Francesco Traini

 

 

Pisa, documentato dal 1315 al 1348; morto forse nel 1348

 

 

Francesco Traini è una delle personalità centrali della pittura pisana del Trecento. La sua attività documentata si svolge nella prima metà del secolo, in un ambiente segnato dal rapporto con Siena, dalla memoria di Giotto, dalla presenza di Buffalmacco e dal ruolo ancora forte delle committenze domenicane, comunali e capitolari. Il suo nome, per lungo tempo legato anche agli affreschi del Camposanto Monumentale di Pisa, oggi va definito con maggiore cautela: l’unica opera firmata e datata è il grande polittico di San Domenico, realizzato per Santa Caterina d’Alessandria e conservato nel Museo Nazionale di San Matteo.[1]

La documentazione biografica, pur frammentaria, è più consistente di quanto si pensasse in passato. Un atto del 1315 lo ricorda impegnato per il Duomo di Pisa nella dipintura di aste per candele, anticipando di alcuni anni l’esordio finora posto al 1321. Nel 1322 gli Anziani di Pisa gli corrisposero pagamenti per decorazioni pittoriche nella sala degli Anziani del Popolo pisano e in un ambiente legato al notaio degli stessi Anziani. Questi lavori sono perduti, ma mostrano un pittore già inserito nelle committenze pubbliche cittadine.[2]

Nel 1337 il maestro accolse come apprendista Giovanni del Masseo, fratello di un pittore fiorentino ricordato nei documenti con il nome di Cristofano di Bondio di Pietrasanta. Il dato permette di intravedere una bottega riconosciuta, capace di formare giovani e di attrarre collaboratori anche da fuori Pisa. In una città in cui il Duomo, il Camposanto, le chiese mendicanti e le magistrature comunali alimentavano un’intensa domanda figurativa, la bottega di Traini doveva occupare una posizione non marginale.[3]

Nel 1340 ricevette pagamenti per un gonfalone destinato a una fraternità e, nello stesso anno, abitava presso San Paolo all’Orto. Sempre nel 1340 è documentato un intervento pittorico nel chiostro del convento di San Francesco sopra il sepolcro di Bacciameo da Caprona. Anche questi lavori sono perduti, ma ampliano il quadro della sua attività: immagini processionali, decorazione murale, committenza confraternale e memoria funeraria rientravano nel suo raggio operativo.[4]

Il centro del catalogo è il polittico di San Domenico con storie della sua vita, firmato e datato 1344-1345. Il Ministero della Cultura ricorda che il Museo Nazionale di San Matteo conserva l’unica tavola del maestro firmata e datata 1345, proveniente dalla chiesa pisana di Santa Caterina d’Alessandria. La Fondazione Zeri registra gli scomparti con Episodi della vita di san Domenico e Profeti come opere di Traini, databili al 1344-1345, con attribuzione fondata sulla firma.[5]

Il polittico era destinato a un contesto domenicano di grande rilievo. Santa Caterina d’Alessandria a Pisa era uno dei luoghi principali della cultura religiosa cittadina; l’ordine domenicano vi coltivava predicazione, studio, devozione e memoria dei propri santi. Il dipinto presentava San Domenico al centro, con una sequenza narrativa dedicata alla sua vita, ai miracoli e alla sua funzione spirituale. La pala, attraverso immagine e racconto, traduceva in forma visiva il prestigio dell’ordine.[6]

Le storie di San Domenico mostrano un linguaggio narrativo raffinato. Gli episodi sono costruiti con attenzione ai gesti, agli spazi e agli oggetti; i personaggi si muovono entro architetture chiare, con un senso della scena che deriva dalla pittura senese e dal naturalismo gotico più aggiornato. La superficie resta preziosa, ma l’oro convive con ambienti e figure di maggiore concretezza. Il racconto non procede per pura successione illustrativa: cerca una partecipazione emotiva, soprattutto nei miracoli, nelle esequie e nelle scene di salvezza.[7]

La qualità del polittico ha portato la critica a discutere la formazione di Traini in rapporto alla bottega di Lippo Memmi e alla cultura senese. Treccani segnala la conoscenza dei modi di Ambrogio Lorenzetti e l’attenzione alle novità di realismo gotico portate a Pisa da Buffalmacco. Si è ipotizzato anche un aggiornamento avignonese, sulla base di alcune convergenze con la cultura della corte papale. Il pittore pisano appare quindi come un maestro colto, capace di assorbire più correnti e di trasformarle in un linguaggio personale.[8]

La questione del Camposanto ha dominato a lungo la sua fortuna critica. Tra Otto e Novecento Traini fu indicato come possibile autore del Trionfo della Morte e di altri affreschi del grande ciclo pisano. Millard Meiss ne fece un protagonista della pittura legata alla crisi spirituale del Trecento. Gli studi successivi, soprattutto da Bellosi in poi, hanno spostato il Trionfo della Morte e il Giudizio verso Buonamico Buffalmacco, mentre per la Crocifissione e per altri settori del complesso la discussione rimane più articolata. In una scheda aggiornata, il rapporto con il Camposanto va quindi presentato come vicenda critica, non come attribuzione acquisita.[9]

La lunga attribuzione degli affreschi del Camposanto a Traini conserva comunque valore storico. Essa mostra quanto il suo nome fosse percepito come adatto a spiegare una pittura drammatica, morale e monumentale, capace di parlare della morte, della salvezza e della fragilità umana. Anche dopo il ridimensionamento attributivo, il problema continua a illuminare l’ambiente pisano degli anni Trenta e Quaranta, dove Buffalmacco, Traini e maestri vicini operavano in un clima di forte rinnovamento figurativo.

