![]() |
||
|
Civerchio Vincenzo
Vincenzo Civerchio, pittore cremasco attivo tra Lombardia orientale, Brescia, Crema e alcune aree della valle dell’Oglio, appartiene a una generazione di cerniera. Il suo esordio documentato cade ancora dentro il Quattrocento lombardo di Vincenzo Foppa, Butinone e Zenale; la sua lunga attività arriva fino agli anni in cui Romanino, Moretto, Lotto e Callisto Piazza avevano già trasformato il lessico figurativo della regione. Nacque a Crema tra il 1460 e il 1470. La provenienza cremasca è confermata dalle opere firmate e dal testamento, nel quale l’artista si definisce civis Cremensis. Le fonti antiche conservano anche un piccolo equivoco biografico: Marcantonio Michiel ricordava “Maestro Vincenzo” con il soprannome “El Forner”, interpretazione che la critica successiva ha ricondotto con maggiore probabilità all’epiteto documentario Fanonus, collegato alla sua famiglia e al suo rango cittadino. Già questo dettaglio mostra quanto la sua identità sia stata a lungo esposta a deformazioni: Vasari lo confuse con un “Vincenzo Vecchio”, contribuendo alla sovrapposizione con Foppa e ad attribuzioni poi corrette dalla storiografia moderna. La formazione resta discussa. La tradizione ha oscillato fra un apprendistato milanese, una componente veneta, una collocazione genericamente lombarda. Il primo profilo critico solido si deve agli studi ottocenteschi e novecenteschi, poi rielaborati dalla critica più recente. L’ipotesi di un rapporto con Foppa rimane plausibile, anche perché il giovane Civerchio compare presto a Brescia, dove Foppa aveva lasciato un’impronta decisiva. Tuttavia la sua pittura assorbe presto più correnti: il plasticismo severo di Foppa, l’espressività tagliente di Butinone, le costruzioni prospettiche e monumentali di Zenale, la cultura ferrarese filtrata da Cremona, poi Leonardo, Bramantino, Boltraffio, Romanino e Lotto. La prima opera nota è la pala di Travagliato, firmata e datata 1490, con la Salita al Calvario sormontata dalla Deposizione, nella parrocchiale. La composizione nasce dentro una cultura lombarda ancora quattrocentesca, con figure compatte, volti tesi, cromie accese e un pathos quasi scultoreo. L’impianto guarda alla tradizione foppesca della Passione, ma vi inserisce una tensione più aspra: i corpi si addensano, gli sguardi si irrigidiscono, le mani e i profili diventano strumenti espressivi. Il quadro ha valore documentario e critico, perché mostra l’artista già in possesso di un linguaggio riconoscibile, capace di trasformare una scena devozionale in un teatro concentrato del dolore. Nel 1491 Civerchio è documentato a Brescia. Nell’aprile di quell’anno riceve un pagamento per le pitture dell’arma del podestà Donato e risulta ospite in casa di Ludovico Martinengo. Due anni più tardi i rettori della fabbriceria della cattedrale gli affidano l’affresco della cappella maggiore con episodi delle Scritture e della vita della Vergine. Gli affreschi furono poi coperti nel Seicento; la perdita pesa molto nella ricostruzione della sua fase giovanile, perché si trattava di una commissione pubblica di rilievo, assegnata a un pittore ancora relativamente giovane. Nel 1495 firma e data il Polittico di San Nicola da Tolentino, proveniente dalla chiesa bresciana di San Barnaba e oggi nella Pinacoteca Tosio Martinengo. È una delle opere capitali del suo catalogo. Il pannello centrale mostra san Nicola a figura intera, frontale, con il libro, il giglio e il crocifisso; ai piedi del santo appare la sfera di cristallo con il piccolo diavolo imprigionato, dettaglio iconografico di forte presa visiva. Il polittico, realizzato con la collaborazione di Francesco Napoletano e altri aiuti, combina solennità lombarda e ricerca luministica più sottile. Le figure acquistano volume, il paesaggio si apre dietro i santi, il chiaroscuro diventa più elaborato. L’opera segna un passaggio: Civerchio conserva la struttura del polittico, ma la carica di una nuova fisicità. Negli stessi anni e nel primo decennio del Cinquecento maturano opere come il San Francesco già a Crema e poi all’Accademia Carrara, il tabernacolo con l’Annunciazione, la Natività con santa Caterina della Pinacoteca di Brera, la Deposizione di Sant’Alessandro a