Costa Lorenzo il vecchio

 


Ferrara, 1460-Mantova, 5 marzo 1535
 

 


 

Lorenzo Costa, detto il Vecchio per distinguerlo dal nipote omonimo, nacque a Ferrara nel 1460. Era figlio del pittore Giovanni Battista e di Bartolomea; l’anno di nascita si ricava dal necrologio mantovano, che lo dice settantacinquenne al momento della morte. La famiglia si trasferì a Bologna nel 1483, come attesta un documento del 4 aprile di quell’anno. Da questo momento la sua carriera si svolse tra Ferrara, Bologna e Mantova, con una continuità rara: quasi mezzo secolo di attività, dal clima ancora tagliente della scuola ferrarese quattrocentesca fino alla cultura di corte del primo Cinquecento gonzaghesco.

La formazione giovanile si colloca nell’orbita ferrarese di Cosmè Tura, Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti. Il San Sebastiano della Gemäldegalerie di Dresda, firmato con caratteri ebraici, mostra una pittura ancora aspra: corpo irrigidito, linea incisa, anatomia tesa, colore secco. L’eredità di Tura agisce nella durezza formale; quella di Ercole de’ Roberti nella compressione drammatica delle figure e nel gusto per un’energia nervosa, quasi metallica. Costa parte da qui, da una Ferrara colta e difficile, dove la pittura aveva assunto una densità intellettuale poco accomodante.

Il passaggio a Bologna cambiò il suo destino. La città era governata di fatto dai Bentivoglio e offriva a un giovane pittore ferrarese un campo di lavoro più stabile, con cappelle gentilizie, palazzi, chiese, oratori, decorazioni pubbliche e private. Costa arrivò probabilmente al seguito o nella scia di Ercole de’ Roberti, impegnato nella cappella Garganelli in San Pietro. Nel 1485 è già indicato come pictor in un atto notarile; nello stesso anno sposò Ludovica Crivelli, figlia del miniatore Taddeo, uno dei protagonisti della grande miniatura estense.

La prima opera firmata e datata è la Vergine col Bambino e la famiglia di Giovanni II Bentivoglio, dipinta nell’agosto 1488 per la cappella Bentivoglio in San Giacomo Maggiore a Bologna. Il dipinto ha un valore superiore a quello di una semplice pala devozionale. La Madonna siede in trono entro una architettura solenne; ai lati, inginocchiati, compaiono Giovanni II Bentivoglio e Ginevra Sforza; davanti si dispone la serie dei figli. L’altare diventa genealogia dipinta. La famiglia signorile si presenta sotto la protezione della Vergine, ma anche sotto gli occhi della città. Costa organizza il potere in immagine: ordine domestico, devozione, legittimazione politica.

Poco dopo, nella stessa cappella, esegue il Trionfo della Fama e il Trionfo della Morte, firmati e datati 1490. Sono opere cruciali per comprendere il primo Costa bolognese. La cultura robertiana rimane forte, con cavalli, cavalieri, figure concitate, paesaggi narrativi e una regia complessa. Ma il programma è ormai pienamente bentivolesco. La Fama e la Morte traducono una visione del governo, del prestigio familiare e della memoria pubblica. La cappella diventa una stanza politica, non soltanto funeraria. Qui Costa lavora per un signore che usa l’arte come strumento di autorappresentazione dinastica.

Negli stessi anni si collocano il San Girolamo della cappella Castelli in San Petronio, la perduta pala di Santa Maria delle Rondini, i cicli legati alla rocca di Poledrano e alla committenza bentivolesca. In queste opere il pittore conserva una struttura ferrarese vigorosa, con figure monumentali e talvolta sproporzionate, immerse in architetture severe. La critica novecentesca, a partire da Longhi, ha avuto un ruolo decisivo nella ricostruzione di questa fase, spesso dispersa tra opere distrutte, frammenti, attribuzioni recuperate e antiche notizie documentarie.

