Ghirlandaio Davide

Davide Bigordi, detto Davide Ghirlandaio


Firenze, 14 marzo 1452 – Firenze, 10 aprile 1525

 

 

 

Davide Bigordi, detto Davide Ghirlandaio, nacque a Firenze il 14 marzo 1452. Era figlio di Tommaso Bigordi e di Antonia, e fratello minore di Domenico, con il quale condivise per molti anni l’attività della bottega familiare. Il soprannome Ghirlandaio, legato alla produzione di ghirlande e ornamenti, passò alla famiglia attraverso il mestiere paterno e divenne poi il nome artistico con cui Domenico, Davide, Benedetto e Ridolfo furono ricordati dalla tradizione.

La sua formazione avvenne nella bottega del fratello maggiore. La dichiarazione catastale del 1480 lo registra già come aiuto di Domenico, ma la collaborazione era iniziata prima. Davide lavorò in un organismo produttivo molto articolato, dove i compiti venivano distribuiti tra disegno, esecuzione pittorica, coloritura, doratura, mosaico, gestione economica, rapporti con i committenti e controllo degli aiuti. Vasari gli attribuisce un ruolo amministrativo di primo piano nella bottega: Domenico avrebbe affidato a lui “ogni peso di spendere”, riservando a sé la direzione inventiva e pittorica. La formula vasariana, pur letteraria, corrisponde bene alla struttura di una bottega fiorentina capace di affrontare grandi cantieri.

Negli anni Settanta Davide partecipa alle imprese di Domenico. Tra il dicembre 1475 e il maggio 1476 compaiono pagamenti per la decorazione, oggi perduta, della Biblioteca Vaticana. Nel 1476-1477 è accanto al fratello nella badia di Passignano, dove viene dipinta l’Ultima Cena del refettorio. Il grande affresco mostra l’organizzazione già matura della bottega ghirlandaiesca: architettura prospettica, tavola apparecchiata, figure disposte in sequenza ordinata, attenzione agli oggetti quotidiani. La mano precisa di Davide è difficile da isolare, ma la sua presenza nel cantiere conferma il ruolo ormai stabile accanto a Domenico.

Intorno al 1479 si collocano tre scene di predella oggi al Metropolitan Museum of Art di New York: Tobia e l’angelo, Il seppellimento di san Zanobi e Lo sposalizio della Vergine. Il museo le riferisce a Davide e le collega alla pala di San Giusto alle Mura, commissionata a Domenico e oggi agli Uffizi. Sono tavole piccole, narrative, dipinte a tempera e oro su legno. La qualità più interessante sta nella capacità di raccontare episodi complessi con chiarezza: strade, edifici, figure in movimento, paesaggi, dettagli urbani. Nel Seppellimento di san Zanobi la Firenze reale, con Battistero e campanile, entra nella scena sacra. Davide si rivela qui pittore di racconto minuto, vicino alla tradizione narrativa della bottega, capace di dare ordine a scene affollate senza perdere leggibilità.

Nel 1482 seguì Domenico a Roma per gli affreschi della Cappella Sistina. La partecipazione degli aiuti in un’impresa di tale ampiezza era parte normale del lavoro. Domenico vi dipinse la Vocazione dei primi apostoli, e la presenza di Davide rientra nella struttura organizzativa del cantiere. Il soggiorno romano contribuì ad ampliare l’esperienza della bottega, mettendola a contatto con Perugino, Botticelli, Cosimo Rosselli e gli altri pittori chiamati da Sisto IV.

Tra 1485 e 1490 la bottega ghirlandaiesca raggiunse il massimo prestigio con gli affreschi della cappella Tornabuoni in Santa Maria Novella. Davide partecipò a questo sistema di lavoro, nel quale più mani potevano intervenire nella stessa scena. La pittura di Domenico, in questi grandi cicli, si fonda su una costruzione collettiva molto efficiente: ritratti contemporanei, architetture monumentali, costumi, figure secondarie, paesaggi, episodi sacri trasformati in cronaca solenne della Firenze medicea. La presenza di Davide va letta entro questa macchina produttiva, dove l’autografia assoluta del maestro conviveva con un largo intervento di bottega.