Al corpus ricostruibile appartengono diverse opere su tavola, in parte sicure per via stilistica, pur con datazioni spesso incerte. Treccani ricorda il San Michele Arcangelo del Museo Nazionale di Villa Guinigi a Lucca, proveniente dal convento dell’Angelo a Tramonte di Brancoli, una Crocifissione già nella collezione Sterbini a Roma, una particolare Allegoria della Crocifissione oggi al Carnegie Museum of Art di Pittsburgh e un piccolo trittico a sportelli con Crocifissione e altre figurazioni, già dell’antiquario De Carlo a Firenze.[10]

La tavola con San Michele Arcangelo è particolarmente utile per cogliere il suo gusto. Il santo guerriero, elegante e severo, conserva una qualità lineare vicina alla pittura senese, ma possiede anche una presenza più decisa, quasi metallica, nella resa dell’armatura e nel controllo della postura. La pittura pisana della prima metà del Trecento, attraverso opere come questa, mostra una notevole capacità di integrare raffinatezza decorativa, forza iconica e tensione devozionale.

Un polittico disperso, forse giovanile, è stato ricostruito riunendo una Santa Caterina del Museo Nazionale di San Matteo, un San Paolo della collezione Chigi-Saracini, una Santa Barbara già sul mercato antiquario e una Sant’Agnese di ubicazione ignota. Il caso illustra bene la condizione materiale della pittura trecentesca: scomparti smembrati, pannelli passati sul mercato, tavole conservate in musei diversi e complessi ricostruiti attraverso fotografie, misure, stile e provenienze.[11]

Alcune Madonne col Bambino appartengono all’ambito del maestro o della sua bottega: una nella chiesa pisana di San Nicola, una in San Giusto in Cannicci e la tavola cuspidata con Madonna col Bambino, santi e storie sacre, già Linsky e oggi al Metropolitan Museum of Art. Queste attribuzioni richiedono prudenza, ma mostrano l’ampiezza dell’influenza trainesca. Il suo linguaggio era riconoscibile abbastanza da generare una produzione di bottega e una serie di opere prossime, difficili da separare con assoluta sicurezza.[12]

Un capitolo di grande interesse riguarda la miniatura. L’attività non è documentata, ma la critica ha riferito a Traini, a partire da Meiss, le miniature che ornano un codice della Divina Commedia conservato al Musée Condé di Chantilly. Gli studi di Chiara Balbarini e di altri specialisti hanno ampliato la riflessione sulla miniatura pisana del Trecento, collegando il pittore a una cultura libraria colta, nella quale illustrazione, narrazione e lettura del poema dantesco trovano un terreno comune.[13]

Le miniature attribuite al maestro o al suo ambiente sono importanti perché confermano la duttilità della cultura pisana. Il pittore di tavole e di immagini pubbliche poteva muoversi anche nel formato ridotto del libro, con figure, scene e iniziali destinate a una fruizione ravvicinata. La Commedia, in particolare, offriva un campo narrativo complesso, adatto a un artista abituato a costruire episodi, gesti e gerarchie morali. Il passaggio dalla tavola al manoscritto rafforza l’idea di un maestro colto e ben inserito nella committenza cittadina.

L’ultima fase documentaria conduce al 1348. Treccani ricorda un atto del 3 marzo, relativo a una cessione di credito, che lo testimonia ancora in vita e residente a Pisa nella cappella di San Cristoforo in Ponte. Un documento successivo, del luglio dello stesso anno o dell’anno seguente secondo le ricostruzioni, menziona Bartola, vedova di un Franceschino pittore, identificato da Caleca con Traini. Da qui l’ipotesi di una morte durante la peste nera, che colpì Pisa proprio in quel periodo.[14]

La fortuna critica moderna è stata intensa. Vasari lo giudicava artista eccellente, pur collocandolo entro una genealogia oggi superata. Tra Ottocento e primo Novecento Crowe, Cavalcaselle, Supino e altri restituirono il nome agli studi sulla pittura pisana. Nel Novecento Meiss costruì un’immagine forte del maestro, legata al Camposanto e al tema della morte; Longhi, Bellosi, Carli, Caleca, Petrocchi, Pisani, Balbarini e Pasut hanno poi precisato documenti, opere, miniatura e rapporti con Buffalmacco e la scuola senese.[15]

Nel repertorio dei pittori italiani del Trecento, Francesco Traini va presentato come il principale pittore pisano della prima metà del secolo, con un profilo oggi più controllato rispetto alla tradizione attributiva novecentesca. Il polittico di San Domenico ne costituisce il centro sicuro; le opere su tavola e le miniature ampliano la fisionomia di un maestro raffinato, mentre il problema del Camposanto restituisce il clima di un’intera stagione. Pisa, attraverso la sua attività, appare come luogo di incontro fra Siena, Buffalmacco, committenza domenicana, immagini civiche e cultura libraria.[16]

 

A.R.

