura di Arnolfo di Cambio e Giovanni Pisano, la civilta senese di Duccio. torna al testo 4 Il ciclo assisiate delle Storie di san Francesco e uno dei principali problemi attributivi della pittura medievale. La tradizione italiana lo assegna a Giotto; una parte della critica internazionale ha proposto una diversa attribuzione a un maestro convenzionale o a un'equipe articolata. torna al testo 5 La Legenda maior di Bonaventura fornisce la base testuale del ciclo. Le iscrizioni sotto le scene riprendono in forma abbreviata passi del testo bonaventuriano. torna al testo 6 La Cappella degli Scrovegni venne decorata nei primi anni del Trecento, generalmente tra 1303 e 1305 o 1304 e 1306. Il ciclo comprende storie di Gioacchino e Anna, della Vergine, di Cristo, il Giudizio universale, i Vizi e le Virtu. torna al testo 7 La Maesta di Ognissanti, proveniente dalla chiesa fiorentina di Ognissanti e oggi agli Uffizi, viene datata in genere ai primi anni del Trecento o intorno al 1310. torna al testo 8 Il Crocifisso di Santa Maria Novella e tra le opere piu importanti per la fase giovanile o protomatura di Giotto. La datazione oscilla nella bibliografia fra gli anni Novanta del Duecento e i primissimi anni del Trecento. torna al testo 9 Le cappelle Peruzzi e Bardi in Santa Croce sono centrali per la tarda attivita fiorentina. Lo stato conservativo e le vicende di restauro richiedono cautela nella lettura stilistica. torna al testo 10 Il soggiorno napoletano presso Roberto d'Angio e ricordato dalle fonti e conferma il prestigio cortigiano di Giotto. Le opere napoletane risultano perdute o fortemente trasformate. torna al testo 11 Il campanile di Santa Maria del Fiore fu iniziato nel 1334 sotto la direzione di Giotto, capomastro dell'Opera del Duomo. Dopo la morte dell'artista il cantiere passo ad Andrea Pisano e poi a Francesco Talenti. torna al testo 12 Dante, Boccaccio, Cennino Cennini, Sacchetti, Ghiberti e Vasari costruiscono una ricezione antica coerente nel riconoscere a Giotto un ruolo fondativo nel rinnovamento della pittura. torna al testo 13 Nel Novecento la fortuna critica di Giotto si e concentrata su Assisi, Padova, Santa Croce, il problema dello spazio, la bottega, le indagini conservative e la cronologia delle opere. torna al testo
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