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Catarino Veneziano
Venezia, documentato dal 1362 al 1390
Catarino Veneziano, o Catarino di Marco da Venezia, appartiene alla pittura veneziana della seconda metà del Trecento. La sua figura occupa una posizione di raccordo fra la tradizione di Paolo Veneziano, la bottega di Donato, gli sviluppi di Lorenzo Veneziano e la progressiva apertura della pittura lagunare verso modi più lineari e gotici. Le opere firmate e i documenti superstiti permettono di seguirlo tra Venezia, il Veneto e la Dalmazia, in un ambiente artistico segnato da botteghe familiari, collaborazioni, ancone lignee, croci dipinte, polittici e immagini devozionali a fondo oro.[1] Le fonti lo ricordano come pittore attivo a Venezia dal 1362 al 1390. La Pinacoteca Comunale di Faenza lo presenta come Catarino di Marco, documentato nelle terre di Venezia e della Dalmazia tra 1365 e 1390, con una prima attestazione legata alla dote della moglie Franceschina di Nicoletto Garzoni. La voce Treccani dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale indica invece il 1362 come prima notizia, quando il pittore compare come testimone in un atto.[2] Il patronimico di Marco ha avuto rilievo nella ricostruzione della sua genealogia artistica. La critica ha proposto un collegamento con Marco di Martino, fratello di Paolo Veneziano, ipotesi utile per collocare Catarino entro un sistema di botteghe e parentele veneziane. La pittura lagunare trecentesca si sviluppava spesso attraverso nuclei familiari, collaborazioni stabili, trasmissione di modelli e continuità di repertori liturgici.[3] Nel 1367 Catarino è ricordato con Donato Veneziano in rapporto a una croce dipinta per la chiesa di Sant’Agnese a Venezia, opera oggi perduta. Il documento è importante perché apre la collaborazione con Donato, generalmente ritenuto suo maestro. La croce perduta conferma il ruolo delle immagini sospese e delle grandi tavole dipinte nella liturgia veneziana del Trecento.[4] La collaborazione con Donato raggiunge il suo punto più noto nell’Incoronazione della Vergine della Fondazione Querini Stampalia, firmata e datata 1372. Questa pala costituisce il punto di partenza per il riconoscimento critico dell’artista. La presenza dei due nomi sulla stessa opera indica un rapporto di bottega e di committenza condivisa, nel quale la firma diventa elemento di autorità professionale.[5] L’Incoronazione della Vergine della Querini Stampalia mantiene un impianto ancora vicino alla cultura veneziana bizantineggiante. Cristo e la Vergine siedono frontalmente entro una struttura di forte solennità; l’oro stabilisce lo spazio sacro; la simmetria sostiene il carattere liturgico dell’immagine. Entro questa continuità Catarino introduce una sensibilità più narrativa e decorativa, con figure meno rigide, passaggi più dolci e un gusto ornamentale più mobile.[6] Nel 1374 è ricordato da solo per una grande ancona dipinta e scolpita destinata a San Giorgio Maggiore a Venezia, oggi dispersa. La notizia, tramandata da fonti antiche, mostra che l’artista lavorava anche autonomamente, con commissioni di dimensione rilevante. L’ancona congiungeva pittura e struttura lignea intagliata, secondo una pratica tipica delle botteghe veneziane del Trecento.[7] Nel 1375 Catarino firma e data l’Incoronazione della Vergine oggi alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. La scheda museale indica l’artista come Catarino di Marco da Venezia, documentato a Venezia dal 1362 al 1390, e registra la tavola, di 89 per 58 centimetri, acquisita dal conte Vincenzo Galli nel 1877. L’opera è una delle testimonianze più solide della sua attività autonoma.[8] L’Incoronazione delle Gallerie dell’Accademia riprende un soggetto centrale della pittura veneziana trecentesca. La Vergine, Cristo e gli angeli sono disposti in uno spazio dorato, con una compostezza ancora solenne e una maggiore finezza lineare. Il tema ebbe grande fortuna nelle botteghe lagunari perché permetteva di unire devozione mariana, splendore liturgico e ricchezza decorativa. Sempre alle Gallerie dell’Accademia è conservata un’altra opera firmata: l’Incoronazione della Vergine e i santi Lucia e Nicola da Tolentino. La presenza di santa Lucia e di san Nicola da Tolentino mostra l’adattamento dell’iconografia mariana a esigenze devozionali specifiche. La tavola appartiene a quella produzione di dimensione raccolta, destinata alla preghiera, alle cappelle e agli altari laterali, nella quale Catarino mostra una vena più minuta e popolare.