Un capitolo centrale della sua attività riguarda il mosaico. Nel 1489 Domenico e Davide ricevettero la commissione per l’Annunciazione della lunetta della porta della Mandorla di Santa Maria del Fiore. L’opera, compiuta nel 1490 e pagata fino al gennaio 1491, rappresenta uno dei momenti più visibili del recupero quattrocentesco della tecnica musiva a Firenze. La scena si svolge entro un’architettura limpida: l’angelo con il giglio avanza verso la Vergine, la colomba dello Spirito Santo scende dall’alto, pavimenti marmorei e colonne ordinano lo spazio. Il mosaico non fu un episodio isolato; apparteneva a una breve stagione di rinnovato interesse per una tecnica antica, promossa in un ambiente che guardava anche agli esempi di Alessio Baldovinetti.

Nel 1490 fra’ Francesco di Mariotto del Vernaccia commissionò a Domenico e a Davide una pala d’altare per il convento di San Francesco al Palco, presso Prato. La tavola principale è perduta, mentre la predella è stata collegata a pannelli oggi conservati a Monaco. Il documento ha grande valore perché mostra Davide incaricato anche dei pagamenti e dei rapporti con la committenza. La bottega dei Bigordi funziona come impresa artistica familiare: Domenico fornisce l’invenzione principale, Davide garantisce esecuzione, gestione e continuità operativa.

Nel 1491-1493 Davide lavorò a Orvieto per la facciata del duomo, impegnato nel rifacimento dello Sposalizio della Vergine e nel restauro di altri mosaici. Nel 1493 eseguì anche, sulla facciata del duomo di Siena, un mosaico con la Natività e annuncio ai pastori, oggi perduto. Queste imprese, note attraverso documenti, confermano la sua reputazione specifica come mosaicista. Firenze, Orvieto e Siena gli offrirono cantieri prestigiosi, legati a facciate monumentali e a programmi decorativi pubblici.

Nel 1494, anno della morte di Domenico, Davide dipinse la tavola con Santa Lucia e il donatore Tommaso Cortesi, ancora in Santa Maria Novella. Vasari la ricorda tra le opere lasciate avviate da Domenico, e la critica ha discusso il peso delle diverse mani. La santa appare in piedi, con il donatore inginocchiato; la composizione mantiene la chiarezza devota della bottega, ma mostra una certa rigidità nei passaggi. È una delle poche opere pittoriche autonome o quasi autonome che permettono di valutare la sua fisionomia fuori dal sistema più compatto del fratello.

Dopo la morte di Domenico, Davide assunse un ruolo più evidente. Accolse in casa il nipote Ridolfo, figlio di Domenico, educandolo come un figlio e avviandolo alla pittura. Ridolfo divenne poi uno dei principali continuatori della tradizione ghirlandaiesca nel primo Cinquecento fiorentino. La funzione di Davide fu quindi anche dinastica: conservare la bottega, trasmettere modelli, garantire continuità economica e tecnica alla famiglia.

La tradizione ricorda un periodo di ritiro a Montaione, in Valdelsa, dove Davide avrebbe trovato vetri, legnami e fornaci utili alla produzione di lavori musivi e vitrei. Questa notizia, riportata da Vasari, illumina un aspetto materiale della sua attività. Il mosaico richiedeva organizzazione tecnica, approvvigionamento di tessere, vetri colorati, fornaci, maestranze. Davide emerge così come artista-artigiano in senso pieno, legato alla materia e alla logistica della produzione.

Tra le opere certe o documentate della fase matura viene ricordato il mosaico su tavola con Madonna col Bambino e due angeli, datato 1496, già al Musée de Cluny e oggi generalmente collegato alle raccolte francesi del Musée national de la Renaissance. La firma e la data, un tempo leggibili, sono scomparse, ma la tradizione documentaria ne conserva memoria. L’opera dimostra l’ambizione di applicare la tecnica musiva a un’immagine devozionale mobile, destinata a una fruizione raffinata. Il fondo dorato e la preziosità dei materiali traducono in scala ridotta il fasto della decorazione monumentale.

