Giovanni di Marco, detto Giovanni dal Ponte

 

Firenze, 1385 – Firenze, dopo il 19 novembre 1437

 

 

 

 

 

Giovanni di Marco, detto Giovanni dal Ponte, nacque a Firenze nel 1385, come si ricava dalle portate catastali presentate dall’artista nel 1427, nel 1430 e nel 1433. L’appellativo con cui è passato alla storia deriva dalla bottega che teneva presso Santo Stefano al Ponte, nella zona compresa tra il Mercato Nuovo, il Ponte Vecchio e il cuore artigiano della città. Vasari ricordò un “Giovanni dal Ponte”, ma sotto quel nome confuse più personalità attive tra Trecento e Quattrocento. A chiarire l’identità fra il pittore vasariano e Giovanni di Marco contribuirono gli studi di Pietro Toesca, Carlo Gamba, H. P. Horne, Adolfo Venturi e, nel Novecento più avanzato, Franco Guidi.

Nel marzo del 1410 Giovanni chiese l’iscrizione all’Arte dei Medici e Speziali, corporazione alla quale appartenevano anche i pittori. I versamenti risultano pagati fino al 1413, anno in cui entrò nella Compagnia di San Luca. La sua formazione si svolse entro la tradizione fiorentina ancora trecentesca, con un’attenzione particolare al linguaggio vigoroso di Spinello Aretino. Le prime opere rivelano una pittura asciutta, narrativa, legata a figure compatte e a una linea energica, lontana dalla raffinatezza più rarefatta di Lorenzo Monaco.

Tra le prove iniziali vengono ricordati i riquadri con San Giovanni Evangelista e San Bartolomeo, aggiunti nel 1407 a una tavola di Giovanni del Biondo con storie di santa Caterina, oggi nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze; la tavola con i santi Cosma e Damiano già nella collezione Massimo di Roma; alcuni sportelli di tabernacolo con la Resurrezione e la Crocifissione, già nella collezione Silbermann. In questi dipinti il pittore lavora ancora dentro un impianto arcaico: fondi oro, figure frontali o di tre quarti, panneggi segnati da pieghe secche, volti larghi e popolari.

Un momento decisivo del suo sviluppo è il contatto con Lorenzo Ghiberti. La critica recente ha ipotizzato anche un passaggio nella sua bottega. Il rapporto con lo scultore appare nel modo di costruire figure più ampie, nelle pose animate, nella maggiore attenzione alla grazia del gesto e a un certo senso plastico derivato dalla scultura. Nei due sportelli del Museo Civico di Arezzo, con San Giuliano e San Giovanni, il santo Giovanni richiama da vicino la statua ghibertiana per Orsanmichele. Anche alcune predelle e sportelli con scene sacre mostrano un racconto più sciolto, quasi memore delle formelle della porta nord del Battistero.

Verso la metà del secondo decennio del Quattrocento il pittore assimila la cultura di Lorenzo Monaco e di Gherardo Starnina. Il trittico oggi alla Columbia University, con la Madonna tra santi e, nei laterali, san Michele arcangelo e san Giorgio, databile intorno al 1415, mostra un linguaggio più mosso: colori limpidi, figure arcuate, eleganza dei profili, santi cavallereschi resi con vivacità narrativa. La componente starniniana introduce una brillantezza internazionale, con attenzione ai dettagli, alle stoffe, alle armature, agli atteggiamenti cortesi.

L’Incoronazione della Vergine del Musée Condé di Chantilly appartiene a una fase poco posteriore. La data un tempo letta come 1410 è stata riconsiderata dalla critica, che avvicina l’opera allo Sposalizio mistico di santa Caterina del Museo di Belle Arti di Budapest, firmato e datato 1421. In questi dipinti Giovanni raggiunge una delle sue formulazioni più felici: la linea elegante di Lorenzo Monaco, la solidità ghibertiana, il gusto vivace di Starnina e una certa inquietudine nordica circolano dentro composizioni ricche, dense, popolate da figure dal volto espressivo.

Lo Sposalizio mistico di santa Caterina del 1421 è una delle opere più alte del catalogo. La scena si svolge in un giardino prezioso, con figure raccolte attorno alla Vergine e alla santa. Le vesti, i fiori, le aureole, i piccoli dettagli naturalistici e l’ornamento dorato costruiscono una pittura fiorita, ma sostenuta da una fisicità più forte rispetto al tardogotico più lineare. L’artista non si limita a disporre figure eleganti; cerca un rapporto più concreto tra corpi, gesti e spazio.

Nel 1422 Giovanni ricevette da Ilarione Bardi un pagamento di quarantacinque fiorini per due cassoni destinati alle nozze della figlia con Bartolomeo d’Ugo Alessandri. A questa commissione sono stati collegati il cassone con il Giardino d’amore del Musée Jacquemart-André di Parigi e quello con le Arti liberali del Museo del Prado di Madrid. Il documento mostra l’importanza economica della produzione di arredi dipinti nella sua bottega. I cassoni offrivano al pittore una diversa libertà narrativa: soggetti profani, scene cortesi, giardini, figure femminili, emblemi morali, storie adatte alla camera nuziale.

