Giottino / Giotto di maestro Stefano

 

 

 

 

 

(documentato a Firenze nel 1368 e a Roma nel 1369)

 

 

 

 

Giottino è il nome tradizionale con cui la storiografia ha indicato un pittore fiorentino della seconda metà del Trecento, oggi generalmente identificato con Giotto di maestro Stefano. Le date di nascita e di morte restano ignote. La sua figura è una delle più delicate della pittura postgiottesca, perché nasce dall’incrocio fra documenti d’archivio, fonti cinquecentesche e ricostruzioni attributive moderne.

Il dato più sicuro riguarda Giotto di maestro Stefano. Nel 1368 egli risulta iscritto alla Compagnia di San Luca di Firenze; l’anno seguente, tra luglio e ottobre 1369, è documentato a Roma, impegnato nella decorazione di due cappelle del Palazzo Vaticano, una “parva” e una “magna”, per papa Urbano V. Lavoravano nello stesso cantiere anche Giovanni da Milano e i fiorentini Giovanni e Agnolo Gaddi. Questa presenza romana lo colloca tra i pittori fiorentini chiamati a operare in un ambiente pontificio, in un momento nel quale la cultura giottesca veniva rielaborata attraverso contatti più ampi, anche lombardi.

La denominazione “Giottino” appartiene invece alla tradizione delle fonti. Il Codice Magliabechiano lo ricorda come figlio del pittore Stefano; Vasari lo chiama Tommaso di Stefano, detto Giottino, e spiega il soprannome con la sua capacità di imitare Giotto. La notizia vasariana, però, fonde tradizioni diverse. Nella sua vita confluirono opere riferite a Giottino, a Maso di Banco e ad altri maestri attivi nella Firenze trecentesca. La critica moderna, da Longhi e Offner in poi, ha separato progressivamente questi nuclei, riducendo il catalogo del pittore a un gruppo molto ristretto.

Il padre Stefano è a sua volta figura problematica. Le fonti lo ricordano come pittore legato alla cerchia di Giotto; il Libro di Antonio Billi e la tradizione successiva parlarono anche di una parentela con il maestro. La personalità artistica di Stefano Fiorentino, a lungo ingrandita dalla letteratura, è stata oggetto di continue revisioni. Per Giottino questo punto resta importante, perché spiega la costruzione genealogica antica: un pittore nato dentro l’eredità giottesca, figlio di un maestro già considerato vicino a Giotto, e capace di portare quella lingua verso un’espressione più morbida, più continua, più sensibile ai valori di luce.

Le fonti più antiche gli attribuivano molte opere oggi perdute: pitture in Ognissanti, in San Gallo, alle Campora, in San Basilio degli Armeni, in piazza Santo Spirito, a Roma in Santa Maria in Aracoeli e in San Giovanni in Laterano. La maggior parte di queste notizie non può essere controllata. Alcune opere furono distrutte, altre cambiarono sede, altre ancora vennero riconosciute come lavori di pittori diversi. La vicenda critica di Giottino è quindi anche una storia di sottrazioni: affreschi un tempo assegnati a lui sono stati restituiti a Maso di Banco, a Puccio Capanna, al Maestro di San Lucchese, a Nardo di Cione, a Niccolò di Tommaso o ad altri maestri fiorentini.

Il primo punto fermo del catalogo è l’affresco del tabernacolo di Santo Spirito, poi trasferito in via del Leone e oggi conservato nei depositi della Soprintendenza fiorentina. Raffigura la Madonna col Bambino in trono, otto angeli e due santi, identificati nelle schede moderne come Giovanni Battista e Bernardo, mentre parte della letteratura precedente leggeva uno dei santi come Benedetto. Il tabernacolo fu collegato a una cappella fondata dai Manfredi nel 1356; questa data, pur legata alla storia del luogo e non a una firma, offre un appiglio cronologico plausibile per l’opera.

L’affresco mostra un artista già maturo. La Madonna è costruita con volumi pieni, ma addolciti da una luce continua; gli angeli non hanno la tensione severa dei primi giotteschi, né la durezza plastica degli orcagneschi più rigidi. La superficie pittorica tende a unificare incarnati, panneggi e fondo architettonico. Da qui viene l’espressione, cara alla critica, del “dipingere unito”: un modo di tenere insieme il corpo e la luce senza fratture brusche, con passaggi tonali più morbidi e una sensibilità quasi tattile.

L’opera più alta resta la Pietà di San Remigio, oggi agli Uffizi. La tavola, proveniente dalla chiesa fiorentina di San Remigio, raffigura il Compianto sul Cristo morto. Il corpo di Cristo è disteso in primo piano, sostenuto dalla Vergine e circondato dalle pie donne, da san Giovanni, Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea; sullo sfondo compaiono san Benedetto e san Remigio. Due committenti femminili, di dimensioni appena ridotte rispetto alle figure sacre, entrano nello spazio della scena, secondo una soluzione rara nella Firenze del tempo.

