Giovanni Antonio da Pesaro

 

Giovanni Antonio Bellinzoni da Pesaro


Pesaro, 1415 circa – prima del 18 maggio 1478

 

 

Giovanni Antonio da Pesaro, oggi meglio identificato come Giovanni Antonio Bellinzoni da Pesaro, nacque probabilmente a Pesaro intorno al 1415. Era figlio di Giovanna e di Giliolo di Giovanni Bellinzoni, pittore originario di Parma, trasferitosi a Pesaro verso il 1410. La formazione avvenne nella bottega paterna, entro una cultura padana ancora legata al naturalismo tardogotico, filtrata poi attraverso l’ambiente marchigiano e romagnolo.

La prima attività si svolse accanto al padre. Nel 1437 Giovanni Antonio e Giliolo ricevettero a Fano un pagamento per barde dipinte l’anno precedente per i cavalli di Malatesta Novello. Alla collaborazione dei due artisti è riferita anche la decorazione della chiesa di San Francesco di Rovereto presso Saltara, dove un’iscrizione del 1436 accompagna una Crocifissione con santi. In questi primi lavori il giovane pittore eredita dal padre una pittura semplice, concreta, con figure rigide ma fortemente leggibili, adatta a una committenza locale e devozionale.

Tra la fine degli anni Trenta e gli anni Quaranta la sua attività si amplia. Sono stati ricondotti a questa fase un polittico smembrato già in Santa Maria del Colle presso Jesi, alcune tavole con apostoli, le storie di san Biagio e lo stendardo della Confraternita del Sacramento di Serra de’ Conti, oggi alla Galleria Nazionale delle Marche. Quest’ultimo è particolarmente importante: su un lato compare la Madonna in trono col Bambino tra confratelli oranti, sull’altro la Crocifissione. La struttura della tavola documenta il rapporto con le confraternite, con la pittura processionale e con una devozione civica di forte impronta popolare.

Nel 1441 Giovanni Antonio e il padre sono documentati ad Ancona, chiamati a decorare la cappella di Sant’Andrea nella chiesa di San Francesco alle Scale. La commissione, oggi perduta, segna un momento di apertura verso l’ambiente anconetano. Da questo periodo il pittore comincia a maturare un linguaggio più levigato, meno dipendente dalla bottega paterna, con una maggiore attenzione al chiaroscuro e alla grazia lineare.

Attorno alla metà del secolo si collocano opere legate a Pesaro, Cingoli, Apiro e altri centri marchigiani. La tavola con l’effigie di san Terenzio, eseguita probabilmente dopo la traslazione del corpo del patrono di Pesaro nel 1447, mostra una linea più elegante, vicina al Maestro di Staffolo. Il polittico di Sant’Esuperanzio a Cingoli e l’affresco con la Madonna della Misericordia già in Santa Maria Maggiore, oggi nella Pinacoteca civica di Cingoli, confermano una geografia di lavoro ampia, distribuita tra Adriatico, colline interne e centri appenninici.

Dopo un lungo intervallo documentario, Giovanni Antonio ricompare a Pesaro nel 1459, anno della morte del padre. Nel 1462 dipinge la Madonna della Misericordia per la chiesa di Santa Maria dell’Arzilla presso Pesaro, firmata e datata 8 dicembre. La Vergine si presenta frontalmente, alta, solenne, con il manto aperto a proteggere due gruppi di fedeli inginocchiati. Angeli le reggono la corona e il mantello; al centro del petto appare il Bambino entro una mandorla luminosa. L’opera conserva un forte impianto tardogotico, con fondo oro, frontalità, gerarchie dimensionali e figure ordinate in gruppi serrati. Il valore devozionale è immediato: la Vergine agisce come protezione collettiva, immagine pubblica di una comunità che si dispone sotto il suo manto.

La Madonna dell’Arzilla è anche un documento dell’arcaicità marchigiana di metà Quattrocento. Nel 1462, in altri centri italiani, la prospettiva fiorentina e le ricerche padovane avevano già modificato profondamente il linguaggio figurativo. Giovanni Antonio continua a lavorare con un lessico più antico, legato alla funzione votiva, al fondo prezioso, alla chiarezza iconica. Questa permanenza ha un significato storico: nelle Marche interne e costiere le forme tardogotiche conservano vitalità lunga, sostenute da confraternite, pievi, monasteri e committenze cittadine.

