Jacopo da Valenza, detto anche Jacopo Valenza


(attivo nel Veneto tra il 1485 e il 1509 circa)

 

 


 

Jacopo da Valenza, Madonna che allatta il Bambino, 1488. Tempera e olio su tavola, cm 82 × 62. Venezia, Museo Correr.


 

Jacopo da Valenza è un pittore attivo tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento nell’area prealpina veneta, soprattutto tra Ceneda-Serravalle, Feltre, Belluno e i territori circostanti. La sua figura resta documentariamente scarna, ma il catalogo conserva un buon numero di opere firmate e datate, sufficienti per riconoscere una personalità coerente, legata alla cultura dei Vivarini e impegnata nella diffusione di modelli veneziani lungo l’arco pedemontano [1].

La data di nascita è ignota. Nel 1491 compare a Belluno come maestro pittore, figlio di Giovanni Fusco e residente in città; nel 1492 è attestato a Feltre, dove presenzia a un atto nel monastero di Santa Maria del Prato [2]. La qualifica di maestro conferma una piena maturità professionale già all’inizio degli anni Novanta. L’attività certa si colloca tra il 1485, anno della più antica tavola firmata e datata oggi nota, e il 1509, data dell’ultima opera sicura.

Il toponimo “Valenza” ha dato luogo a diverse interpretazioni. In passato l’artista fu ritenuto serravallese, poi spagnolo, poi genericamente italiano. La critica più recente ha discusso la possibilità di un’origine da Valenza Po, anche in rapporto a un “magister Iacobus de Valentia Lombardiae chyrurgus” documentato a Ceneda nel 1478 [3]. L’identificazione del chirurgo con il pittore resta da trattare con cautela. Per una scheda storico-artistica conviene limitarsi a registrare il problema, indicando l’attività veneta come dato sicuro e lasciando aperta l’origine geografica.

La formazione viene generalmente ricondotta all’ambiente veneziano di Bartolomeo e Alvise Vivarini [4]. Jacopo assimilò da quel contesto la costruzione delle pale con la Vergine in trono e santi, il colore netto, la definizione grafica dei contorni, i panneggi rigidi e la luminosità smaltata delle superfici. Il suo linguaggio conserva per tutta la carriera un’impronta vivarinesca riconoscibile, con una minore tensione inventiva rispetto ai modelli lagunari e una forte adattabilità alle esigenze delle chiese locali.

La più antica opera firmata e datata, una Madonna col Bambino a mezzo busto del 1485, fu ritrovata presso gli eredi Pagani, nella cui collezione bellunese era stata vista da Cavalcaselle [5]. Poco prima di questa tavola viene abitualmente collocata la Madonna col Bambino in trono con i santi Sebastiano e Antonio da Padova e il vescovo Nicolò Trevisan, nella cattedrale di Ceneda, riferibile al 1484, anno in cui il vescovo fondò e dotò l’altare di Sant’Antonio [6].

La pala di Ceneda mostra già i caratteri fondamentali dell’artista. La Vergine siede in trono, i santi si dispongono ai lati con pose rigide e ben scandite, il donatore entra nello spazio sacro in atteggiamento devozionale. La figura di san Sebastiano rivela un possibile ricordo del celebre San Sebastiano di Antonello da Messina a Dresda, filtrato però attraverso una sensibilità più grafica, con forme irrigidite e superfici compatte [7]. In questo scarto tra modello alto e resa provinciale si coglie bene la posizione di Jacopo: un pittore di buona tecnica, attento alle novità veneziane e padovane, ma legato a una domanda devozionale periferica.

Nel 1487 Jacopo firmò e datò il Cristo benedicente dell’Accademia Carrara di Bergamo [8]. Il volto, frontale e ieratico, mostra la stessa durezza lineare riscontrabile nei santi delle pale. La figura è costruita con contorni chiari, incarnato luminoso, capelli ordinati e un forte senso di fissità. Il dipinto appartiene alla tipologia dell’immagine devozionale a mezzo busto, destinata alla preghiera ravvicinata e alla contemplazione individuale.

