Gentile da Fabriano

 

 

 

Fabriano, 1360/1370 circa - Roma, entro il novembre 1428

 

 

 

 

Gentile di Niccolò di Giovanni di Massi, detto da Fabriano, è la figura più alta del Gotico internazionale in Italia. La sua carriera attraversa Marche, Venezia, Brescia, Firenze, Siena, Orvieto e Roma, seguendo una geografia di corti, signorie, confraternite, grandi famiglie bancarie e committenze pontificie. Il suo linguaggio unisce splendore materiale, osservazione naturalistica, eleganza cortese, cultura lombarda e memoria veneziana, con una capacità rara di trasformare la tavola dipinta in racconto prezioso e in spettacolo visivo.[1]

La nascita va collocata con prudenza fra 1360 e 1370. Treccani ricorda il padre Niccolò, la madre Talia e una famiglia fabrianese legata a mestieri tessili, confraternite e ambienti monastici. Il nonno Giovanni fu priore della Confraternita di Santa Maria del Mercato e sindaco del convento di Santa Caterina in Castelvecchio; il padre appare in documenti del 1382, del 1390 e del 1399. Questo contesto familiare spiega l’ingresso del pittore in una cultura cittadina dove devozione, arti applicate, tessuti, oro e vita confraternale avevano un peso concreto.[2]

La formazione si svolse nell’area marchigiana, a contatto con la tradizione fabrianese di Allegretto Nuzi e Francescuccio Ghissi, con la pittura umbra e con la grande eredità senese. Fin dagli esordi il pittore mostra una particolare attenzione per stoffe, ornati, motivi vegetali, superfici dorate e dettagli minuti. La sua pittura nasce da un ambiente periferico soltanto in senso geografico: Fabriano era inserita in reti mercantili e religiose vivaci, aperte verso Umbria, Toscana, Adriatico e mondo veneziano.[3]

Tra le opere più antiche viene spesso ricordata la Madonna col Bambino e santi della Gemäldegalerie di Berlino, talvolta datata agli anni intorno al 1395-1400. La tavola, pur discussa nella cronologia, mostra già un gusto molto raffinato per il colore, per i tessuti e per il dialogo silenzioso fra le figure. L’immagine devozionale assume un tono aristocratico, nel quale la grazia dei gesti e la cura del particolare rivelano un artista già orientato verso una pittura di corte.[4]

Il primo grande capolavoro conservato è il Polittico di Valle Romita, oggi alla Pinacoteca di Brera, datato dal museo intorno al 1408. Il complesso fu destinato all’eremo francescano di Santa Maria di Val di Sasso, presso Fabriano, ed è stato collegato alla committenza di Chiavello Chiavelli. La tavola centrale raffigura l’Incoronazione della Vergine; gli scomparti laterali presentano san Girolamo, san Francesco, san Domenico e santa Maria Maddalena; nelle cuspidi compaiono episodi e santi legati alla meditazione francescana e domenicana.[5]

Il polittico di Brera rivela la piena maturità del linguaggio. Il fondo oro diventa spazio celeste, gli angeli musicanti costruiscono un coro luminoso, le figure dei santi sono rese con preziosa definizione dei volti, dei mantelli e degli attributi. Nella cuspide con le Stimmate di san Francesco l’osservazione del paesaggio e degli effetti atmosferici introduce una nota più naturale. La pittura conserva la solennità della pala d’altare e, allo stesso tempo, moltiplica dettagli sensibili: fiori, strumenti, stoffe, gesti, pieghe, sguardi.[6]

A Venezia l’artista raggiunse una fama ampia. Treccani ricorda la presenza in laguna almeno dal 1408 e collega al soggiorno veneziano i grandi affreschi perduti di Palazzo Ducale, celebrati dalle fonti antiche per il prestigio dell’autore. La Serenissima offriva un ambiente perfetto per il suo gusto: oro, stoffe orientali, oggetti preziosi, cerimonie pubbliche, pittura lagunare e cultura lombarda potevano convergere in una lingua figurativa sontuosa, adatta a committenti di rango elevato.[7]

