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Ridolfo Bigordi, detto Ridolfo del Ghirlandaio
Ridolfo del Ghirlandaio, Ritratto di giovane, inizio del XVI secolo. Olio su tavola, cm 30 × 24,5. Roma, Galleria Borghese, inv. 399.
Ridolfo Bigordi, detto Ridolfo del Ghirlandaio, nacque a Firenze il 4 febbraio 1483 da Domenico Ghirlandaio e da Costanza di Bartolomeo Nucci [1]. La morte prematura del padre, avvenuta nel 1494, lo consegnò alla tutela dello zio David, che lo accolse in casa, lo crebbe come figlio e lo avviò alla pittura [2]. Questa condizione familiare segnò l’intera biografia dell’artista: Ridolfo ereditò un nome prestigioso, una memoria di bottega ancora viva, una rete di relazioni cittadine e un patrimonio iconografico legato alla grande tradizione fiorentina della fine del Quattrocento. La sua formazione maturò a Firenze, dentro una città ancora segnata dalla bottega ghirlandaiesca, dagli affreschi di Masaccio al Carmine, dalle opere di Piero di Cosimo, Fra Bartolomeo, Leonardo e Michelangelo. Vasari ricorda il giovane Ridolfo intento a studiare i cartoni di Leonardo e Michelangelo per il Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio e a copiare gli affreschi della cappella Brancacci [3]. Queste notizie, coerenti con il clima artistico dei primi anni del Cinquecento, spiegano la varietà delle sue prime prove: disegno saldo, attenzione al ritratto, paesaggi nitidi, figure misurate, interesse per il classicismo fiorentino. Lo zio David ebbe un ruolo essenziale nella prima organizzazione professionale. Ridolfo abitò presso di lui anche dopo il matrimonio con Contessina del Bianco Deti, celebrato nel 1510, e frequentò la sua bottega almeno fino al 1511 [4]. David si era dedicato anche al mosaico e ad attività di tipo imprenditoriale; Ridolfo, pur inserito in questa struttura, sviluppò presto una propria autonomia. La pittura del giovane artista guarda meno alla descrizione narrativa minuta del padre Domenico e più alla nuova lingua del primo Cinquecento: volumi più pieni, colori più morbidi, rapporti con Fra Bartolomeo, Piero di Cosimo e Raffaello. La prima opera databile è la Madonna col Bambino in trono fra san Francesco e santa Maria Maddalena, del 1503, oggi alla Galleria dell’Accademia di Firenze [5]. La tavola mostra già una fisionomia distinta. Le figure hanno un impianto solido, il paesaggio è costruito con calma, il colore tende a una morbidezza chiara. L’influenza di Fra Bartolomeo si avverte nella compostezza della scena; Piero di Cosimo suggerisce certe abbreviazioni formali e una luce più ferma. Il giovane pittore si presenta così come interprete aggiornato del primo classicismo fiorentino. Poco dopo si colloca l’Incoronazione della Vergine, dipinta nel 1504 per il monastero di San Jacopo di Ripoli e oggi conservata al Musée du Petit Palais di Avignone [6]. La pala appartiene ai suoi primi risultati di maggiore impegno. La composizione, ancora legata a schemi quattrocenteschi, accoglie una disposizione più ampia e solenne delle figure. Gli angeli, i santi, la Vergine e Cristo sono collocati in uno spazio ordinato, con una qualità cromatica pacata. Ridolfo vi mostra la propria inclinazione verso un linguaggio devoto, elegante, equilibrato. Fra i primi anni del secolo e il 1507 si colloca anche l’Andata al Calvario, oggi alla National Gallery di Londra, ricordata da Vasari come opera che gli procurò grande fama [7]. Il soggetto gli consentiva di misurarsi con una scena affollata e drammatica. Il Cristo, caricato della croce, attraversa un gruppo di figure animate da gesti e sguardi; il paesaggio si apre alle spalle con una chiarezza atmosferica. L’opera conserva memorie leonardesche e bartolomeesche, mentre il colore e alcune morbidezze lineari guardano al giovane Raffaello. Il rapporto con Raffaello è uno dei temi centrali della sua vicenda. Vasari ricorda l’amicizia tra i due artisti durante il soggiorno fiorentino del Sanzio e riferisce che Raffaello affidò a Ridolfo il completamento del manto di una Madonna, generalmente