Sempre al 1422 è stato collegato il cenotafio affrescato del cardinale Pietro Corsini nel Duomo di Firenze. Il luogo, la committenza e il rapporto con la memoria funeraria della cattedrale indicano una posizione ormai solida nella Firenze del tempo. Giovanni non era un pittore marginale; lavorava per famiglie importanti, per istituzioni cittadine, per chiese e monasteri, con una bottega capace di eseguire tavole, affreschi, cassoni e apparati decorativi.

Nel 1424 subì una battuta d’arresto per ragioni economiche e fu incarcerato per morosità per circa otto mesi. Dopo questa pausa l’attività riprese con intensità crescente. Le opere della seconda metà degli anni Venti mostrano un’attenzione più marcata verso Masolino, Masaccio e Filippo Lippi. La nuova pittura fiorentina entra nel suo linguaggio attraverso una maggiore gravità dei corpi, un chiaroscuro più evidente, panneggi larghi, figure più monumentali. Giovanni assorbe le novità con il proprio temperamento: mantiene gusto ornamentale e narrazione vivace, ma prova a dare alle figure un peso più moderno.

A questa fase appartiene il tabernacolo ligneo di San Miniato al Monte, con l’Annunciazione da un lato e i santi Giovanni Gualberto e Miniato dall’altro, collegato a un debito registrato nelle portate catastali del 1427, 1430 e 1433. L’opera mostra una costruzione più salda dello spazio, architetture dipinte più meditate, figure meno filiformi. La pittura tende verso una forma più ampia e plastica, pur conservando eleganza lineare e ricchezza cromatica.

Dal 1429 Giovanni tenne bottega in società con Smeraldo di Giovanni. La collaborazione è importante per comprendere la sua produzione tarda, in particolare gli affreschi e i lavori decorativi. In questi anni la bottega era impegnata anche nella decorazione di cassoni; nel 1433 risultano pagamenti da Paolo e Giovannozzo Biliotti e da Zanobi Cortigiani. Il pittore appare ormai ben radicato nella committenza cittadina e in una rete economica stabile, confermata anche dalle donazioni con la moglie all’ospedale di Santa Maria Nuova e dal testamento, dove si dichiara possidente.

Nei primi anni Trenta si colloca il grande polittico dell’Ascensione di san Giovanni Evangelista, oggi alla National Gallery di Londra. Il complesso, proveniente dall’altare maggiore della chiesa camaldolese di San Giovanni Evangelista a Pratovecchio, conserva numerosi scomparti: il pannello centrale con l’ascensione del santo, santi laterali, pinnacoli, tondi e predella con storie di san Giovanni. La National Gallery lo data intorno al 1420-1424, mentre la ricostruzione critica ne colloca alcuni aspetti nella maturità del pittore. La pala mostra una forma ormai più ordinata, con figure avvolte da linee eleganti e una narrazione leggibile. La committenza monastica richiedeva un’immagine complessa, capace di unire devozione, identità dell’ordine e funzione liturgica.

Il tema dell’Annunciazione attraversa l’ultima fase. Il trittico della badia di Poppiena, con l’Annunciazione fra san Giovanni Battista e santa Maria Maddalena, presenta una nuova attenzione all’architettura dipinta. Segue l’Annunciazione della badia di Rosano, commissionata dalla badessa Caterina da Castiglionchio e datata 1434. Nel 1435 è datato il trittico della Pinacoteca Vaticana. In queste opere l’artista sperimenta interni più complessi, pavimenti scorciati, logge, arredi, spazi abitabili. La scena sacra si avvicina al mondo concreto della casa e della clausura.

L’Annunciazione di Rosano è tra le opere più significative della fase tarda. L’angelo e la Vergine sono collocati entro un ambiente architettonico ricco, con colonne, trono, letto, mensole e oggetti domestici. L’oro conserva la sua funzione luminosa, ma lo spazio dipinto accoglie elementi di modernità: scorci, profondità, arredi, una maggiore consistenza dei corpi. La lezione masaccesca entra attenuata, filtrata dalla misura di Masolino e dalla sensibilità ancora tardogotica dell’artista.

Dal 1430 Giovanni lavorò in Santa Trinita. Ricevette incarichi per la cappella Dagomari, detta dell’Abbaco, e per la cappella di San Pietro sotto il patronato Ficozzi, poi Usimbardi; di quest’ultima restano pochi lacerti. Tra settembre 1434 e ottobre 1435 furono pagati a Giovanni e a Smeraldo di Giovanni gli affreschi con storie di san Bartolomeo nella cappella Scali. I documenti indicano che a Giovanni spettò la parte maggiore del compenso. La collaborazione sembra dunque organizzata con una guida principale di Giovanni e un ruolo decorativo o secondario di Smeraldo.