La perdita degli affreschi veneziani rende difficile misurare l’impatto della sua attività nella città. Le testimonianze di Bartolomeo Fazio e Francesco Sansovino parlano però di un pittore già molto stimato e lautamente retribuito. In quegli anni entrò probabilmente in rapporto con Jacopo Bellini, che la tradizione ricorda come suo allievo. La successiva pittura veneta del Quattrocento erediterà da questa stagione una nuova attenzione per la luce, per il dettaglio naturale e per la raffinatezza cortese.[8]

Dal 1414 al 1419 il maestro fu al servizio di Pandolfo III Malatesta a Brescia. La cappella del Broletto, detta di Pandolfo, è quasi interamente perduta; alcuni frammenti ritrovati nel 1985, con vedute di città e una Resurrezione, permettono di immaginare la qualità dell’impresa. I documenti bresciani ricordano anche viaggi per acquisti di materiali e due ancone realizzate per Carlo Malatesta e per papa Martino V. La corte malatestiana gli offrì un laboratorio di prestigio, in contatto con politica, diplomazia e cultura figurativa lombarda.[9]

Il passaggio di Martino V a Brescia modificò la traiettoria della carriera. Nel settembre 1419 il pittore chiese un salvacondotto per lasciare il servizio di Pandolfo con otto persone e otto cavalli, segno di una bottega ampia e di uno statuto sociale ormai elevato. La destinazione romana venne poi rinviata; nel marzo e aprile 1420 egli risulta a Fabriano, dove trattava con Tommaso Chiavelli questioni fiscali e patrimoniali. Questo breve ritorno marchigiano fu probabilmente il momento dello stendardo oggi diviso fra il Getty Museum e la Fondazione Magnani Rocca.[10]

Lo stendardo processionale con l’Incoronazione della Vergine, oggi al Getty Museum, e San Francesco riceve le stimmate, oggi alla Fondazione Magnani Rocca, riprende motivi già presenti nel Polittico di Valle Romita. Le due facce appartenevano con ogni probabilità a un oggetto destinato a una confraternita legata a San Francesco di Fabriano. La pittura mostra uno splendore più veneziano negli ori e nelle stoffe, insieme a una sensibilità naturalistica molto acuta nella scena delle stimmate, dove l’ombra del frate sul prato indica una percezione sottile della luce.[11]

Dal 6 agosto 1420 l’artista è documentato a Firenze, nella zona di Santa Trinita; il 21 novembre 1422 entrò nell’Arte dei Medici e Speziali con il nome di magister Gentilis Nicolai Johannis Massi de Fabriani. La città viveva una fase decisiva, con Brunelleschi, Ghiberti, Masaccio, Masolino e Donatello. In questo ambiente la pittura di corte e la nuova cultura rinascimentale si trovavano a stretto contatto. Il maestro marchigiano vi portò una lingua sontuosa, capace di dialogare con il gusto delle élites fiorentine.[12]

Nel 1423 Palla Strozzi gli commissionò per la cappella di famiglia in Santa Trinita l’Adorazione dei Magi, oggi agli Uffizi. La tavola è firmata e datata, ed è unanimemente considerata il suo capolavoro. Il viaggio dei Magi si sviluppa sullo sfondo in tre episodi distinti, mentre la scena principale raccoglie cavalli, servitori, cani, falchi, stoffe, gioielli, copricapi, armature, profili orientali e figure di corte. La predella presenta NativitàFuga in Egitto e Presentazione al Tempio, con quest’ultimo scomparto oggi al Louvre in originale.[13]

L’Adorazione dei Magi concentra l’intera cultura dell’artista. L’oro viene lavorato in modi diversi, inciso, sbalzato e sollevato a rilievo per rendere speroni, armi, aureole, stoffe e oggetti preziosi. I colori sono limpidi e saturi; il corteo diventa un’enciclopedia visiva della vita aristocratica; il paesaggio introduce strade, montagne, città, piante e animali osservati con cura. Nella predella il cielo azzurro prende il posto del tradizionale fondo oro, segnalando una sensibilità nuova verso natura, spazio e luce.[14]