Nel 1463 il pittore firma un trittico forse destinato in origine alla chiesa pesarese di Santa Maria di San Marco. Il pannello centrale con San Marco è oggi all’Ashmolean Museum di Oxford; i laterali, con otto santi, appartennero alla collezione Ruffo della Scaletta a Roma. L’opera registra un avvicinamento a modelli veneziani, in particolare a Iacobello del Fiore e Nicolò di Pietro. Pesaro, città adriatica aperta a scambi con Venezia e con la Romagna, offriva al pittore occasioni di aggiornamento attraverso tavole, botteghe itineranti, committenze religiose e circolazione di immagini.

Il grande polittico già nella chiesa abbaziale di Santa Croce presso Sassoferrato, oggi nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, appartiene agli anni Sessanta del secolo e viene datato dal Catalogo generale tra 1468 e 1471. È una delle macchine d’altare più imponenti del Quattrocento marchigiano. Il complesso presenta la Madonna col Bambino in trono, santi, Crocifissione, Cristo Redentore, Evangelisti e scene narrative nella predella, tra cui episodi collegati a san Benedetto e alla leggenda della vera Croce. La struttura a più ordini conserva pienamente la logica del polittico, con scomparti distinti e fondo dorato, ma la ricchezza iconografica risponde a una committenza monastica articolata.

Nel polittico di Sassoferrato emergono le componenti fondamentali della pittura di Giovanni Antonio: tardogotico emiliano, memoria veneziana, gusto marchigiano per il racconto minuto. Le figure appaiono rigide e ripetitive, con volti simili, panneggi scanditi e gesti convenzionali; la predella, con episodi narrativi più piccoli, consente invece una maggiore vivacità. Qui l’artista mostra la sua parte più efficace: il racconto si distende in architetture, strade, movimenti di personaggi, dettagli di costume e gesti semplici, facilmente leggibili da una comunità monastica e dai fedeli.

A Sassoferrato Giovanni Antonio dipinse anche nella chiesa di Santa Chiara una Natività con due sante e un’Annunciazione oggi frammentaria, nota attraverso una copia seicentesca. La presenza in città si lega probabilmente a una rete di committenze benedettine e femminili. Studi recenti hanno inoltre collegato all’abbazia di Santa Croce il trittico oggi al Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, già proveniente da Santa Lucia a Serra de’ Conti: Madonna col Bambino che mostra gli strumenti della Passione, tra santa Lucia e santa Caterina d’Alessandria, con Annunciazione, Dio Padre benedicente, beato Gherardo da Serra de’ Conti e beato Alberto da Sassoferrato. La tavola, datata intorno al 1470, conferma la fortuna tarda del pittore in un’area monastica e devozionale ben definita.

La maturità dell’artista presenta una progressiva fissazione dei modelli. Le composizioni tendono a ripetere schemi già sperimentati: Madonna in trono, santi laterali, fondi oro, architetture semplificate, predelle narrative. Questa ripetizione deriva anche dalla funzione delle opere. Giovanni Antonio lavora per altari, confraternite, monasteri, pievi e chiese locali; la committenza richiede immagini chiare, riconoscibili, stabili. Il suo linguaggio risponde a questo bisogno con forme conservative, capaci di garantire continuità cultuale più che ricerca formale.

La tavola con San Donnino, datata 1472, già nella pieve di San Michele Arcangelo a Tavullia e poi nella collezione della Banca Popolare di Pesaro, appartiene all’ultima fase. Nel gennaio 1473 è completata la pala con la Madonna col Bambino tra i santi Onofrio, Giovanni Battista, Girolamo, un santo vescovo e sant’Aiuto inginocchiato, già sul mercato antiquario torinese. È l’ultima opera datata nota. Nel novembre 1469 Giovanni Antonio era nuovamente attestato a Pesaro per questioni familiari e patrimoniali; il 20 novembre 1474 chiese un prestito. Morì prima del 18 maggio 1478, quando la vedova Caterina e il cognato furono chiamati a saldare un debito contratto quattro anni prima.

