![]() |
||
|
Piero della Francesca
Piero di Benedetto de’ Franceschi, detto Piero della Francesca
Piero della Francesca, Resurrezione, 1458-1468 circa. Tecnica mista su muro, affresco e tempera, cm 225 × 200 circa. Sansepolcro, Museo Civico, già Palazzo dei Conservatori.
Piero di Benedetto de’ Franceschi, noto come Piero della Francesca, nacque a Borgo San Sepolcro, oggi Sansepolcro, probabilmente intorno al 1412, da Benedetto di Piero e da Romana, figlia di Pierino di Carlo da Monterchi [1]. La famiglia apparteneva a un ambiente borghese e mercantile ben radicato nella città. Il cognome “della Francesca”, affermatosi nella tradizione, deriva con ogni probabilità dal nome della madre o da una linea familiare femminile. La data precisa della nascita resta oggetto di valutazione: Vasari collocava la morte a ottantasei anni, mentre una fonte locale cinquecentesca indicava ottant’anni, con una cronologia più vicina al 1412 [2]. Sansepolcro fu per Piero molto più di un luogo d’origine. La città, posta nell’alta valle del Tevere, fra Toscana, Umbria, Marche e Romagna, costituiva un nodo di passaggi, commerci, giurisdizioni e culture figurative. Durante la sua vita il borgo passò attraverso dominazioni diverse, tra Malatesta, papato e Firenze. Questa condizione di frontiera spiega parte della sua fisionomia: Piero fu pittore toscano, ma anche artista dell’Italia centrale adriatica e appenninica, capace di lavorare a Firenze, Ferrara, Rimini, Arezzo, Roma, Urbino e nella propria città. La prima formazione è ricostruibile attraverso indizi. Il giovane Piero ricevette probabilmente un’educazione di grammatica e abaco, utile a spiegare la sua familiarità con calcolo, misura, proporzione e geometria [3]. Sul piano artistico il primo riferimento locale fu Antonio d’Anghiari, pittore attivo a Sansepolcro, con il quale Piero risulta in rapporto negli anni Trenta. Nel 1439 è documentato a Firenze come collaboratore di Domenico Veneziano negli affreschi perduti del coro di Sant’Egidio [4]. L’esperienza fiorentina fu decisiva: attraverso Domenico Veneziano conobbe una pittura luminosa, chiara, costruita su colore e spazio; attraverso la città incontrò la lezione di Masaccio, Beato Angelico, Brunelleschi, Donatello, Luca della Robbia. Il rapporto con Domenico Veneziano spiega la prima qualità della sua pittura: la luce non è semplice effetto atmosferico, ma principio ordinatore. Nei suoi dipinti lo spazio viene costruito con rigore prospettico, le figure occupano il luogo con peso misurato, il colore tende a una luminosità tersa, quasi minerale. La lezione di Masaccio agisce nella gravità dei corpi; quella di Domenico nella chiarezza tonale; la cultura prospettica fiorentina nella struttura matematica dell’immagine. Piero trasforma questi apporti in un linguaggio autonomo, lento, solenne, privo di agitazione. Nel 1442 è ricordato a Sansepolcro tra gli uomini impegnati nella vita civica. Nel 1445 ricevette dalla Confraternita della Misericordia la commissione del grande Polittico della Misericordia, destinato alla chiesa della compagnia [5]. Il contratto prevedeva tempi relativamente brevi, ma l’opera fu completata soltanto molti anni dopo, probabilmente entro il 1462. Al centro la Madonna apre il mantello e accoglie sotto la propria protezione i confratelli e i fedeli; intorno si dispongono santi e scene della Passione. Il tema risponde a una devozione cittadina concreta: la protezione della Vergine, l’identità confraternale, il rapporto fra immagine sacra e comunità. Il Polittico della Misericordia mostra un artista già pienamente consapevole. La struttura a scomparti conserva una forma tradizionale, ma le figure hanno una solidità nuova. La Madonna centrale è frontale, ferma, quasi architettonica; i devoti sotto il manto sono disposti con ordine; i santi laterali assumono peso corporeo. Piero lavora entro la pala gotica, ma la carica di una presenza moderna. Il fondo oro viene attraversato dalla nuova misura dei corpi. Alla prima maturità appartiene il Battesimo di Cristo, oggi alla National Gallery di Londra, proveniente dalla chiesa camaldolese di San Giovanni Battista a Sansepolcro [6]. La datazione è stata discussa, con proposte oscillanti fra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta. L’opera resta comunque uno dei testi fondamentali per leggere il suo linguaggio. Cristo è posto al