Coltellini Michele

 

Michele di Luca dei Coltellini


Ferrara, 1480 circa – dopo il 1543

 

 

 

Madonna con Bambino circondato da Santi, 1507. Henry Walters Art Museum

 

 

 

 

Michele Coltellini, o Michele di Luca dei Coltellini, nacque a Ferrara intorno al 1480. Il dato è ricavato per via induttiva dalla prima opera nota, firmata e datata 1502. Era figlio di Luca e apparteneva a una famiglia di artigiani ferraresi legati alla lavorazione dei coltelli e alla fabbricazione di maschere. Il cognome conserva dunque un’impronta professionale concreta, quasi di bottega materiale, e questa origine artigiana aiuta a comprendere alcuni aspetti della sua carriera: la pittura, gli apparati festivi, gli oggetti per la corte, forse anche una manualità meno separata di quanto suggerirebbe la sola categoria di “pittore”.

Le notizie documentarie sono rade, ma non insignificanti. Nel 1520 fornisce una criniera da cavallo e una barba finta per un buffone della corte estense; nel 1522 stipula un accordo per un muro di confine; nel 1529 vende una casa; nel 1532 redige la nota dotale della figlia Eleonora e firma di suo pugno “Jo Michjele daj chortelj depintore”; nel 1533 è assolto da un debito; nel 1535 risulta ancora documentato; una notizia lo ricorda nel 1543. Questa serie di documenti, apparentemente marginale, restituisce un artista inserito nella vita urbana ferrarese, tra proprietà, famiglia, debiti, committenze artigianali e rapporti con l’ambiente estense.

La sua prima opera certa è la Morte della Vergine, eseguita nel 1502 per la chiesa di San Paolo a Ferrara e oggi conservata nella Pinacoteca Nazionale di Bologna. La tavola mostra un linguaggio ancora duro, con figure magre, profili taglienti, sguardi fissi, panneggi spezzati. L’artista guarda alla tradizione ferrarese di Ercole de’ Roberti, della quale accoglie la tensione nervosa e la drammaticità compressa. Il confronto con l’incisione della Morte della Vergine di Martin Schongauer, spesso richiamato dalla critica, spiega alcune soluzioni compositive e il gusto per l’affollamento calibrato attorno al letto della Madonna. Coltellini non possiede la forza visionaria di Ercole, ma assorbe da quel mondo un’idea della pittura come superficie inquieta, fatta di gesti contratti, espressioni asciutte, linee quasi metalliche.

Nel 1503 firma il Cristo risorto e santi, oggi alla Gemäldegalerie di Berlino. Qui il linguaggio si addolcisce. Le figure restano un poco immobili, con sguardi sospesi, ma l’asprezza robertiana si attenua in direzione di Domenico Panetti e di Lorenzo Costa. Il passaggio è rilevante: Coltellini si trova dentro una Ferrara che, dopo la stagione più aspra del Quattrocento, cerca forme più devote, pacate, comunicative. La sua pittura registra questa mutazione senza cancellare del tutto la durezza originaria.

Negli anni immediatamente successivi va collocata la partecipazione alla decorazione dell’oratorio della Concezione a Ferrara, in collaborazione con Garofalo e altri pittori. Di quel ciclo restano frammenti oggi nella Pinacoteca Nazionale di Ferrara. Tra essi è stato assegnato a Coltellini un tondo con Sant’Anna Metterza, soggetto raro e significativo, insieme a brani con figure e ritratti dal profilo inciso. Sono resti che pesano più di quanto la loro frammentarietà lasci immaginare: mostrano Coltellini impegnato in un cantiere collettivo, accanto a un artista destinato a dominare il Cinquecento ferrarese come Benvenuto Tisi detto Garofalo.