identificata con la Bella giardiniera del Louvre [8]. La notizia, pur legata alla testimonianza vasariana, risulta preziosa per comprendere il prestigio raggiunto dal pittore e la sua adesione al nuovo classicismo. Ridolfo trasse da Raffaello un senso più armonico della linea, una dolcezza controllata dei volti e una maggiore chiarezza nella disposizione delle figure. La prima commissione documentata è la Madonna della Cintola, richiesta dagli operai del duomo di Prato nell’ottobre 1507 a Ridolfo e a David [9]. L’opera, conclusa nella primavera del 1509, fu eseguita di fatto da Ridolfo e documenta il suo ingresso in una committenza pubblica di rilievo. La scelta del tema rimandava a una devozione pratese antica, legata alla reliquia della Sacra Cintola. Il pittore vi adottò una composizione ampia, con figure disposte in modo ordinato e un tono devozionale adatto alla funzione civica e religiosa dell’immagine. Negli stessi anni Ridolfo si affermò come ritrattista. Vasari ricorda la grande quantità di ritratti usciti dalla sua bottega, eseguiti “di naturale” [10]. Il Ritratto di giovane della Galleria Borghese, scelto come immagine per questa scheda, appartiene a questo settore. Il ragazzo è raffigurato a mezzo busto, con berretto nero, volto inclinato e paesaggio sul fondo. L’opera fu in passato riferita a Raffaello, alla scuola del Perugino e a Timoteo Viti, poi ricondotta a Ridolfo. La vicenda attributiva rivela la qualità raffaellesca della tavola: compostezza del volto, dolcezza dello sguardo, chiarezza del paesaggio, equilibrio tra presenza psicologica e forma ideale. Il ritratto fu uno dei campi nei quali Ridolfo raggiunse i risultati più personali. Nei volti giovanili, femminili e maschili il pittore cerca una presenza misurata, con modellato morbido, occhi calmi, mani curate, abiti sobri, paesaggi limpidi. L’Ignota della Galleria Palatina, datata 1509, e il Ritratto di un orefice, sempre a Palazzo Pitti, attestano questa capacità di unire fisionomia e misura classica [11]. In queste opere la tradizione fiorentina del ritratto si aggiorna attraverso Raffaello e attraverso una maggiore astrazione volumetrica. Nel 1510 Ridolfo partecipò, con Perugino e Francesco Granacci, alla stima dell’Annunciazione di Mariotto Albertinelli per la compagnia di San Zanobi [12]. Il dato conferma la sua piena integrazione nella comunità professionale fiorentina. Nel 1513 realizzò l’Annunciazione a mosaico nella lunetta d’ingresso del chiostrino dei Voti della Santissima Annunziata, impresa legata alla tradizione musiva dello zio David e alla grande devozione cittadina verso il santuario [13]. La tecnica musiva rimase un episodio raro nella sua produzione, ma la lunetta conferma la versatilità dell’artista. Tra il 1513 e il 1515 si colloca l’incarico per la cappella dei Priori in Palazzo Vecchio, dedicata a san Bernardo [14]. I pagamenti documentano il lavoro sulla volta e sulla decorazione, con la collaborazione di Andrea di Cosimo Feltrini per la parte ornamentale. Il complesso, composto da affreschi, dorature, intagli e apparati decorativi, appartiene alla Firenze civica dei primi anni medicei. Ridolfo vi costruisce un ambiente di devozione pubblica, destinato ai magistrati della città, nel quale immagini sacre, emblemi politici e ornato dorato concorrono a definire il decoro del governo. Nel 1515 eseguì la predella per l’altare della cappella del Bigallo, nella piazza di San Giovanni [15]. Vasari ne lodò la qualità minuta, quasi miniata. Le piccole storie della Vergine e della confraternita mostrano una delle doti migliori del pittore: la capacità di raccontare con precisione entro uno spazio ridotto, usando figure minute, architetture, gesti e dettagli di vita urbana. La predella collega la pittura devozionale alla storia assistenziale del Bigallo, luogo centrale nella memoria caritativa fiorentina. L’attività ufficiale aumentò dopo il rientro dei Medici. Nel 1515 Ridolfo lavorò agli appartamenti papali in Santa Maria Novella per la visita di Leone X e intervenne nella