L’anno seguente, 1488, dipinse la Madonna che allatta il Bambino del Museo Correr di Venezia [9]. La tavola è un’opera particolarmente adatta a rappresentarlo. La Vergine è posta a mezzo busto, con il Bambino adagiato su un cuscino davanti a lei. Il fondo architettonico e le aperture paesistiche richiamano modelli lagunari, mentre la forma compatta del corpo infantile, la fermezza del volto mariano e il trattamento smaltato della superficie rivelano la sua adesione al linguaggio vivarinesco. Il tema dell’allattamento accentua la funzione intima e devozionale dell’immagine, destinata a un rapporto ravvicinato con il fedele.

Tra il 1490 e il 1494 sono registrati pagamenti a un “maestro Jacomo depentor” per la pala dell’altare maggiore della cattedrale di Feltre, andata perduta nel sacco del 1509 [10]. L’identificazione con Jacopo da Valenza è stata discussa e appare oggi plausibile nel quadro della sua attività tra Feltre e Belluno. La perdita della pala priva il catalogo di un probabile episodio centrale, utile per comprendere il suo ruolo nelle maggiori committenze ecclesiastiche della zona.

Nel 1497 viene ricordata una “palla picta” con la Vergine e i santi Pietro e Paolo, inviata a Feltre per la chiesa di San Paolo [11]. Anche questa notizia conferma la mobilità dell’artista e la sua presenza in una rete di committenze comprese tra città, pievi, conventi e chiese minori. Jacopo operava in un territorio nel quale le pale d’altare dovevano rispondere a esigenze liturgiche precise: santi titolari, donatori, protezioni locali, riconoscibilità delle figure, decoro dell’altare.

Nel 1502 firmò la Madonna col Bambino in trono con i santi Gioacchino, Giovanni Battista, Giuseppe e Anna nella chiesa di San Giovanni Battista a Serravalle, oggi Vittorio Veneto [12]. Il cartellino riporta anche il nome del committente, Alberto Pinidello. La pala è una delle opere più rappresentative della maturità. La Vergine siede su un trono marmoreo rialzato, i santi sono disposti ai lati su una pavimentazione geometrica, lo sfondo si apre su un cielo azzurro percorso da nuvole sottili. L’impianto è ordinato, statico, costruito secondo una formula che l’artista riproporrà con poche variazioni.

La pala serravallese mostra il tratto più tipico di Jacopo: figure ferme, pieghe dure, volti ripetuti, colori lucidi, gusto per il trono marmoreo e per lo spazio prospettico elementare. Le figure appaiono quasi intagliate. La spiritualità dell’immagine deriva dalla chiarezza e dalla stabilità della composizione, più che da una tensione emotiva intensa. La pittura comunica in modo diretto: ogni santo è riconoscibile, ogni attributo leggibile, ogni elemento disposto per sostenere la funzione dell’altare.

Nel 1503 Jacopo firmò e datò una pala con la Madonna col Bambino e i santi Francesco, Giovanni Battista, Sebastiano e santo vescovo, oggi alla Gemäldegalerie di Berlino, proveniente dall’altare dell’Immacolata nella chiesa di San Pietro a Belluno e recante il nome del donatore Francesco Scotto [13]. L’opera conferma la fortuna della sua formula: Vergine centrale, santi laterali, donatore, pavimento geometrico, cielo limpido, cromia brillante. L’anno successivo, 1504, firmò la Madonna col Bambino e i santi Maria Maddalena e Giovanni Battista nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Porcen, presso Seren del Grappa [14].

Tra 1504 e 1505 la sua presenza a Belluno risulta particolarmente significativa. La zona bellunese appare come uno dei principali campi della sua attività, favorita probabilmente dalla domanda di pale d’altare aggiornate su modelli veneziani. Una pala già nella chiesa di Santa Maria di Pieve d’Alpago, firmata e datata 1506, con la Vergine, il Bambino, san Sebastiano, san Rocco, san Girolamo o sant’Antonio abate e san Giovanni Battista, risulta oggi dispersa [15]. Il soggetto conferma ancora una volta il legame con santi protettori e con le esigenze devozionali delle comunità locali.

