Cristoforo di Giovanni da Sanseverino e Angelo da Camerino
 

documentati insieme nel 1457

 

 

 

 

 

Cristoforo di Giovanni da Sanseverino e Angelo da Camerino appartengono alla pittura marchigiana del pieno Quattrocento, in un’area posta tra San Severino, Camerino, Matelica, San Ginesio e l’Appennino umbro-marchigiano. La loro collaborazione è attestata dalla tavola con la Madonna col Bambino in trono, angeli e donatori, firmata e datata 1457, già in raccolta privata. L’opera era probabilmente il pannello centrale di un trittico; i laterali, oggi dispersi, raffiguravano sant’Agostino e Maria Maddalena.

Cristoforo di Giovanni, originario di San Severino, è figura meglio documentata. Gli atti locali lo ricordano già come pittore e maestro nella prima metà del secolo; nel 1448 presentò una supplica al Consiglio di Credenza del Comune di San Severino per questioni relative a case di sua proprietà. Questo dato restituisce una personalità inserita nella vita cittadina, con un ruolo professionale già riconosciuto. Angelo da Camerino viene identificato dalla critica con Angelo di Bartolomeo, artista attivo nell’area camerte, vicino al gruppo del cosiddetto Maestro di Gaglianvecchio e alla cultura maturata intorno a Bartolomeo di Tommaso da Foligno.

La tavola del 1457 conserva un interesse superiore alla sua apparente semplicità. La Vergine siede su un trono gotico, circondata da quattro angeli; in basso compaiono i due donatori, inginocchiati in scala ridotta. L’immagine mantiene un fondo arcaizzante: oro, frontalità, rigidità cerimoniale, struttura ancora legata alla devozione tardogotica. Al tempo stesso, il trono scorciato, i braccioli traforati, la ricerca di un minimo spazio architettonico e la maggiore consistenza fisica dei corpi indicano una cultura in trasformazione. È una pittura di confine, dove la tradizione locale accoglie elementi provenienti da Foligno, Camerino, San Severino e dall’area umbra.

Federico Zeri definì la tavola un prodotto schiettamente locale della fase marchigiana del gotico quattrocentesco. La formula coglie bene il carattere dell’opera. Il suo valore sta nella qualità di documento territoriale: una pittura lontana dai grandi centri, costruita su rapporti di bottega, spostamenti tra borghi, committenze devozionali, monasteri, chiese agostiniane, famiglie locali. Qui il Quattrocento marchigiano assume una fisionomia autonoma, meno lineare rispetto ai racconti fondati sui centri maggiori.

La componente più evidente è quella tardogotica. I volti allungati, gli occhi fissi, le mani sottili, la preziosità del trono e la qualità ornamentale degli angeli rimandano a una cultura ancora nutrita dai Salimbeni, da Arcangelo di Cola, da Bartolomeo di Tommaso e dai pittori attivi tra Camerino e l’Umbria interna. La pittura lavora per calligrafia, superficie, ritmo delle pieghe. La figura umana ha una tensione devota, con poca naturalezza quotidiana e molta solennità rituale.

Il problema attributivo rimane aperto. La firma congiunta attesta la collaborazione, ma l’opera oggi nota consente letture diverse sul peso dei due pittori. Studi recenti hanno suggerito una maggiore responsabilità di Cristoforo nella tavola del 1457, mentre Angelo viene collegato a una diversa linea camerte, più vicina al Maestro di Gaglianvecchio. La collaborazione poteva riguardare il disegno generale, la carpenteria pittorica, alcune parti figurative o l’esecuzione condivisa del complesso. La struttura delle botteghe marchigiane del tempo rende plausibile una pratica elastica, con ruoli distribuiti secondo competenze, committenza e occasione.

Un indizio importante è il Trittico del cardinal Brancaccio del Museo Piersanti di Matelica, attribuito da Zeri a Cristoforo di Giovanni da Sanseverino. L’opera raffigura la Madonna col Bambino in trono e donatore, con i santi Andrea, Michele arcangelo, Giovanni Battista e Saba, e con l’Annunciazione. La presenza del cardinale Brancaccio come donatore collega la pittura marchigiana a una committenza di rango più alto, capace di muoversi tra Napoli, Roma e i centri dell’Italia centrale. Anche questo trittico conserva una struttura tardogotica, con una spazialità ancora rigida e figure distribuite in scomparti, ma mostra una maggiore ambizione rappresentativa.

La vicinanza tra la tavola del 1457 e il trittico matelicese permette di leggere Cristoforo come artista radicato nella tradizione settempedana, sensibile agli scambi con Camerino e con la Valnerina. Il suo linguaggio sembra nato in un ambiente dove la memoria dei fratelli Salimbeni continuava a pesare, mentre Bartolomeo di Tommaso offriva un modello di intensità espressiva e di decorazione ricca. Angelo da Camerino si colloca nello stesso sistema, con accenti più camerti e una probabile familiarità con il mondo di Angelo di Bartolomeo.