cappella di Palazzo Medici [16]. Nel 1516 preparò apparati per le nozze di Giuliano de’ Medici, duca di Nemours; l’anno seguente lavorò per i suoi funerali. Nel 1518 partecipò agli allestimenti per le nozze di Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, e in seguito ai funerali dello stesso Lorenzo [17]. Questa attività di apparatore, spesso perduta per natura effimera, fu parte essenziale della sua carriera. Ridolfo fu pittore di pale e ritratti, ma anche organizzatore visivo della cerimonia pubblica medicea. Nel 1517 dipinse due grandi tavole con episodi della vita di san Zanobi, oggi alla Galleria dell’Accademia di Firenze: San Zanobi resuscita un fanciullo e la Traslazione del corpo di san Zanobi [18]. Le tavole erano destinate ad affiancare l’Annunciazione di Mariotto Albertinelli. Il soggetto, fortemente fiorentino, offriva al pittore l’occasione di rappresentare la città contemporanea attraverso la memoria del suo vescovo santo. Architetture, piazze, figure, abiti e gruppi di astanti trasformano il miracolo in una scena urbana riconoscibile. Le storie di san Zanobi sono tra i risultati più alti del Ridolfo narratore. Nella Traslazione del corpo di san Zanobi il corteo funebre attraversa la Firenze sacra, con il duomo, il battistero e le architetture cittadine come fondale della memoria religiosa. Nel Miracolo del fanciullo il santo agisce dentro uno spazio popolato da madri, cittadini, ecclesiastici e astanti. La pittura si fa cronaca sacra della città. La precisione ritrattistica, maturata nei dipinti a mezzo busto, entra qui nella scena narrativa e dà concretezza ai testimoni del miracolo. La cappella della villa di Colle Ramole, presso il Galluzzo, ereditata dal padre, conserva affreschi eseguiti tra il 1515 e il 1516 [19]. La decorazione è interessante anche per la presenza dell’autoritratto del pittore insieme alla prima moglie e ai figli Domenico, Costanza e Margherita. Il contesto familiare entra nella pittura sacra, secondo una pratica devozionale domestica che unisce memoria dei vivi, protezione religiosa e identità della famiglia Bigordi. Negli anni Venti Ridolfo continuò a ricevere incarichi per chiese e committenti toscani. Nel 1521 dipinse per Mario di Niccolò Beltramini la Pietà con i santi Nicola, Giovanni Battista, Girolamo e Maddalena nella chiesa di Sant’Agostino a Colle di Val d’Elsa [20]. Nel 1528 realizzò una grande Madonna in trono e santi per San Pier Maggiore a Pistoia, oggi nel Museo Civico della città [21]. Queste opere mostrano una maturità stabile, fondata su formule ormai consolidate: sacra conversazione ordinata, figure ampie, colore uniforme, paesaggi sobri, tono devozionale pacato. Nel 1531 dipinse il ritratto di Cosimo I ancora giovanetto, ricordato da Vasari [22]. Il dipinto, eseguito prima dell’ascesa ducale di Cosimo, possiede un interesse storico particolare, perché registra il futuro signore di Firenze in età adolescenziale. Anche in questo caso Ridolfo lavora sul rapporto tra volto, rango e compostezza formale, mantenendo un equilibrio tra somiglianza e decoro. Nel 1536 ricevette l’incarico di allestire gli apparati per l’ingresso di Carlo V a Firenze, con la collaborazione di Battista Franco e Michele Tosini [23]. Nel 1539 lavorò per l’arrivo di Eleonora di Toledo; nel 1541 partecipò agli apparati per il battesimo di Francesco, primogenito di Cosimo ed Eleonora. La sua lunga attività al servizio della città e dei Medici lo pone tra i principali organizzatori dell’immagine pubblica fiorentina nei primi decenni del principato. La bottega di Ridolfo ebbe notevole fortuna. Vi passarono o vi operarono Antonio del Ceraiolo, Perin del Vaga, Bartolomeo Getti, Mariano da Pescia, Carlo Portelli, Domenico Puligo, Nunziato Puccini e soprattutto Michele Tosini, detto Michele di Ridolfo [24]. Quest’ultimo divenne il collaboratore più rappresentativo della fase tarda, al punto da assumere il nome del maestro nella propria identità artistica. La bottega garantì continuità, ampia produzione e diffusione del linguaggio