centro, verticale, immobile, mentre Giovanni versa l’acqua sul capo; tre angeli assistono sulla sinistra; il paesaggio della valle del Tevere si apre in profondità. L’albero, il corpo di Cristo, il fiume, la colomba e le figure sono regolati da un ordine geometrico nitido. Nel Battesimo, Piero trasforma un episodio evangelico in una costruzione di luce. Il corpo di Cristo sembra appartenere alla stessa sostanza chiara del cielo e dell’acqua. Il paesaggio non è sfondo decorativo: è un luogo misurabile, abitato da distanze, alberi, colline, riflessi e presenze umane. La calma della scena nasce dalla proporzione. Ogni elemento è al proprio posto, e proprio questa esattezza produce il senso del sacro. Nel 1451 Piero è a Rimini, dove firma e data l’affresco con Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a san Sigismondo nel Tempio Malatestiano [7]. La committenza malatestiana lo mette in contatto con Leon Battista Alberti e con un ambiente umanistico molto raffinato. Il condottiero è inginocchiato di profilo davanti al santo, entro uno spazio architettonico severo, con medaglioni, paraste, iscrizioni e una costruzione all’antica. La pittura assume qui un tono politico e celebrativo: il santo patrono e il signore di Rimini condividono una scena di autorità, devozione e memoria dinastica. Nel 1452 si apre il capitolo aretino. Dopo la morte di Bicci di Lorenzo, Piero fu chiamato a proseguire gli affreschi della cappella maggiore di San Francesco ad Arezzo, dedicati alla Leggenda della Vera Croce [8]. Il ciclo, fondato sulla Legenda aurea di Jacopo da Varagine, racconta la storia del legno della Croce: dal seme posto nella bocca di Adamo morente fino al ritrovamento da parte di Elena e alla riconquista da parte di Eraclio. L’esecuzione si protrasse per anni, con pause e ritorni, fino agli anni Sessanta. Le Storie della Vera Croce rappresentano il vertice della pittura murale di Piero. Le scene sono distribuite sulle pareti della cappella Bacci in un ordine che privilegia corrispondenze visive, simmetrie e rapporti teologici più che una sequenza narrativa lineare. L’Incontro di Salomone con la regina di Saba, il Sogno di Costantino, la Battaglia tra Costantino e Massenzio, il Ritrovamento e verifica della Vera Croce e l’Esaltazione della Croce mostrano un pittore capace di trasformare la leggenda in architettura mentale. Nel ciclo aretino la figura umana raggiunge una gravità quasi statuaria. I personaggi non gesticolano inutilmente; occupano lo spazio con calma e dignità. Le architetture sono costruite con precisione, i paesaggi hanno ampie aperture, i colori sono chiari, le ombre leggere, la luce distribuita con rigore. Nel Sogno di Costantino, uno degli episodi più celebri, un angelo entra nella tenda notturna dell’imperatore e porta il segno della Croce. La luce soprannaturale illumina il volto addormentato, le guardie, le stoffe, la struttura della tenda. La notte diventa un problema pittorico e teologico insieme. Fra gli anni Cinquanta e Sessanta si collocano altre opere decisive. La Flagellazione della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino è tra i dipinti più discussi dell’intero Quattrocento [9]. La tavola presenta due spazi: a sinistra Cristo flagellato entro un’architettura classica, a destra tre uomini in primo piano, immersi in una luce limpida. Il rapporto tra le due parti ha generato numerose interpretazioni politiche, dinastiche, teologiche e storiche. La forza dell’opera sta anche nella sua resistenza alla spiegazione univoca. Piero costruisce una scena di geometria perfetta e di significato sospeso, dove il mistero nasce dall’esattezza. La Madonna del Parto di Monterchi, affresco proveniente dalla cappella di Santa Maria di Momentana, appartiene allo stesso orizzonte di concentrazione simbolica [10]. La Vergine incinta è posta al centro, mentre due angeli aprono una tenda. Il corpo gravido di Maria è presentato con frontalità semplice e solenne. L’immagine lega maternità, incarnazione, attesa e protezione. Il gesto degli angeli, il padiglione, la postura della Vergine e il volume del ventre costruiscono una delle più alte immagini mariane del Rinascimento italiano. La Resurrezione di Sansepolcro, scelta come immagine principale per questa scheda, occupa un posto particolare nella sua opera e nella memoria della città [11]. Cristo si leva dal sepolcro con il vessillo della Croce; ai