[9] Nel 1386 Catarino ricompare accanto a Donato e ad altri artisti in una commissione per un crocifisso e due ancone destinate al convento domenicano di San Platone a Zara. Il documento è importante per la geografia della pittura veneziana. Venezia, il Veneto e la Dalmazia formavano un sistema artistico connesso dalla committenza ecclesiastica, dai traffici marittimi e dalla circolazione delle botteghe. Catarino appartiene a questa rete adriatica.[10] La documentazione termina il 25 ottobre 1390, quando Catarino è menzionato per il restauro del Crocifisso della chiesa di Santa Maria Maggiore a Treviso. Il documento lo colloca ancora a Venezia, nella contrada di San Luca, e conferma un’attività anche conservativa su opere più antiche. Il pittore non era soltanto autore di nuove immagini: poteva intervenire su croci e tavole già venerate, preservandone la funzione liturgica.[11] Il catalogo firmato comprende anche il polittico con Madonna col Bambino, Crocifissione e santi del Walters Art Museum di Baltimora, databile intorno al 1380-1389. La scheda del museo registra la firma al centro della base: Chatarinus de Venecii pinxit. Il complesso riunisce la Madonna col Bambino, il donatore, santi a figura intera, la Crocifissione e mezze figure di sante, in una struttura devozionale densa e articolata.[12] Il polittico Walters è particolarmente utile per comprendere il rapporto fra artista e committente. Il donatore inginocchiato ai piedi della Vergine indica la funzione votiva dell’opera. La firma di Catarino, collocata in posizione evidente, associa il pittore alla responsabilità dell’immagine. Il fondo oro, i santi, la Crocifissione e gli attributi iconografici costruiscono un insieme destinato alla devozione privata o a un contesto confraternale e familiare.[13] Tra le opere attribuite o firmate rientrano alcune Madonne dell’Umiltà, soggetto molto diffuso nel secondo Trecento. La Pinacoteca Comunale di Faenza conserva una Madonna dell’Umiltà riferita a Catarino. Treccani ricorda anche esempi a Worcester, Roma, Venezia e Pennabilli, con una tavola proveniente dal convento francescano di Pietracuta che reca una firma mutila. Il soggetto, con Maria seduta a terra o su un basso cuscino, favoriva una devozione più intima e affettiva.[14] La pittura di Catarino si riconosce per la persistenza del fondo oro, il gusto per le superfici preziose, la frontalità ancora legata alla tradizione veneziana, il progressivo scivolamento verso una linea più gotica. Le figure tendono a una dolcezza più semplice rispetto ai maggiori maestri lagunari; i volti hanno spesso una grazia popolare; gli angeli e i santi si dispongono secondo ritmi decorativi chiari. La sua forza sta nella capacità di tradurre modelli autorevoli in immagini devote, leggibili e ricche di ornato.[15] Il rapporto con Paolo e Lorenzo Veneziano resta centrale. Paolo aveva dato alla pittura veneziana del Trecento una struttura di grande autorità liturgica, fondata su modelli bizantini rielaborati in senso occidentale. Lorenzo aveva aperto il linguaggio verso una maggiore eleganza gotica. Catarino si colloca in questa linea tarda, dentro una cultura che conserva l’oro, la gerarchia e la solennità della tavola veneziana e insieme accoglie una sensibilità più morbida e narrativa.[16] Attraverso Catarino si comprende meglio la continuità delle botteghe veneziane, la funzione delle ancone, la fortuna dell’Incoronazione della Vergine e la persistenza di un’immagine devozionale preziosa alla vigilia del gotico internazionale.[17]
A.R.
Note
BibliografiaCristina Guarnieri, Per un corpus della pittura veneziana del Trecento al tempo di Lorenzo, in studi sulla pittura veneziana del XIV secolo, 2006. Andrea De Marchi, Trecento veneziano nelle terre adriatiche marchigiane, in Vittorio Curzi, a cura di, Pittura veneta nelle Marche, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2000. Rodolfo Pallucchini, La pittura nel Veneto. Il Trecento, Electa, Milano, 1992. Francesca Flores d’Arcais, Caterino, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1991. Francesca D’Arcais, Caterino, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1979. Federico Zeri, Italian Paintings in the Walters Art Gallery, Walters Art Gallery, Baltimore, 1976. Rodolfo Pallucchini, La pittura veneziana del Trecento, Istituto per la Collaborazione Culturale, Venezia-Roma, 1964. Antonio Maria Zanetti, Della pittura veneziana e delle opere pubbliche de’ veneziani maestri, Venezia, 1771. Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Catarino o Caterino, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.
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