ridolfiano; nella tarda attività la presenza degli aiuti rende più complessa la valutazione delle singole opere. La salute del pittore peggiorò negli ultimi decenni, con disturbi di gotta ricordati dalla tradizione vasariana [25]. L’attività personale si fece più rarefatta, mentre la bottega continuava a produrre. Tra le ultime opere ricordate compare l’Ultima Cena del 1543 nel refettorio di Santa Maria degli Angeli, oggi in condizioni compromesse, vicina per impianto alla celebre soluzione di Andrea del Sarto a San Salvi [26]. Il dato conferma la persistenza, nella Firenze degli anni Quaranta, di modelli ormai consacrati. Ridolfo morì a Firenze il 6 gennaio 1561 [27]. La data 1560 riportata da Vasari dipende dal computo fiorentino dell’anno, che iniziava il 25 marzo. La sua lunga vita attraversò quasi interamente il Cinquecento fiorentino: dalla morte di Lorenzo il Magnifico e dalla stagione savonaroliana fino al principato mediceo di Cosimo I. Attraversò la Repubblica, il ritorno dei Medici, il pontificato di Leone X, il trauma del 1527, la formazione dello Stato ducale. La fortuna critica di Ridolfo fu condizionata dal nome paterno. La storiografia lo ha spesso letto come erede della bottega di Domenico, mentre la sua pittura appartiene pienamente alla Firenze del primo Cinquecento. I suoi riferimenti più vivi sono Piero di Cosimo, Fra Bartolomeo e Raffaello; la tradizione ghirlandaiesca gli fornì mestiere, reputazione e capacità ritrattistica, ma il suo linguaggio si formò nel clima del classicismo fiorentino e della cultura medicea [28]. Il suo valore storico sta nella funzione di raccordo. Ridolfo fu pittore di pale, ritratti, predelle, affreschi, mosaici, apparati e decorazioni civiche; lavorò per confraternite, magistrature, chiese, famiglie, Medici e istituzioni cittadine. Nei risultati migliori, come i ritratti, la predella del Bigallo, la cappella dei Priori e le storie di san Zanobi, la pittura unisce chiarezza narrativa, dignità formale e senso della città. La sua arte non cerca invenzioni estreme; costruisce un’immagine stabile, colta, funzionale alla Firenze del primo Cinquecento. Ridolfo del Ghirlandaio va quindi considerato uno dei maestri fiorentini più rappresentativi della generazione successiva a Raffaello. La sua pittura conserva il rigore del disegno, l’attenzione al volto, la misura compositiva e la qualità artigiana della tradizione cittadina. La bottega, i ritratti e le commissioni pubbliche ne fanno un testimone essenziale della continuità artistica fiorentina tra repubblica, restaurazione medicea e ducato.
A.R.
Note[1] Ridolfo nacque a Firenze il 4 febbraio 1483 da Domenico Ghirlandaio e da Costanza di Bartolomeo Nucci. [2] Dopo la morte di Domenico, avvenuta nel 1494, Ridolfo passò nella casa dello zio David, che lo allevò e lo avviò all’arte. [3] Vasari ricorda lo studio dei cartoni di Leonardo e Michelangelo in Palazzo Vecchio e degli affreschi di Masaccio nella cappella Brancacci. [4] Nel 1510 sposò Contessina del Bianco Deti e continuò ancora per qualche tempo a frequentare la bottega dello zio David. [5] La Madonna col Bambino in trono fra san Francesco e santa Maria Maddalena, del 1503, è il primo punto fermo databile del catalogo. [6] L’Incoronazione della Vergine, del 1504, fu dipinta per San Jacopo di Ripoli ed è oggi al Musée du Petit Palais di Avignone. [7] L’Andata al Calvario, oggi alla National Gallery di Londra, fu ricordata da Vasari come opera che diede fama al pittore. [8] Vasari ricorda l’amicizia con Raffaello e il coinvolgimento nel completamento del manto di una Madonna del Sanzio, generalmente identificata con la Bella giardiniera del Louvre. [9] La Madonna della Cintola fu commissionata nell’ottobre 1507 dagli operai del duomo di Prato a Ridolfo e a David; fu completata da Ridolfo nella primavera del 1509. [10] Vasari sottolinea la grande produzione ritrattistica della bottega di Ridolfo. [11] Il Ritratto di giovane della Galleria Borghese, l’Ignota della Galleria Palatina e il Ritratto di un orefice documentano