Giovanni di ser Giovanni Guidi, detto lo Scheggia


(Castel San Giovanni, oggi San Giovanni Valdarno, 1406 - Firenze, 1486)

 

 

 

Giovanni di ser Giovanni detto lo Scheggia, Trionfo della Fama, 1449 circa. Desco da parto, tempera, argento e oro su tavola. New York, The Metropolitan Museum of Art.

 

 

Giovanni di ser Giovanni Guidi, detto lo Scheggia, nacque nel 1406 a Castel San Giovanni, l’odierna San Giovanni Valdarno. Era figlio del notaio Giovanni e di Jacopa, e fratello minore di Tommaso di ser Giovanni, Masaccio, nato cinque anni prima [1]. La tradizione documentaria lascia aperta una piccola questione onomastica: in un documento pisano del 1426 l’artista compare come “Victorio vocato Johanni”, dato che ha fatto supporre un nome di battesimo originario, Vittorio, poi mutato in Giovanni dopo la morte del padre, avvenuta nello stesso anno della nascita [2].

La prima formazione si svolse a Firenze, nella bottega di Bicci di Lorenzo. Nel 1421, ancora adolescente, Giovanni riscosse per conto del capobottega alcuni acconti dell’ospedale di Santa Maria Nuova [3]. La bottega di Bicci offriva un ambiente produttivo, adatto all’apprendimento del mestiere, alla pratica di materiali diversi e al rapporto con committenze religiose e private. Negli anni successivi il legame con Masaccio divenne decisivo. Il 15 ottobre 1426 Giovanni si recò a Pisa per ricevere, in nome del fratello, un anticipo relativo alla tavola commissionata per la cappella di Giuliano degli Scarsi nella chiesa del Carmine [4].

La morte di Masaccio nel 1428 segnò una svolta. Giovanni aveva ventidue anni e dovette organizzare una propria attività. Nel 1430 si iscrisse alla Compagnia di San Luca; nel 1432 risulta affiliato all’arte dei maestri di pietra e legname come “forzerinaio e dipintore”; nel 1433 entrò nell’arte dei medici e speziali, corporazione alla quale appartenevano anche i pittori [5]. La definizione di “forzerinaio e dipintore” è particolarmente significativa: indica un artista capace di lavorare su manufatti lignei, arredi dipinti, cassoni, forzieri e oggetti destinati alla casa.

Lo Scheggia costruì infatti la propria fortuna nella pittura per interni domestici. Cassoni, spalliere, deschi da parto, lettucci, tavole di devozione privata, piccoli ritratti e pannelli decorativi costituiscono la parte più caratteristica del suo catalogo [6]. In questo settore la Firenze del Quattrocento offriva una domanda ampia: matrimoni, nascite, alleanze familiari, camere nuziali e celebrazioni dinastiche richiedevano immagini raffinate, ricche di oro, colori vivi, racconti antichi, stemmi, imprese e motivi augurali. Giovanni seppe occupare questo spazio con notevole abilità.

Il rapporto con Masaccio resta visibile nelle opere più antiche. Nell’oratorio di San Lorenzo a San Giovanni Valdarno il grande Sant’Antonio abate affrescato, accompagnato da episodi della vita del santo, mostra figure costruite con forte rilievo, contrasti netti di luce e una severità che rimanda alla lezione masaccesca [7]. Anche la piccola Madonna col Bambino e due angeli del Museo Horne di Firenze, datata intorno al 1426, presenta un impianto architettonico rigoroso e una solennità domestica che richiamano la cultura del fratello maggiore [8].

La sola opera firmata e datata oggi nota è il frammentario Martirio di san Sebastiano nell’oratorio di San Lorenzo a San Giovanni Valdarno, scoperto nel 1903 sotto lo scialbo e datato 1457 [9]. Il suo stato conservativo limita la lettura, ma il dipinto ebbe un ruolo decisivo nella ricostruzione del catalogo. Luciano Bellosi, nel 1969, collegò quel frammento a un gruppo coerente di opere che in precedenza erano state raccolte sotto denominazioni convenzionali, come Maestro del Cassone Adimari e Maestro di Fucecchio [10]. Da quel momento la fisionomia dello Scheggia ha assunto contorni più precisi.