Nel 1425 venne realizzato il Polittico Quaratesi per l’altare maggiore di San Niccolò Oltrarno. Il pannello centrale con la Madonna col Bambino e angeli, oggi alla National Gallery di Londra in prestito dalla Royal Collection, era affiancato da santa Maria Maddalena, san Nicola di Bari, san Giovanni Battista e san Giorgio; la predella narrava episodi della vita di san Nicola. L’opera conferma la fortuna fiorentina del maestro e la capacità di adattare il proprio linguaggio a un polittico monumentale, ricco di stoffe, oro, figure eleganti e delicatezza lineare.[15]

Gli ultimi anni conducono a Siena, Orvieto e Roma. Nell’ottobre 1426 passò da Siena per la Madonna dei Notai, ricordata dalle fonti come immagine per la facciata del palazzo dei Notai. A Orvieto è documentato da pagamenti dell’Opera del Duomo e da un frammento affrescato con Madonna col Bambino, nel quale la figura angelica trasparente accanto al sedile è stata letta come rara interpretazione pittorica dell’angelo quale essere di luce. Nel gennaio 1427 è già a Roma, chiamato da Martino V per gli affreschi di San Giovanni in Laterano.[16]

L’impresa lateranense, oggi quasi interamente perduta, dovette essere uno dei lavori più importanti della sua carriera. Bartolomeo Fazio ricordava la forza illusionistica dei profeti, simili a busti marmorei; un disegno di Borromini documenta in parte l’assetto della decorazione, poi continuata da Pisanello dopo la morte del maestro. La data esatta della scomparsa resta ignota, ma un documento del 22 novembre 1428 registra l’accettazione dell’eredità da parte della nipote Maddalena. La morte va quindi posta entro quella data, probabilmente a Roma.[17]

La sua fortuna critica ha attraversato una lunga vicenda. Vasari ne riconobbe la grandezza, pur leggendo l’artista entro categorie storiografiche cinquecentesche; la ricerca moderna, da Colasanti e Molajoli a Bellosi, Christiansen, Boskovits, De Marchi, Zampetti, Donnini, Ceriana e Daffra, ne ha ricostruito documenti, opere e itinerario. Oggi il pittore appare come il massimo interprete italiano del Gotico internazionale e come uno dei mediatori più sottili tra cultura cortese, osservazione naturale e prime aperture quattrocentesche.[18]

Nel repertorio dei pittori italiani tra Trecento e primo Quattrocento, Gentile da Fabriano segna una soglia decisiva. Il suo linguaggio raccoglie eredità marchigiane, senesi, veneziane, lombarde e fiorentine, fondendole in immagini di straordinaria densità decorativa. L’Adorazione dei Magi, il Polittico di Valle Romita, lo stendardo francescano, il Polittico Quaratesi e le imprese perdute di Venezia, Brescia e Roma delineano un maestro di respiro europeo, capace di dare alla pittura tardogotica italiana la sua forma più alta e luminosa.[19]

 

 

A.R.

 

 

Note

[1]

Treccani identifica l’artista come Gentile di Niccolò di Giovanni di Massi, originario di Fabriano, con nascita da collocare probabilmente fra 1360 e 1370.

[2]

La famiglia è documentata a Fabriano attraverso il nonno Giovanni, il padre Niccolò e rapporti con confraternite e ambienti monastici.

[3]

La formazione si colloca nel contesto marchigiano e umbro-senese, con la mediazione della tradizione fabrianese di Allegretto Nuzi e Francescuccio Ghissi.

[4]

La Madonna col Bambino e santi di Berlino è ricordata dalla critica tra le opere precoci, con cronologia discussa.

[5]

La Pinacoteca di Brera conserva il Polittico di Valle Romita, datato dal museo al 1408 circa.