Nel 1508 Jacopo firmò e datò la Madonna col Bambino in trono tra san Giovanni Battista, san Biagio e un donatore, già nella vecchia cattedrale di Ceneda [16]. L’iscrizione sul cartellino del basamento recita “Iacobi Valenza pinxit MDVIII”. La pala, nota attraverso la documentazione fotografica della Fondazione Giorgio Cini, appartiene alla fase tarda e conferma il radicamento dell’artista nell’area di Ceneda. Il trono, la frontalità della Vergine, il donatore inginocchiato e la disposizione dei santi seguono una formula ormai consolidata.

L’ultima opera firmata e datata con sicurezza è la Madonna col Bambino e i santi Agostino e Giustina, del 1509, oggi alle Gallerie dell’Accademia di Venezia e proveniente dalla scuola o dalla chiesa di Santa Giustina a Serravalle [17]. Il dipinto chiude idealmente il percorso noto dell’artista. La scelta dei santi rimanda alla committenza originaria e alla funzione devozionale del complesso; la qualità formale resta coerente con la sua produzione precedente, ancora saldamente legata ai modelli vivarineschi.

Una possibile testimonianza estrema è la pala con San Giorgio che uccide il drago alla presenza di santi e di un donatore nella chiesa di Osigo di Fregona, presso Serravalle [18]. Secondo una proposta critica, Jacopo avrebbe iniziato l’opera intorno al 1509, lasciandola incompiuta; il completamento sarebbe avvenuto circa vent’anni dopo per mano di Francesco da Milano. La proposta è interessante perché documenterebbe una continuità di modelli tra Jacopo e la pittura veneta del primo Cinquecento in area prealpina, ma richiede prudenza nella formulazione.

La morte dell’artista cade probabilmente poco dopo il 1509, oppure in una data ancora prossima alla sua ultima attività nota. Un documento del 1510 ricorda un omonimo pittore interpellato dagli amministratori del duomo di Belluno per sistemare una piccola ancona dell’altare di San Martino [19]. L’identificazione con Jacopo da Valenza è possibile, ma non consente di fissare con sicurezza una data di morte. La cronologia più prudente mantiene quindi l’artista attivo fino al 1509 circa, con una possibile attestazione nel 1510.

Lo stile di Jacopo da Valenza si definisce attraverso una fedeltà costante a Bartolomeo e Alvise Vivarini. Da Bartolomeo deriva il cromatismo smaltato, la durezza dei contorni, la struttura severa delle pale; da Alvise proviene l’attenzione a un’immagine più monumentale, costruita con maggiore rigore spaziale e con figure più solenni. Jacopo applica questi modelli a committenze locali, semplificando spesso le invenzioni veneziane e rendendole adatte a chiese di provincia, pievi, altari laterali e comunità dell’arco prealpino.

Il suo limite più evidente è la ripetizione. Molte Madonne ripropongono schemi quasi identici: Vergine a mezzo busto o in trono, Bambino su cuscino o sulle ginocchia, santi disposti ai lati, fondo architettonico o cielo limpido, cartellino con firma, pavimento geometrico. Questa ripetizione va però letta anche come segno di una produzione richiesta e riconoscibile. L’artista offriva ai committenti un linguaggio sicuro, devoto, tecnicamente accurato, capace di portare nelle vallate bellunesi e nel Vittoriese una forma aggiornata della pittura veneziana.

Il valore storico di Jacopo da Valenza si coglie proprio nella circolazione dei modelli. Attraverso le sue pale, il lessico dei Vivarini raggiunge Ceneda, Serravalle, Feltre, Belluno, Porcen, l’Alpago e altri centri del Veneto settentrionale. Le immagini mostrano come la pittura veneziana del tardo Quattrocento venisse recepita, adattata e stabilizzata fuori dalla laguna. In questo processo Jacopo ebbe un ruolo concreto: fornì una grammatica visiva riconoscibile, fondata su decoro, chiarezza iconografica, colore brillante e solida organizzazione dell’altare.

La sua figura resta dunque quella di un buon maestro territoriale, più rilevante per la storia della diffusione del linguaggio veneziano che per l’invenzione formale individuale. Le sue opere aiutano a comprendere il gusto delle comunità religiose dell’Alto Veneto tra Quattro e Cinquecento, la persistenza del polittico e della pala devozionale, il peso della bottega vivarinesca, il rapporto tra centri maggiori e aree periferiche. Jacopo da Valenza appartiene a quella rete di pittori che resero capillare il Rinascimento veneto, trasformando modelli lagunari in immagini stabili per la devozione locale.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Jacopo da Valenza è documentato come pittore nell’area compresa tra Ceneda-Serravalle, Feltre e Belluno; la sua attività certa è compresa tra il 1485 e il 1509.