Il suo profilo va letto entro la lunga durata del gotico nelle Marche. Giovanni Antonio non appartiene alla linea di rinnovamento prospettico che, nello stesso secolo, attraversa Firenze, Padova, Urbino e l’Adriatico più colto. La sua pittura conserva il valore cultuale dell’immagine medievale: oro, frontalità, ripetizione, gerarchia, chiarezza simbolica. A questa base si aggiungono influssi emiliani, romagnoli, veneziani e talvolta umbri, assorbiti in modo selettivo. L’artista diventa così una figura utile per comprendere la complessità marchigiana: una regione dove la modernità figurativa convive a lungo con forme arcaiche, spesso sostenute da committenze periferiche ma culturalmente radicate.

La qualità migliore di Giovanni Antonio emerge nelle opere legate alla devozione collettiva: Madonne della Misericordia, stendardi confraternali, polittici monastici, predelle narrative. Nei grandi scomparti la forma si irrigidisce; nei dettagli narrativi la pittura acquista respiro. Il suo mondo visivo è popolato da santi frontali, confratelli inginocchiati, monaci, donatori, episodi agiografici, piccole città, leggende della Croce, immagini di protezione. Questa pittura, lontana dalle accelerazioni dei maggiori centri rinascimentali, conserva una forza documentaria notevole: racconta la fede di comunità locali, la vita delle confraternite, la continuità degli ordini religiosi e il gusto figurativo dell’Adriatico marchigiano nel cuore del Quattrocento.

 

Questioni aperte

La prima fase, svolta accanto al padre Giliolo, richiede una distinzione prudente tra mani e responsabilità. Alcune opere furono probabilmente eseguite in collaborazione.

Il catalogo comprende opere firmate, datate, documentate, attribuite da Zeri e da altri studiosi, frammenti, tavole smembrate e dipinti conosciuti attraverso vecchie provenienze. Ogni gruppo va trattato secondo il proprio grado di sicurezza.

La cronologia tradizionale 1462-1473 riguarda le opere firmate o datate più note; la biografia documentaria inizia già nel 1437 e arriva al 1474, con morte anteriore al 18 maggio 1478.

Il polittico di Santa Croce a Sassoferrato resta un nodo centrale per la fase matura. La datazione 1468-1471, la committenza monastica e la successiva relazione con il trittico di Santa Lucia a Serra de’ Conti arricchiscono la lettura dell’artista.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Giovanni Antonio era figlio di Giovanna e di Giliolo di Giovanni Bellinzoni, pittore originario di Parma trasferitosi a Pesaro verso il 1410.

[2] La nascita viene collocata intorno al 1415.

[3] Nel 1437 Giovanni Antonio e il padre ricevettero a Fano un pagamento per barde dipinte per i cavalli di Malatesta Novello.

[4] La Madonna della Misericordia di Santa Maria dell’Arzilla è firmata e datata 8 dicembre 1462.

[5] Il trittico del 1463 conserva il pannello centrale con San Marco all’Ashmolean Museum di Oxford; i laterali con otto santi appartennero alla collezione Ruffo della Scaletta.

[6] Il 3 dicembre 1463 Giovanni Antonio è documentato ad Ancona come cittadino e residente.

[7] Il polittico di Santa Croce presso Sassoferrato viene datato tra 1468 e 1471 dal Catalogo generale dei Beni Culturali.

[8] Il trittico del Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, oggi ricondotto a Santa Lucia a Serra de’ Conti, è opera tarda dell’artista, datata intorno al 1470.

[9] La tavola con San Donnino reca la data 1472.

[10] L’ultima opera datata nota è la pala completata nel gennaio 1473, già sul mercato antiquario torinese.

[11] Giovanni Antonio è documentato ancora il 20 novembre 1474 per un prestito.

[12] Morì prima del 18 maggio 1478.

 

 

Bibliografia

Luigi Serra, “Arte marchigiana ignota”, in Rassegna marchigiana, I, Ancona, 1922, p. 232.

