Altichiero da Zevio

Zevio presso Verona, 1330 circa - morto prima del 1393

 

 

Altichiero da Zevio, ricordato dalle fonti anche come Aldighieri o Aldigheri, è uno dei maggiori pittori dell’Italia settentrionale nel secondo Trecento. La sua opera si concentra tra Verona e Padova, entro un ambiente segnato dalle signorie scaligera e carrarese, dalla cultura francescana del Santo, dalla memoria di Giotto e dalla nuova attenzione per la città, il ritratto, il cerimoniale cavalleresco e lo spazio architettonico. Il suo nome appare stabilmente legato ai due grandi cantieri padovani della cappella di San Giacomo, poi San Felice, nella basilica di Sant’Antonio, e dell’Oratorio di San Giorgio.[1]

La biografia documentaria è relativamente breve. Altichiero è indicato come figlio di Domenico da Zevio, presso Verona. La prima attestazione certa lo colloca nel 1369 a Verona, nel Capitolo di Santa Anastasia. Nel 1379 ricevette il saldo per i lavori eseguiti nella cappella di San Giacomo al Santo di Padova; risulta poi attestato a Padova nel 1381, 1382 e 1384. In quest’ultimo anno fu pagato per lavori nella cappella di San Giorgio e per una ancona destinata a una certa Margareta. Un documento del 1393 lo definisce già bonae memoriae, dunque a quella data era morto.[2]

La sua origine veronese ha un peso decisivo. Verona, nella seconda metà del Trecento, era ancora segnata dalla memoria della corte scaligera, dalle arche monumentali, dalla cultura cavalleresca, dalla presenza di artisti e letterati. Le fonti antiche attribuiscono ad Altichiero decorazioni oggi perdute o frammentarie nei palazzi cittadini, tra cui storie della guerra giudaica e cicli di uomini illustri. Il dato va trattato con prudenza, ma conferma il rapporto dell’artista con una cultura di corte capace di unire memoria antica, celebrazione dinastica e gusto narrativo.[3]

Tra le testimonianze veronesi resta importante l’affresco votivo della cappella Cavalli in Santa Anastasia, con la Madonna in trono, angeli e membri della famiglia presentati dai santi protettori. L’attribuzione ad Altichiero, discussa e variamente precisata dalla critica, indica comunque il legame dell’artista con ambienti aristocratici e devozionali di alto livello. La composizione mette insieme culto mariano, memoria familiare e rappresentazione del rango sociale, temi che torneranno con forza nei cantieri padovani dei Lupi di Soragna.[4]

Il trasferimento a Padova avvenne entro un contesto di particolare densità artistica. Dopo Giotto, la città aveva conosciuto una serie di imprese pittoriche di grande rilievo: Guariento, Giusto de’ Menabuoi, Jacopo Avanzi e altri maestri avevano trasformato chiese, cappelle e sedi civili in un laboratorio di pittura murale. La signoria dei da Carrara fece di Padova uno dei centri più vivi dell’Italia padana. In questa città Altichiero trovò committenze aristocratiche, ambienti francescani e una tradizione figurativa già abituata a pensare l’affresco come spazio narrativo totale.[5]

La cappella di San Giacomo, oggi di San Felice, nella basilica di Sant’Antonio, fu commissionata da Bonifacio Lupi di Soragna. La costruzione, avviata nel 1372 e compiuta nel 1376, venne affidata per la parte architettonica e scultorea ad Andriolo de’ Santi. La decorazione pittorica fu conclusa entro il 1379, quando Altichiero ricevette il saldo. Il cantiere è indicato dalle fonti e dalla critica in rapporto anche a Jacopo Avanzi, con una questione attributiva che attraversa gran parte della storiografia moderna.[6]

Il programma della cappella di San Giacomo comprende episodi della vita del santo, il sogno di re Ramiro, la battaglia di Clavijo e una grande Crocifissione. Le scene sono disposte entro un sistema architettonico che sfrutta la struttura della cappella e ordina la narrazione in fasce. Altichiero vi dimostra una capacità rara di governare grandi masse figurative. La scena non si disperde nella folla: gruppi di soldati, cavalli, dolenti, astanti e architetture sono coordinati secondo una regia visiva ferma.[7]