Nel 1434 dipinse anche la Madonna col Bambino fra i santi Michele Arcangelo, Girolamo, Cecilia e Domitilla, oggi al Museo di San Marco a Firenze. La presenza dei santi romani ha fatto pensare a una committenza collegata alla cerchia di papa Eugenio IV, che in quegli anni soggiornava a Firenze. Il dipinto mostra l’ultima maniera del pittore: figure più larghe, colori chiari, panneggi ampi, un’eleganza che cerca equilibrio tra tradizione gotica e nuova monumentalità.

Nel 1435-1436, in relazione alla presenza di Eugenio IV a Firenze e alla consacrazione del Duomo, Giovanni fu coinvolto con altri pittori nell’esecuzione di figure di santi per la cattedrale. Rimane a lui assegnato un San Matteo nella quinta cappella della tribuna sinistra. Sempre per il Duomo, secondo alcune proposte, avrebbe potuto eseguire cartoni per vetrate. Anche questo elemento conferma la sua integrazione nei maggiori cantieri cittadini.

L’ultimo documento noto è il testamento del 19 novembre 1437. Da esso emerge un artista in buone condizioni economiche, proprietario e inserito nella società fiorentina. La morte avvenne probabilmente poco dopo.

Giovanni dal Ponte occupa un luogo importante nella Firenze dei primi decenni del Quattrocento. La sua pittura non procede in una linea unica. Nasce dalla tradizione trecentesca e spinellesca, assimila Ghiberti, Lorenzo Monaco e Starnina, poi osserva Masolino, Masaccio e Filippo Lippi. Questa capacità ricettiva ha spesso reso difficile definirlo con precisione, ma rappresenta proprio la sua fisionomia storica. Egli incarna una Firenze intermedia, dove l’oro, la linea gotica, la narrazione cortese e la nuova corporeità rinascimentale convivono in forme mobili, talvolta irregolari, spesso vivacissime.

La produzione di cassoni, tabernacoli, pale, predelle e affreschi gli conferisce una presenza larga nella cultura materiale della città. La sua pittura lavora su oggetti destinati alla chiesa, alla casa, alla memoria familiare, al matrimonio, alla devozione monastica. Nei grandi polittici mantiene una solennità ancora antica; nelle predelle e nei cassoni rivela gusto narrativo e fantasia; nelle Annunciazioni tarde affronta l’architettura e lo spazio con occhi ormai aperti alla nuova stagione fiorentina.

 

 

Questioni aperte

La ricostruzione del catalogo resta legata agli studi di Toesca, Gamba, Horne, Guidi e alla revisione più recente promossa dalla mostra monografica del 2016-2017.

Le prime opere oscillano tra Spinello Aretino, Ghiberti e Lorenzo Monaco. La definizione dell’apprendistato richiede prudenza, poiché i documenti conservati illuminano soprattutto la fase matura.

Il grande polittico di Pratovecchio della National Gallery presenta questioni cronologiche e ricostruttive, legate alla datazione, alla provenienza e alla ricomposizione moderna dei diversi scomparti.

La collaborazione con Smeraldo di Giovanni, documentata dal 1429 e negli affreschi della cappella Scali, richiede attenzione nella distinzione delle mani.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Giovanni di Marco nacque a Firenze nel 1385, dato ricavato dalle portate catastali del 1427, 1430 e 1433.

[2] Il soprannome “dal Ponte” deriva dalla bottega presso Santo Stefano al Ponte.

[3] Nel marzo 1410 chiese l’iscrizione all’Arte dei Medici e Speziali; nel 1413 passò alla Compagnia di San Luca.

[4] I riquadri con San Giovanni Evangelista e San Bartolomeo, aggiunti nel 1407 a una pala di Giovanni del Biondo, appartengono alla fase iniziale.

[5] Il rapporto con Ghiberti è stato valorizzato dalla critica recente in rapporto alla costruzione plastica delle figure e alla vivacità narrativa.

[6] Lo Sposalizio mistico di santa Caterina del Museo di Belle Arti di Budapest reca la data 1421.

[7] Nel 1422 Giovanni ricevette un pagamento da Ilarione Bardi per due cassoni nuziali.

[8] Nel 1424 fu incarcerato per morosità per circa otto mesi.

[9] Dal 1429 tenne bottega in società con Smeraldo di Giovanni.

[10] Gli affreschi della cappella Scali in Santa Trinita furono pagati tra settembre 1434 e ottobre 1435; i documenti assegnano a Giovanni la parte maggiore del compenso.

[11] L’Annunciazione della badia di Rosano, commissionata dalla badessa Caterina da Castiglionchio, è datata 1434.

[12] L’ultimo documento noto è il testamento del 19 novembre 1437.

 

 

Bibliografia

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