Brescia, firmata e datata 1504. La Natività è utile per cogliere la sua apertura alle fonti grafiche nordiche: l’eco delle incisioni di Dürer e Schongauer convive con il fondo lombardo di Foppa e Zenale. Civerchio, in questi anni, osserva molto. Non imita meccanicamente: preleva pose, tagli compositivi, tensioni lineari, poi le riporta dentro una pittura di provincia colta, aggiornata, spesso irregolare. Il piccolo pannello della National Gallery of Art di Washington, Christ Instructing Peter and John to Prepare for the Passover, datato 1504, conferma la fortuna di un Civerchio più raccolto, da devozione privata. La tavola, già passata in collezioni internazionali con attribuzioni a Bramantino, è interessante proprio per questa oscillazione attributiva. L’immagine ha dimensioni ridotte, tempera su tavola, e costruisce la scena con una misura quasi teatrale: Cristo parla, Pietro e Giovanni ascoltano, lo spazio architettonico trattiene la narrazione in una calma sospesa. È un’opera piccola, ma rivela il lato più controllato del pittore, lontano dalla concitazione delle Passioni. Nel 1498, dopo la lunga permanenza a Brescia, Civerchio ottenne la cittadinanza bresciana. Il dato non è marginale. Il pittore cremasco entra così nella vita artistica e civile della città, dove lavora per chiese, istituzioni e famiglie. La sua posizione resta però mobile. Nel 1507 si trasferisce a Crema, pur mantenendo rapporti con il territorio bresciano. Nello stesso anno riceve dalla Magnifica Comunità di Crema l’incarico per una tela con san Marco tra la Giustizia e la Temperanza, destinata alla sala del Consiglio per conto del Monte di Pietà. Il dipinto andò poi disperso, ma la notizia chiarisce un punto importante: Civerchio non fu soltanto pittore d’altare. Lavorò anche per immagini civiche, legate alla rappresentazione della città e delle sue istituzioni. Tra 1508 e 1512 lavorò agli affreschi della parrocchiale di Romano Bergamasco, oggi perduti, con storie di san Giacomo e l’Assunta. La perdita di questo ciclo ha creato una zona d’ombra nella fase centrale della carriera. Le opere superstiti indicano però un artista attento alle novità provenienti da Brescia, Cremona e Venezia. Nel 1511 stipulò un contratto di apprendistato con Giovanni Pietro, figlio di Zambono da Gandino, segno di una bottega ormai strutturata. Nel 1512 firmò e datò nella pieve di Nave l’affresco con la Pietà e i santi Rocco e Sebastiano, insieme ad altre pitture nelle quali si avvertono i primi riflessi della cultura romaniniana e di Altobello Melone. Il momento più intenso della maturità è rappresentato dagli affreschi di Santa Maria dei Campi a Travagliato. L’Assunzione del 1517, firmata e datata, mostra una pittura più inquieta. L’impianto monumentale viene attraversato da movimenti obliqui, panneggi spezzati, figure tese, un colore più libero. La scena non possiede la calma ordinata della pala rinascimentale pienamente classicista. Lavora per scarti, per accensioni improvvise, per nervature formali. Qui Civerchio raggiunge una qualità moderna, personale, capace di misurarsi con la svolta anticlassica che attraversa l’area lombarda nei decenni iniziali del Cinquecento. Nel 1518 i consoli della matricola dei mercanti gli commissionarono per il duomo di Crema la pala dell’altare Braguti, con i santi Sebastiano, Rocco e Cristoforo, firmata e datata 1519. La pittura mostra l’assorbimento di formule romaniniane: corpi più larghi, colore più caldo, sentimenti più scoperti. Il risultato resta però legato a una struttura mentale lombarda, con figure ancora costruite per densità plastica e chiaroscuro. Un aspetto meno ricordato della sua attività riguarda l’organo del duomo di Crema, pagato nel 1523. Le fonti gli attribuiscono non solo la decorazione pittorica, ma anche l’invenzione dell’ornamento e dell’intaglio, lodandone il meccanismo di chiusura senza cardini. Questa notizia allarga il profilo dell’artista: Civerchio fu anche progettista, conoscitore di prospettiva, forse scultore o intagliatore. La sua bottega doveva dunque operare su più materiali, tra pittura, carpenteria, cornici, apparati e arredi liturgici. Nel 1524 fu chiamato a Palazzolo sull’Oglio, dove realizzò il grande polittico per l’altare