![]() |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Antonio Veneziano
Venezia, prima del 1340 circa - Toscana, dopo il 1388
Antonio Veneziano, identificato di norma con Antonio di Francesco da Venezia, e una delle personalita piu mobili e interessanti della pittura toscana e adriatica del secondo Trecento. La sua attivita documentata si colloca fra il 1369 e il 1388, con passaggi a Siena, Firenze, Pisa e Palermo. La qualifica di Veneziano indica l'origine lagunare; il suo linguaggio maturo si forma entro un orizzonte piu largo, nel quale confluiscono tradizione veneta, cultura senese, pittura fiorentina post-giottesca e grande decorazione narrativa pisana.[1] La nascita viene posta generalmente a Venezia, forse prima del 1340. Le prime notizie sicure lo collocano a Siena nel 1369, quando l'Opera del Duomo gli pago la pittura di una Madonna nella lunetta della porta della cattedrale, oggi perduta. Tra 1369 e 1370 ricevette altri pagamenti per affreschi nelle cappelle di San Sebastiano, detta anche dei Balestrieri, e di San Savino, oltre che per lavori alle volte del Duomo, in alcuni casi accanto ad Andrea Vanni. Queste opere senesi sono scomparse, e la loro perdita limita la comprensione della fase iniziale.[2] Il soggiorno senese ebbe un ruolo formativo importante. Siena, nella seconda meta del Trecento, conservava la memoria di Duccio, Simone Martini, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, insieme a una rete di pittori attivi in cantieri pubblici, ecclesiastici e confraternali. Antonio vi entro come artista gia capace di ricevere commissioni dall'Opera del Duomo. L'ambiente senese gli offri una cultura del colore, del fondo dorato, della linea e della narrazione devozionale che sarebbe rimasta riconoscibile nel suo percorso.[3] Nel 1374 Antonio risulta iscritto a Firenze all'Arte dei Medici e Speziali, la corporazione alla quale appartenevano anche i pittori. La presenza fiorentina lo pone dentro il sistema professionale nato dalla tradizione giottesca. Firenze gli offriva modelli di chiarezza narrativa, organizzazione del cantiere, solidita delle figure, costruzione architettonica della scena. La notizia dell'iscrizione documenta anche la volonta di lavorare stabilmente entro una citta nella quale l'appartenenza corporativa era condizione fondamentale per l'attivita pubblica.[4] La tradizione vasariana collega Antonio a Taddeo Gaddi e alla pittura fiorentina, e ricorda sue opere nel chiostro di Santo Spirito e nella Sala del Maggior Consiglio a Venezia. Tali notizie appartengono a una memoria antica da usare con cautela, perche le opere menzionate sono perdute o trasformate. Esse indicano pero la reputazione dell'artista in un'area molto estesa, tra Firenze, Pisa e Venezia, e confermano la percezione di Antonio come maestro capace di muoversi fra ambienti diversi.[5] Il momento piu importante della carriera e il lavoro nel Camposanto Monumentale di Pisa. Tra 1384 e 1386 Antonio dipinse nel corridoio sud le ultime scene del ciclo di San Ranieri, patrono della citta, portando avanti il programma avviato da Andrea di Bonaiuto. Il ciclo era stato commissionato dal Capitolo e dall'Opera del Duomo e costituiva una delle imprese piu significative della pittura murale pisana del tardo Trecento. Nel Camposanto Antonio si misuro con una tradizione altissima, gia segnata da Buffalmacco, Taddeo Gaddi, Piero di Puccio e Spinello Aretino.[6] Le scene di Antonio per San Ranieri comprendono il ritorno del santo a Pisa, la morte e i funerali, insieme ad altri episodi legati alla sua memoria civica e religiosa. Il santo, vissuto nel XII secolo, era figura identitaria della citta; la sua vicenda consentiva di unire devozione, storia locale, liturgia e orgoglio comunale. Antonio tradusse questa materia in immagini ampie, affollate, ricche di episodi secondari, con un gusto particolare per i volti, i gesti, gli abiti e la partecipazione emotiva dei personaggi.[7] Il Ritorno di san Ranieri a Pisa mostra bene il suo metodo narrativo. La scena dispone gruppi di figure secondo un andamento ordinato, con attenzione alla varieta delle espressioni e al rapporto fra folla e protagonista. Il racconto sacro diventa evento pubblico. La citta riconosce il suo santo, la comunita si raccoglie attorno alla sua presenza, lo spazio del Camposanto accoglie una memoria che appartiene insieme alla religione e alla storia urbana.[8] Nella Morte di san Ranieri e nei funerali il registro emotivo diventa piu intenso. Antonio lavora sulle reazioni dei presenti, sulle teste inclinate, sulle mani che indicano o si raccolgono, sui volti segnati dal dolore. La scena conserva una struttura chiara, e l'interesse maggiore si concentra sulle emozioni visibili. Questa qualita fu notata dalla critica moderna, che ha riconosciuto in Antonio una sensibilita particolare nella rappresentazione degli affetti.[9] Gli affreschi del Camposanto subirono gravi danni durante il bombardamento del 1944 e nei successivi incendi. Il ciclo venne staccato, restaurato e studiato attraverso sinopie, fotografie storiche, frammenti e ricollocazioni. Per Antonio Veneziano questo dato e essenziale: la lettura delle opere pisane passa attraverso una storia conservativa complessa. Le fotografie ottocentesche e novecentesche conservate in archivi come la Fototeca Zeri e il Catalogo generale dei beni culturali hanno oggi un valore documentario decisivo.