Un capitolo importante riguarda la collaborazione con il mondo degli intarsiatori e dei maestri del legno. Tra il 1436 e il 1439 Giovanni fu coinvolto nell’impresa degli armadi intarsiati della Sagrestia delle Messe in Santa Maria del Fiore, per i quali elaborò cartoni destinati alla decorazione prospettica [11]. La sua familiarità con cornici, arredi, superfici lignee e finzioni geometriche spiega molte soluzioni del suo linguaggio: troni a punte di diamante, cornici prospettiche, pavimenti ordinati, architetture minute, effetti ornamentali costruiti con grande esattezza.

Il suo rapporto con la famiglia Medici fu particolarmente rilevante. Nel 1449 Piero di Cosimo de’ Medici gli commissionò il desco da parto destinato a celebrare la nascita del primogenito Lorenzo, futuro Lorenzo il Magnifico [12]. Il Trionfo della Fama, oggi al Metropolitan Museum of Art di New York, è una delle sue opere più celebri. Sul recto una schiera di cavalieri si dispone attorno a una fontana sormontata dalla figura alata della Fama; sul verso compaiono l’impresa di Piero, l’anello con le piume di struzzo e il motto “Semper”, insieme agli stemmi Medici e Tornabuoni [13].

Il desco mediceo mostra con chiarezza la qualità più alta dello Scheggia. La forma circolare accoglie una scena ampia, ordinata, percorsa da cavalli, armature, figure eleganti, animali e paesaggio. La Fama domina la composizione come figura augurale; i cavalieri, riccamente vestiti, convergono verso il centro; i cani in primo piano e la luce tersa del paesaggio aggiungono una nota di osservazione concreta. L’immagine nasce per una nascita, ma celebra anche una prospettiva dinastica: il bambino Lorenzo viene simbolicamente consegnato a una fama futura fatta di armi, amore, rango e memoria familiare.

Altrettanto importante è la Danza di una festa nuziale, tradizionalmente nota come Cassone Adimari, conservata alla Galleria dell’Accademia di Firenze [14]. Il titolo storico resta legato alla fortuna critica dell’opera; le dimensioni e la funzione indicano una destinazione da spalliera. La scena raffigura una festa nuziale in una Firenze ordinata da architetture prospettiche, con uomini e donne in abiti ricchissimi, musicisti, danzatori e un ambiente urbano nel quale è riconoscibile il Battistero. Il dipinto restituisce il clima cerimoniale della Firenze del primo Rinascimento, dove la pittura domestica diventava memoria visiva di status, alleanze e rituali sociali.

Lo Scheggia lavorò anche per arredi più complessi. Gli inventari medicei ricordano pannelli dipinti per la camera di Lorenzo nel palazzo di via Larga, destinati a celebrare la giostra del 1469 in piazza Santa Croce [15]. L’insieme è perduto, ma la notizia documentaria è preziosa: mostra Giovanni ancora richiesto da Lorenzo ormai adulto e inserito in un programma decorativo di altissimo prestigio, fondato su legno intagliato, intarsio, pittura e memoria cavalleresca.

Accanto ai lavori domestici e profani, Giovanni continuò a produrre immagini religiose. La sua città natale gli offrì commissioni per affreschi, pale, ante d’organo e tavole devozionali. Nell’oratorio di San Lorenzo a San Giovanni Valdarno lavorò, in collaborazione con Paolo di Stefano Badaloni detto Paolo Schiavo, a cori angelici per le ante d’organo, oggi nel Museo della Basilica di Santa Maria delle Grazie [16]. Alla stessa area appartengono Madonne, tabernacoli e immagini di devozione privata, nelle quali la lezione di Masaccio si intreccia con suggestioni di Beato Angelico, Domenico Veneziano, Filippo Lippi e Paolo Uccello.