Nel corso degli anni Novanta lo stile muta. L’incontro con Francesco Francia, documentato anche nella cappella Vaselli in San Petronio, favorisce una progressiva attenuazione dell’asprezza ferrarese. Costa guarda a Giovanni Bellini, al Perugino, a Filippino Lippi, alla cultura umbro-toscana che circolava nell’Italia centrale e padana. Le figure si addolciscono, le composizioni acquistano simmetria, i volti perdono la tensione robertiana. La pala della cappella Rossi in San Petronio, firmata e datata 1492, e la Pala di Santa Tecla del 1496 nella Pinacoteca Nazionale di Bologna appartengono a questo passaggio.

Il termine “protoclassico”, usato dalla critica per la cultura bolognese di quegli anni, descrive bene la direzione, Costa e Francia costruiscono una pittura più regolare, più chiara, più leggibile, adatta alla devozione cittadina e al gusto delle élite bolognesi. Non è ancora classicismo raffaellesco; è una fase preparatoria, fatta di misura, dolcezza, armonia, profili levigati, corpi placati. L’energia ferrarese viene disciplinata. Il risultato, nelle opere migliori, mantiene una tensione interna; in quelle più deboli scivola verso eleganza decorativa.

Nel 1499 Costa tornò per un periodo a Ferrara, impegnato nella decorazione, oggi perduta, del coro della cattedrale. Nello stesso anno firmò la predella con l’Epifania oggi a Brera ed eseguì lavori per complessi bolognesi legati alla committenza bentivolesca. La sua attività in questi anni è molto fitta: pale, predelle, affreschi, disegni, miniature. La notizia della sua partecipazione al libro d’ore di Bonaparte Ghislieri, accanto a Perugino e Amico Aspertini, è un dettaglio prezioso. Mostra Costa dentro un ambiente raffinato, dove pittura, miniatura e cultura libraria dialogano ancora strettamente.

Nel 1501 firma la Gloria della Vergine nel coro di San Giovanni in Monte a Bologna. L’opera registra l’influsso peruginesco con chiarezza: figure più quiete, luce distesa, composizione ordinata, spiritualità meno drammatica. Nella stessa chiesa lavorava anche Perugino, e il confronto diretto con il maestro umbro dovette avere conseguenze profonde sulla pittura bolognese. Costa, rispetto a Perugino, conserva un fondamento padano più concreto: i corpi restano solidi, la materia pittorica meno evanescente, il paesaggio meno idealizzato.

Tra 1502 e 1505 l’attività si intensifica ancora. Appartengono a questi anni opere firmate e datate come lo Sposalizio della Vergine della Pinacoteca di Bologna, la Pietà già a Berlino, il San Petronio in trono, il polittico della National Gallery di Londra proveniente dall’oratorio di San Pietro in Vincoli a Faenza. La National Gallery conserva anche il celebre Concerto, un dipinto singolare, spesso trascurato rispetto alle pale d’altare. Tre figure cantano insieme, immerse in un’azione musicale autonoma. E' un’immagine costruita attorno alla musica stessa. Per questo anticipa un genere destinato a grande fortuna nell’Italia settentrionale del Cinquecento, specie in ambito veneto.

Nel 1505-1506 Costa prese parte alla decorazione dell’oratorio di Santa Cecilia a Bologna, insieme a Francesco Francia, Bartolomeo Bagnacavallo e Amico Aspertini. Gli spettano l’Elemosina di santa Cecilia e la Conversione di Valeriano, quest’ultima datata 1506. Il ciclo appartiene agli ultimi mesi del dominio bentivolesco. Poco dopo, le armate di Giulio II cacciarono i Bentivoglio da Bologna. Per Costa fu una cesura decisiva. Il sistema di committenza che lo aveva sostenuto per oltre vent’anni si dissolse quasi all’improvviso.