Nel 1506 dipinge la grande Madonna col Bambino in trono e santi Michele Arcangelo, Caterina d’Alessandria, Giovanni Battista e Girolamo, oggi al Walters Art Museum di Baltimora. L’opera, firmata e datata in latino sul gradino del trono, proviene dalla chiesa ferrarese di Sant’Andrea. La Vergine siede al centro di un’architettura aperta su un paesaggio limpido; davanti a lei san Michele calpesta il drago e pesa le anime, mentre san Giovanni Battista indica il Cristo. Dietro compaiono santa Caterina e san Girolamo. Il dipinto rivela una trasformazione netta: Coltellini si avvicina alla pittura devota diffusa da Francia e Costa a Bologna, con inflessioni umbre nella misura dei volti, nella morbidezza dei passaggi, nella quiete della composizione. La scena perde la tensione acerba degli esordi e cerca una religiosità più armonica, adatta all’altare e alla preghiera ordinata.

Questa svolta non va letta come semplice indebolimento. Coltellini appartiene a una generazione ferrarese costretta a fare i conti con un’eredità formidabile e difficile: Cosmè Tura, Francesco del Cossa, Ercole de’ Roberti avevano portato la pittura locale a una concentrazione formale altissima, ma anche aspra, irregolare, spesso poco conciliabile con la nuova domanda devozionale del primo Cinquecento. Coltellini cerca una via più moderata. Trasporta l’energia ferrarese dentro un linguaggio più morbido, filtrato da Bologna e dalla cultura umbra. Il risultato è diseguale; però la diseguaglianza è istruttiva, perché mostra il passaggio da una Ferrara cortigiana e nervosa a una Ferrara più devozionale, vicina ai modelli di Francia, Costa e poi Garofalo.

A una fase prossima al 1506 appartiene anche la Madonna col Bambino e santo Stefano, oggi nella Pinacoteca Nazionale di Ferrara. L’opera conferma il gusto per figure calme, semplificate, con un sentimento religioso composto. Coltellini non cerca più l’incisione drammatica della Morte della Vergine; preferisce una pittura di superficie chiara, con volti levigati e forme più larghe. La sua adesione a questi modi appare talvolta un poco scolastica, ma permette di misurare la circolazione dei modelli bolognesi nella Ferrara estense dopo la morte di Ercole I d’Este.

Nel 1516 firma la Circoncisione conservata a Berlino. È un’opera tarda rispetto alla fase più viva della sua ricerca. La composizione appartiene ormai a un registro più convenzionale, con forme pie e ordinate, meno incisive. La critica ha spesso visto qui il progressivo assestamento di Coltellini in una maniera devozionale stereotipata. Il giudizio è severo, ma coglie un dato reale: dopo gli esordi pungenti, l’artista sembra perdere tensione inventiva, adattandosi a formule di maggiore facile leggibilità.

Le fonti antiche ricordano inoltre due opere del 1517 già nella chiesa di Sant’Andrea a Ferrara, una pala con il Martirio di san Lorenzo e una lunetta con Santa Monica e quattro sante agostiniane, oggi non rintracciate. La perdita è significativa perché Sant’Andrea fu uno dei luoghi cruciali della sua fortuna. Da quella chiesa proveniva anche la grande pala oggi a Baltimora. L’ambiente agostiniano ferrarese, con le sue esigenze devozionali e i suoi altari, offrì dunque al pittore un campo di lavoro stabile.

Un caso complesso è la pala della Pinacoteca Nazionale di Ferrara con la Madonna col Bambino, san Giovannino, santi e donatori. Le fonti antiche la dicevano datata 1542, talvolta 1544; dopo un restauro la data leggibile venne interpretata come 1512. La questione non è secondaria. Se la data tarda fosse corretta, l’opera diventerebbe il punto estremo della produzione pittorica nota di Coltellini; se fosse da leggere 1512, rientrerebbe invece nella fase centrale, accanto alle opere nate dopo la svolta bolognese. La critica ha osservato che il dipinto appare più avanzato della Circoncisione del 1516, per maggiore solidità delle figure, colore più intenso e tentativo di avvicinarsi al mondo di Mazzolino e Garofalo. Conviene quindi registrarlo come opera problematica, con data discussa.