Il dialogo con Domenico Veneziano appare nel gusto per la luce chiara, per i roseti, per le superfici limpide e per alcune soluzioni della Madonna col Bambino. Il rapporto con Filippo Lippi si coglie nella dolcezza dei volti e nell’eleganza sentimentale di alcune tavole. La vicinanza a Paolo Uccello affiora nei dettagli prospettici, nelle aureole scorciate, nei troni geometrici e negli esercizi di precisione legati alla cultura della tarsia [17]. Lo Scheggia appare così come un pittore capace di assimilare molte componenti della Firenze quattrocentesca e di tradurle in un linguaggio più accessibile, decorativo e narrativo.

La lunga durata della sua attività è documentata anche dal Catasto del 1480, quando, ormai settantaquattrenne, dichiarava di tenere una bottega in affitto e di condividerla con il ricamatore Luca di Pietro [18]. Negli ultimi anni entrò probabilmente nell’attività anche il figlio Antonfrancesco, nato nel 1441 e morto nel 1476. A lui sono stati riferiti alcuni interventi in opere tarde e in pannelli di cassone o spalliera, segno di una continuità familiare del mestiere [19].

Giovanni morì a Firenze nel 1486 e fu sepolto il primo novembre nella chiesa di Santa Croce [20]. La trasmissione del soprannome Scheggia ai discendenti di Antonfrancesco conferma il legame tra identità familiare, lavoro del legno e pittura. La sua figura, rimasta a lungo coperta dalla grandezza di Masaccio, ha oggi un posto preciso nella storia dell’arte fiorentina: pittore di arredi, narratore domestico, interprete della cultura medicea, artigiano colto capace di congiungere legno, oro, prospettiva e racconto.

Il giudizio critico va calibrato. Lo Scheggia non raggiunse la potenza inventiva di Masaccio, né la qualità lirica dei maggiori maestri fiorentini del secondo Quattrocento. Il suo ruolo storico emerge in un altro ambito: la pittura destinata alla casa, alla nascita, al matrimonio, alla memoria familiare. In quel campo fu artista di notevole intelligenza pratica e visiva. Le sue opere aprono una finestra sulla Firenze privata del Rinascimento, dove le famiglie costruivano la propria immagine attraverso cassoni, deschi, spalliere, imprese, stemmi e racconti antichi.

La sua importanza cresce proprio quando si osserva il rapporto tra arte e vita quotidiana. Le sue pitture non appartengono soltanto alla storia dei grandi altari; parlano di camere, letti nuziali, nascite, banchetti, giostre, legami familiari, aspettative sociali. In questo territorio Giovanni di ser Giovanni detto lo Scheggia occupa una posizione di primo piano: porta la lezione del primo Rinascimento dentro l’arredo domestico, trasformando oggetti d’uso e celebrazione privata in immagini dense di cultura, prestigio e memoria.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Giovanni nacque nel 1406 a Castel San Giovanni, oggi San Giovanni Valdarno, da Jacopa e dal notaio Giovanni; Masaccio, nato nel 1401, era il fratello maggiore.

[2] Il documento pisano del 1426 che lo indica come “Victorio vocato Johanni” ha indotto Laura Cavazzini a ritenere probabile un originario nome di battesimo Vittorio, poi sostituito con Giovanni dopo la morte del padre.

[3] Nel 1421 Giovanni riscosse per conto di Bicci di Lorenzo alcuni acconti versati dall’ospedale di Santa Maria Nuova.

[4] Il 15 ottobre 1426 fu inviato a Pisa per ricevere un anticipo relativo alla tavola commissionata a Masaccio da Giuliano degli Scarsi per la chiesa del Carmine.

[5] L’iscrizione alla Compagnia di San Luca risale al 1430; nel 1432 compare tra i maestri di pietra e legname come “forzerinaio e dipintore”; nel 1433 è immatricolato all’arte dei medici e speziali.