[6]

Treccani descrive il Polittico di Valle Romita con l’Incoronazione della Vergine al centro, santi laterali e cuspidi con episodi di meditazione francescana e domenicana.

[7]

Treccani documenta la presenza veneziana almeno dal 1408 e collega al soggiorno lagunare gli affreschi perduti di Palazzo Ducale.

[8]

Le fonti antiche, fra cui Fazio e Sansovino, ricordano il prestigio raggiunto dall’artista a Venezia.

[9]

Treccani riassume la fase bresciana al servizio di Pandolfo III Malatesta, con la cappella del Broletto, opere perdute e frammenti ritrovati nel 1985.

[10]

Il salvacondotto del 18 settembre 1419 per otto persone e otto cavalli è ricordato da Treccani come documento importante dello statuto raggiunto dall’artista.

[11]

Treccani collega al breve ritorno a Fabriano del 1419-1420 l’Incoronazione della Vergine del Getty Museum e San Francesco riceve le stimmate della Fondazione Magnani Rocca.

[12]

L’iscrizione all’Arte dei Medici e Speziali di Firenze è del 21 novembre 1422.

[13]

Gli Uffizi confermano che l’Adorazione dei Magi fu commissionata da Palla Strozzi per la cappella di famiglia in Santa Trinita e che la tavola è firmata e datata 1423.

[14]

Gli Uffizi sottolineano l’uso di foglia metallica lavorata, le storie della predella e il cielo azzurro nelle scene inferiori.

[15]

La National Gallery di Londra conserva il pannello centrale del Polittico Quaratesi, datato 1425, proveniente da San Niccolò Oltrarno.

[16]

Treccani documenta il passaggio a Siena, l’attività a Orvieto e l’arrivo a Roma nel gennaio 1427 per San Giovanni in Laterano.

[17]

Il cantiere lateranense fu continuato da Pisanello dopo la morte del maestro; l’eredità venne accettata dalla nipote Maddalena il 22 novembre 1428.

[18]

La fortuna critica moderna comprende Colasanti, Molajoli, Bellosi, Christiansen, Boskovits, De Marchi, Zampetti, Donnini, Ceriana e Daffra.

[19]

Gentile da Fabriano è generalmente riconosciuto come il principale interprete italiano del Gotico internazionale.

 

 

 

Bibliografia

Andrea De Marchi, Gentile da Fabriano. Un viaggio nella pittura italiana alla fine del gotico, Federico Motta Editore, Milano, 1992.

Marco Bussagli, Gentile di Niccolò di Giovanni di Massi, detto Gentile da Fabriano, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 53, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2000.

Mauro Minardi, Gentile da Fabriano, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2005.

Mauro Natale, Andrea De Marchi, a cura di, Gentile da Fabriano e l’altro Rinascimento, catalogo della mostra, Electa, Milano, 2006.

Mauro Ceriana, Emanuela Daffra, a cura di, Gentile da Fabriano. Il polittico di Valle Romita, Electa, Milano, 1993.

Pietro Zampetti, Giancarlo Donnini, Gentile e i pittori di Fabriano, Fabriano, 1992.

Keith Christiansen, Gentile da Fabriano, Cornell University Press, Ithaca, 1982.

Ferruccio Micheletti, L’opera completa di Gentile da Fabriano, Rizzoli, Milano, 1976.

Miklós Boskovits, Pittura umbra e marchigiana fra Medioevo e Rinascimento, Edam, Firenze, 1973.

Luciano Bellosi, Gentile da Fabriano, Fabbri, Milano, 1966.

Luigi Grassi, Tutta la pittura di Gentile da Fabriano, Rizzoli, Milano, 1953.

Rodolfo Molajoli, Gentile da Fabriano, Istituto Nazionale L.U.C.E., Roma, 1927.

Arduino Colasanti, Gentile da Fabriano, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, 1908.

Amico Ricci, Memorie storiche delle arti e degli artisti della Marca di Ancona, Macerata, 1834.

Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Giunti, Firenze, 1568.

Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Gentile da Fabriano, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.