[2] Nel 1491 è registrato a Belluno come maestro pittore, figlio di Giovanni Fusco e residente in città; nel 1492 compare a Feltre come testimone in un atto rogato nel monastero di Santa Maria del Prato.

[3] La questione dell’origine indicata dal toponimo “Valenza” è stata discussa dalla critica. L’ipotesi di Valenza Po resta possibile, ma richiede ulteriori conferme documentarie.

[4] La formazione viene generalmente ricondotta all’ambiente di Bartolomeo e Alvise Vivarini, forse attraverso un apprendistato o una frequentazione dell’atelier muranese.

[5] La Madonna col Bambino firmata e datata 1485, già collezione Pagani, è la più antica opera firmata nota dell’artista.

[6] La pala di Ceneda con la Vergine, il Bambino, i santi Sebastiano e Antonio e il vescovo Nicolò Trevisan è riferita al 1484, anno di fondazione e dotazione dell’altare di Sant’Antonio.

[7] La posa del san Sebastiano nella pala di Ceneda è stata collegata al San Sebastiano di Antonello da Messina a Dresda.

[8] Il Cristo benedicente dell’Accademia Carrara di Bergamo è firmato e datato 1487.

[9] La Madonna che allatta il Bambino del Museo Correr di Venezia è firmata e datata 1488.

[10] I pagamenti registrati tra il 1490 e il 1494 per una pala dell’altare maggiore della cattedrale di Feltre sono stati collegati a Jacopo da Valenza; l’opera andò perduta nel sacco del 1509.

[11] Nel 1497 è ricordata una pala con la Vergine e i santi Pietro e Paolo per la chiesa di San Paolo a Feltre.

[12] La pala di Serravalle con la Madonna col Bambino in trono con i santi Gioacchino, Giovanni Battista, Giuseppe e Anna reca la data 1502 e il nome del committente Alberto Pinidello.

[13] La pala del 1503 oggi a Berlino proviene dalla chiesa di San Pietro a Belluno e reca il nome del donatore Francesco Scotto.

[14] La pala di Porcen con la Madonna col Bambino e i santi Maria Maddalena e Giovanni Battista è firmata e datata 1504.

[15] La pala di Pieve d’Alpago, firmata e datata 1506, è oggi dispersa ed è ricordata attraverso fonti e bibliografia.

[16] La pala del 1508 con la Madonna col Bambino in trono tra san Giovanni Battista, san Biagio e un donatore reca l’iscrizione “Iacobi Valenza pinxit MDVIII” sul cartellino del basamento.

[17] La Madonna col Bambino e i santi Agostino e Giustina del 1509, oggi alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, proviene da Santa Giustina a Serravalle.

[18] La pala di Osigo di Fregona con San Giorgio che uccide il drago è stata collegata alla fase estrema dell’artista e a un successivo completamento di Francesco da Milano.

[19] Un documento del 1510 ricorda un pittore Jacopo chiamato dagli amministratori del duomo di Belluno per sistemare una piccola ancona; l’identificazione con Jacopo da Valenza resta possibile.

 

 

Bibliografia

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Rossella Bernini, “La pittura di Jacopo da Valenza tra Venezia e Belluno”, in A nord di Venezia. Scultura e pittura nelle vallate dolomitiche tra Gotico e Rinascimento, catalogo della mostra, a cura di Anna Maria Spiazzi, Giovanna Galasso, Rossella Bernini, Luca Majoli, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2004.

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Fondazione Giorgio Cini, Fototeca dell’Istituto di Storia dell’Arte, scheda della pala di Ceneda con Madonna col Bambino in trono tra san Giovanni Battista, san Biagio e un donatore.

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Gallerie dell’Accademia di Venezia, schede relative alla Madonna col Bambino e i santi Agostino e Giustina.

Gemäldegalerie, Berlin, schede relative alle opere di Jacopo da Valenza.

Fondazione Federico Zeri, schede fotografiche relative a Jacopo da Valenza.