piedi dormono quattro soldati; sullo sfondo il paesaggio si divide fra alberi spogli e alberi verdi. La figura del Risorto è frontale, ferma, imponente. Il corpo ha una presenza quasi marmorea, ma la ferita del costato e il manto rosa introducono una nota umana e dolorosa. Il dipinto unisce il mistero cristiano alla dimensione civica: per Sansepolcro la Resurrezione divenne immagine identitaria, simbolo della città e della sua origine spirituale. La struttura della Resurrezione è costruita su un ordine severo. Il sarcofago forma una base orizzontale; il corpo di Cristo sale verticalmente; i soldati addormentati costruiscono un contrappunto di posture inclinate. La natura dietro il Risorto sembra passare dalla morte alla vita. Il paesaggio non accompagna soltanto il tema: partecipa alla trasformazione. L’immagine è silenziosa, ma possiede una forza assoluta. Aldous Huxley la definì, con formula celebre, “la più bella pittura del mondo”; il restauro del 2015-2018 ha restituito leggibilità alla superficie e ha confermato la complessità tecnica dell’opera [12]. Il rapporto con Urbino costituisce l’altro grande asse della maturità. Alla corte di Federico da Montefeltro Piero trovò un ambiente congeniale: cultura matematica, studi prospettici, architettura, collezionismo, biblioteche, interesse per l’antico e per la scienza della visione [13]. Il Dittico dei duchi di Urbino degli Uffizi, con i ritratti di Federico da Montefeltro e Battista Sforza e i trionfi sul verso, è tra i ritratti più celebri del Rinascimento. I due profili sono posti davanti a un paesaggio di vastissima profondità. Il ritratto di profilo, derivato dalla medaglia e dalla tradizione celebrativa, acquista una precisione psicologica nuova. Federico mostra il volto segnato, il naso mutilato, la pelle solida; Battista appare diafana, immobile, quasi già trasfigurata. La Pala di Brera, detta anche Pala Montefeltro o Pala di San Bernardino, datata intorno al 1472-1474, riassume la fase più alta del rapporto con Urbino [14]. La Vergine siede al centro con il Bambino addormentato; intorno si dispongono santi e angeli; Federico da Montefeltro è inginocchiato in armatura. Sopra la scena pende un uovo, all’interno di una grande architettura absidale. La pala ha subito riduzioni laterali e superiori, ma conserva una forza prospettica eccezionale. Tutto sembra misurato: la luce, i volumi, le distanze, la posizione del duca, il corpo del Bambino, l’uovo sospeso. La pittura assume il carattere di una meditazione su nascita, morte, dinastia, sepoltura e salvezza. La Madonna di Senigallia, conservata anch’essa a Urbino, mostra un registro più domestico e più raccolto [15]. La Vergine tiene il Bambino in un interno; due angeli si affacciano alle spalle; la luce entra da una finestra laterale e attraversa la stanza, gli incarnati, i tessuti, la cesta, gli oggetti. Piero lavora qui su una luce quasi nordica, attenta alla materia, alla trasparenza e al silenzio degli interni. La scena è semplice, ma ogni elemento partecipa all’ordine dell’immagine. Negli ultimi anni Piero si dedicò con crescente intensità agli studi matematici. I trattati De prospectiva pingendi, Libellus de quinque corporibus regularibus e Trattato d’abaco documentano una competenza teorica altissima [16]. Il De prospectiva pingendi è il primo trattato sistematico di prospettiva scritto da un pittore, e mostra come la sua pratica artistica fosse sostenuta da una riflessione rigorosa sulla visione, sulla geometria e sulla costruzione dello spazio. La pittura e la matematica, in Piero, appartengono a una stessa disciplina dello sguardo. La notizia vasariana della cecità negli ultimi anni va accolta come parte della tradizione e valutata con cautela [17]. La presenza dei trattati e la documentazione tarda indicano comunque un artista che, nella vecchiaia, veniva riconosciuto anche come matematico. Luca Pacioli lo celebrò come maestro di prospettiva e di scienza geometrica, pur utilizzando materiali pierfrancescani nel proprio De divina proportione. La fama dell’artista nel Cinquecento restò così legata a due aspetti: pittura e matematica. Piero morì a Sansepolcro il 12 ottobre 1492 [18]. La coincidenza con il giorno dell’arrivo di Colombo nelle Americhe ha favorito una lettura simbolica, spesso ricordata dalla storiografia, ma il dato principale resta un altro: la morte avvenne nella città che