Raimond van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, vol. VIII, Martinus Nijhoff, The Hague, 1927, pp. 288-292.

Antonino Santangelo, Museo di Palazzo Venezia. Catalogo, vol. I, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1947, pp. 34, 38.

Federico Zeri, “Giovanni Antonio da Pesaro”, in Proporzioni, II, Firenze, 1948, pp. 164-167.

Pasquale Rotondi, “Per Giovanni Antonio da Pesaro”, in Belle Arti, II, Roma, 1951, pp. 85-88.

Federico Zeri, “Per Giovanni Antonio da Pesaro”, in Bollettino d’Arte, XL, Roma, 1955, pp. 370-371.

Luigi Michelini Tocci, Pittori del Quattrocento ad Urbino e a Pesaro, Pesaro, 1965, pp. 44-46.

Mario Moretti, Museo nazionale d’Abruzzo nel castello cinquecentesco dell’Aquila, L’Aquila, 1968, p. 68.

F. M. Aliberti Gaudioso, schede in Mostra di opere d’arte restaurate, Urbino, 1969, pp. 56-57.

A. Giovannini Fabi, schede in Restauri nelle Marche. Testimonianze, acquisti, recuperi, catalogo della mostra, Urbino, Palazzo Ducale, 28 giugno-30 settembre 1973, Urbino, 1973, pp. 148-153.

Federico Zeri, “Per Giovanni Antonio da Pesaro”, in Paragone, XXVII, nn. 317-319, Firenze, 1976, pp. 59-62.

Michel Laclotte, Mognetti Mognetti, Avignon. Musée du Petit Palais. Peinture italienne, Paris, 1976, p. 85.

Giuseppe Donnini, “Un affresco e altre cose di Giovanni Antonio da Pesaro”, in Antichità viva, XVII, Firenze, 1979, pp. 3-7.

Lorenza Arcangeli, “Giovanni Antonio da Pesaro”, in Opere d’arte restaurate ad Urbino, Urbino, 1979-1980, pp. 24-30.

Giuseppe Donnini, “La pittura nel XV secolo”, in Arte e cultura nella provincia di Pesaro e Urbino dalle origini a oggi, Venezia, 1986, pp. 136-138.

Raffaella Battistini, “La pittura del Quattrocento nelle Marche”, in La pittura in Italia. Il Quattrocento, vol. II, Electa, Milano, 1987, pp. 405, 646.

Paolo Berardi, Giovanni Antonio Bellinzoni da Pesaro, Bologna, 1988.

Pietro Zampetti, Pittura nelle Marche, vol. I, Nardini, Firenze, 1988, pp. 297, 301-302.

Maria Rosaria Valazzi, “Pittori e pitture a Pesaro nel Quattrocento”, in Pesaro tra Medioevo e Rinascimento, Venezia, 1990, pp. 336-339.

Anna Maria Ambrosini Massari, schede in Dipinti e disegni della Pinacoteca civica di Pesaro, Modena, 1993, pp. 38-40.

Maria Rosaria Valazzi, schede in Pesaro. Museo civico, Bologna, 1996, pp. 5, 23.

Claudio Giardini, Gian Marco Falchechi, schede in Fioritura tardogotica nelle Marche, catalogo della mostra, Electa, Milano, 1998, pp. 332-338.

Carlo La Bella, “Giovanni Antonio da Pesaro”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 56, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2001.

Mauro Minardi, “Tre questioni interferenti l’abbazia di Santa Croce a Sassoferrato, da Giovanni Antonio da Pesaro a Pietro Paolo Agabiti”, in Arte marchigiana. Rivista di ricerca storico-artistica, 7, Centro Studi “G. Mazzini”, 2019, pp. 17-44.

Catalogo generale dei Beni Culturali, schede online della Madonna della Misericordia di Santa Maria dell’Arzilla e del polittico di Santa Croce a Sassoferrato.

VIVE - Vittoriano e Palazzo Venezia, scheda online del trittico di Giovanni Antonio Bellinzoni da Pesaro già da Santa Lucia a Serra de’ Conti.