il prestigio del pittore nel genere del ritratto. [12] Nel 1510 Ridolfo stimò, con Perugino e Granacci, l’Annunciazione di Mariotto Albertinelli. [13] L’Annunciazione a mosaico del chiostrino dei Voti della Santissima Annunziata è datata 1513. [14] La decorazione della cappella dei Priori in Palazzo Vecchio fu eseguita tra 1514 e 1515, con interventi ornamentali di Andrea di Cosimo Feltrini. [15] Nel 1515 Ridolfo dipinse la predella dell’altare del Bigallo, lodata da Vasari per la finezza dell’esecuzione. [16] Nel 1515 lavorò agli appartamenti papali in Santa Maria Novella e alla cappella di Palazzo Medici per la visita di Leone X. [17] Tra 1516 e 1519 fu impegnato in apparati medicei per nozze, ingressi e funerali. [18] Le due tavole con episodi di san Zanobi furono dipinte nel 1517 per la compagnia di San Zanobi e sono oggi alla Galleria dell’Accademia di Firenze. [19] Gli affreschi della cappella di Colle Ramole, eseguiti tra 1515 e 1516, includono l’autoritratto del pittore con la famiglia. [20] La Pietà di Colle di Val d’Elsa fu eseguita nel 1521 per Mario di Niccolò Beltramini. [21] La Madonna in trono e santi per San Pier Maggiore a Pistoia è datata 1528. [22] Il ritratto di Cosimo I giovinetto è ricordato da Vasari e viene datato al 1531. [23] Nel 1536 Ridolfo allestì gli apparati per l’ingresso di Carlo V a Firenze; nel 1539 e nel 1541 lavorò per cerimonie medicee. [24] Tra gli allievi e collaboratori sono ricordati Antonio del Ceraiolo, Perin del Vaga, Bartolomeo Getti, Mariano da Pescia, Carlo Portelli, Domenico Puligo, Nunziato Puccini e Michele Tosini. [25] Vasari collega il progressivo rallentamento dell’attività tarda ai disturbi di gotta. [26] L’Ultima Cena di Santa Maria degli Angeli, datata 1543, appartiene alla fase estrema. [27] Morì a Firenze il 6 gennaio 1561; la data 1560 di Vasari dipende dallo stile fiorentino. [28] La critica moderna ha individuato nella sua prima produzione il rapporto con Piero di Cosimo, Fra Bartolomeo e Raffaello.
Bibliografia essenzialeGiorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Giunti, Firenze, 1568; edizione a cura di Gaetano Milanesi, Sansoni, Firenze, 1878-1885. Giovanni Battista Cavalcaselle, Joseph Archer Crowe, A History of Painting in Italy, vol. VI, London, 1914. Giovanni Poggi, “Della serie dei Miracoli di San Zanobi di Ridolfo del Ghirlandaio agli Uffizi e nella Galleria dell’Accademia”, in Rivista d’arte, IX, 1916. Giovanni Poggi, “Di un ritratto inedito di Cosimo de’ Medici”, in Rivista d’arte, IX, 1916. Adolfo Venturi, Storia dell’arte italiana, vol. IX, parte I, Hoepli, Milano, 1925. Carlo Gamba, “Ridolfo e Michele di Ridolfo del Ghirlandaio”, in Dedalo, IX, 1928-1929, pp. 463-490, 544-561. A. Badiani, “L’Assunzione di R. del Ghirlandaio nella Cattedrale di Prato”, in Archivio storico pratese, IX, 1930-1931. Mostra del Cinquecento toscano, catalogo della mostra, Firenze, 1940. R. Mather, documenti su Ridolfo del Ghirlandaio e la bottega di David, 1948. Mina Mazzoni Rajna, “La cappella di Ridolfo del Ghirlandaio a Colle Ramole”, in Rivista d’arte, 1953. Sydney J. Freedberg, Painting in Italy 1500-1600, Harmondsworth, 1971; edizioni successive. Marco Chiarini, “Bigordi, Ridolfo, detto Ghirlandaio”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. X, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1968. David Franklin, studi su Ridolfo del Ghirlandaio e la pittura fiorentina del primo Cinquecento. Elena Capretti, contributi su Ridolfo del Ghirlandaio, Palazzo Vecchio e la pittura fiorentina medicea. Annamaria Petrioli Tofani, schede e studi sui disegni di Ridolfo del Ghirlandaio. Galleria dell’Accademia di Firenze, schede e materiali relativi alle storie di san Zanobi. Galleria Borghese, Roma, scheda del Ritratto di giovane. Catalogo generale dei Beni culturali, schede relative a Ridolfo Bigordi detto Ridolfo del Ghirlandaio. Fondazione Federico Zeri, schede fotografiche relative a Ridolfo del Ghirlandaio e alla sua bottega.
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