La Crocifissione della cappella di San Giacomo è uno dei vertici della pittura italiana del tardo Trecento. Il Calvario si presenta come una scena ampia, popolata e drammatica, nella quale la croce di Cristo domina un intreccio di figure militari, dolenti, cavalieri, insegne e gruppi in movimento. La forza dell’immagine nasce dal controllo della composizione. I personaggi sono numerosi, ma ogni gruppo ha una funzione; i piani sono scalati con intelligenza; il racconto mantiene una direzione centrale e una solennità monumentale.[8]

La Battaglia di Clavijo rivela un altro aspetto dell’artista. Il tema, legato alla tradizione ispanica del culto di san Giacomo, offre ad Altichiero l’occasione per dipingere cavalli, armature, stendardi, movimento militare e celebrazione cavalleresca. La scena appartiene alla devozione del santo e insieme alla cultura aristocratica della committenza. Il linguaggio pittorico traduce l’epica militare in ordine figurativo, con un equilibrio che unisce racconto sacro, memoria genealogica e immaginario signorile.[9]

Il secondo grande cantiere padovano è l’Oratorio di San Giorgio, affacciato sul sagrato della basilica del Santo. L’edificio fu fatto costruire a partire dal 1377 da Raimondino Lupi di Soragna come cappella funeraria della famiglia. La decorazione pittorica, affidata ad Altichiero e portata a termine nel 1384, riprende il modello della cappella degli Scrovegni per impianto a navata unica, pareti lisce, volta a botte e ciclo organizzato su registri. Il riferimento a Giotto è evidente, ma Altichiero lo sviluppa entro un linguaggio tardotrecentesco, più cortese, luminoso e spazialmente complesso.[10]

Il programma iconografico dell’Oratorio di San Giorgio è incentrato sulla vita di Cristo e sulle vite dei santi protettori della famiglia Lupi: san Giorgio, santa Caterina d’Alessandria e santa Lucia. Le storie derivano in larga parte dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine. La decorazione occupa l’intero spazio interno: controfacciata, parete dell’altare, pareti laterali, registri superiori e inferiori. Le ampie cornici dipinte collegano lo spazio reale della cappella allo spazio simulato delle scene.[11]

Nella parete di fondo la Crocifissione e l’Incoronazione della Vergine stabiliscono il fulcro devozionale dell’oratorio. Sulle pareti lunghe si svolgono le storie dei santi. La narrazione di san Giorgio permette ad Altichiero di trattare temi cavallereschi, supplizi, conversioni, battaglie e miracoli. Le storie di santa Caterina e santa Lucia introducono invece scene di disputa, martirio, tribunale, corteo e funerale. L’artista usa questi temi per rappresentare il mondo contemporaneo: armature, abiti, edifici, gesti pubblici, volti individualizzati.[12]

La scena votiva dei Lupi, con i membri della famiglia inginocchiati davanti alla Vergine, è uno dei punti più eloquenti del ciclo. La cappella era un mausoleo familiare; al centro si trovava in origine il monumento funebre di Raimondino Lupi. Gli affreschi non decoravano semplicemente le pareti: costruivano la memoria della famiglia, ne mostravano la devozione, il rango, il servizio militare ai Carraresi e il legame con il Santo. L’immagine sacra diventava spazio di identità dinastica.[13]

L’Oratorio di San Giorgio mostra la piena maturità di Altichiero. Le architetture dipinte sono più complesse rispetto alla tradizione giottesca, con interni, portici, logge, edifici in scorcio e città murate. Le scene sono attraversate da una luce più soffusa, capace di ammorbidire i volumi e di dare continuità agli spazi. Il colore acquista una qualità più chiara e atmosferica. La figura umana conserva peso, ma il racconto assume un andamento elegante, quasi cerimoniale.[14]