La scarsità delle opere certe impedisce una ricostruzione ampia delle due carriere. Proprio questa scarsità rende preziosa la tavola firmata. Il dipinto registra un episodio di collaborazione tra due maestri marchigiani, un frammento di rete artistica locale, un punto di contatto fra San Severino e Camerino. Per una scheda storico-artistica, il dato più rilevante non è la qualità assoluta dell’opera, piuttosto la sua capacità di documentare una cultura figurativa periferica che nel 1457 conserva forme gotiche e insieme sperimenta, lentamente, una diversa organizzazione dello spazio.

La pittura marchigiana di questi anni procede per innesti. Il fondo salimbeniano, la durezza espressiva di Bartolomeo di Tommaso, la tradizione camerte, i contatti con l’Umbria e con i centri appenninici producono immagini ibride, spesso arcaiche nella struttura e più aggiornate nei dettagli. Cristoforo e Angelo stanno dentro questa geografia. La loro opera comune non va forzata verso un Rinascimento pieno; appartiene a una stagione in cui la modernità entra attraverso particolari minuti: un bracciolo traforato, un trono scorciato, un volto più fisico, un paesaggio appena accennato, una diversa presenza del donatore.

 

Questioni aperte

L’identificazione di Angelo da Camerino con Angelo di Bartolomeo è oggi la via critica più utilizzata.

La ripartizione delle mani nella tavola del 1457 resta incerta. La firma congiunta documenta la collaborazione; la valutazione stilistica può attribuire maggiore responsabilità a uno dei due maestri.

Il Trittico del cardinal Brancaccio del Museo Piersanti di Matelica rafforza il profilo di Cristoforo di Giovanni da Sanseverino, ma appartiene a un contesto attributivo costruito attraverso la classificazione di Federico Zeri.

Il catalogo dei due pittori richiede verifiche costanti, perché le opere certe sono poche, varie tavole risultano disperse e alcune attribuzioni dipendono da fotografie, iscrizioni antiche e ricostruzioni di polittici smembrati.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] Cristoforo di Giovanni da Sanseverino è documentato come pittore già nella prima metà del Quattrocento e ricompare a San Severino nel 1448 con una supplica al Comune.

[2] La collaborazione con Angelo da Camerino è attestata dalla tavola con la Madonna col Bambino in trono, angeli e donatori, firmata e datata 1457.

[3] Angelo da Camerino viene generalmente collegato ad Angelo di Bartolomeo, pittore attivo nell’area camerte e in rapporto con la cultura del Maestro di Gaglianvecchio.

[4] La tavola del 1457 era probabilmente il pannello centrale di un trittico; i laterali con sant’Agostino e Maria Maddalena risultano dispersi.

[5] Federico Zeri propose un collegamento con il Trittico del cardinal Brancaccio del Museo Piersanti di Matelica, attribuito a Cristoforo di Giovanni da Sanseverino.

[6] Il contesto figurativo dei due pittori comprende la tradizione dei Salimbeni, Arcangelo di Cola, Bartolomeo di Tommaso da Foligno e la pittura dell’Appennino umbro-marchigiano.

 

Bibliografia

Umberto Gnoli, “Una tavola sconosciuta di Cristoforo da S. Severino e Angelo da Camerino”, in Rassegna bibliografica dell’arte italiana, XII, 1909, pp. 151-158.

Luigi Serra, L’arte nelle Marche. Il periodo del Rinascimento, Libreria dello Stato, Roma, 1934.

Federico Zeri, “Due dipinti, la filologia e un nome. Il Maestro delle Tavole Barberini”, in Bollettino d’Arte, XLVI, Roma, 1961.

Giuseppe Donnini, “Per Cristoforo da S. Severino e Angelo da Camerino”, in Commentari, XXV, Roma, 1974, pp. 155-163.

Pietro Zampetti, a cura di, Mostra della pittura veneta nelle Marche, catalogo della mostra, Ancona, Palazzo degli Anziani, 1950.

Paolo Dal Poggetto, a cura di, Fioritura tardogotica nelle Marche, catalogo della mostra, Urbino, Palazzo Ducale, Electa, Milano, 1998.

Serena Romano, a cura di, Apogeo e fine del Medioevo. 1288-1431, Jaca Book, Milano, 2017.

Raoul Paciaroni, Testimonianze archivistiche di pittori sanseverinati, San Severino Marche, 2024.

Giulia Spina, “Appunti su Paolo da Visso”, in Predella, n. 38, Pisa, 2020.