maggiore dell’antica prevostura, firmato e datato 1525. Il complesso, con la Madonna in trono, santi e storie nella predella, conserva la forma tradizionale del polittico, ma registra un arricchimento cromatico di matrice veneta e romaniniana. Le fonti ricordano che una cornice policroma originaria fu sostituita nell’Ottocento, durante un intervento che smembrò e adattò l’opera alla nuova parrocchiale. Anche qui la storia materiale dell’opera è parte della sua lettura: cornici, spostamenti, restauri e ricomposizioni hanno modificato la percezione moderna del pittore. Nel 1526 Civerchio dipinse a Crema una “camera tutta dipinta” in casa di Ippolita Vimercati, nel palazzo Vimercati-Carioni. Il ciclo, poi scialbato, era ricordato per un fregio alto con fatti mitologici, figure di uomini, donne, fauni e satiri quasi al naturale. Questa decorazione, oggi perduta, è una delle notizie più preziose per uscire dall’immagine riduttiva del solo pittore religioso. In piena maturità, Civerchio si misura con soggetti mitologici e con una decorazione di palazzo, probabilmente aggiornata sui linguaggi manieristici lombardi. Il dato resta frammentario, ma molto eloquente. Le opere tarde mostrano un linguaggio più largo e sommario. Il Transito di Maria del Museo di Belle Arti di Budapest, firmato e datato 1531, proveniva dalla cappella della Misericordia nel duomo di Crema. Nel 1532 l’artista è ancora documentato a Brescia, poi a Lodi per una stima di dipinti del Piazza nella cappella di San Giovanni Battista all’Incoronata. Nel 1535 è nuovamente a Crema, dove collauda una tavola di Callisto Piazza. Nel 1539 firma il Battesimo di Cristo per i padri romitani di Sant’Agostino di Crema, oggi all’Accademia Tadini di Lovere, e nello stesso anno firma la Pietà in San Giovanni sopra Lecco e il polittico ligneo scolpito e dipinto di Caiolo, in Valtellina. L’attività ultima è ancora problematica. Alcune opere sono state giudicate deboli o ripetitive; altre sono state confuse con quelle di Carlo Urbino, con il quale Civerchio collaborò. Il testamento fu sottoscritto a Crema il 24 luglio 1544, quando l’artista era ormai vecchio e infermo. Viveva nella parrocchia di San Benedetto, presso l’ospedale. Morì a Crema e fu sepolto nella chiesa di San Giacomo, davanti all’altare maggiore. La sua importanza storica sta nella funzione di mediatore. Civerchio non inaugura una scuola compatta, ma attraversa quasi mezzo secolo di pittura lombarda orientale registrando trasformazioni profonde: dall’eredità di Foppa alla cultura leonardesca, dal gusto bresciano al colore romaniniano, fino a un manierismo locale fatto di forme dilatate, citazioni e soluzioni di bottega. È pittore diseguale, ma proprio questa diseguaglianza lo rende interessante. Le opere migliori rivelano un artista capace di tensione, aggiornamento e invenzione; quelle più tarde mostrano il peso della lunga durata, della bottega, delle richieste provinciali. Per una biografia efficace, Civerchio va letto nei luoghi: Travagliato, Brescia, Crema, Palazzolo, Lovere, Lecco, Caiolo. La sua geografia è parte del suo stile. Le città maggiori gli offrono modelli; i centri minori gli danno continuità di lavoro, altari, confraternite, organi, camere affrescate, polittici lignei. In questo sistema la pittura lombarda non procede soltanto per capolavori isolati, ma per trasferimenti, adattamenti, persistenze, botteghe, contratti, restauri, opere perdute.
Questioni aperteLa formazione rimane incerta. Il rapporto con Foppa è essenziale per comprendere l’avvio, ma il profilo del giovane Civerchio richiede anche il confronto con Butinone, Zenale, Bramantino e con la cultura cremonese-ferrarese. La fase centrale è mutilata dalla perdita degli affreschi di Romano Bergamasco e di altri cicli bresciani e cremaschi. Questa lacuna rende più difficile seguire l’evoluzione tra la Deposizione del 1504, gli affreschi di Nave del 1512 e l’Assunzione di Travagliato del 1517. L’attività tarda, spesso liquidata come ripetitiva, merita una lettura più calibrata. La presenza di opere firmate fino al 1539 e il testamento del 1544 mostrano un artista longevo, inserito in una bottega complessa, con interventi anche in scultura, intaglio e apparati liturgici.