Uno dei tratti più moderni di Altichiero è l’attenzione al ritratto. Nei gruppi di soldati, dignitari, astanti, familiari e spettatori appaiono volti diversificati, con fisionomie precise, gesti misurati, posture riconoscibili. La pittura diventa un luogo di osservazione sociale. L’artista non dipinge soltanto santi, carnefici e devoti; registra tipi umani, ruoli, abiti, gerarchie, presenze individuali. Questa attenzione corrisponde alla cultura delle corti venete del secondo Trecento e ai primi interessi umanistici per uomini illustri, memoria storica e fama.[15]

Il rapporto con Jacopo Avanzi è uno dei problemi critici più discussi. Le fonti antiche associano spesso i due nomi; la critica moderna ha distinto mani, fasi e interventi con esiti diversi. I documenti pagano Altichiero per la cappella di San Giacomo e per San Giorgio, mentre Restituzioni e altri studi mantengono il riferimento al cantiere con Avanzo. Nell’Oratorio di San Giorgio Padova Urbs Picta indica la probabile collaborazione di Jacopo da Verona. La prudenza è necessaria: Altichiero resta il protagonista documentato e stilisticamente dominante, ma i grandi cantieri tardomedievali furono spesso imprese di bottega e collaborazione.[16]

La sua pittura si colloca dopo Giotto e prima del pieno gotico internazionale. Da Giotto eredita la concezione dell’affresco come racconto unitario, la struttura spaziale della cappella, il controllo del gesto e del corpo. Dalla cultura padana e cortese riceve invece gusto cavalleresco, eleganza di costumi, attenzione ai ritratti, interesse per gli apparati monumentali e per la celebrazione dinastica. In Altichiero questi elementi si fondono in una lingua originale, capace di preparare alcune soluzioni del Quattrocento settentrionale.

La fortuna critica di Altichiero ha conosciuto una storia complessa. La perdita delle decorazioni scaligere e carraresi ha ridotto il catalogo a pochi grandi nuclei superstiti, concentrati soprattutto a Padova. La lettura degli affreschi fu a lungo condizionata dalla questione di Jacopo Avanzi. Gli studi di Schlosser, Schubring, Toesca, Mellini, Flores d’Arcais, Benati, Richards e altri hanno progressivamente restituito all’artista un profilo autonomo: grande maestro della pittura padana, capace di unire monumentalità giottesca, cultura di corte e una nuova sensibilità spaziale.[17]

Altichiero da Zevio è dunque indispensabile in una storia dei pittori italiani del Trecento. Con lui la pittura padana raggiunge un livello europeo. I suoi affreschi padovani mostrano che il secondo Trecento non fu soltanto una fase di prosecuzione rispetto a Giotto: fu anche un tempo di invenzioni nuove, di grandi cicli dinastici, di spazi dipinti più complessi, di ritratti, di cerimonie, di città e architetture abitate. Tra Verona e Padova, Altichiero costruì una delle forme più alte della narrazione monumentale tardomedievale.[18]

 

A.R.

 

 