I rapporti con Mantova erano già avviati. Isabella d’Este aveva commissionato a Costa un dipinto per il suo studiolo, l’Allegoria della poesia, oggi al Louvre e nota anche come Isabella d’Este nel regno dell’Amore. La corrispondenza documenta una gestazione lunga, tra 1504 e 1506. Dopo la morte di Andrea Mantegna, nel 1506, Costa si trasferì stabilmente a Mantova, dove divenne pittore della corte Gonzaga. Il suo ingresso significò l’arrivo a Mantova di una pittura più dolce, più cortese, meno archeologica rispetto all’ultima stagione mantegnesca.

Questa differenza spiega la fortuna mantovana del pittore. Isabella d’Este, committente esigentissima, aveva costruito il proprio studiolo come luogo di cultura umanistica, memoria dinastica e autorappresentazione intellettuale. Dopo Mantegna e Perugino, Costa completò il ciclo con dipinti allegorici destinati a un pubblico ristretto, educato al linguaggio dei miti, delle virtù, della poesia e dell’amore. Qui la sua pittura perde il carattere civico-bentivolesco e assume un registro più privato: figure allungate, colori chiari, paesaggi morbidi, allegorie piacevoli, talvolta enigmatiche.

A Mantova Costa lavorò anche come ritrattista. Il caso della Dama con cagnolino di Hampton Court, collegata dalla critica a Isabella d’Este o comunque all’ambiente femminile della corte, mostra una ritrattistica più idealizzata che fisionomica. Il cane, attributo di fedeltà, trasforma la figura in immagine morale. Il volto appare levigato, quasi distante; l’identità individuale passa attraverso un filtro cortese. Questa scelta è coerente con il clima mantovano: il ritratto costruisce una qualità sociale e spirituale.

La pittura da cavalletto degli anni gonzagheschi comprende anche opere inviate come doni diplomatici. La Sacra Famiglia per la regina di Francia, oggi al Toledo Museum of Art in Ohio, e la Venere del Museo di Budapest rientrano in questa logica di scambio tra corti. Il quadro non vive più soltanto sull’altare o nella cappella pubblica. Circola come oggetto prezioso, come messaggio politico, come omaggio colto. Costa diventa così un pittore di relazioni, capace di servire le strategie culturali di Isabella e Francesco Gonzaga.

Il rapporto con Correggio, spesso lasciato ai margini, merita attenzione. La presenza del giovane Allegri nell’orbita mantovana e padana apre un terreno di scambi. In alcune opere tarde Costa guarda a una morbidezza più moderna, mentre la critica ha riconosciuto possibili riflessi costiani su alcuni lavori giovanili di Correggio. Sono rapporti da trattare con prudenza, ma indicano che il vecchio pittore, pur legato alla cultura del Quattrocento, continuò a osservare le novità.

Nel 1522 firmò l’Investitura di Federico II Gonzaga a capitano della Chiesa, oggi alla Národní Galerie di Praga, opera ampia e ufficiale, nata per celebrare il nuovo ruolo politico del giovane marchese. Tre anni dopo dipinse la Vergine in trono con santi per San Silvestro a Mantova, poi trasferita in Sant’Andrea, firmata e datata 1525. È l’ultima opera certa. La qualità è più trattenuta, con un impianto solenne e aggiornamenti maturi; manca però la freschezza delle grandi prove bolognesi e delle allegorie mantovane.

Dopo il 1526 le notizie artistiche si fanno scarse. I documenti mostrano un uomo ormai ben inserito nel tessuto patrimoniale mantovano, proprietario di beni, attento alla sistemazione familiare, padre del pittore Ippolito Costa. Morì a Mantova il 5 marzo 1535 e fu sepolto nella chiesa di San Silvestro.

La sua posizione storica è più complessa di quanto suggerisca la formula di “pittore ferrarese-bolognese”. Costa attraversa tre sistemi culturali distinti. A Ferrara assimila la tensione formale di Tura e Roberti. A Bologna diventa il pittore dei Bentivoglio, capace di tradurre il potere cittadino in cappelle, ritratti familiari, trionfi allegorici e pale d’altare. A Mantova sostituisce Mantegna presso i Gonzaga, portando una pittura più tenera, lirica, cortese, adatta allo studiolo di Isabella e alla diplomazia dell’immagine.