[6] La specializzazione in cassoni, forzieri, spalliere, deschi da parto, lettucci, ritratti e piccoli tabernacoli è uno degli elementi centrali della ricostruzione critica moderna.

[7] Il Sant’Antonio abate e le storie del santo nell’oratorio di San Lorenzo a San Giovanni Valdarno testimoniano la fase più vicina alla memoria masaccesca.

[8] La Madonna col Bambino e due angeli del Museo Horne è datata intorno al 1426 ed è considerata una delle opere giovanili più significative.

[9] Il Martirio di san Sebastiano, affresco frammentario datato 1457, fu scoperto nel 1903 nell’oratorio di San Lorenzo a San Giovanni Valdarno ed è la sola opera firmata nota.

[10] Luciano Bellosi collegò nel 1969 il frammento firmato a un gruppo di opere in precedenza assegnate a nomi convenzionali come Maestro del Cassone Adimari e Maestro di Fucecchio.

[11] La documentazione pubblicata da Margaret Haines ha chiarito il coinvolgimento di Giovanni nei cartoni per gli armadi intarsiati della Sagrestia delle Messe in Santa Maria del Fiore, 1436-1439.

[12] Nel 1449 Piero di Cosimo de’ Medici commissionò allo Scheggia il desco da parto per la nascita di Lorenzo.

[13] Il Trionfo della Fama del Metropolitan Museum conserva sul verso l’impresa di Piero de’ Medici e gli stemmi delle famiglie Medici e Tornabuoni.

[14] La Danza di una festa nuziale, detta tradizionalmente Cassone Adimari, è conservata alla Galleria dell’Accademia di Firenze, datata intorno al 1450.

[15] Gli inventari del palazzo Medici ricordano pannelli dipinti da Giovanni per la camera di Lorenzo il Magnifico, con scene collegate alla giostra del 1469.

[16] I cori angelici provenienti dall’oratorio di San Lorenzo a San Giovanni Valdarno furono eseguiti con Paolo Schiavo e sono oggi conservati nel Museo della Basilica di Santa Maria delle Grazie.

[17] La critica ha riconosciuto nella pittura dello Scheggia suggestioni di Masaccio, Beato Angelico, Domenico Veneziano, Filippo Lippi e Paolo Uccello, innestate su una pratica specializzata nella decorazione di arredi lignei.

[18] Nella portata catastale del 1480 Giovanni, ormai settantaquattrenne, dichiarava una bottega in affitto condivisa con il ricamatore Luca di Pietro.

[19] Antonfrancesco, figlio dello Scheggia, nato nel 1441 e morto nel 1476, è documentato al fianco del padre e viene collegato ad alcuni interventi nel catalogo tardo.

[20] Giovanni morì a Firenze nel 1486 e fu sepolto il primo novembre in Santa Croce.

 

 

Bibliografia

Filippo Baldinucci, Notizie de’ professori del disegno da Cimabue in qua, Firenze, 1681-1728; edizione Firenze, 1845.

Michele Lastri, L’osservatore fiorentino sugli edifizi della sua patria, Firenze, 1797.

Giovanni Gaye, Carteggio inedito d’artisti dei secoli XIV, XV, XVI, vol. I, Firenze, 1839.

L. Tanfani Centofanti, Notizie d’artisti tratte dai documenti pisani, Pisa, 1898.

J. Del Badia, “Tommaso di Giovanni da San Giovanni detto Masaccio e Giovanni suo fratello”, in Rassegna nazionale, 1 novembre 1903.

Aby Warburg, “Delle imprese amorose nelle più antiche incisioni fiorentine”, 1905; in La rinascita del paganesimo antico, Firenze, 1966.

Roberto Longhi, Piero della Francesca, Roma, 1927.

Roberto Longhi, “Ricerche su Giovanni di Francesco”, in Pinacotheca, I, 1928-1929.