Note

[1] Le forme Aldighieri e Aldigheri sono registrate nelle voci Treccani dedicate all’artista. torna al testo
[2] La documentazione essenziale è riassunta nella voce dell’Enciclopedia dell’Arte Medievale: Verona 1369, saldo per San Giacomo 1379, attestazioni padovane 1381, 1382 e 1384, documento del 1393 con la formula bonae memoriae. torna al testo
[3] Le fonti antiche e Vasari attribuiscono ad Altichiero imprese oggi perdute o frammentarie nei palazzi scaligeri e carraresi; la ricostruzione richiede cautela. torna al testo
[4] L’affresco votivo della cappella Cavalli in Santa Anastasia a Verona è entrato nella discussione critica sul catalogo di Altichiero. torna al testo
[5] Padova nel secondo Trecento fu uno dei principali centri della pittura murale italiana, dopo Giotto e accanto a Guariento, Giusto de’ Menabuoi e Jacopo Avanzi. torna al testo
[6] La cappella di San Giacomo, oggi di San Felice, fu commissionata da Bonifacio Lupi di Soragna; Restituzioni indica data 1372-1376 per il complesso e ricorda Altichiero e Avanzo. torna al testo
[7] La cappella di San Giacomo comprende episodi della vita del santo, il sogno di re Ramiro, la battaglia di Clavijo e la Crocifissione. torna al testo
[8] Toesca definì la Crocifissione della cappella di San Giacomo uno dei vertici della pittura italiana del secondo Trecento. torna al testo
[9] La Battaglia di Clavijo appartiene alla tradizione agiografica di san Giacomo e alla cultura cavalleresca della committenza Lupi. torna al testo
[10] L’Oratorio di San Giorgio fu edificato dal 1377 per volontà di Raimondino Lupi di Soragna come cappella funeraria; la decorazione fu affidata ad Altichiero e conclusa nel 1384. torna al testo
[11] Padova Urbs Picta indica per l’Oratorio di San Giorgio un programma incentrato sulla vita di Cristo e sui santi protettori della famiglia Lupi: san Giorgio, santa Caterina e santa Lucia. torna al testo
[12] La Veneranda Arca di Sant’Antonio ricorda la disposizione del ciclo: episodi dell’infanzia di Cristo in controfacciata, Crocifissione e Incoronazione della Vergine sulla parete di fondo, storie dei santi sulle pareti lunghe. torna al testo
[13] L’Oratorio di San Giorgio era collegato alla funzione funeraria e dinastica della famiglia Lupi di Soragna. torna al testo
[14] Padova Urbs Picta sottolinea nel ciclo dell’Oratorio l’illusionismo prospettico, il rapporto tra spazio reale e spazio dipinto e la luminosità più soffusa del colore. torna al testo
[15] L’attenzione al ritratto e alla memoria degli uomini illustri appartiene alla cultura delle corti venete del secondo Trecento. torna al testo
[16] La questione del rapporto fra Altichiero, Jacopo Avanzi e Jacopo da Verona resta centrale nella storiografia dell’artista. torna al testo
[17] La monografia di John Richards e gli studi di Francesca Flores d’Arcais, Gian Lorenzo Mellini e Daniele Benati sono riferimenti essenziali per la fortuna critica moderna. torna al testo
[18] La centralità di Altichiero nel Trecento padano è riconosciuta dalla storiografia come momento di passaggio tra eredità giottesca, cultura signorile e anticipazioni spaziali del Quattrocento. torna al testo

 

Bibliografia

Zuleika Murat, Gli affreschi di Altichiero nell’Oratorio di San Giorgio: glorificazione dinastica e identitaria del miles egregius Raimondino Lupi di Soragna, in studi sul ciclo padovano, 2021.

John Richards, Altichiero. An Artist and His Patrons in the Italian Trecento, Cambridge University Press, Cambridge, 2000.

Luca Baggio, Gianluigi Colalucci, Daniela Bartoletti, a cura di, Altichiero da Zevio nell’Oratorio di San Giorgio. Il restauro degli affreschi, Associazione Centro Studi Antoniani / De Luca Editori, Roma, 1999.

Daniele Benati, Jacopo Avanzi nel rinnovamento della pittura padana del secondo Trecento, Bologna, 1992.

Francesca Flores d’Arcais, Altichiero e Avanzo. La cappella di San Giacomo, Electa, Milano, 1976.

Robin Simon, Altichiero versus Avanzo, in Papers of the British School at Rome, 45, London, 1977.

Gian Lorenzo Mellini, Altichiero e Jacopo Avanzi, Edizioni Alfa, Bologna, 1965.

Pietro Toesca, Il Trecento, UTET, Torino, 1951.

Edoardo Arslan, Altichiero, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma.

Francesca Flores d’Arcais, Altichiero, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1991.

Raimond van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, Martinus Nijhoff, The Hague, 1924.

Evelyn Sandberg Vavalà, La pittura veronese del Trecento e del primo Quattrocento, Verona, 1926.

Julius von Schlosser, Studien zur Kunstgeschichte, Wien, 1895.

Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Giunti, Firenze, 1568.

Enciclopedia Universale dell’Arte, voce Altichiero, Istituto per la Collaborazione Culturale / Sansoni, Firenze-Roma.