La forza del dipinto sta nel modo in cui il dolore viene trattenuto dentro una costruzione ferma. Il volto di Cristo ha una quiete quasi epidermica, con ombre leggere e passaggi morbidi sulla barba, sulle palpebre, sulle mani. La Maddalena, china ai piedi, porta nella scena una nota più acuta; san Giovanni incrocia le mani in un gesto serrato; le donne comprimono il pianto intorno al corpo deposto. L’oro del fondo e delle aureole non cancella la materia dei volti. La pittura resta preziosa, ma il lutto acquista una presenza fisica.

La datazione della tavola è posta generalmente nel terzo quarto del XIV secolo, intorno al 1360-1365. Le affinità con Giovanni da Milano sono decisive: il naturalismo degli incarnati, la sensibilità per i moti affettivi, la morbidezza del chiaroscuro avvicinano la Pietà alla cultura lombarda presente a Firenze negli anni Sessanta. Allo stesso tempo l’opera resta pienamente fiorentina, vicina alle ricerche di Nardo di Cione e Niccolò di Tommaso, dentro un ambiente che dopo la metà del secolo accentuò la densità plastica delle figure e il valore emotivo del colore.

La questione del nome rimane aperta. Parlare di Giottino significa usare una denominazione storica, comoda e radicata, ma costruita da fonti tarde. Parlare di Giotto di maestro Stefano significa riferirsi al pittore documentato nel 1368-1369. Le due identità coincidono secondo una linea critica autorevole, inaugurata nell’Ottocento da Milanesi e consolidata da molta storiografia successiva, ma il documento che le unisce in modo definitivo non è noto. Per questo motivo la formula più corretta è: Giottino, probabilmente identificabile con Giotto di maestro Stefano.

La sua importanza non dipende dall’ampiezza del catalogo. Al contrario, proprio la scarsità delle opere attribuite con ragionevole sicurezza rende più netto il profilo. Giottino rappresenta una variante alta della pittura fiorentina postgiottesca: meno monumentale di Maso di Banco, meno severa di Orcagna, più attenta alla continuità luminosa e alla qualità affettiva dei volti. La sua pittura non avvia una scuola riconoscibile dopo il 1370, ma lascia una traccia profonda nella linea che porterà alcuni maestri del primo Quattrocento, da Masolino al Beato Angelico, a cercare una nuova dolcezza dell’immagine sacra.

La scheda va quindi tenuta fuori dalla sequenza quattrocentesca in senso stretto e collocata tra i pittori del Trecento fiorentino. Il suo caso serve però a comprendere meglio il passaggio verso il secolo successivo: nella Pietà di San Remigio il dolore sacro non è più soltanto racconto devozionale; diviene presenza corporea, luce sulle carni, gesto trattenuto, partecipazione silenziosa dei committenti nello spazio dell’immagine.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Giotto di maestro Stefano è documentato nel 1368 come iscritto alla Compagnia di San Luca di Firenze e nel 1369 a Roma, impegnato nel Palazzo Vaticano per Urbano V.

[2] L’identificazione con il Giottino ricordato dalle fonti cinquecentesche è un’ipotesi storiografica autorevole, ma non fondata su un documento diretto.

[3] Il Codice Magliabechiano e Vasari lo ricordano come figlio del pittore Stefano. Vasari usa il nome Tommaso di Stefano detto Giottino e collega il soprannome all’imitazione di Giotto.

[4] La critica moderna ha ridotto il catalogo del pittore, separandolo da quello di Maso di Banco e da altri maestri fiorentini del Trecento. Decisivi furono gli interventi di Roberto Longhi e Richard Offner.

[5] Il tabernacolo già in piazza Santo Spirito, poi in via del Leone, raffigura la Madonna col Bambino in trono, otto angeli e due santi. La data 1356 è collegata alla fondazione della cappella Manfredi e offre un riferimento cronologico plausibile.

[6] La Pietà di San Remigio, oggi agli Uffizi, è considerata l’opera più rappresentativa del pittore. Il dipinto proveniva dalla chiesa fiorentina di San Remigio.

[7] La presenza delle due committenti all’interno del gruppo sacro costituisce una soluzione rara nel contesto fiorentino della seconda metà del Trecento.

[8] Le affinità con Giovanni da Milano hanno avuto un ruolo importante nella datazione della Pietà intorno al 1360-1365 e nella definizione della sua cultura figurativa.

[9] Alcune attribuzioni antiche ad Assisi sono state poi riferite ad altri pittori, in particolare a Puccio Capanna o alla cerchia di Stefano Fiorentino. Gli affreschi della cappella Bardi di Vernio in Santa Croce spettano a Maso di Banco.

 

 

Bibliografia

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