Coltellini sembra aver progressivamente ridotto l’attività pittorica dopo il secondo decennio del Cinquecento, o almeno la sua produzione nota si fa più rada e meno sicura. I documenti successivi lo mostrano impegnato anche in lavori estranei alla pittura su tavola, come la fornitura di maschere, barbe finte e apparati destinati alla corte. Questo aspetto merita attenzione. Nella Ferrara estense il confine tra pittore, artigiano, apparatore e fornitore di oggetti scenici era più mobile di quanto appaia nelle biografie costruite solo sui dipinti conservati. Coltellini, nato da una famiglia di artigiani, resta fino alla fine legato a una cultura materiale del fare.

La sua posizione storica è laterale, ma utile. Non fu un protagonista assoluto della scuola ferrarese. Non ha la forza intellettuale di Tura, la tensione narrativa di Cossa, l’invenzione di Ercole de’ Roberti, la capacità di sintesi di Garofalo. Eppure consente di osservare un passaggio delicato: la sopravvivenza dell’asprezza quattrocentesca ferrarese dentro una pittura che cerca devozione, dolcezza, ordine, accessibilità. Le sue opere migliori sono quelle in cui queste forze restano ancora in attrito: la Morte della Vergine per la durezza primitiva, la pala di Baltimora per la trasformazione verso un linguaggio più ampio, i frammenti della Concezione per il rapporto con il cantiere ferrarese del primo Cinquecento.

Per distinguere Coltellini dalla formula generica di “seguace di Panetti e Garofalo” bisogna guardare alla sua doppia natura: pittore di tavole devozionali e uomo di apparati. La pittura ferrarese non viveva soltanto negli altari; passava anche attraverso maschere, feste, finzioni sceniche, oggetti effimeri, botteghe capaci di fornire materiali per la corte. In questa zona intermedia, meno nobile ma storicamente concreta, Coltellini acquista un profilo più interessante. È uno degli artisti minori che permettono di vedere la macchina culturale estense al lavoro, nei suoi livelli alti e nei suoi mestieri di servizio.

 

 

Questioni aperte

La data di morte rimane incerta. Le formule più prudenti sono “dopo il 1543” oppure “documentato fino al 1543”. La data 1542, presente in alcune sintesi, deriva da tradizioni e semplificazioni repertoriali.

La pala ferrarese con la Madonna col Bambino, san Giovannino, santi e donatori presenta un problema di datazione ancora delicato. Le letture antiche indicavano 1542 o 1544; letture successive hanno proposto 1512. La qualità più matura del dipinto rende plausibile una fase avanzata, ma il dato va segnalato con cautela.

La partecipazione agli affreschi dell’oratorio della Concezione è importante per collegare Coltellini al cantiere ferrarese del primo Cinquecento e al Garofalo. I frammenti superstiti permettono attribuzioni ragionevoli, ma non ricostruiscono l’intero ciclo.

 

 

A.R.

 

 

Note

[1] La nascita intorno al 1480 è dedotta dalla prima opera nota, firmata e datata 1502.

[2] La famiglia Coltellini era legata alla lavorazione dei coltelli e alla fabbricazione di maschere. Il dato documentario spiega anche la successiva attività dell’artista nel campo degli apparati e degli oggetti per la corte estense.

[3] La Morte della Vergine del 1502, proveniente da San Paolo a Ferrara e oggi a Bologna, è il punto d’avvio sicuro del catalogo.

[4] Il rapporto con Ercole de’ Roberti è evidente nella fase iniziale, soprattutto nella durezza dei profili, nella tensione dei gesti e nel trattamento nervoso delle figure.

[5] La pala del 1506 oggi al Walters Art Museum di Baltimora proviene da Sant’Andrea a Ferrara ed è firmata e datata sotto il trono della Vergine.

[6] La svolta bolognese, mediata da Lorenzo Costa e Francesco Francia, introduce nel linguaggio di Coltellini una pittura più devota, morbida e regolare.

[7] La Circoncisione del 1516, oggi a Berlino, mostra una fase più stereotipata del suo linguaggio.

[8] Le notizie del 1520 sulla fornitura di una criniera da cavallo e di una barba finta per un buffone della corte estense sono utili per comprendere il rapporto tra pittura, artigianato e cultura festiva a Ferrara.

 

 

 

Bibliografia

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