 

 

Note

[1]

Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, indica Traini come pittore pisano documentato nella prima metà del Trecento e ricorda il polittico di San Domenico come opera firmata.

[2]

Treccani, Enciclopedia dell’Arte Medievale, segnala il documento del 1315 per il Duomo di Pisa e i pagamenti del 1322 per decorazioni nella sala degli Anziani.

[3]

Il documento del 1337 relativo all’apprendista Giovanni del Masseo è ricordato da Treccani nella voce dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale.

[4]

Nel 1340 sono documentati un gonfalone per una fraternità e pitture murali nel chiostro di San Francesco sopra il sepolcro di Bacciameo da Caprona.

[5]

Il Ministero della Cultura ricorda che il Museo Nazionale di San Matteo conserva l’unica tavola firmata e datata 1345; la Fondazione Zeri registra gli scomparti di San Domenico come firmati e databili al 1344-1345.

[6]

Il polittico proviene dalla chiesa pisana di Santa Caterina d’Alessandria, sede domenicana di particolare rilievo.

[7]

La Fondazione Zeri identifica gli scomparti come Episodi della vita di san Domenico e Profeti, in tavola, datati 1344-1345.

[8]

Treccani ricorda nel polittico la conoscenza di Ambrogio Lorenzetti, l’attenzione al realismo gotico di Buffalmacco e una possibile convergenza con la cultura avignonese.

[9]

Treccani sintetizza la vicenda critica del Camposanto: il Trionfo della Morte e il Giudizio sono oggi generalmente assegnati a Buffalmacco, mentre per altre parti la discussione resta più complessa.

[10]

Tra le opere riferibili al corpus trainesco Treccani ricorda il San Michele Arcangelo di Villa Guinigi, la Crocifissione già Sterbini, l’Allegoria della Crocifissione di Pittsburgh e un piccolo trittico già De Carlo.

[11]

Treccani ricorda la ricostruzione di un polittico disperso con Santa Caterina, San Paolo, Santa Barbara e Sant’Agnese.

[12]

Le Madonne col Bambino di San Nicola, San Giusto in Cannicci e del Metropolitan Museum sono considerate da Treccani opere di ambito o attribuzione più prudente.

[13]

L’attività di miniatore è ricostruita su base stilistica; Treccani ricorda le miniature della Divina Commedia di Chantilly riferite al maestro a partire da Meiss.

[14]

Treccani indica Traini ancora vivo il 3 marzo 1348 e registra l’ipotesi di una morte collegata alla peste nera.

[15]

La fortuna critica moderna passa da Vasari a Crowe e Cavalcaselle, Supino, Meiss, Longhi, Bellosi, Carli, Caleca, Petrocchi, Pisani, Balbarini e Pasut.

[16]

Traini è considerato uno dei maggiori pittori pisani della prima metà del Trecento, con un catalogo oggi fondato soprattutto sul polittico di San Domenico e su attribuzioni attentamente vagliate.

Bibliografia

Linda Pisani, Francesco Traini e la pittura a Pisa nella prima metà del Trecento, Edizioni ETS, Pisa, 2020.

Gaia Ravalli, Francesco Traini, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, voce online.

Sonia Petrocchi, Traini, Francesco, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1999.

Chiara Balbarini, Miniatura a Pisa nel Trecento: dal Maestro di Eufrasia dei Lanfranchi a Francesco Traini, PLUS, Pisa, 2003.

Linda Pisani, Un nuovo polittico di Francesco Traini: provenienza, ricostruzione, cronologia e ricezione, in Nuovi Studi. Rivista di arte antica e moderna, 13, 2007.

Antonino Caleca, Francesco Traini e il suo ambiente, in studi sulla pittura pisana del Trecento, Pisa, 1996.

Millard Meiss, Francesco Traini, National Gallery of Art, Washington, 1983.

Chiara Frugoni, Altri luoghi, cercando il Paradiso. Il ciclo di Buffalmacco nel Camposanto di Pisa, Roma, 1988.

Luciano Bellosi, Buffalmacco e il Trionfo della Morte, Einaudi, Torino, 1974.

Enzo Carli, Il Museo di Pisa, Pacini, Pisa, 1974.

Roberto Longhi, Giudizio sul Duecento e ricerche sul Trecento nell’Italia centrale, in Proporzioni, Firenze, 1948.

Mario Salmi, La pittura pisana del Trecento, Firenze, 1932.

Igino Benvenuto Supino, Il Camposanto di Pisa, Firenze, 1896.

Joseph Archer Crowe, Giovanni Battista Cavalcaselle, Storia della pittura in Italia, Le Monnier, Firenze, 1883.

Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Giunti, Firenze, 1568.

Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Francesco Traini, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.