Bernard Berenson, Italian Pictures of the Renaissance, Oxford, 1932.

Ugo Procacci, “Documenti e ricerche sopra Masaccio e la sua famiglia”, in Rivista d’arte, XVI, 1932.

Georg Pudelko, “Studien über Domenico Veneziano”, in Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz, VI, 1932-1934.

Roberto Longhi, “Fatti di Masolino e di Masaccio”, in La Critica d’arte, XXV-XXVI, 1940.

Ugo Procacci, “Sulla cronologia delle opere di Masaccio e Masolino tra il 1425 e il 1428”, in Rivista d’arte, XXVIII, 1953.

Luciano Bellosi, scheda in Mostra d’arte sacra nella diocesi di San Miniato, catalogo della mostra, San Miniato, 1969.

James Beck, “Masaccio’s Early Career as a Sculptor”, in The Art Bulletin, LIII, 1971.

James Beck, Masaccio: The Documents, Locust Valley-New York, 1978.

Ugo Procacci, “Masaccio e la sua famiglia negli antichi documenti”, in La storia del Valdarno, 1981.

Margaret Haines, La sagrestia delle messe del duomo di Firenze, Firenze, 1983.

Federico Zeri, “Un appunto su Tommaso di ser Giovanni detto Masaccio e suo fratello Giovanni di ser Giovanni detto Scheggia”, in Prospettiva, 32-33, 1983.

Ugo Procacci, Le portate al catasto di Giovanni di ser Giovanni detto lo Scheggia, a cura di Margaret Haines, in Rivista d’arte, XXXVII, 1984.

A. Padoa Rizzo, C. Frosinini, “Stefano di Antonio Vanni (1405-1483): opere e documenti”, in Antichità viva, XXIII, 1984.

S. Ricci, “Giovanni di ser Giovanni detto lo Scheggia”, in La pittura in Italia. Il Quattrocento, vol. II, Electa, Milano, 1987.

Charles E. Gilbert, L’arte del Quattrocento nelle testimonianze coeve, Firenze-Vienna, 1988.

A. Tambini, “Un’aggiunta al catalogo dello Scheggia e l’influenza di Masaccio”, in Paragone, XL, 1989.

L. Bellosi, scheda in Colección Cambó, catalogo, Madrid-Barcellona, 1990.

A. M. Bernacchioni, “Le botteghe di pittura: luoghi, strutture e attività”, in Maestri e botteghe. Pittura a Firenze alla fine del Quattrocento, Firenze, 1992.

Libro d’inventario dei beni di Lorenzo il Magnifico, a cura di Marco Spallanzani e Giovanna Gaeta Bertelà, Firenze, 1992.

Laura Cavazzini, scheda in Leon Battista Alberti, catalogo della mostra, Mantova, Milano, 1994.

Luciano Bellosi, Margaret Haines, Lo Scheggia, Firenze-Siena, Maschietto & Musolino, 1999.

Laura Cavazzini, a cura di, Il fratello di Masaccio. Giovanni di ser Giovanni detto lo Scheggia, catalogo della mostra, San Giovanni Valdarno, Firenze-Siena, Maschietto & Musolino, 1999.

Laura Cavazzini, “Giovanni di ser Giovanni, detto lo Scheggia”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. LVI, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2001.

Alessandro Delpriori, La giovinezza dello Scheggia e una Madonna col Bambino all’alba del Rinascimento, Frascione Arte, Firenze, 2011.

The Metropolitan Museum of Art, New York, scheda online del Trionfo della Fama.

Galleria dell’Accademia di Firenze, scheda online della Danza di una festa nuziale, detta Cassone Adimari.

Museo Horne, Firenze, scheda online della Madonna col Bambino e due angeli.

Virginia Museum of Fine Arts, Richmond, scheda online del desco da parto con Giudizio di Salomone e Fede.

Catalogo generale dei Beni culturali, schede relative a Giovanni di ser Giovanni detto lo Scheggia, Ministero della Cultura.