A.R.
Note[1] La nascita tra 1460 e 1470 è dedotta dalle fonti documentarie e dalla cronologia delle prime opere note. L’artista si definì civis Cremensis nel testamento. [2] L’equivoco tra “El Forner” e Fanonus è ricordato dalla storiografia come esempio delle incertezze biografiche accumulate attorno al pittore. Anche Vasari contribuì a una confusione tra Civerchio e altre personalità lombarde. [3] La pala di Travagliato del 1490, con Salita al Calvario e Deposizione, è il primo esordio noto dell’artista. [4] Il Polittico di San Nicola da Tolentino, firmato e datato 1495, proveniva dalla chiesa bresciana di San Barnaba ed è oggi nella Pinacoteca Tosio Martinengo. [5] Gli affreschi della cappella maggiore del duomo di Brescia, affidati a Civerchio nel 1493, furono coperti nel XVII secolo. La loro perdita condiziona la ricostruzione della fase giovanile. [6] La Natività con santa Caterina di Brera mostra l’apertura dell’artista alle fonti grafiche nordiche e al clima lombardo-leonardesco del primo Cinquecento. [7] Gli affreschi di Santa Maria dei Campi a Travagliato, firmati e datati 1517, rappresentano uno dei momenti più alti della maturità. [8] L’organo del duomo di Crema, pagato nel 1523, documenta una competenza estesa anche all’ornamento, all’intaglio e alla progettazione di apparati. [9] La “camera tutta dipinta” di casa Vimercati-Carioni, oggi perduta, segnala un Civerchio impegnato anche nella decorazione profana e mitologica. [10] Il testamento del 24 luglio 1544 è l’ultimo documento biografico certo. La morte avvenne a Crema dopo quella data. Bibliografia essenzialeMarcantonio Michiel, Notizie d’opere di disegno, pubblicate e illustrate da Jacopo Morelli, a cura di Gustavo Frizzoni, Bologna, 1884. Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, edizione a cura di Gaetano Milanesi, Sansoni, Firenze, 1878-1885. Giovanni Paolo Lomazzo, Trattato dell’arte della pittura, scoltura et architettura, Milano, 1584; edizione moderna in Scritti sulle arti, a cura di Roberto Paolo Ciardi, Marchi & Bertolli, Firenze, 1974. Carlo Ridolfi, Le maraviglie dell’arte ovvero le vite degli illustri pittori veneti e dello Stato, Venezia, 1648; edizione a cura di Detlev von Hadeln, Berlin, 1914. Giuseppe Luigi Calvi, Vincenzo Civerchio pittore cremasco, Milano, 1861. Stefano Fenaroli, Dizionario degli artisti bresciani, Tipografia del Pio Istituto, Brescia, 1877. Michele Caffi, “Vincenzo Civerchio. Notizie e documenti”, in Archivio Storico Italiano, s. IV, XI, Firenze, 1883, pp. 329-345. Ettore Ferrari, Vincenzo Civerchio pittore cremasco, Crema, 1919. Gaetano Panazza, “Vincenzo Civerchio e la pittura bresciana del Quattrocento”, in Commentari dell’Ateneo di Brescia, Brescia, 1963. Adriana Peroni, “Scultura lignea lombarda del Rinascimento”, in Arte Lombarda, Milano, 1962. Paola Astrua, “Civerchio, Vincenzo”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 26, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1982. Marianna Verga Bandirali, “Nuovi documenti per Vincenzo Civerchio”, in Insula Fulcheria, XIII, Crema, 1983. Mario Marubbi, Vincenzo Civerchio. Contributo alla cultura figurativa cremasca del primo Cinquecento, Ceschina, Milano, 1986. Francesco Frangi, “Vincenzo Civerchio: un libro e qualche novità in margine”, in Arte Cristiana, n. 722, Milano, 1987. Francesco Frangi, “Vincenzo Civerchio”, in La pittura in Italia. Il Cinquecento, vol. II, Electa, Milano, 1988. Mario Marubbi, scheda in Pinacoteca Tosio Martinengo. Catalogo delle opere. Secoli XII-XVI, Marsilio, Venezia, 2014, pp. 137-140.
|