aveva custodito le sue prime e ultime radici. La sua opera, dispersa tra Sansepolcro, Arezzo, Monterchi, Urbino, Rimini, Londra, Milano, Perugia e altri musei, rimane una delle più alte costruzioni figurative del Rinascimento. La fortuna critica fu complessa. Vasari lo ricordò come pittore eccellente e come grande prospettico, ma nei secoli successivi la sua fama conobbe fasi alterne. La riscoperta moderna passò attraverso Cavalcaselle, Berenson, Roberto Longhi, Kenneth Clark, Roberto Salvini, Eugenio Battisti, Marilyn Aronberg Lavin, Carlo Ginzburg, Ronald Lightbown, James Banker e molti altri studiosi [19]. Longhi vide in Piero uno dei vertici della pittura italiana, riconoscendo nella sua arte una forza capace di superare le categorie locali e di costruire una visione assoluta. La critica recente ha approfondito i rapporti con committenza, matematica, tecniche, diagnostica, contesti politici e ricostruzione dei polittici smembrati. La mostra del 2024 al Museo Poldi Pezzoli, dedicata al Polittico agostiniano, ha riunito per la prima volta otto pannelli superstiti provenienti da musei internazionali e ha rilanciato lo studio tecnico dell’opera attraverso analisi diagnostiche [20]. Questi aggiornamenti confermano che il catalogo di Piero, pur relativamente ristretto, continua a offrire problemi aperti di datazione, provenienza, assetto originario e funzione. Il linguaggio di Piero della Francesca si fonda su pochi elementi portati a un grado altissimo di coerenza: luce, proporzione, geometria, spazio, colore, silenzio. Le figure hanno una dignità immobile; i gesti sono ridotti all’essenziale; i paesaggi sono chiari, misurati, attraversati da aria tersa; le architetture non sono quinte decorative, ma strutture mentali. La pittura sospende il movimento e rende visibile un ordine superiore. Questa qualità spiega la modernità persistente dell’artista. Piero non cerca il pathos immediato, né la teatralità del gesto. Costruisce immagini in cui il tempo sembra fermarsi. Il sacro, il politico, il matematico e l’umano convivono in una forma limpida. I suoi personaggi appaiono vicini e remoti: corpi veri, collocati in spazi esatti, attraversati da una luce che li sottrae alla cronaca. Nella Resurrezione, nella Flagellazione, nel Battesimo, nella Pala di Brera, nelle Storie della Vera Croce, questa distanza diventa il cuore stesso dell’immagine. Piero della Francesca occupa quindi una posizione centrale nel Quattrocento italiano. Dopo Masaccio e Beato Angelico, porta la pittura verso una nuova idea di ordine visivo. La sua arte collega Firenze e Urbino, la prospettiva e la teologia, il corpo umano e la matematica, la città natale e le corti umanistiche. Il suo Rinascimento non ha il carattere dell’abbondanza narrativa; ha la forza della misura. Ogni opera sembra costruita per resistere al tempo, attraverso una calma che non è freddezza, ma controllo assoluto della forma.
A.R.
Note[1] Piero nacque a Borgo San Sepolcro, oggi Sansepolcro, da Benedetto di Piero e da Romana, figlia di Pierino di Carlo da Monterchi. [2] La data della nascita è ricavata in modo indiretto. Vasari indica una morte a ottantasei anni; Antonio Maria Graziani, più vicino all’ambiente familiare locale, parla di ottant’anni. La critica moderna preferisce spesso una data intorno al 1412 o, più largamente, tra 1412 e 1415. [3] La formazione di abaco e grammatica è stata collegata alla successiva attività teorica e matematica dell’artista. [4] Nel 1439 Piero è documentato a Firenze accanto a Domenico Veneziano negli affreschi perduti di Sant’Egidio. [5] La commissione del Polittico della Misericordia risale al 1445; l’opera fu completata dopo una lunga gestazione. [6] Il Battesimo di Cristo, proveniente da Sansepolcro e oggi alla National Gallery di Londra, è tra le opere più discusse per datazione e collocazione nella carriera. [7] L’affresco del Tempio Malatestiano di Rimini, firmato e datato 1451, raffigura Sigismondo Pandolfo Malatesta davanti a san Sigismondo. [8] Gli affreschi della cappella Bacci in San Francesco ad Arezzo furono avviati dopo la morte di Bicci di Lorenzo, avvenuta nel 1452, e completati entro gli anni Sessanta. [9] La Flagellazione della Galleria Nazionale delle Marche a Urbino è una delle opere più studiate e interpretate del Quattrocento italiano. [10] La Madonna del Parto proviene dalla cappella di Santa Maria di Momentana