Il limite della sua pittura coincide spesso con la sua forza. Costa tende all’equilibrio, all’eleganza, alla superficie chiara. Nei momenti più intensi questa misura permette una sintesi nuova tra Ferrara, Bologna e Mantova. Nei momenti più deboli diventa maniera gradevole. Resta però un artista indispensabile per capire il passaggio dall’asprezza quattrocentesca ferrarese alla cultura padana del primo Cinquecento. La sua opera procede per assorbimenti, adattamenti, pacificazioni progressive. In questa capacità di trasformare tensioni diverse in linguaggio condiviso sta il suo ruolo.

 

 

Questioni aperte

La formazione presso Cosmè Tura o Ercole de’ Roberti resta fondata soprattutto su lettura stilistica. I documenti indicano il trasferimento a Bologna nel 1483 e la presenza del pittore nel nuovo ambiente bolognese, ma la struttura esatta dell’apprendistato rimane da precisare.

La ricostruzione della fase giovanile dipende in larga parte dalla critica novecentesca, soprattutto da Longhi, e da opere disperse, distrutte o frammentarie. La perduta pala di Santa Maria delle Rondini, distrutta a Berlino durante la seconda guerra mondiale, è uno dei casi più rilevanti.

Il Concerto della National Gallery merita maggiore spazio nelle biografie. Sebbene non appartenga alla serie delle grandi pale, introduce un’immagine autonoma della pratica musicale, con anticipo rispetto alla fortuna veneziana del tema.

La fase mantovana va letta nel rapporto con Isabella d’Este. Costa non replica Mantegna; offre alla corte una pittura più morbida, allegorica, diplomaticamente spendibile. Questa funzione spiega molte opere private, ritratti idealizzati e dipinti inviati come doni.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] La nascita nel 1460 deriva dal necrologio mantovano, che lo dichiara settantacinquenne al momento della morte nel 1535.

[2] Il trasferimento della famiglia Costa a Bologna è documentato il 4 aprile 1483. Da questa data prende forma la lunga fase bolognese dell’artista.

[3] Il San Sebastiano di Dresda, firmato in caratteri ebraici, documenta la fase più vicina a Cosmè Tura ed Ercole de’ Roberti.

[4] La Vergine col Bambino e la famiglia Bentivoglio, firmata e datata agosto 1488, è il primo dipinto firmato del pittore e uno dei nuclei visivi della politica bentivolesca.

[5] Il Trionfo della Fama e il Trionfo della Morte, firmati e datati 1490, completano il programma allegorico della cappella Bentivoglio.

[6] La collaborazione con Francesco Francia nella Bologna degli anni Novanta favorì l’addolcimento del linguaggio di Costa e la sua adesione a una cultura protoclassica.

[7] La Gloria della Vergine di San Giovanni in Monte, firmata e datata 1501, segna il pieno confronto con il gusto peruginesco.

[8] Nell’oratorio di Santa Cecilia Costa dipinse l’Elemosina di santa Cecilia e la Conversione di Valeriano, entro il ciclo promosso dai Bentivoglio poco prima della loro caduta politica.

[9] Il trasferimento a Mantova avvenne dopo il 1506. Costa prese il posto di Mantegna come pittore della corte Gonzaga e lavorò per lo studiolo di Isabella d’Este.

[10] L’Investitura di Federico II Gonzaga a capitano della Chiesa, firmata e datata 1522, è l’opera pubblica più ambiziosa della fase tarda.

[11] La Vergine in trono con santi del 1525, già in San Silvestro e poi in Sant’Andrea a Mantova, è l’ultima opera certa.

[12] Costa morì a Mantova il 5 marzo 1535 e fu sepolto nella chiesa di San Silvestro.

 

 

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