Il catalogo di Davide resta complesso. La sua mano è stata riconosciuta in numerose opere della bottega di Domenico, ma il metodo di lavoro ghirlandaiesco rende difficile separare con precisione le responsabilità individuali. Alcune tavole e affreschi mostrano una qualità più asciutta, meno inventiva, talvolta più rigida rispetto a Domenico; altri brani rivelano una notevole capacità narrativa e un mestiere sicuro. La pittura di Davide vive spesso dentro invenzioni altrui, ma sa eseguirle con ordine, limpidezza e disciplina.

La sua figura acquista maggiore rilievo se letta attraverso il mosaico. Nella Firenze del secondo Quattrocento questa tecnica venne recuperata come segno di continuità con l’antico e con la grande tradizione medievale cittadina. Lorenzo de’ Medici e l’ambiente umanistico guardavano al mosaico come a una forma nobile, durevole, preziosa. Davide, più di altri pittori della sua generazione, seppe farne un campo operativo personale. La sua notorietà derivò soprattutto da questa competenza.

Morì a Firenze il 10 aprile 1525. Non ebbe figli documentati, ma lasciò una eredità familiare importante attraverso Ridolfo, che proseguì la tradizione dei Ghirlandaio. Davide rimane figura di soglia: pittore, collaboratore, amministratore di bottega, mosaicista, custode di un’officina familiare tra le più efficienti della Firenze rinascimentale. La sua importanza non consiste nell’originalità assoluta delle invenzioni, ma nella capacità di mantenere in funzione un sistema produttivo di alta qualità, fondato su disegno, racconto, mestiere, controllo economico e competenza tecnica.

 

Questioni aperte

La distinzione della sua mano nelle opere della bottega di Domenico richiede prudenza. La pratica collettiva permetteva la presenza di più collaboratori nella stessa impresa e talvolta nella stessa scena.

La Santa Lucia e il donatore di Santa Maria Novella conserva un problema di partecipazione: Vasari la ricordava tra le opere iniziate da Domenico, mentre la critica moderna ha distinto interventi di Davide e forse di altri membri della bottega.

Le opere musive perdute di Orvieto e Siena impediscono di valutare pienamente la sua reputazione come mosaicista monumentale.

Il mosaico con Madonna col Bambino e due angeli del 1496, già al Musée de Cluny, conserva memoria documentaria della firma e della data scomparse.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Davide Bigordi nacque a Firenze il 14 marzo 1452 da Tommaso Bigordi e Antonia.

[2] Nel catasto del 1480 risulta aiuto del fratello Domenico.

[3] Tra 1475 e 1476 compaiono pagamenti legati alla decorazione, oggi perduta, della Biblioteca Vaticana.

[4] Nel 1476-1477 lavorò con Domenico all’Ultima Cena della badia di Passignano.

[5] Le tre scene di predella del Metropolitan Museum, datate circa 1479, provengono dalla pala di San Giusto alle Mura commissionata a Domenico.

[6] Nel 1482 seguì Domenico a Roma nel cantiere della Cappella Sistina.

[7] Il mosaico dell’Annunciazione della porta della Mandorla fu commissionato nel 1489, compiuto nel 1490 e pagato fino al gennaio 1491.

[8] Tra 1491 e 1493 lavorò ai mosaici della facciata del duomo di Orvieto.

[9] Nel 1493 eseguì un mosaico, oggi perduto, per la facciata del duomo di Siena.

[10] La tavola con Santa Lucia e il donatore Tommaso Cortesi in Santa Maria Novella è datata 1494.

[11] Il mosaico su tavola con Madonna col Bambino e due angeli è datato 1496; firma e data, un tempo visibili, risultano oggi scomparse.

[12] Morì a Firenze il 10 aprile 1525.

 

 

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