[10] L'esperienza pisana mostra Antonio come pittore di grande capacita narrativa. Rispetto alla pittura piu severa dei primi giotteschi, egli sviluppa una scena piu popolata, sensibile alla varieta umana, al movimento, al gesto quotidiano, al dettaglio ambientale. Il suo linguaggio appartiene al tardo Trecento: conserva l'impianto monumentale della tradizione murale toscana e introduce un'attenzione minuta alla vita dei personaggi, agli stati d'animo, ai rapporti sociali. Dopo il Camposanto, Antonio e ricordato anche per lavori nel Duomo di Pisa. La documentazione indica la prosecuzione del suo rapporto con la citta e con l'Opera del Duomo. Pisa, nel secondo Trecento, cercava attraverso il Camposanto e la cattedrale una pittura di forte valore civico e religioso. Antonio, artista venuto da fuori, fu inserito in questo programma come maestro capace di concludere e qualificare un ciclo centrale per la memoria cittadina.[11] L'ultima opera nota e il Ruolo dei confrati defunti della Confraternita di San Nicolo lo Reale di Palermo, firmato e datato 1388, oggi al Museo Diocesano di Palermo. L'opera e una tavola a fondo oro con funzione memoriale e confraternale. Il suo carattere e particolare: un oggetto destinato a registrare e visualizzare la memoria dei confratelli defunti. La presenza di Antonio in rapporto a Palermo mostra l'ampiezza geografica della sua attivita o, almeno, della circolazione delle sue opere.[12] Il Ruolo palermitano conferma la capacita di Antonio di lavorare per committenze diverse. Dopo i grandi affreschi narrativi di Pisa, egli realizza un'opera piu raccolta, legata alla memoria devozionale di una confraternita. La pittura conserva fondo oro e solennita liturgica, e si accorda a una funzione documentaria e commemorativa. In questo senso Antonio occupa un luogo significativo nella storia materiale dell'immagine medievale: pittura, culto, archivio e memoria dei morti si incontrano nella stessa tavola.[13] La fisionomia stilistica di Antonio Veneziano si riconosce nella sintesi fra culture diverse. La componente fiorentina gli offre struttura narrativa e senso del corpo; quella senese gli da eleganza lineare, qualita cromatica e delicatezza devozionale; la matrice veneta puo aver favorito una maggiore sensibilita per il colore e per certe morbidezze luminose. La sua pittura possiede un tono umano, osservativo, sensibile alle differenze dei volti e alla mobilita delle emozioni.[14] La sua importanza storica riguarda anche la trasmissione. La tradizione ricorda Antonio come maestro di Gherardo Starnina, pittore destinato a un ruolo essenziale nel passaggio verso il gotico internazionale fiorentino. Anche questa notizia va letta nella trama della pittura tarda del Trecento: artisti itineranti, botteghe mobili, cantieri pubblici, confraternite e corti costruiscono un sistema di scambio continuo. Antonio appartiene pienamente a questa geografia mobile.[15] La fortuna critica moderna ha progressivamente restituito rilievo all'artista. Le voci Treccani, gli studi sul Camposanto di Pisa, i lavori di Andrew Ladis sulla rappresentazione delle emozioni, le schede della Fototeca Zeri e la documentazione del Museo Diocesano di Palermo hanno consentito di ricomporre un profilo fondato su pochi nuclei sicuri. Il catalogo resta ridotto; la qualita degli affreschi pisani e il valore documentario della tavola palermitana bastano a collocare Antonio fra i maestri significativi del secondo Trecento.[16] Antonio Veneziano va inserito nel repertorio dei pittori italiani del Trecento come figura di collegamento. Venezia, Siena, Firenze, Pisa e Palermo disegnano una traiettoria ampia, utile per comprendere la circolazione degli artisti e dei linguaggi nella penisola. La sua pittura rende visibile una fase nella quale la tradizione giottesca viene arricchita da attenzione narrativa, sentimento, osservazione sociale e memoria civica. Nel Camposanto di Pisa, soprattutto, Antonio costruisce una pittura pubblica capace di unire storia locale, devozione e vita collettiva.[17]
A.R.
Note
BibliografiaNicoletta Bonacasa, Antonio Veneziano, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, voce online. Andrew Ladis, Antonio Veneziano and the Representation of Emotions, in Apollo, 124, n. 295, London, 1986. Lorenzo Sbaraglio, Antonio di Francesco, in Enciclopedia dell'Arte Medievale, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, voce online. Giovanni Previtali, Studi sulla pittura del Trecento in Toscana, Einaudi, Torino, 1975. Luisa Becherucci, Il Camposanto di Pisa, in studi sulla pittura pisana del Trecento, Pisa-Firenze, 1960 circa. Pietro Toesca, Il Trecento, UTET, Torino, 1951. Roberto Longhi, Giudizio sul Duecento e ricerche sul Trecento nell'Italia centrale, in Proporzioni, Firenze, 1948. Mario Salmi, La pittura pisana del Trecento, Firenze, 1932. Nello Tarchiani, Antonio Veneziano, in Enciclopedia Italiana, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1929. Raimond van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, Martinus Nijhoff, The Hague, 1924. Giorgio Vasari, Le vite de' piu eccellenti pittori, scultori e architettori, Giunti, Firenze, 1568. Lorenzo Ghiberti, I commentarii, meta XV secolo.
|