presso Monterchi ed è oggi conservata nel museo dedicato all’opera. [11] La Resurrezione fu dipinta per il Palazzo dei Conservatori di Sansepolcro, oggi sede del Museo Civico. [12] Il restauro della Resurrezione, diretto dall’Opificio delle Pietre Dure, si è svolto dal 2015 al 2018 e ha portato nuove acquisizioni sulla tecnica e sulla storia conservativa dell’opera. [13] Il rapporto con Urbino e con Federico da Montefeltro fu determinante nella maturità dell’artista. [14] La Pala di San Bernardino, oggi a Brera, è datata intorno al 1472-1474; il formato attuale risulta ridotto rispetto all’assetto originario. [15] La Madonna di Senigallia appartiene alla fase urbinate e mostra una particolare attenzione alla luce interna e alla pittura degli oggetti. [16] I trattati De prospectiva pingendi, Libellus de quinque corporibus regularibus e Trattato d’abaco documentano il profilo teorico e matematico di Piero. [17] Vasari ricorda una cecità negli ultimi anni; la notizia è tradizionale e viene valutata dagli studi in rapporto alla documentazione tarda e all’attività teorica. [18] La morte è documentata a Sansepolcro il 12 ottobre 1492. [19] La riscoperta moderna di Piero passa attraverso Cavalcaselle, Berenson, Longhi, Clark, Battisti, Lavin, Ginzburg, Lightbown, Banker e la storiografia più recente. [20] La mostra Piero della Francesca. Il polittico agostiniano riunito, Museo Poldi Pezzoli, Milano, 2024, ha riunito otto pannelli superstiti del polittico agostiniano e ha promosso nuove indagini diagnostiche.
Bibliografia essenzialeGiorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Giunti, Firenze, 1568; edizione a cura di Gaetano Milanesi, Sansoni, Firenze, 1878-1885. Luca Pacioli, De divina proportione, Venezia, 1509. Giovanni Battista Cavalcaselle, Joseph Archer Crowe, A New History of Painting in Italy, London, 1864-1866. Joseph Archer Crowe, Giovanni Battista Cavalcaselle, Storia della pittura in Italia, Firenze, 1886-1908. Bernard Berenson, The Central Italian Painters of the Renaissance, New York-London, 1897. Adolfo Venturi, Storia dell’arte italiana, vol. VII, parte II, Hoepli, Milano, 1913. Roberto Longhi, Piero dei Franceschi e lo sviluppo della pittura veneziana, Roma, 1914. Roberto Longhi, Piero della Francesca, Valori Plastici, Roma, 1927; nuova edizione, Sansoni, Firenze, 1963. Kenneth Clark, Piero della Francesca, Phaidon, London, 1951. Roberto Salvini, Piero della Francesca, Milano, 1957. Mario Salmi, Piero della Francesca e il Palazzo Ducale di Urbino, Firenze, 1945. Eugenio Battisti, Piero della Francesca, Milano, 1971; nuova edizione, Milano, 1992. Marilyn Aronberg Lavin, Piero della Francesca: San Francesco, Arezzo, New York, 1994. Carlo Ginzburg, Indagini su Piero. Il Battesimo, il ciclo di Arezzo, la Flagellazione di Urbino, Einaudi, Torino, 1981; nuova edizione, Torino, 1994. Ronald W. Lightbown, “Franceschi, Piero”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XLIX, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1997. James R. Banker, Piero della Francesca: Artist and Man, Oxford University Press, Oxford, 2014. Machtelt Brüggen Israëls, Piero della Francesca and the Invention of the Artist, Reaktion Books, London, 2020. Cecilia Frosinini, a cura di, La Resurrezione di Piero della Francesca. Il restauro della “pittura più bella del mondo”, Edifir, Firenze, 2021. Machtelt Brüggen Israëls, Nathaniel Silver, a cura di, Piero della Francesca. Il polittico agostiniano riunito, catalogo della mostra, Museo Poldi Pezzoli, Milano, Dario Cimorelli Editore, 2024. National Gallery, London, scheda online di The Baptism of Christ. Pinacoteca di Brera, Milano, scheda online della Madonna col Bambino e santi, angeli e Federico da Montefeltro, detta Pala di San Bernardino. Gallerie degli Uffizi, Firenze, materiali online sul Dittico dei duchi di Urbino. Museo Civico di Sansepolcro, materiali online relativi alla Resurrezione e alle opere di Piero della Francesca. Musei Arezzo, Basilica di San Francesco, materiali online sugli affreschi della Leggenda della Vera Croce. Opificio delle Pietre Dure, Firenze, scheda online del restauro della Resurrezione. Museo Poldi Pezzoli, Milano, materiali della mostra Piero della Francesca. Il polittico agostiniano riunito. Catalogo generale dei Beni culturali, schede relative alle opere di Piero della Francesca conservate in collezioni italiane.
|